Rimanete nell’Amore di Dio

Rimanete nell’Amore di Dio

3. maggio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 6 APRILE 2018 – VIa DI PASQUA (b)

 

  • Vangelo Gv 15, 9-17

    Dal vangelo secondo Giovanni

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
    Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
    Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

RIMANETE: LA PERMANENZA NEL RAPPORTO CON DIO E LA COMUNITA’

Gesù continua la sua predicazione sviluppando l’idea dalla permanenza in lui come modo e mezzo di vita per il discepolo. Dopo avere utilizzato la similitudine della vite ed i tralci (GV 15,1-8), chiarisce ora che tale permanenza non è inattività pietistica né abbandono della propria iniziativa: la permanenza esige attuazione dei suoi comandamenti, l’amore si esprime nell’obbedienza puntuale ed è fonte di allegria piena. E siccome il comandamento nasce dall’amore che Dio ha per noi, si
riferisce anche all’amore che dobbiamo avere mutualmente. Questo amore, imposto da chi ce lo ha insegnato, non ha limite, neanche la propria vita, perché bisogna essere disposti a donarla per gli amici. Chi ubbidisce non è servo, bensì amico dell’Amante. Non vi è maggiore felicità. Il cristiano che non si sente amato, difficilmente potrà amare né sentirsi felice. Si è amati da Dio non perché lo invochiamo, neanche perché lo desideriamo, ma bensì perché facciamo il suo volere, amando il prossimo senza limiti, con tutta la vita. Giovanni che scrive per la sua comunità sa per Rivelazione che l’amore di Dio per gli uomini non cambia, “rimane”… Cosicché soltanto nel vincolo dello “rimanere” in Dio nella comunità cristiana, l’uomo, può fare esperienza di questo amore: imperfetto su questa terra, perfetto nel Paradiso. Dopo la discesa dello Spirito santo, Gesù risorto, non è più apparso su questa terra e, il suo Amore, è mediato dalla comunità cristiana che celebra i sacramenti e ascolta la sua Parola, sempre in quella imperfezione di questo mondo; ecco perché negli Atti degli apostoli e nelle lettere del nuovo testamento si fa sempre riferimento all’essere assidui, all’essere permanenti, perseveranti… Come vivo la tentazione del non rimanere?

L’AMORE VERO RIMANE: E’ STABILE PER SEMPRE

L’amore, origine e principio della relazione Padre-Figlio (Gv 3,35; 5,20; 10,17) è il motivo ed il termine di paragone nella relazione che deve esistere tra Gesù ed i suoi discepoli (Gv 15,9). Il Padre è la fonte dell’amore che Cristo ha per i suoi, quell’amore è, in realtà, riflesso ed imitazione, dell’amore con il quale Cristo si sente amato. La permanenza in quella relazione amorosa, intradivina, si ottiene con un’obbedienza concreta (Gv 15,10), come quella del Figlio. La stessa cosa che è per Cristo (Gv 14,31), è per il cristiano: amare ed osservare i comandamenti è la stessa cosa (Gv 14,15.21.23). Il parallelismo della formulazione potenzia l’audacia dell’affermazione: osservare il volere di Gesù, concretizzato nei suoi comandamenti, è visto come amore. Cristo rimane nell’amore del Padre, perché osserva i suoi comandamenti; quello che è meta ottenuta in Cristo, è per il cristiano obiettivo da raggiungere; l’attuazione del Figlio è stimolo e fonte di quella dei credenti. Se non fosse perché abbiamo sentito parlare del mandato dell’amore fraterno con troppa frequenza, ci risulterebbe scomoda, quasi insopportabile, l’esigenza di Gesù nel vangelo di oggi: “Questo vi comando che vi amiate gli uni gli altri“. Perché, guardando bene, chi di noi crede che sia possibile, che sia esigibile, amare il suo prossimo? Sembra che man mano che avanziamo nella vita, ci facciamo un’altra idea più che accumulare delusioni in questo campo. E non è che non contiamo sull’amore di quanti non conosciamo o che diamo per naturale l’indifferenza degli sconosciuti; è che neanche riusciamo ad amare coloro che ci amano, come essi si meritano, come avevamo promesso loro. Né ci sentiamo amati da essi come desideriamo ed abbiamo perfino chiesto loro qualche volta. Gli innamorati promettono o esigono amore fedele. Se l’amore al parente, al conoscente, all’amico, è tanto impensabile, come è possibile che Gesù ci imponga l’amore al prossimo, allo sconosciuto, al non amato?
Bisognerebbe accorgersi di questo: dobbiamo amarci, perché siamo stati oggetto di amore. Come il Padre mi ha amato, così anche io vi ho amati; rimanete nel mio amore. Prima di dover cercare il prossimo da amare, Cristo è venuto a cercarci, si è avvicinato, ci ha scelti col suo amore: non siete voi che avete scelto me; sono io che ho scelto voi. Venendo al nostro incontro, avendoci eletti come persone da amare, Gesù ci ha facilitato il compimento di suo volere: ci basterebbe rimanere nel suo amore. “È l’amore quello che fa osservare i suoi precetti o è l’osservanza dei suoi precetti quello che genera l’amore? si domandò Sant’Agostino – E rispondeva: “Colui che non ama non ha motivi per osservare i precetti… Noi osserviamo i suoi precetti affinché egli ci ami, perché, se egli non ci ama, non possiamo osservare le sue parole”. Non fummo scelti perché eravamo già buoni, siamo amati affinché riusciamo ad esserlo. L’amore umano è imperfetto fino al più vile del deludere: il tradimento. Ma chi ama in Dio sa portare la croce perché comprende che l’amore richiede il Sacrificio: richiede il dare la vita.

LA MISSIONE DEL CRISTIANO: AMARE PORTA GIOIA VERA

La gioia, bene messianico, che Gesù, ubbidiente ed amato, sente sua sarà, allora, patrimonio completo dei discepoli docili (Gv 15,11). Davanti ad un Cristo che deve assentarsi, i cristiani sapranno conservare la gioia se si amano: l’obbedienza dovuta al Signore si identifica con l’amore reciproco (Gv 15,12; 13,34); la gioia di vivere accompagna la vita fraterna, fino al ritorno del Signore. La misura di quell’amore fraterno che non è libero ma oggetto di mandato, non è all’arbitrio del discepolo: l’amore del cristiano ha l’amore di Cristo come norma e limite. Consegnare la propria vita allude alla morte volontaria di Gesù (Gv 15,15.24). Egli come dell’amore di Cristo sostenta l’obbligatorietà del suo mandato e stabilisce le sue frontiere. Questo amore, pertanto, “è distinto da quello con il quale si amano gli uomini come uomini” (Sant’Agostino): finché ha vita, il cristiano dovrà amare il suo fratello e può, perfino perdere la vita pur di non smettere di amarlo (Gv 15,12-13. 1; Cor 13,3; Rom 5,6-8). La disponibilità per fare la volontà del Padre può portare, dunque, fino a dare la propria vita per gli amici. La gioia vissuta per obbedienza non è mai illusoria, neanche davanti alla propria morte.
Qui, senza dubbio, sta la radice della nostra incapacità di amare. Non sappiamo amare, crediamo impossibile l’amore per altri, perché non ci sappiamo amati da Dio, perché, sinceramente, non crediamo possibile che Egli, Dio, ci ami. O non ci andrebbero diversamente le cose, pensiamo, se gli importassimo qualcosa, se ci amasse almeno un po’? Questa domanda che tante volte ci siamo fatti, questo dubbio tanto normale, è in realtà una reazione sconsiderata verso Dio. E siccome ci immaginiamo l’amore di Dio secondo quello che da Lui desideriamo e con le forme che crediamo ci convengano, non stiamo sperimentando quanto Egli ci vuole bene, quanto è grande il suo amore; solo perché non capiamo o non accettiamo il suo modo di amarci, ci stiamo privando di sentirci amati. E chi non si sente amato, è inabile ad amare.

Rimanete in me

Rimanete in me

26. aprile, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 29 APRILE 2018 – Va DI PASQUA (b)

 

Vangelo  Gv 15, 1-8

Dal vangelo secondo Giovanni
1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

LA PAROLA DEL RISORTO

Nel vangelo secondo Giovanni ci sono parole di Gesù alle quali purtroppo siamo abituati e che dunque ascoltiamo o leggiamo in modo superficiale. In verità confesso che queste parole mi sembrano folli, mi sembrano pretese assurde, che un uomo equilibrato non può avanzare. Solo quando le leggo o le ascolto quali parole del Risorto vivente, del Kýrios, del Signore in mezzo alla sua chiesa (cf. Gv 20,19.26), mi sento di accoglierle come parole di verità e di vita. Ma allora mi danno quasi le vertigini e mi fanno sentire inadeguato di fronte alla rivelazione del mistero… I brani giovannei che ascoltiamo nel tempo pasquale e che innanzitutto testimoniano – come si vedeva domenica scorsa – le affermazioni di Gesù “Io sono…”, possono urtarci, possono sembrare incomprensibili… eppure sono parole del Signore!

 

CRISTO VERA VITE

La pagina odierna è tratta dai “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33), parole – lo ripeto – del Risorto. Gesù afferma: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore, il vignaiolo”. Per un ebreo credente la vite è una pianta familiare, che insieme al grano e all’olivo contrassegna la terra di Israele; è la pianta da cui si trae “il vino, che rallegra il cuore umano” (Sal 104,15). Proprio la vite era diventata l’immagine del popolo di Israele, della comunità del Signore: vite scelta, strappata all’Egitto e trapiantata (cf. Sal 80,9-12), coltivata con cura e amore dal Signore, che da essa attende frutti (cf. Is 5,4). Gesù, rivelando di essere lui la vite vera (alethiné) – come Geremia proclama di Israele: “Ti ho piantato come vite vera (alethiné)” (Ger 2,21) – si definisce l’Israele autentico, piantato da Dio, dunque pretende di rappresentare tutto il suo popolo. Egli è la vite vera e Dio, chiamato con audacia “Padre”, è il vignaiolo, colui che la coltiva. I profeti nella loro predicazione si erano più volte serviti di questa immagine per parlare dei credenti: Dio è il vignaiolo che ama la sua vigna ma da essa è frustrato (cf. Is 5,1-7; Ger 2,21; 5,10; 6,9; 8,13); Dio è il vignaiolo che piange la sua vigna, un tempo rigogliosa ma ora bruciata (cf. Os 10,1; Ez 15,1-8); Dio è il vignaiolo invocato in soccorso della sua vigna devastata e recisa (cf. Sal 80,13-17). Sì, Gesù, il Messia di Israele, è la vigna che ricapitola in sé tutta la storia del popolo di Dio, assumendo i suoi peccati e le sue sofferenze.

 

LA CHIESA “VIGNA”

Gesù però è anche la vigna che è la sua comunità, la chiesa, e – come dice Paolo servendosi della metafora del corpo che, seppur formato dal capo e dalle membra è uno solo (cf. Rm 12,4-8; 1Cor 12,12-27) – egli è la pianta e i credenti in lui sono i tralci: ma la pianta della vite è sempre una! Il Padre vignaiolo, avendo cura di questa vite e desiderando che faccia frutti abbondanti, interviene non solo lavorando la terra ma anche con la potatura, operazione che il contadino fa d’inverno, quando la vite non ha foglie e sembra morta. Conosciamo bene la potatura necessaria affinché la vite possa aumentare la linfa e così produrre non fogliame, non tralci vuoti, ma grappoli grandi, nutriti fino alla maturazione. Quando il contadino pota, allora la vite “piange” dove è tagliata, fino a quando la ferita guarisce e si cicatrizza. La potatura tanto necessaria è pur sempre un’operazione dolorosa per la vite, e molti tralci sono tagliati e gettati nel fuoco…

Gesù non ha paura di dire che anche suo Padre, Dio, deve compiere tale potatura, che la vita che egli è deve essere mondata e che dunque deve sentire nel suo stesso corpo le ferite. È la parola di Dio che compie questa potatura, perché essa è anche giudizio che separa; del resto, non era stata proprio la parola di Dio a mondare la comunità di Gesù, con l’uscita dal cenacolo di Giuda il traditore, la sera precedente la passione (cf. Gv 13,30)? Per i discepoli di Gesù c’è la necessità di rimanere tralci della vite che egli è, di rimanere (verbo méno) in Gesù (facendo rimanere in loro le sue parole) come lui rimane in loro. Rimanere non è solo restare, dimorare, ma significa essere comunicanti in e con Gesù a tal punto da poter vivere, per la stessa linfa, di una stessa vita. Ognuno di noi discepoli di Gesù è un tralcio che, se non porta frutto, viene separato dalla vite e può solo seccare ed essere gettato nel fuoco; ma se resta un tralcio della vite, allora dà frutto e, per la potatura ricevuta dal Padre, darà frutto buono e abbondante!

Ma in questa parola di Gesù ci viene anche ricordato che non spetta né alla vigna né alla vite potare, e dunque separare, staccare i tralci: solo Dio lo può fare, non la chiesa, vigna del Signore, non i tralci. E non va dimenticato che, se anche la vigna a volte può diventare rigogliosa e lussureggiante, resta però sempre esposta al rischio di fare fogliame e di non dare frutto. Per questo è assolutamente necessario che nella vita dei credenti sia presente la parola di Dio con tutta la sua potenza e la sua signoria: la Parola che monda (verbo kathaíro) chiesa e comunità; la Parola che, come spada a doppio taglio (cf. Eb 4,12), taglia il tralcio sterile, pota il tralcio rigoglioso e prepara una vendemmia abbondante e buona.

 

ALLO SPIRITO SANTO (Santa Caterina da Siena)

Spirito Santo, vieni nel mio cuore, e per la tua potenza attiralo a te, o Dio, e dammi carità con timore.
Preservami, o Cristo, da ogni cattivo pensiero, riscaldami e infiammami del tuo santissimo amore, cosicché ogni pena mi sembri leggera.
Santo mio Padre e dolce mio Signore, aiutami in ogni mia occupazione.
Cristo amore. Cristo amore. Amen.

Chiamati a seguire Cristo

Chiamati a seguire Cristo

18. aprile, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 22 APRILE 2018 – IVa DI PASQUA (b)

 

Vangelo  Gv 10, 11-18

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

Dietro ad un solo pastore, verso un solo pascolo…

C’è il rischio di sapersi ed essere sicuri di essere cristiani, come c’è il rischio che questa nostra sicurezza sia una fede illusoria, una fede “ci chi scavalca” il recinto e neanche se ne accorge, una fede patologica che neanche sa di essere malata… Si può stare nella Chiesa e non seguire veramente Cristo, illudendoci di farlo. Diamo degli indicatori della patologia della fede[1]:

  1. Una forte enfasi del farsi forte della propria esperienza esibita anche in modo narcisistico.
  2. Una religione intesa come una presenza continua e spropositata della persona.
  • La scrupolosità nelle azioni e nei pensieri diventando ossessione
  1. Esitamento di responsabilità dei propri comportamenti: è colpa di altri o del diavolo…
  2. L’eccessiva emotività sregolata che finge un inesistente misticismo e si apre al feticismo religioso.
  3. L’entusiasmo indiscriminato ed esasperato di chi vuole convincere tutti…
  • Una Carità verso gli altri sempre disponibile e generosa, ma che nasconde il proprio interesse psicologico o ancor peggio concreto…

Il Pastore della Chiesa è solo Cristo e i sacramenti ne sono la sequela effettiva ed efficace. Il pascolo è solo uno: quello a cui ci porta il Signore e solo Lui sa dove… In tutto questo è importante riscoprire che l’esperienza di fede è seguire la Chiesa per quel che è…, pastore e gregge. Non si da cattolicesimo senza un ministro pastorale dell’unico Pastore, non si da cattolicesimo senza gregge, senza comunità…

 

Essere riconoscenti con Dio!

Vivere i questa gratitudine, con questo senso della riconoscenza interiore al Signore, significa vivere noi e rendere gli altri: felici. Dalla gratitudine di ciò che abbiamo dipende oggi la nostra riconoscenza, il nostro esser grati… Il pensiero mercenario dell’occidente contemporaneo, che tutti abbiamo dentro, è di vedere quello che non va, di soffermarci sulle nostre ferite e su chi ce le ha procurate; il mercenario di oggi è dentro il “recinto” della Chiesa e ci illude lasciandoci guardare sempre e soltanto: quello che non va,  il come dovrebbe andare… Il mercenario è fissato solo a vedere le pecore e attuare il suo piano che non è salvifico ma lo sembra. Il mercenario è illusionista e finge di essere il Pastore, ci illude che a lui dobbiamo obbedienza e fedeltà perché il mercenario è forte! Ci spira fiducia perché è travestito da pastore. Come vivo la mia obbedienza a Cristo? Possiamo anche noi metterci in mano al mercenario “che non salva”. Il Pastore, alla fine dei tempi, separerà le pecore e le chiamerà a se nella vita eterna, a differenza dei capri destinati alla morte eterna (cfr. Mt 25,31-46). Una grande esortazione evangelica che non ci vuole mettere paura apocalittica, quanto invece all’esortazione nella carità. Senza la VERA CARITA’ la nostra fede è mercenaria. Non illudiamoci di vivere la carità come elemosina e aiuto bello e concreto agli altri, se poi non riusciamo ad entrare – perché non vogliamo – nella “porta del cuore” del nostro prossimo, anche di quello che prossimo non vorremmo. La mia carità è veramente cristiana? Cerco di entrare nel cuore del “mio prossimo” anche se non lo vorrei come “mio prossimo”?

Noi conosciamo Cristo!

Non siamo sconosciuti a Cristo! Se noi forse siamo lontani da Lui, Lui non è lontano da noi… Ci segue sempre, ci vede, ci ascolta e, sente, sente le nostre gioie e le nostre sofferenze. Dio ci conosce, sa come siamo fatti nel più profondo di noi stessi, anzi ci conosce più di noi stessi. Vivere la fede significa conoscere Dio e sapere che Lui ci conosce, cioè anche ci capisce, ci giustifica, prova dolore e gioia per noi… Siamo noi che, molto spesso, non lo conosciamo e diamo per scontato qualche convinzione e qualche idea di Lui. Dio ha fatto, in Gesù di Nazareth, la nostra stessa esperienza umana: capisce i nostri bisogni, le nostre crisi, i nostri insuccessi così come ciò che ci rende felici e soddisfatti. Lui sa – perché ci ha creati – cosa è veramente bene per noi e bisognerebbe avere uno sguardo dal “campo visivo” molto amplio e un cuore molto grande per sentirci conosciuti da Dio. Ma tutto avviene sotto il Suo sguardo e, se viviamo la fede: questo diventa la nostra forza e anche la nostra consolazione. Gesù non si scorda di te! E tu?

La bontà

Il Buon pastore. Cosa significa questa parola così discussa e un po sembra essere passata di moda nella morale? La bontà non è buonismo. Il “buono” non è colui o colei che accontenta tutti, che sa accontentare tutti… Il concetto di bontà, nel giudaismo, si riconduce al concetto di giustizia. Il buono è giusto, la giustizia di Dio è la misericordia, la bontà significa avere la misericordia di Dio ed operarla con il prossimo. Aprire rapporti nuovi, riaprire i vecchi rapporti chiusi ed entrare nel cuore dell’altro, nel cuore dell’altra…Guardare il prossimo per quel che è e, non, per come vorremmo esso sia. In poche parole: entrare in questa bontà nuova, in un nuovo battesimo dell’innocenza.

[1] G. Crea, L.J. Francis, F. Mastrofini, D. Visalli, Le malattie della fede, Bologna 2014, EDB, pp.30-32.

Abbiate fede in Dio!

Abbiate fede in Dio!

12. maggio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 14 MAGGIO 2017 – V DEL TEMPO DI PASQUA – A

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Capitolo 14 )

1 Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via”.
5Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. 6Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
8Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. 9Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.

 

 

ABBIATE FEDE IN DIO!

Cosa significa avere fede in Dio? Come vivere la fede in Dio? Cos’è la fede?  Partendo da queste domande ci accorgiamo della distanza e della difficoltà del “credere”: così come Tommaso e Filippo esprimono a Gesù con le loro richieste: come possiamo conoscere…? Mostraci Dio…! Sono le domande proprio dell’uomo e della donna alla ricerca di Dio. La fede, per la teologia cristiana è: la fede in Dio che si è rivelato. In che modo Dio si è rivelato nella mia vita? Tramite chi? Dove? Soltanto se riconosciamo che Dio si rivela possiamo rispondere… Questa pericope di Vangelo ci annuncia che Dio si è rivelato una volta per tutte in Gesù di Nazareth, il Cristo: in Lui Dio – il Padre – ha detto tutto fino a consumarsi, fino alla morte e alla morte di Croce. Struggendo così la morte, distruggendo così ogni “morte”… Ecco perché Gesù, nel Vangelo, proclama questo congedo ai suoi discepoli: vado e vi preparo un posto. La fede ci fa attraversare attraverso il tunnel del turbamento (tarasso: perdita del senso di ogni cosa, smarrimento totale, svuotamento interiore) – non sia turbato il vostro cuore – per aprire il nostro cuore e la nostra mente a comprendere che la nostra dimora statica ed estatica è altrove, è in Paradiso; per questo siamo stati creati. Senza la fede in Dio regna il nulla dopo la morte ed il nulla davanti alla complessità delle situazioni che succedono nella nostra vita. Non siamo stati creati per nulla e per finire nel nulla. Il nulla è assenza, Dio ci ha dato la vita che è una presenza: non abbiamo dentro “il nulla”. La depressione dei tempi moderni è lo svuotamento di ogni motivazione profonda del: “verso dove andiamo”, “chi siamo”, “cosa facciamo”. Quando sperimentiamo questo senso del nulla, dobbiamo ritrovare e riformulare in qualche modo le nostre motivazioni profonde in ogni ambito della nostra vita. La malattia di oggi è che l’accidia ha la meglio spesso: cioè scegliamo la via più facile, la meno vera che sembra vitale, che è quella di lasciar perdere, di mollare, di non ritrovare le motivazioni esistenziali per qualcosa o qualcuno che ci ha svuotato dentro. Apri la tua bocca la voglio riempire – dice il Signore (Salmo 81). La fede è lasciarsi riempire da Dio, dal suo essere Vita, da Lui che ci ha creato e che Lui solo sa di cosa veramente abbiamo bisogno. Abbiate fede in me e avete fede in Dio, Gesù dice; è una rivoluzione storica la sua perché, attraverso di Lui, attraverso Gesù Cristo, possiamo “vedere” Dio e fare ciò per cui siamo stati creati: contemplare… Contemplare! Ma come incontrare Cristo?

 

IO SONO LA VIA

Io sono” è il nome di Dio: Gesù si auto rivela: Presenza di Dio. Attraverso di Lui ci viene “mostrato” Dio, la sua Presenza nella nostra vita. Io sono la via. Quale strada abbiamo intrapreso nella nostra vita? Cosa dà senso alla nostra storia? E’ come se Gesù volesse dirci: attraverso me vedrete Dio con gli occhi della fede, attraverso  me la vostra vita acquista un senso vero, reale, che non si svuota. La fede è cammino, è movimento dal un messaggio ad un altro di Dio, da un rapporto ad un rapporto più maturo con Dio, una strada in salita in cui acquistiamo sempre di più forza e una visione diversa delle cose. La fede è cammino attraverso Cristo che ci vede in una crescita progressiva dove comprendiamo con il cuore e con la mente il Dio onnipotente ed onnisciente. La fede è cammino che Dio ci traccia e non noi… Lui insieme a noi cammina e ci accompagna sui sentieri della vera felicità. Non accontentiamoci di una fede mediocre o sufficiente, ancor peggio: ferma. La fede è mutamento interiore e anche fisico, è cambiamento continuo, la fede soddisfa l’anima di felicità ma è insoddisfazione che ci spinge ad andare sempre più avanti con Dio, la fede è rivoluzione interiore dell’amore. La fede, vissuta veramente, ci fa attraversare i cieli e contemplare l’amore. Contemplare l’amore di Dio, di noi stessi e degli altri. Cristo è questa strada della contemplazione. Mostraci il Padre: è la preghiera dell’uomo e della donna di fede che desidera vedere Dio, che desidera contemplare la sua presenza… La nostra fede è vera?

 

IO SONO LA VERITA’

La nostra fede è vera? La fede non va mai presupposta, ma sempre proposta a noi stessi come se non avessimo fede. La fede è provocazione alla Verità: Cristo dice di essere la Verità! La verità su chi, su cosa? Sul rapporto con Dio e con la vita. Gesù provoca i discepoli, e noi, a chiederci se la nostra fede è vera perché Lui è Verità. Per dire verità, l’evangelista Giovanni, usa la parola Aletèia, che dal greco significa: sincerità, veracità, lealtà, fedeltà… La mia fede è sincera, verace, leale e fedele? Il rapporto con Dio passa attraverso la Verità che è Cristo! L’uomo e la donna di Dio vivono un rapporto in Cristo onesto, chiaro, leale; il peccato non intacca questo rapporto… i peccati fanno parte della nostra vita, ci sforziamo di non farli ma poi ci ricadiamo. L’unico peccato che fa male a noi e non ci fa vivere la fede vera è il doppio gioco, la doppia vita: sono cattolico praticante ma appena posso mi dimentico di Dio: non è forse l’indifferenza la peggiore “arma” verso il prossimo? Non è forse l’indifferenza il peggiore allontanamento da Dio? La via della fede, per essere gustata interiormente – cioè contemplata – ci richiede delle scelte concrete perché è via di esperienza in Cristo, perché è fatta di esperienze cristiane, che se vissute nella verità diventano primarie. Ma Dio è “primario” nella mia vita? Nelle mie scelte? Cerchiamo un rapporto onesto con Dio! Cerchiamo un rapporto che ritrovi in noi l’integrità della nostra vita di fede affinché il nostro essere cristiani sia autentico.

 

IO SONO LA VITA

Seguire Cristo Via e Verità, camminare in questa onestà che ci fa essere chiari e forti su Dio, ci fa fare esperienza della fede che integra tutto il nostro “mondo” personale: veniamo a far parte di Dio e Dio dimora presso di noi… Allora  l’autenticità della fede si vede nella nostra vita. Dio entra nella nostra vita e noi nella Sua. Una via di fede vera mostra l’autenticità nella vita. Nella vita fatta di gioie e di dolori, nella vita fatta di problemi e di soluzioni, nella vita fatta di malattia e di salute, di incontri e di scontri, di scelte, di pensieri, di ricerche… la fede si mostra autentica perché in tutto questo Cristo ci mostra la via e la verità su tutto. La fede stimola e focalizza la nostra vita e, la nostra vita: ne è l’autenticazione. Una fede autenticata dalla vita, è una fede credibile e, una fede credibile è: la testimonianza di Cristo, la trasmissione della Presenza stessa di Dio, compartecipazione con Cristo a mostrare il Padre. La mia vita autentica la fede vera in Cristo? Sono un cristiano, sono una cristiana: credibile?

Io sono il Buon Pastore… Io sono la porta

Io sono il Buon Pastore… Io sono la porta

8. maggio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 7 MAGGIO 2017 – IV DEL TEMPO DI PASQUA

Dal Vangelo secondo Giovanni  (Capitolo 10)

1 “In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Dietro ad un solo pastore, verso un solo pascolo…

C’è il rischio di sapersi ed essere sicuri di essere cristiani, come c’è il rischio che questa nostra sicurezza sia una fede illusoria, una fede “ci chi scavalca” il recinto e neanche se ne accorge, una fede patologica che neanche sa di essere malata… Si può stare nella Chiesa e non seguire veramente Cristo, illudendoci di farlo. Diamo degli indicatori della patologia della fede[1]:

  1. Una forte enfasi del farsi forte della propria esperienza esibita anche in modo narcisistico.
  2. Una religione intesa come una presenza continua e spropositata della persona.
  • La scrupolosità nelle azioni e nei pensieri diventando ossessione
  1. Esitamento di responsabilità dei propri comportamenti: è colpa di altri o del diavolo…
  2. L’eccessiva emotività sregolata che finge un inesistente misticismo e si apre al feticismo religioso.
  3. L’entusiasmo indiscriminato ed esasperato di chi vuole convincere tutti…
  • Una Carità verso gli altri sempre disponibile e generosa, ma che nasconde il proprio interesse psicologico o ancor peggio concreto…

Il Pastore della Chiesa è solo Cristo e i sacramenti ne sono la sequela effettiva ed efficace. Il pascolo è solo uno: quello a cui ci porta il Signore e solo Lui sa dove… In tutto questo è importante riscoprire che l’esperienza di fede è seguire la Chiesa per quel che è…, pastore e gregge. Non si da cattolicesimo senza un ministro pastorale dell’unico Pastore, non si da cattolicesimo senza gregge, senza comunità…

 

La sequela di Cristo dona la Libertà

Entrare attraverso la “porta” che è Cristo, significa varcare la vita di un rapporto maturo con Dio; ma entriamo in un recinto di “pecore” scelte ad essere “suo gregge”. La salvezza e la libertà sono due effetti dell’essere “suoi”: siamo salvi in virtù della sua morte e resurrezione. Il Messia è venuto affinché, entrando in questa “porta della misericordia” – il cuore di Dio accanto a quello dell’uomo – abbiamola salvezza oltre il muro della morte. La morte di Cristo ha sfondato il muro della nostra morte – causa di ogni nostra paura – dando la possibilità anche a noi di entrare nella salvezza eterna. Il peccato è come un “ladro” che ruba, uccide e disperde le “pecore” che Dio ha scelto. Il peccato è stare in questo stato in cui ci facciamo “rubare” la nostra pace del cuore, ci lasciamo “uccidere” dentro perché abbiamo assolutizzato una situazione, ci lasciamo disperdere perché non troviamo più l’orientamento di dove andiamo e chi siamo. Il peccato ci toglie le coordinate fondamentali della vita: chi siamo (ci ruba l’essere), dove andiamo (ci uccide togliendoci il senso della vita) e chi sono gli altri (ci disperde tra la folla facendoci vedere gli altri estranei). La vita può darcela soltanto il Signore: la vita piena che viviamo e la vita eterna! Entriamo in questa porta del cuore  nostro per vedere che cosa abbiamo dentro: riconosciamo il peccato – “ladro” che è dentro di noi e chiediamoci cosa posso fare per entrare sempre più profondamente in questa porta che è Cristo.

Essere riconoscenti con Dio!

Vivere i questa gratitudine, con questo senso della riconoscenza interiore al Signore, significa vivere noi e rendere gli altri: felici. Dalla gratitudine di ciò che abbiamo dipende oggi la nostra riconoscenza, il nostro esser grati… Il pensiero mercenario dell’occidente contemporaneo, che tutti abbiamo dentro, è di vedere quello che non va, di soffermarci sulle nostre ferite e su chi ce le ha procurate; il mercenario di oggi è dentro il “recinto” della Chiesa e ci illude lasciandoci guardare sempre e soltanto: quello che non va,  il come dovrebbe andare… Il mercenario è fissato solo a vedere le pecore e attuare il suo piano che non è salvifico ma lo sembra. Il mercenario è illusionista e finge di essere il Pastore, ci illude che a lui dobbiamo obbedienza e fedeltà perché il mercenario è forte! Ci spira fiducia perché è travestito da pastore. Come vivo la mia obbedienza a Cristo? Possiamo anche noi metterci in mano al mercenario “che non salva”. Il Pastore, alla fine dei tempi, separerà le pecore e le chiamerà a se nella vita eterna, a differenza dei capri destinati alla morte eterna (cfr. Mt 25,31-46). Una grande esortazione evangelica che non ci vuole mettere paura apocalittica, quanto invece all’esortazione nella carità. Senza la VERA CARITA’ la nostra fede è mercenaria. Non illudiamoci di vivere la carità come elemosina e aiuto bello e concreto agli altri, se poi non riusciamo ad entrare – perché non vogliamo – nella “porta del cuore” del nostro prossimo, anche di quello che prossimo non vorremmo. La mia carità è veramente cristiana? Cerco di entrare nel cuore del “mio prossimo” anche se non lo vorrei come “mio prossimo”?

Noi conosciamo Cristo!

Non siamo sconosciuti a Cristo! Se noi forse siamo lontani da Lui, Lui non è lontano da noi… Ci segue sempre, ci vede, ci ascolta e, sente, sente le nostre gioie e le nostre sofferenze. Dio ci conosce, sa come siamo fatti nel più profondo di noi stessi, anzi ci conosce più di noi stessi. Vivere la fede significa conoscere Dio e sapere che Lui ci conosce, cioè anche ci capisce, ci giustifica, prova dolore e gioia per noi… Siamo noi che, molto spesso, non lo conosciamo e diamo per scontato qualche convinzione e qualche idea di Lui. Dio ha fatto, in Gesù di Nazareth, la nostra stessa esperienza umana: capisce i nostri bisogni, le nostre crisi, i nostri insuccessi così come ciò che ci rende felici e soddisfatti. Lui sa – perché ci ha creati – cosa è veramente bene per noi e bisognerebbe avere uno sguardo dal “campo visivo” molto amplio e un cuore molto grande per sentirci conosciuti da Dio. Ma tutto avviene sotto il Suo sguardo e, se viviamo la fede: questo diventa la nostra forza e anche la nostra consolazione. Gesù non si scorda di te! E tu?

Cristo buon pastore della Misericordia del Padre

Questo nostro Pastore è Buono, è il Buon Pastore. Ci guida sui sentieri della vera bontà, ci impegna alla bontà. Oggi bontà è un termine che quasi sembra stonato nel vocabolario della nostra vita. Bontà. Questo nostro Pastore è buono, è il Mediatore della misericordia, è il nostro avvocato. Meglio lo ha espresso Papa Francesco: <<Noi ne abbiamo uno, che ci difende sempre, ci difende dalle insidie del diavolo, ci difende da noi stessi, dai nostri peccati! Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo questo avvocato: non abbiamo paura di andare da Lui a chiedere perdono, a chiedere benedizione, a chiedere misericordia! Lui ci perdona sempre, è il nostro avvocato: ci difende sempre! Non dimenticate questo! L’Ascensione di Gesù al Cielo ci fa conoscere allora questa realtà così consolante per il nostro cammino: in Cristo, vero Dio e vero uomo, la nostra umanità è stata portata presso Dio; Lui ci ha aperto il passaggio; Lui è come un capo cordata quando si scala una montagna, che è giunto alla cima e ci attira a sé conducendoci a Dio. Se affidiamo a Lui la nostra vita, se ci lasciamo guidare da Lui siamo certi di essere in mani sicure, in mano del nostro salvatore, del nostro avvocato>> (Papa Francesco, udienza generale di Mercoledì 17 Aprile 2013).

 

La porta della bontà

La porta della Misericordia è Cristo: io sono la porta. Il Buon pastore. Il concetto di bontà è l’atrio che ci fa entrare in questa porta: ma che cos’è la bontà? Cosa significa questa parola così discussa e un po sembra essere passata di moda nella morale? La bontà non è buonismo. Il “buono” non è colui o colei che accontenta tutti, che sa accontentare tutti… Il concetto di bontà, nel giudaismo, si riconduce al concetto di giustizia. Il buono è giusto, la giustizia di Dio è la misericordia, la bontà significa avere la misericordia di Dio ed operarla con il prossimo. Entrare in questa porta significa esser capaci di far nuove – con Cristo – tutte le cose! Aprire rapporti nuovi, riaprire i vecchi rapporti chiusi ed entrare nel cuore dell’altro, nel cuore dell’altra…Guardare il prossimo per quel che è e, non, per come vorremmo esso sia. Io sono la Porta significa entrare in questa bontà nuova, in un nuovo battesimo dell’innocenza. Entrare in questa porta santa della misericordia è entrare in un rinnovamento interiore ed esteriore, visibile, credibile. Che senso ha avuto varcare le porte delle basiliche nell’anno santo, se poi non vogliamo varcare la porta del cuore del fratello? Quali porte non riesco a varcare del cuore del mio prossimo? Perché non accetto di varcarle? E se il cuore del tuo prossimo ha la porta sbarrata: non lasciar perdere, continua a bussare!

[1] G. Crea, L.J. Francis, F. Mastrofini, D. Visalli, Le malattie della fede, Bologna 2014, EDB, pp.30-32.

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