Rendete a Dio quel che è di Dio

Rendete a Dio quel che è di Dio

19. ottobre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 22 OTTOBRE 2017 – XXIX DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Vangelo  Mt 22,15-21

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

UNA TRAPPOLA UMANA: CONSENSO E DENARO, IL POTERE

Cogliere il fallo Gesù: questo i Farisei escogitano contro di Lui. Una trappola. Una trappola di cui sono vittime loro stessi, una trappola che coglie in fallo ogni uomo nella tentazione del potere; potere di ogni tipo e livello. Dal potere psicologico: fare del tutto affinché gli altri la pensino come me e facciano come io penso, al potere della coscienza che si vuole impossessare della mente degli altri, al potere personale che ci rende orgogliosi per ciò che riusciamo a vincere, al potere materiale, a quello dei soldi dove ogni “cosa” si può comprare… il potere! Il potere che tenta di fa cogliere in fallo il nostro prossimo o lo fa cadere anche quando non lo vogliamo. Il potere: pura illusione dell’uomo di ogni tempo che crede di possedere chissà chi o chissà cosa, ma di fatto possiede un vuoto esistenziale. Questi Farisei, amanti del gioco di potere, vogliono cogliere in fallo Gesù mettendolo in discussione proprio sul potere nella sua stessa definizione, mettersi contro o il consenso della folla o l’autorità romana. Ma Gesù non cade in trappola perché non vive la sua esperienza di Messia nell’orda del potere.

E’ lecito o no…? Dietro questa richiesta si cela una trappola interessante ed interessata nell’ordine umano: tra legge di stato e “legge divina”, di cui i Farisei erano attenti e puntiglio, nonostante pagavano il tributo a Cesare. Non c’è una legge divina. Gesù non risponde a questa questione ma neanche la elude perché non si pone a differenza la legge statale umana dalla volontà divina che riguarda altre cose… L’una non invade e, evidentemente non invada, il campo dell’altra… Il Cristianesimo non si riconosce come religione teocratica, né la società statale può mettersi al posto di Dio… Come vivo la parola “potere”?

CRISTO: TRASPARENZA E LEALTA’

Non ti curi di nessuno … non guardi in faccia nessuno: Gesù è riconosciuto come trasparente e leale. Parla con chiarezza davanti a tutti: non guarda in faccia nessuno, appunto. Un modo di dire anche oggi di chi le cose le dice chiaramente davanti ai diretti interessati per quel che sono. Dovremmo imparare da Cristo questa cultura della trasparenza e della lealtà: che poi è cultura della libertà! Chi è trasparente e leale non ha da temere nulla e, Gesù, dice la verità non guardando in faccia nessuno; ma Cristo trasparente e leale, come ha detto la Verità? Oggi c’è un equivoco: parlare in faccia è si sintomo di trasparenza e lealtà, ma troppo spesso il modo con cui si dice la Verità non è evangelico. Il fine non giustifica i mezzi! Gesù dice la Verità con trasparenza e lealtà: con la carità dell’uomo di Dio e con la saggezza del Dio fatto uomo. E noi, come diciamo la verità? Adoperiamo la carità e la saggezza per essere leali e trasparenti? Promuoviamo intorno a noi e in noi stessi una cultura della trasparenza, della lealtà e della onestà (che sono effetti della carità cristiana)?

LA CHIESA ESPERTA DI UMANITA’

SERVIZIO CONTRO L’INTERESSE PERSONALE

Rendete a Cesare quel che è di cesare e a Dio quel che è di Dio? Dio non compete con Cesare, né Cesare ha possibilità di competere con Dio…Ma questa frase chiarisce il fatto che a “Cesare”, alla società umana, possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo. La Chiesa non vive sotto una “campana di vetro” fregandosene della società, perché fregarsene della società sarebbe fregarsene dell’umanità. Alla Chiesa, a noi cristiani, c’è spesso richiesto aiuto… “Noi, quali “esperti in umanità… Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso”1. Noi siamo impegnati nel migliorare la “città degli uomini” perché Dio si è fatto uomo. Come vivo il mio impegno di servire l’umanità nella promezio e dei valori umani in una società spesso disumanizzata?

Ma questo servizio del cristiano per l’umana società molte volte scade nel vacuo interesse personale, da quello ideologico ed appariscente a quello meramente pecuniale mascherato di volontariato e servizio sociale… Le nostre parrocchie spesso ne sono intrise; abbiamo spesso riempito le nostre sale di attività, ma svuotato i cuori… “Stringiamoci a Cristo e che sia la conoscenza e la sequela di Lui il cuore di ogni programma pastorale! Questo vuol dire che la comunità non si costruisce sull’efficienza della sua macchina organizzativa, non si riduce a spazio aggregativo per bambini e per anziani…”2, la parrocchia rimane no profit come il nostro servizio per la Chiesa e nella società umana! Quale profitto dal mio servizio nella società umana o nella Chiesa di Dio? Come vivo il valore fondamentale della gratuità?

IL PUNTO DI VISTA DI DIO: LA MERAVIGLIA

La risposta di Gesù li sorprende. Oltre l’alternativa posta da loro, c’è un’altra possibilità. La trappola, che hanno teso a Lui, è in realtà la trappola nella quale loro stessi si trovano. Il livello della risposta di Gesù è un altro ed era impensabile… Dio è al di sopra di tutto. La risposta di Gesù lascia senza parole perché fa della religione una fede che trascende l’ordine delle cose umane… Tutto avviene sotto lo sguardo di Dio, anche il potere di Cesare è sotto lo sguardo di Dio; ricordiamo la risposta di Gesù a Pilato durante il processo: non avresti nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto… Meraviglioso è l’annuncio che c’è dietro: l’uomo di fede vive nel mondo ma sa che Dio veglia su di lui, Dio veglia sul mondo: è Signore della vita e della morte – infatti il continuo di questo vangelo sarà il tema della resurrezione dai morti – è l’unico a cui dare ciò di cui ne è il vero destinatario: l’adorazione. I primi cristiani perseguitati pagavano il tributo a Cesare, ma non adoravano Cesare! Adorare – rendere culto, pregare, contemplare – è ciò che è dovuto a Dio e di cui nessuno ne è il destinatario nel mondo! Quanti idoli ancora abbiamo, dall’altra faccia della medaglia! Spesso ribaltiamo la questione: diamo a Dio un “tributo” e adoriamo “cesare” (qualcosa o qualcuno)… E’ Dio l’unico destinatario della mia adorazione (culto, preghiera, speranza, contemplazione)? Mi dà serenità il fatto che Dio sia al di sopra di tutto e di tutti e che: tutto avviene sotto il suo sguardo d’amore e di libertà?

1 Dal discorso di Paolo VI all’ONU, 4 Ottobre 1965.

2 Dal discorso del Vicario al termine del convegno diocesano 2017, citando Evangelii Gaudium di Papa Francesco.

 

Fare la volontà del Padre

Fare la volontà del Padre

30. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 1 OTTOBRE 2017 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO (A)

  • Vangelo  Mt 21, 28-32

    Dal vangelo secondo Matteo
    In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo».
    E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
    E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».
     

CHI FECE LA VOLONTA’ DEL PADRE?

La chiave che apre al messaggio profetico di questa parabola – che è una risposta ferma di Gesù alla questione circa la sua missione – ruota come fulcro intorno alla domanda: chi fece la volontà del Padre? “La parabola – perciò – è costruita sul confronto tra due fratelli. Il confronto diventa paradossale, addirittura scandaloso, nella conclusione, dove si afferma che le persone palesemente ingiuste sono da preferire a quelle ritenute giuste. Queste infatti non sentono alcun bisogno di conversione”1. La fede autentica non è fare la propria volontà, o peggio abbassare Dio alle nostre, seppur giuste, volontà o peggio ancora voglie… Quanto invece chiederci: ma Dio cosa vuole da me? Chi vuole “chi io sia”? Cosa vuole “che io faccia”? “Nelle parabole ci sono spesso due figure contrastanti, – come nella parabola del figlio prodigo – che si illuminano a vicenda. Sono in realtà una sola persona: sono io che leggo, anche se penso di essere sempre una terza persona! Infatti sono il fratello minore di Lc 15,11ss che trasgredisce, ma invidia con nostalgia le sicurezze del maggiore; e sono anche il maggiore che obbedisce, ma invidia con rancore la libertà del minore. In realtà i due fratelli sono uguali: hanno la stessa immagine del padre, ritenuto un padrone esigente al quale ribellarsi o piegarsi. Devo cambiare la mia idea su di Lui. E questo è possibile solo se, oltre l’esperienza di ribellione o di schiavitù, scopro che Lui amore e libertà. In questa parabola io sono quello che dice sì a parole, ma non con i fatti: non voglio fare la volontà del Padre, proprio come quello che dice no. Ma solo se lo so, posso pentirmi e cambiare” 2.

UNA MALATTIA DELLA FEDE: DIO PADRE O PADRONE?

Sembrerà un paradosso, ma per quanto sia bello pensare a Dio come Padre amorevole e misericordioso: l’umanità vive sempre il rapporto con Lui come fosse un Padrone… a cui rivolgerci per chiedergli la grazia… ciò che vogliamo… Indicatori di una fede malata sono molti che ci fanno vivere questo rapporto come se Dio fosse un padrone, oppure un Padre padrone: una eccessiva enfasi della propria appartenenza religiosa, una religiosità ossessiva che diventa scrupolosità, o che diventa un entusiasmo proselitista, o carità squilibrata, o trattare i libri sacri come libri magici, peggio ancora l’eccessiva fissazione sul diavolo o la ricerca sfrenata di emozioni che sembrano “estasi” o peggio ancora lo shopping religioso che se sfrenato diventa feticismo…3.

LA COSCIENZA DEL SI E DEL NO

Si Signore, ma non andò. La risposta del primo esprime un rapporto difficile con il padre, lo vive come padre-padrone. Si Signore!. E’ un rapporto che esclude ogni libertà ma che apre alla disobbedienza. Fa bella figura davanti al padre perché dice: si Signore. L’apparenza lo acceca di essere bravo davanti al padre, ma di fatto recalcitra. Le scelte della fede non vanno fatte perché Dio è padre-padrone, non si segue Dio per apparenza alla comunità, ai catechisti, ai sacerdoti o a chissà chi! La fede è un atto libero di affidamento, una risposta, un SI ad una domanda, che però preclude la LIBERTA’. Senza la libertà l’atto di fede non è tale, ma è condanna. Seguo Dio nella libertà oppure solo per precetto o peggio ancora per apparenza?

Non ne ho voglia, ma poi pentitosi, andò. Il secondo fratello è libero nel parlare con il padre, pedr lui anche forse è un po’ padre-padrone, ma almeno è sincero: non è li per apparenza è per sudditanza precettualista. Il suo SI, parte dal pentimento che non è una presa di responsabilità soltanto, ma un movimento del cuore. Lo faccio, ci vado, anche se non ne ho voglia, se questo mi costa sacrificio: perché ho un cuore, ho una coscienza. La fede è questo: scegliere per Dio Padre. Sapere che, nonostante forse non ne ho voglia, il cuore, la coscienza mi fa chiedere: cosa mi chiede Dio? A cosa devo obbedire? Fare la volontà di Dio scomoda sempre, cosi come fare la carità! La coscienza ci fa vivere con il cuore la nostra scelta del SI, se questo scegliere per la fede ci scomoda. Il cammino di fede non si da nella comodità, nella sicurezza, nell’ovatta! Si da nella soddisfazione di un SI da dire a Dio per fiducia e per amore. Lui è tuo Padre! Lui è mio Padre! Quale padre darà al figlio un sasso se gli chiede un pane oppure uno scorpione…? Il mio cammino di fede, fatto di interiorità ed esteriorità, va cercando comodità e sicurezza, oppure è fiducia in Dio che è Padre?

Giovanni Battista, non ascoltato e non sopportato dai credenti del tempo, Gesù peggio è morto in croce… perché il popolo religioso vedeva soltanto gli uomini da contestare, come noi vediamo la gerarchia della Chiesa o chi in essa ha dei carismi… Tutto è contestabile: ma bisogna poter riconoscere nella Chiesa la Presenza di Dio dentro le persone che la contengono. Dio non si dà nell’astrazione della preghiera e dei dogmi ideali, quanto invece nel rapporto – anche difficile – vicendevole con i fratelli, i presbiteri, i vescovi ecc… Non accettare che Dio è presente in questo è, come essere, i rimproverati da Gesù nella spiegazione della parabola.

Sicuro dobbiamo sentirci semplici, ultimi, peccatori, cioè: preferiti da Dio per poterci sentire scelti e destinatari di una scelta, di una promessa e di una alleanza.

1 SILVANO FAUSTI, Una comunità legge Matteo, Bologna 1998, p. 448.

2 Ibid, p. 449.

3 G. CREA, L.J. FRANCIS, F. MASTROFINI, D. VISALLI, Le malattie della fede, Bologna 2014.

 

L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo

L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo

22. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017 – XXV DEL TEMPO ORDINARIO

Vangelo  Mt 20, 1-16

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

L’OCCHIO E’ LA FINESTRA DEL CUORE1

La “chiave” di questa parabola è nel versetto 15, tradotto male dal greco: o il tuo occhio (oftàlmos) è cattivo perché io sono buono. “L’occhio buono dice evidentemente un atteggiamento fondamentale dell’amore del prossimo che ispira generosità nei suoi riguardi. L’occhio cattivo al contrario indica un atteggiamento fondamentale di egoismo che vorrebbe tutto accaparrare, niente dare agli altri e può generare invidia, gelosia ed egoismo. Del Signore della parabola si può dire che il suo occhio è buono. In Lui c’è l’amore del prossimo e quando l’occasione si è presentata quest’amore si è manifestato nei riguardi degli ultimi. I primi hanno l’occhio cattivo perché il loro egoismo li chiude nelle strettezze di una giustizia di cui sono centro essi stessi. Se il loro fondamentale atteggiamento fosse stato di amore disinteressato per gli altri, essi avrebbero raggiunto il padrone sul terreno della carità. Anche senza rallegrarsi per la situazione accordata agli ultimi l’avrebbero almeno accettata senza lamentele”2. L’occhio dei farisei che si scagliavano contro Gesù, non accettavano a giuste ragioni – come giusto era il salario pattuito dal padrone con i suoi operai alla vigna – l’apertura di Gesù stesso verso i peccatori e addirittura verso i pagani. Con gli ebrei Dio aveva fatto un patto – come il padrone della vigna con gli operai aveva un contratto – ma con i peccatori ed i pagani non c’era stato: è lo sguardo d’amore, l’occhio di Gesù, che si rivolge agli ultimi. Il proprietario della vigna non è venuto meno al patto con i suoi operai, ha solo elargito quanto non pattuito con quelli assoldati dopo, senza patto… Nella vigna del Signore, nel Popolo di Dio, nella Chiesa ancora c’è questo fariseismo della gelosia, della invidia, dell’odio – anche se diciamo di no…, guardando agli altri a volte come dei “privilegiati” scelti erroneamente dalla Chiesa – un egoismo di chi crede di aver capito giustamente tutto e si erige a “sindacalista” – dice il vangelo – brontolando… Nella onestà davanti a Dio come mi pongo davanti a questi sentimenti? Mi riconosco nel brontolio?

LA MATEMATICA DEGLI ULTIMI E DEI PRIMI

Nessun compenso pattuito con gli ultimi, eppure ricevono quanto i primi! I conti non tornano! E proprio dagli ultimi il padrone comincia, facendosi liberamente vedere dai primi… ULTIMI perché inoperosi, perché nessuno li ha assoldati. ULTIMI perché agli occhi di chi passa o di chi resta risultano ZERO: “piccoli eroi maltrattati, lasciati soli in un angolo oscuro, Mentre vanno cercando una strada una luce, un riparo, una guida ecco che si ritrovano sempre fra le grinfie dell’ultimo Giuda. Gli ultimi… Sono gli ultimi in fondo alla lista sono lì e non li vede nessuno di cui la sola speranza non basta… Sono loro che chiudono il cerchio di un destino fin troppo scontato che ti stampa indelebile un marchio. Sono grato agli zeri del mondo per la loro assoluta pazienza perché vogliono, osano, credono rispettando la loro coscienza3. Su questi ultimi umili lo sguardo di Gesù si posa con amore, li fa partecipi della sua “vigna eterna” non tra gli altri: ma come primi! Perché buoni, non brontolano, ma rispettano la loro coscienza: questi nel mondo, anche se non fanno parte della Chiesa, ci passeranno avanti nel Regno dei cieli. Circa gli ultimi, poveri, “rispetto a qualche anno fa, rispetto al vecchio mondo come era prima della globalizzazione, abbiamo certo un po più di cose materiali, ma stiamo perdendo una cosa fondamentale. Stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini. La SPERANZA. Perché il fantasma della povertà è un fantasma che …possiamo respingere… Nella grande famiglia delle idee il MERCATISMO… la fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto negli ultimi anni, ha un antenato molto illustre: L’ILLUMINISMO”4. L’illusione che l’uomo può farcela da solo e quel che ha conquistato può venderlo o barattarlo… Si baratta tutto: idee, comportamenti e tanto tanto altro… Perché l’uomo ormai dall’illuminismo al mercatismo, si sente il proprietario del mondo, il proprietario della storia, della vita, della chiesa, dell’altro… Riconosco questa condizione generale che è in tutti – oggi – di uomini e donne ammalate di “mercatismo”? La bontà, il non brontolare, la carità: sono ancora valori non negoziabili, gratuiti, che anche non danno soddisfazione a volte?

IL TEMPO: URGE AMARE!

L’occhio del padrone della Parabola è presente per tutto il TEMPO, dentro e fuori dalla Vigna. Come l’occhio di Dio è presente: dentro e fuori la sua Chiesa… Ma nella parabola emerge una urgenza: il padrone va in giro ad assoldare gente che entri nella vigna, nel Regno dei cieli. Li assolda con amore, con gratuità! Oggi è urgente amare, non c’è più tempo per amare, il tempo passa, il problema è rimasto lo stesso: AMARSI. E’ urgente oggi tornare veramente ad amare; bisogna ridare all’amore il suo tempo che è: dialogo, scambio, tenerezza, perdono, pazienza, attesa orante, bontà, e quant’altro… l’amore abbisogna per gustare il frutto della vigna, per gustare il frutto del Regno di Dio. Oggi amiamo male, troppo poco o troppo tardi: ma verremo giudicati sull’amore! Quando viviamo usiamo l’ “occhio” dell’amore! Ci accorgiamo che non bastiamo a noi stessi, che c’è bisogno di rimettere al centro l’amore che Gesù di Nazareth ci ha predicato, con la sua vita, con la sua passione morte e resurrezione. L’amore poi non riguarda troppo “il fare” per chi amiamo, ma l’ “essere”: l’ “esserci” con e per amore.

1 SILVANO FAUSTI, Una comunità legge Matteo, 1998, Bologna.

2 J. DUPLACY, Le maitre genereux et les ouvries egoistes, in BVC 44 (1962) 21-22.

3 RENATO ZERO, Tutti gli zeri del mondo, tratti del testo della canzone.

4 G. TREMONTI, La Paura e la Speranza, 2008, Milano, p. 8.

 

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

15. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017 – XXIV DEL T.O.

Vangelo  Mt 18, 21-35

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMETTERE COLPE: IL PECCATO

Gesù ancora una volta sovverte il senso del “peccato” e del “perdono” rispetto all’antico Israele. Per il nuovo testamento il peccato non è una contravvenzione ad una regola di cui bisogna pagare pegno, quanto, detto con la lingua originale greca con cui il testo è stato scritto, il peccato è: amastèsei, hamartèsei, tradotto con commettere colpe, ma alla lettera: MANCARE IL BERSAGLIO!

Al tempo di Gesù i midrash, gli antichi interpreti della legge dell’antico testamento, avevano regolato una quantità di volte per cui il peccato poteva essere perdonato, a seconda del peccato che si commetteva. Ma Gesù sposta questo discorso morale e di colpevolezza alla grandezza e alla gratuità del Regno di Dio – vero “bersaglio” dell’uomo – stravolgendo la matematica del perdono ebraico ed inaugurando una nuova cultura del perdono. Inaugura questo perdono di settanta volte sette che significa sempre e comunque, ma lo fa tornando alla Genesi del perdono, a Genesi capitolo 4, versetto 24: Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette (errore di traduzione sulla bibbia mette settantasette). Cosicché il peccato non è un debito su qualcosa di giusto o sbagliato che commettiamo od omettiamo, quanto invece il non renderci conto del “bersaglio”, del Regno dei cieli: di quanto Dio ci ha dato e di cosa siamo destinatari! Ecco che il peccato non ci fa riconoscere Dio e quanto Egli ci ha donato… a cominciare dalla vita… come quel Re della parabola creditore di diecimila talenti (che soltanto un re potente può avere). Un talento è circa 6000 giornate lavorative, 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di salari quotidiani; per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare 200.000 anni senza mangiare… Erode il grande aveva un budget di 900 talenti, tutta la Galilea nel 4 a.C. aveva un gettito fiscale non superiore a 200 talenti… Una cifra esagerata dunque che dà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Che cosa mi ha dato Dio? Il Regno dei cieli è il “bersaglio”, l’obiettivo della mia vita? Ci sentiamo in “debito” con Dio?

LA COMPASSIONE DEL RE

Non era ne usanza ne legalità, neanche per un Re, al tempo di Gesù nell’Impero romano: vendere le persone o percuoterle… se non nel caso dell’usuraio, anche oggi esistente… nel caso di debitore. Allora la violenza di cui era destinatario il debitore della parabola non è un aspetto legale per ripagare il debito, ma è la qualificazione dell’indegnità umana davanti al dono di Dio, indegnità che a sua volta si fa violenta. La preghiera del debitore è la richiesta esasperata della pazienza, di una Macro Pazienza, di una enorme pazienza che soltanto Dio può avere. Il debitore – illude e si illude (come il peccato) – si impegna a restituire, a riparare ma, la sorpresa grande è il condono totale da parte del Re. Mosso a compassione è una frase forte, Dio muove le sue viscere materne, gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione fa compassione! Cerco un modo per espiare il mio peccato oppure mi rimetto alla misericordia di Dio che realmente mi cambia la vita? Che rapporto ho con il “senso di colpa”?

LA RISPOSTA DEL CONDONATO AI SUOI DEBITORI

Il debitore del Re, condonato per compassione, suo malgrado aveva dei debitori che lo pregavano allo stesso modo di come lui pregava il Re quando era debitore: abbi pazienza con me e restituirò. Ma lui non decide di fare come il Re che gli ha condonato, quanto invece di mandare in prigione i suoi debitori. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona non è amore. Non perdonare significa “mettere in prigione”, non perdonare è farla pagare a chi ci fa o ha fatto del male, fosse anche la “prigione” dell’indifferenza… e’ una condizione interiore il perdono che, sapendoci perdonati da Dio, proviamo compassione per chi ci fa del male e non rispondiamo al male con il male, non imprigioniamo l’amore anche laddove non è possibile riconciliarsi: ma se il fratello torna e chiede perdono: il perdono gli è dovuto! Il perdono gli è dovuto! Abbi pazienza con me! Sappiamo perdonare chi ci chiede perdono?

PERDONARE DAI NOSTRI CUORI COME IL PADRE

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. In questa frase c’è tutto l’amore ricevuto e donato nel per-dono. Il perdono è la vittoria costante dell’amore, la vittoria di Dio nella nostra vita per la nostra fede autentica e credibile. La comunità fraterna nasce nel perdono reciproco: ognuno perdona come è e, perché, è perdonato. Se non vivo da fratello non vivo da figlio e, se non vivo da figlio: sono morto. Il peccato porta alla morte perché è l’amore è di Dio, anzi Dio è amore. Se continuamente dell’altro ricordo il suo errore, il perdono è davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe più respirare (Sal 130,3).

Se non riesco a perdonare cosa devo fare? Invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei “diecimila talenti” di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai cento denari che l’altro mi deve. Perché: l’amore, l’amicizia, la familiarità, la compagnia e quant’altro ci fa bene nella nostra vita, non si compra con il nostro fare, tanto meno con i nostri denari; cosi come il perdono non si ottiene con l’espiazione fatta di preghiere, atti di elemosineria e quant’altro: quanto invece prendendo coscienza dell’amore di Dio

CRISTO ESPIATORE HA PAGATO IL NOSTRO DEBITO

I mio, il tuo peccato: è espiato perché Dio ha mandato il suo Figlio a morire in Croce per noi. Lo “aguzzino” della parabola, che si chiama “morte”: si è abbattuto su Cristo per redimerci: felice colpa, che merito un così grande salvatore, felice colpa! Così ci viene annunciata la Pasqua nella notte santa. E se Cristo è morto per espiare i nostri peccati e liberarci dall’aguzzino della morte, chi siamo noi per tenere in “prigione” l’amore che scaturisce nella sua realtà più profonda, piena e credibile, nel perdono? Ma ci sentiamo in debito con Dio? Il Suo Regno da senso alla nostra vita?

 

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