Lectio divina sul Vangelo di domenica 27 Marzo

Lectio divina sul Vangelo di domenica 27 Marzo

24. marzo, 2022News, QuaresimaNo comments

CONVERSIONE
DALLA CONNESSIONE ALLA COMUNIONE

 

 

L’attesa del Padre

La vulnerabilità del figlio: vergogna e paura

La compassione del Padre

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
 

In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

MEDITAZIONE 
La mormorazione dei perfezionisti farisei indica un Gesù che accoglie senza vergogna e paura, anzi con una certa empatia: i peccatori. Così la parabola che ne segue è un insegnamento profondo su chi è l’uomo e chi è Dio…E: chi è l’uomo per Dio?
Dio è il Padre dell’umanità che ha dato in eredità alla umanità stessa il valore più grande che è prova di amore: la libertà!
Il Padre della parabola non sembra essere in connessione con i suoi figli, sia con il minore prodigo, che con il maggiore che è sempre stato con lui… La connessione tra umani da scopo e significato alla nostra vita, ancor più la connessione tra l’umanità e Dio… Ma questa connessione spesso, o non viene a crearsi, oppure, si spezza. La comunione spezzata è quel desiderio di libertà da Dio e, spesso anche dal prossimo (spesso anche da noi stessi), che ci spinge a rompere i rapporti, con Dio o con il prossimo. Ma senza connessione siamo vulnerabili.
La vulnerabilità è il primo elemento positivo ed essenziale che fa “ritornare” il figlio minore, la vulnerabilità non è sintomo di debolezza, ma è il cuore della vergogna e della paura: padre ho peccato contro il cielo è contro di te, non sono più degno… pensava tra se il figlio minore con paura e vergogna prima del ritorno. Ha fallito il suo progetto di vita, ha fallito disconnettendosi con il padre: il fallimento è una costante umana di paura per la vergogna che provoca… il fallimento del figlio minore ti sussurra: non sei all’altezza, non vali abbastanza, non sei pulito e, ti fa sentire, che non meriti più questa connessione, che non ne sei capace…
La grandezza di questo figlio minore, quella che Dio si aspetta da noi, non è quella del biasimo, che risulta essere un modo per scaricare il dolore ed il disagio – voleva mangiare delle carrube dei porci ma nessuno gliene dava – ma, riconoscere i propri errori, i propri fallimenti ed affrontare la vergogna e la paura: ho peccato contro il cielo è contro di te e, chiedere perdono…
La via delle perfezione della fede non sta tanto nell’essere infallibili, precisi, forti e motivati, come il figlio maggiore, quanto invece: nell’essere veri, nel fare della vulnerabilità il punto di forza grazie il quale il Padre ci viene incontro senza recriminarci, guardandoci vergognosi e impauriti, ma ridandoci la dignità di suoi figli!
Ritornare a Dio e ritornare a noi stessi, alle connessioni tagliate, alla comunione negata: ritornare a Dio, ai nostri fratelli e a noi stessi constatando la nostra vulnerabilità che ci porta alla vergogna e alla paura. Il figlio prende coraggio nella decisione del ritorno (cor da cuore), riceve la compassione del Padre e con Lui connette un rapporto di comunione… Si passa dalla mancata connessione alla comunione!
La festa è questa compassione del Padre per la vergogna e la paura del figlio, la festa è questo amore di empatia profonda che si instaura tra i due, la festa rende certo l’Amore, che prima era incerto o perso! La vulnerabilità – diremmo il peccato – diventa essenziale, se riconosciuta e accettata di me e degli altri, che, espone alla vergogna e alla paura, ma ci dice che noi: siamo abbastanza! Che noi così come siamo piacciamo a Dio, che noi – nonostante i fallimenti che chiamiamo peccati – valiamo per il Padre la morte di Cristo in Croce!
L’accoglienza del padre al ritorno del figlio minore descrive l’Empatia divina per l’umanità e, quell’empatia di Cristo che attira i peccatori, è l’antidoto alla vergogna come per il figlio prodigo: L’empatia , che coniugata al livello delle virtù della teologia, significa carità, amore per il prossimo, possa non farci connettere ma aprire alla comunione con noi stessi, con Dio e con il nostro prossimo.
Dio sta sempre in attesa di noi: di un ritorno, di un riscatto, di una crescita, di un rapporto autentico che osi tanto con Lui e con il prossimo.

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

15. settembre, 2017QuaresimaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017 – XXIV DEL T.O.

Vangelo  Mt 18, 21-35

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMETTERE COLPE: IL PECCATO

Gesù ancora una volta sovverte il senso del “peccato” e del “perdono” rispetto all’antico Israele. Per il nuovo testamento il peccato non è una contravvenzione ad una regola di cui bisogna pagare pegno, quanto, detto con la lingua originale greca con cui il testo è stato scritto, il peccato è: amastèsei, hamartèsei, tradotto con commettere colpe, ma alla lettera: MANCARE IL BERSAGLIO!

Al tempo di Gesù i midrash, gli antichi interpreti della legge dell’antico testamento, avevano regolato una quantità di volte per cui il peccato poteva essere perdonato, a seconda del peccato che si commetteva. Ma Gesù sposta questo discorso morale e di colpevolezza alla grandezza e alla gratuità del Regno di Dio – vero “bersaglio” dell’uomo – stravolgendo la matematica del perdono ebraico ed inaugurando una nuova cultura del perdono. Inaugura questo perdono di settanta volte sette che significa sempre e comunque, ma lo fa tornando alla Genesi del perdono, a Genesi capitolo 4, versetto 24: Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette (errore di traduzione sulla bibbia mette settantasette). Cosicché il peccato non è un debito su qualcosa di giusto o sbagliato che commettiamo od omettiamo, quanto invece il non renderci conto del “bersaglio”, del Regno dei cieli: di quanto Dio ci ha dato e di cosa siamo destinatari! Ecco che il peccato non ci fa riconoscere Dio e quanto Egli ci ha donato… a cominciare dalla vita… come quel Re della parabola creditore di diecimila talenti (che soltanto un re potente può avere). Un talento è circa 6000 giornate lavorative, 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di salari quotidiani; per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare 200.000 anni senza mangiare… Erode il grande aveva un budget di 900 talenti, tutta la Galilea nel 4 a.C. aveva un gettito fiscale non superiore a 200 talenti… Una cifra esagerata dunque che dà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Che cosa mi ha dato Dio? Il Regno dei cieli è il “bersaglio”, l’obiettivo della mia vita? Ci sentiamo in “debito” con Dio?

LA COMPASSIONE DEL RE

Non era ne usanza ne legalità, neanche per un Re, al tempo di Gesù nell’Impero romano: vendere le persone o percuoterle… se non nel caso dell’usuraio, anche oggi esistente… nel caso di debitore. Allora la violenza di cui era destinatario il debitore della parabola non è un aspetto legale per ripagare il debito, ma è la qualificazione dell’indegnità umana davanti al dono di Dio, indegnità che a sua volta si fa violenta. La preghiera del debitore è la richiesta esasperata della pazienza, di una Macro Pazienza, di una enorme pazienza che soltanto Dio può avere. Il debitore – illude e si illude (come il peccato) – si impegna a restituire, a riparare ma, la sorpresa grande è il condono totale da parte del Re. Mosso a compassione è una frase forte, Dio muove le sue viscere materne, gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione fa compassione! Cerco un modo per espiare il mio peccato oppure mi rimetto alla misericordia di Dio che realmente mi cambia la vita? Che rapporto ho con il “senso di colpa”?

LA RISPOSTA DEL CONDONATO AI SUOI DEBITORI

Il debitore del Re, condonato per compassione, suo malgrado aveva dei debitori che lo pregavano allo stesso modo di come lui pregava il Re quando era debitore: abbi pazienza con me e restituirò. Ma lui non decide di fare come il Re che gli ha condonato, quanto invece di mandare in prigione i suoi debitori. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona non è amore. Non perdonare significa “mettere in prigione”, non perdonare è farla pagare a chi ci fa o ha fatto del male, fosse anche la “prigione” dell’indifferenza… e’ una condizione interiore il perdono che, sapendoci perdonati da Dio, proviamo compassione per chi ci fa del male e non rispondiamo al male con il male, non imprigioniamo l’amore anche laddove non è possibile riconciliarsi: ma se il fratello torna e chiede perdono: il perdono gli è dovuto! Il perdono gli è dovuto! Abbi pazienza con me! Sappiamo perdonare chi ci chiede perdono?

PERDONARE DAI NOSTRI CUORI COME IL PADRE

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. In questa frase c’è tutto l’amore ricevuto e donato nel per-dono. Il perdono è la vittoria costante dell’amore, la vittoria di Dio nella nostra vita per la nostra fede autentica e credibile. La comunità fraterna nasce nel perdono reciproco: ognuno perdona come è e, perché, è perdonato. Se non vivo da fratello non vivo da figlio e, se non vivo da figlio: sono morto. Il peccato porta alla morte perché è l’amore è di Dio, anzi Dio è amore. Se continuamente dell’altro ricordo il suo errore, il perdono è davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe più respirare (Sal 130,3).

Se non riesco a perdonare cosa devo fare? Invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei “diecimila talenti” di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai cento denari che l’altro mi deve. Perché: l’amore, l’amicizia, la familiarità, la compagnia e quant’altro ci fa bene nella nostra vita, non si compra con il nostro fare, tanto meno con i nostri denari; cosi come il perdono non si ottiene con l’espiazione fatta di preghiere, atti di elemosineria e quant’altro: quanto invece prendendo coscienza dell’amore di Dio

CRISTO ESPIATORE HA PAGATO IL NOSTRO DEBITO

I mio, il tuo peccato: è espiato perché Dio ha mandato il suo Figlio a morire in Croce per noi. Lo “aguzzino” della parabola, che si chiama “morte”: si è abbattuto su Cristo per redimerci: felice colpa, che merito un così grande salvatore, felice colpa! Così ci viene annunciata la Pasqua nella notte santa. E se Cristo è morto per espiare i nostri peccati e liberarci dall’aguzzino della morte, chi siamo noi per tenere in “prigione” l’amore che scaturisce nella sua realtà più profonda, piena e credibile, nel perdono? Ma ci sentiamo in debito con Dio? Il Suo Regno da senso alla nostra vita?

 

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