omelie di Quaresima e Pasqua 2020

La mia omelia di domenica 15 Marzo

i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano.

Queste parole di Gesù di questa domenica a questa donna sola, la samaritana, sono illuminanti. Non c’è luogo in cui adorare Dio – ne a Gerusalemme nel sul monte del pozzo di Giacobbe – ma nello spirito che è nel nostro cuore e nella realtà di un Dio presente e vicino sempre all’umanità. In questo tempo in cui la comunità non può radunarsi, queste parole, assumono, uno spessore ed un significato più contestualizzato: lo Spirito di Dio è dentro di noi e, anche pregando soli nelle nostre case o con le nostre famiglie, noi siamo la Chiesa e la Chiesa è il corpo di Cristo e noi tutti che preghiamo dalle nostre case formiamo il corpo di Cristo. L’Eucaristia che ogni domenica riceviamo è il corpo di Cristo che in questa domenica ci è consegnato soltanto in una chiesa separata fisicamente ma non veramente: in spirito e verità. È urgente ritrovare in questo tragico momento storico – che ci vede esenti dal precetto domenicale ma sofferenti per la mancanza dell’Eucaristia – la fonte della nostra fede in spirito e verità, per dedicarci nella clausura di casa di più alla Parola di Dio ed alla preghiera personale e familiare. Forse dentro c’è l’impulso a vivere di più la casa come chiesa domestica e trovare la presenza di Dio in camera come per i monaci; sicuramente tutto questo ci vedrà cresciuti dopo che questo tempo di prova sarà passato. Ma – come dice San Paolo – la prova della tribolazione produce la pazienza e la pazienza una virtù provata (Romani 5,1-5 : leggilo perché è sulla sofferenza).
Questa donna samaritana rappresenta tutta l’umanità; donna sola pur avendo avuto sette mariti. Sicuramente ella viveva una lacuna affettiva enorme che solo Gesù ha saputo colmare con la sua Parola profetica. La Parola di Dio può davvero colmare le nostre mancanze affettive, i nostri vuoti di amore, i nostri benedetti dubbi e le nostre maledette incertezze e, soprattutto, la mancanza dell’amore in ogni livello: ci mancano gli abbracci del prossimo, la Parola di Dio ci porta l’abbraccio di Cristo risorto. Veramente la Parola di Dio, come alla samaritana, ci dice chi siamo, ci fa vedere con gli occhi di Dio quello che ci succede di gioioso e di doloroso. Sia questo un tempo di riflessione e meditazione più profondo in spirito e verità.
Questa donna samaritana rappresenta tutta la chiesa dei battezzati chiamata ad adorare Dio in spirito e verità. La samaritana ha fatto un cammino interiore in pochi minuti: il signore del pozzo è un rabbi è il Cristo; ha riconosciuto il Cristo presente nella sua vita e la sua vita è cambiata. La presenza di Cristo risorto rinnova sempre la Chiesa in cammino verso la fine dei tempi. La Chiesa, donna come la Samaritana, incontra in Cristo vero uomo e vero Dio, il suo sposo, la realtà che sempre la rinnova e la fa crescere e la fa sentire amata: in ogni situazione in ogni motivazione. Per questo la Chiesa nei momenti in cui l’umanità si sente di più sola e abbandonata a se stessa, può e deve dare questo annuncio gioioso di resurrezione e di salvezza. Questo brano di questa domenica possa ispirarci tutti, noi, la Chiesa, ad incontrare Cristo non in un luogo o in un altro, ma nella solitudine silenziosa del nostro cuore, in spirito e verità.
Maria protegga le nostre vite e ottenga da Dio la grazia dello Spirito santo per tutti noi.
Vi benedico di cuore
Don Stefano

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La mia omelia di domenica 22 marzo

Siano manifestate le opere di Dio

Siano manifestate le opere di Dio: questa è la risposta di Gesù ai discepoli che gli chiedono conto della sofferenze del cieco nato. Questo cieco nato, povero, malato, accusato peccatore, rappresenta l’umanità che a terra giace nella sofferenza, nelle tenebre, nel peccato e nell’ombra della morte. Questo cieco rappresenta tutta la comunità umana che è al buio, chiusa, nella sua cecità interiore; chiusa nel senso della vita non trovato o non cercato, l’umanità cieca della realtà divina che non trova Dio o forse neanche lo cerca; questo cieco rappresenta tutta la tenebra dell’umanità che è nello strazio e nella solitudine… Ma la Parola “Vangelo” – lo sappiamo – significa “buona notizia”: Gesù si accorge del cieco, se ne accorgono anche i suoi discepoli, Gesù si prende cura di quel cieco anche se per un primo tempo neanche se ne accorge che è a prendersi cura di lui e’ Dio stesso… L’umanità nella povertà piu’ grande non si accorge che il Signore si è già chinato su di essa per soccorrerla… Se ne accorgerà dopo come il cieco nato.
In Gesù che opera con a fianco i suoi discepoli c’è tutto il mistero e la missione della Chiesa: farsi vicini agli “ultimi” per portare la presenza di Dio nella loro vita.
Chi ti ha aperto gli occhi? L’uomo che si chiama Gesù. L’esperienza chiave per incontrare Dio è nella vicenda umana, nel nostro vissuto quotidiano, nella umanità di tutti i giorni… Questo cieco non fa un incontro da subito eccezionale con Dio se non accorgersi che quell’uomo che si chiama Gesù gli ha riaperto gli occhi: Gesù ha iniziato con il fango l’esperienza del cieco, ma è lui che ha avuto fiducia ed è andato a lavarsi facendo sì che il miracolo si compisse. L’esperienza di Dio si porta all’uomo e alla donna di ogni tempo attraverso il veicolo umano, spesso proprio in quelle esperienze dove entriamo in contatto con il “fango”… Cosicché il rapporto con Dio, quello vero, quello che da luce agli occhi del cuore e della mente, e’ esperienza umana prima che trascendete o soprannaturale. Non possiamo essere perciò uomini e donne di preghiera ma poi vivere rapporti in modo disumano. La preghiera non è una fuga per sentirci bene con Dio, ma è l’esperienza più umana possibile che ci fa sentire figli dell’unico Padre e fratelli nell’unico Cristo. Le opere di Dio già sono nell’umanità manifestate, ma bisogna aprire gli occhi della fede per vederle.
C’è il rischio che una fede farisaica ci faccia sentire i possessori delle realtà divine: quest’uomo non viene da Dio, sentenziano infatti i farisei del tempio che presumono di sapere la verità. La saccenza religiosa che tenta tutti noi e’ pericolosa perché vuole togliere una vista più profonda della cos’è al prossimo e peggio ancora non include la liberta’ divina. Il pensare di saperne di più degli altri in religione è veramente un modo satanico di agire e operare la divisione in nome di dio… Quante critiche e giudizi tra i cristiani! San Paolo denuncia questo peccato ecclesiale: <<sei inescusabile! chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso…>> (Rm 2,1-2). Ma la seconda risposta del cieco nato è la cura a questa religiosità malata: quell’uomo che si chiama Gesù è un profeta.
È un profeta! Gesù e’ il profeta ma anche la stessa profezia di Dio Padre, questo testo evangelico proprio della preparazione al battesimo ci apre a questa prospettiva sempre nuova e illuminante: la Parola di Dio ascoltata e meditata si fa carne nella nostra vita e ci fa vedere le cose con gli occhi di Gesù morto e risorto. L’ultimo ed il terzo modo con cui il cieco chiama Gesù e’: Signore, kyrious, ciò significa la fede nel risorto. Il cieco sostiene un processo, nonostante la sua passata sofferenza, da tutti perché “risuscitato” nella sua stessa vita: profezia del processo di Gesù il venerdì santo. Il cieco e’ l’umanità piegata, atterrata dalle tenebre, morta: questa umanità morta e’ risuscitata da Cristo che è morto e risorto! Il senso della nostra vita è riconoscere e manifestare le opere di Dio perché alla fine di tutto, quello che conta veramente per il Vangelo, e’ la resurrezione.
In questo momento di buio dell’umanità, in cui sentiamo che non c’è cura come per il cieco nato, in cui sembra che siamo in un vicolo senza uscita, solo con la fede in Dio possiamo recuperare la vista degli occhi del cuore, la vista della fede. La disperazione sembra campeggiare bene in questo tempo nella nostra storia, e’ allora importante che noi tutti battezzati, che siamo comunione, che siamo chiesa, diciamo a Cristo: Credo Signore, Credo Kyrious, credo che sei il risorto! Questa prospettiva quanto alta ma così difficile della speranza di passaggio dalla morte alla resurrezione possa farci prendere coscienza che con il battesimo siamo già entrati in quella prospettiva di risorti.
Nel tempo della sofferenza e della morte, come il quel tempo del triduo pasquale, se riconosceremo che Gesù è il Signore della vita e della morte, sperimenteremo una luce diversa nella nostra stessa vita morta e risuscitata.
Andiamo avanti in questo cammino quaresimale così singolare riscoprendo la grandezza del battesimo che abbiamo ricevuto.
Vi benedico di cuore
Don Stefano

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La mia omelia di domenica 29 Marzo

Io sono la resurrezione e la vita

Gli amici di Gesù, figli di Dio, fratelli in Cristo per il battesimo.
Gesù era amico di Marta, Maria e Lazzaro; più volte si erano incontrati insieme e avevano riconosciuto in Gesù, il Messia. Le vere ad essere risuscitate in questa pagina di Vangelo sono proprio loro, che entrano con la fede nella morte e resurrezione di Cristo: <<si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo>>, professa Marta. La professione della fede, che si esprime dal nostro battesimo e nella scelta di vita nell’essere gli “amici” di Dio, figli di Dio e fratelli in Cristo: già ci pone nella morte e nella resurrezione. Essere suoi discepoli grazie al battesimo, e’ concepire la morte non come la fine della vita, ma come il fine della vita: l’incontro con Dio; fino a quando non guardiamo negli occhi questa realtà finale, non comprenderemo il senso della vita. L’origine e la fine della nostra vita non sono nelle nostre mani. Ma la Chiesa dei battezzati e’ un popolo di risuscitati! Gesù e’ risorto e anche noi risorgeremo, con e come Lui. Ecco perché le nostre comunità dovrebbero brillare dell’amore di Dio, dovrebbero vivere di Spirito santo, proprio per farci pregustare il già e non ancora del Regno di Dio. Gesù non ci salva dalla morte, ma ci salva nella morte. La Chiesa, con tutti i suoi incontri, le sue liturgie, le sue preghiere, le sue catechesi, i suoi atti di carità, altro non è che comunità dei già risorti che cammina verso l’incontro finale con Dio.

Gli amici di Dio afflitti e poveri come gli altri, muoiono
Gesù già era stato a casa di questi suoi amici in Betania, che alla lettera significa: “casa del povero afflitto”… E Lazzaro, si dice chiaramente in questo Vangelo, era infermo, e <<se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto>>. Amici di un Gesù che sembra non esserci quando serve…. A cosa serve un Dio che non serve? Che nel momento del bisogno non c’è? Si dice sempre: Signore vieni, Signore intervieni, Signore aiuta. Il nome di Lazzaro significa: “Dio aiuta”. Come mai Dio non c’è mai nel momento del bisogno? Gesù addirittura dice: <<sono contento di non essere stato li>> perché, probabilmente, se fosse stato lì avrebbe ceduto alle preghiere delle sorelle. Lo diranno successivamente anche i giudei: <<ma come mai non lo ha guarito?>>. È la domanda che sempre facciamo a Dio: perché non intervieni? Perché sei assente nella malattia e nella morte? Perché chiaro e’ il messaggio di questo Vangelo per noi battezzati: sia che viviamo, sia che moriamo siamo di Dio! Gesù non fa un gran servizio a Lazzaro che rianima nonostante la decomposizione e che, prima o poi, dovrà morire di nuovo; Gesù fa un servizio a noi lasciando un messaggio chiaro: la morte – per quanto dolorosa sia per chi rimane quaggiù – e’ sottomessa a Dio. Come prima di vivere non sapevamo di venire messi in vita in questo mondo, così come anche nel grembo di nostra madre non sapevamo di nascere in questa vita, così nella morte recuperiamo questa inconsapevolezza del ciò che succede… Allora unica via e’ fidarci e affidarci a Dio… Per tutta la vita siamo perennemente quasi consapevoli di ciò che a accade e non ci accade, ma quando nasciamo e moriamo l’inconsapevolezza e’ completa in noi: la morte completa la creazione umana consapevole di se stessa. Ecco perché la fede: nell’inconsapevolezza solo Dio e’ il consapevole!
Allora la Chiesa dei battezzati e’ cammino consapevole, che parte dall’inconsapevolezza della nascita in questo mondo all’inconsapevolezza della morte… Ma possiamo camminare, mentre siamo consapevoli, aiutandoci a scoprire Dio che è sempre l’Unico consapevole.

La compassione di Gesù
In questo Vangelo tutti piangono: Maria piange, i giudei piangono, gli amici piangono ma Gesù – dice il testo – <<verso’ lacrime ….fremette>>. Gesù freme per far conoscere il suo Regno agli uomini che Egli ama. Il nostro male turba Dio più che fosse il suo perché Dio ci ama! Dio ha compassione per noi! Compassione e’ capacità di essere con l’altro dove non c’è più nulla da fare. La compassione varca la soglia ultima, anche oltre la morte, va e crea compagnia. La compassione, il con-patire (soffrire con) e’ il principio di ogni agire che non sia un prevaricare. La compassione da vita in due sensi: chi ha compassione ha la vita stessa di Dio che è misericordia e chi sente compassione su di se, colui che è compatito, sente la compagnia più forte di ogni male, anche della stessa morte. La compassione è pertanto l’unica potenza al mondo. Il potere di ogni azione vera viene dalla compassione. Solo la compassione può creare rapporti veri e vera carità cristiana. Quando sentiamo l’altro come altro, così com’è, lo sentiamo parte di noi. Quando Gesù piange fa quindi l’azione più sublime di Dio e, freme, perché non piange con clamore e con disperazione, ma piange per compassione. La chiesa e’ la comunità che riceve la compassione di Dio, che si annuncia questa compassione di Dio e testimonia questa compassione di Dio per annunciare che proprio questa compassione fa fremere Dio per il passaggio alla vita eterna. La Chiesa e’ missionaria, e’ portatrice della compassione di Dio!

La malattia e la morte per la gloria di Dio
La gloria di Dio e’ l’uomo vivente, vivente nel Regno di Dio. L’infermità di Lazzaro e la sua morte sono servite non solo per far credere i presenti a quel miracolo così eclatante, quanto di più per annunciare che il Signore e’ Signore anche della morte e da questo annuncio e accaduto, decideranno di mettere a morte Gesù.
È un Vangelo profetico della morte e resurrezione di Cristo, e’ un Vangelo profetico della nostra morte e resurrezione. La gloria di Dio non si mostra in questo o in quell’altro miracolo, né in segni particolari e visioni ricercate: la gloria di Dio e’ l’uomo vivente, vivente perché nasce inconsapevolmente in questa vita, vivente perché nasce inconsapevolmente anche nell’altra vita.
Recuperiamo questa “amicizia” con Dio. Questa realtà di battezzati che ci fa chiamare: Chiesa, comunione; cerchiamo una vera e profonda comunione con i fratelli e con Dio perché solo così vivremo in questa fiducia e in questo affidamento comunitario. Per questo siamo Chiesa: per aiutarci e camminare in questa fiducia e in questo affidamento a Dio, per consolarci con la compassione, per vivere come battezzati in questa dimensione del già e non ancora del Regno di Dio. Noi i battezzati, noi la Chiesa, siamo parte ci questo Regno che in questo mondo dobbiamo annunciare con la compassione di Dio Padre e del Cristo nostro pastore e nostro fratello.
Vi benedico di cuore
Don Stefano

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La Mia omelia delle Palme

L’Amore di Dio, l’Amore che sa patire.
Abbiamo ascoltato, in questa domenica delle palme, chiamata domenica della Passione del Signore, questo lungo Vangelo (Mt 26,14-27,66) che dice tante cose, che ci dona molti messaggi, che ci colpisce con molte suggestioni… Nel rincorrersi degli stati d’animo, dei messaggi e di tutto il quadro dell’accaduto complesso di quelle ultime ore di Gesù nel mondo, un annuncio prevale su tutto, riassume il tutto e riprende il tutto: Dio ama così tanto da patire e da morire per l’umanità. La domenica della passione del Signore e’ perciò la domenica dell’amore di Dio eloquente e vissuto in Gesù Cristo. <<benedetto colui che viene nel nome del Signore>> – diciamo con il Vangelo di introduzione a questa Messa – accogliendo l’amore di Dio che viene per noi in questa domenica di passione e in questa settimana santa. Gesù entro’ a Gerusalemme per vivere la sua Pasqua che ci ha rendenti, nel e per, il suo amore. Oggi quello stesso Spirito di Cristo ci raggiunge portandoci l’amore di Dio: lo accogliamo nei nostri cuori, non abbiamo i rami di ulivo e la palma, non serve stendere tappeti e mantelli, ma serve disporre il nostro cuore all’entrata di questo Suo Amore dentro di noi, disporre il nostro cuore con la preghiera.

L’amore è consegna.
L’amore di Dio per l’umanità si è fatto consegna di Cristo agli uomini: prendete questo è il mio corpo, questo è il mio sangue; due frasi celebrative dell’ultima cena che sono preludio della consegna di Cristo alla tristezza, all’angoscia, alla passione, alla morte, alle Scritture che vengono compiute nella resurrezione. Cristo si consegna all’umanità ma innanzitutto si consegna attraverso l’umanità, al Padre: Lui sommo sacerdote offre se stesso al Padre per ottenere la redenzione per ciascuno di noi.
Gesù Cristo e’ venuto nel mondo per essere un dono d’amore del Padre alla umanità e, un dono dell’uomo Gesù di Nazareth a Dio Padre per l’umanità… Si è donato completamente a noi e per noi, per salvarci! Da questo offrì se stesso al Padre nella passione, morte e resurrezione e, di qui, scaturisce il dono di Dio per l’umanità: la resurrezione dei morti e la sua presenza dello Spirito santo nei Sacramenti della Chiesa. Lo Spirito di Cristo allora ancora oggi ci è donato nella resurrezione e nei Sacramenti: come accogliamo questo dono? Quanto importante è nella nostra vita?

L’Onnipotente, il Pastore percosso e le pecore disperse.
Il percorso che Dio Onnipotente ha voluto percorrere per salvarci è il più arduo e potrebbe essere anche il più discusso. Ci è richiesta la fede. Senza la fede non possiamo capire perché l’Onnipotente ha lasciato che il Pastore buono sia stato percosso e crocefisso, senza la fede non comprendiamo il senso del Onnipotente che permette l’angoscia e la tristezza di Cristo e nostre, senza la fede vera nell’Onnipotente non riusciamo ad oltrepassare il distacco doloroso della morte. L’onnipotenza sottomessa del Padre e del Figlio ha provocato la violenza degli uomini … Questa domenica di passione, insieme al venerdì santo, ci fa riflettere su: in che senso Dio e’ onnipotente se nel mondo albergano e si diffondo tradimenti, violenze, rinnegamenti, malattie, pestilenze, epidemia e ogni genere di mali? Che senso ha dire che Dio è l’Onnipotente se poi spesso i nostri sentimenti sono giustamente angoscia e tristezza? Dove è l’Onnipotente quando sentiamo la forza di Cristo assente come i discepoli nella passione e nella morte di Gesù? C’è una frase chiave: <<percuoterò il Pastore e le pecore saranno disperse>> – dice il Vangelo – il Pastore Gesù Cristo da chi , e perché, è stato percosso fino a morire? È una antica profezia di Zaccaria il penultimo dei profeti: <<percuoti il pastore e sia disperso il gregge>> (Zc 13,7): quindi la percossa fino alla morte e la dispersione del gregge hanno un senso nella profezia: il percorso di purificazione e del superare la prova affinché invochiamo Dio e Lui ci ascolti (cfr. Zc 13,8-9). Purificazione non è per noi un fatto rituale ma è la penitenza: riconoscerci peccatori, riconoscerci bisognosi della Misericordia di Dio e portatori di misericordia al nostro prossimo. La prova per noi è seguire Dio, la fede, la preghiera, la lettura del Vangelo nei momenti più bui dell’umanità; non arrenderci all’ incredulità e all’accidia spirituale (l’ozio nel l’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera) ma continuare a credere, a pregare e, a sperare… sempre e nonostante tutto stare insieme a Dio! Dopo la penitenza e il passaggio per la prova impariamo ad invocare Dio ed Egli ci ascolterà.

Lo Spirito in noi è forte anche se l’umanità è debole.
Chiediamo al Signore la sua grazia e lo Spirito della fortezza in questo tempo, Gesù sa che come i discepoli del Vangelo che invece di pregare si addormentarono, anche per noi è così <<lo spirito è pronto ma la carne è debole>>. Chiediamo di aiutarci in questa debolezza umana fatta di peccato, di tristezza e di angoscia, affinché possiamo sentire che il nostro spirito dentro di noi è pronto! Si, siamo pronti ad attraversare le prove della vita! si, siamo pronti ad attraversare l’angoscia e la tristezza del Getsemani come Gesù! Si, siamo pronti, nonostante la nostra debolezza umana, a pregare e meditare la parola del Vangelo! Si, siamo pronti ad accogliere la misericordia di Dio nell’umiltà del nostro e del Suo perdono! Si, siamo pronti a credere e professare: credo che Gesù patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte! Si, siamo pronti ad accogliere l’Amore di Dio che è lo Spirito santo, che è Signore e da la vita.

Vi benedico di cuore
Don Stefano.

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La mia omelia di Giovedì santo

L’ora di Gesù è giunta.
Dopo essere nato, trentatré anni prima della Vergine Maria, dopo gli ultimi tre anni di predicazione della Buona notizia, comincia la celebrazione della Pasqua che ha il suo inizio nella cena pasquale ebraica ma per Gesù continua per tre giorni: passione, morte e resurrezione.
Il triduo pasquale è un’unica celebrazione di Pasqua, un’unica “ora”, che mette insieme l’istituzione dell’Eucaristia durante l’ultima cena (ebraica) pasquale, la passione, la morte in croce e la resurrezione. Il triduo pasquale quindi è un’unica celebrazione in cui partecipiamo alla salvezza di Dio, in Cristo morto e risorto .

L’ora del memoriale
Gesù, in quell’ora dell’ultima cena, non ha lasciato solo un testamento: fate questo in memoria di me. Ci ha lasciato un memoriale. Quello che Lui ha compiuto in quella cena, come da vero uomo e da Vero Dio, unigenito Figlio di Dio, ha avuto una valenza prossima: da lì a poco quel corpo verrà donato e quel sangue versato sulla croce per la redenzione del mondo. Ma ha anche una valenza remota: quello che noi celebriamo nella Eucaristia ci dona quella stessa Presenza di Gesù morto e risorto che ci offre oggi la salvezza.

L’ora della Chiesa
Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta. La presenza di Gesù risorto nella Parola che ascoltiamo e nell’Eucaristia che celebriamo, è reale. È Presenza reale perché Lui lo disse, vero uomo e vero Dio, perciò è promessa che si estende fino alla fine dei tempi. L’Eucaristia viene perciò dal cenacolo antico, passando per il Getsemani, per il luogo del cranio della crocifissione e per il sepolcro che accoglie Cristo morto ma si apre alla risurrezione. Quel corpo di Cristo risorto ha donato lo Spirito affinché la grazia di quei giorni del triduo estendesse fino a noi, a tutti, fino alla fine dei tempi. Gesù Cristo ci amo’ fino alla fine. Perciò la presenza del risorto con il suo Spirito nella Chiesa è reale nell’Eucaristia: con quel pane e quel vino consacrati il corpo e il sangue di Cristo risorto ci raggiungono, ci nutrono, ci perdonano e ci donano la vita eterna.
Fino alla fine dei tempi questo Spirito di Cristo vive e alimenta la Sua Chiesa, alimenta la nostra vita.

La nostra ora con Lui
Dopo questa celebrazione del giovedì santo c’è sempre un tempo di adorazione nell’altare della reposizione, che però quest’anno siamo chiamati a vivere ciascuno nella propria casa… Quell’ora con Gesù, di preghiera intima, può cambiarci la vita ogni giorno. Quell’ora con Gesù può veramente fare si che sentiamo la Presenza di Dio in noi in virtù del Suo Spirito che ci è donato. Quell’ora con Gesù può alimentare la nostre gioie e le nostre speranze, può dare senso alle nostre tristezze e alle nostre malattie, ai nostri dolori e soprattutto alla nostra morte. Da quell’ora con Gesù noi ci poniamo nel cenacolo, sul getsemani, sotto la croce, ma anche davanti al sepolcro aperto per la resurrezione. Quell’ora con Gesù è, e trova, il compimento dell’Eucaristia: la comunione tra l’uomo e il suo Dio, tra il figlio creato e il Padre creatore, tra il figlio adottivo e il Figlio di Dio, tra l’uomo e lo Spirito santo.

Vi benedico di cuore
Don Stefano

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La mia riflessione del Venerdì santo

Oggi vorrei prendere, di tutto il lungo Vangelo della passione (Gv 18,1-19,42), soltanto l’ultimo atto: il corpo di Gesù morto viene consegnato alla madre e, nel nostro cuore, appare la Pietà, Maria che tiene sulle sue gambe Gesù morto.
Ma facciamo un passo indietro nel tema della consegna: Gesù prima di spirare ha consegnato Maria a Giovanni – <<ecco tuo figlio>> – e a Giovanni, Maria – <<ecco la tua Madre>> – e, nasce, il mistero della Chiesa comunione. In Maria la Chiesa madre che riceve il corpo di Gesù, in Giovanni la Chiesa dei discepoli amata da Gesù che lo segue… Nell’immagine della Pietà di Maria, che insieme ad alcuni, pochi, discepoli, riceve il corpo di Gesù: è rappresentata la Chiesa che riceve il corpo di Gesù. Oggi riceviamo questa immagine del Cristo morto, ferito, che ha compiuto una profezia definitiva che ha vinto il peccato e la morte. Oggi riceviamo questa immagine del Cristo che condannato, torturato e portato al patibolo viene lasciato morire sulla croce… Oggi riceviamo l’immagine di Gesù Cristo che è morto per ciascuno di noi!
Morto Gesù il corpo viene consegnato. Oggi riceviamo l’immagine di una umanità ferita, morta, peccatrice, ma nella possibilità di risorgere in una conversione interiore e in un cambiamento di vita. Oggi riceviamo il corpo di Gesù morto perché capro espiatorio di tutto il peccato del mondo. <<Il delitto è compiuto: noi abbiamo ucciso Gesù! E le piaghe di Cristo bruciano nel cuore di Maria, mentre un solo dolore abbraccia la Madre col Figlio. La Pietà! Sì, la Pietà grida, commuove e ferisce anche a chi è solito fare ferite. La Pietà! A noi sembra di aver compassione di Dio e invece – ancora una volta – è Dio che ha compassione di noi.
La Pietà! Il dolore non è più disperato e mai più lo sarà, perché Dio è venuto a soffrire con noi. E con Dio si può disperare?>> (Card. A. Comastri, via Crucis al Colosseo, 2006).
Noi tutti battezzati che siamo la Chiesa, abbiamo questo distintivo: la Croce di Cristo. Questo segno di cui oggi figurativamente ci viene consegnato il corpo morto di Gesù, ci ricordi che la Pietas – compassione sempre e comunque per tutti – è l’origine dell’Amor di Dio per noi e dell’amore della Chiesa per l’umanità. In questo siamo portatori di speranza. Maria nell’immagine della Pietà, consegnatogli sulle gambe il corpo morto di Gesù e’ sofferente ma non è disperata. Maria soffre la morte del Figlio ma ha fede e sa, e crede, che quella morte è il passaggio di Cristo alla resurrezione, dell’umanità alla vita eterna.

<<O Maria,
in quel Figlio tu abbracci ogni figlio
e senti lo strazio di tutte le mamme del mondo.
O Maria,
le tue lacrime passano di secolo in secolo
e rigano i volti
e piangono il pianto di tutti.
O Maria,
tu conosci il dolore… ma credi!
Credi che le nuvole non spengono il sole,
credi che la notte prepara l’aurora.
O Maria,
tu che hai cantato il Magnificat, 
intonaci il canto che vince il dolore
come un parto da cui nasce la vita.
O Maria,
prega per noi!
Prega perché arrivi anche a noi
il contagio della vera speranza >>. (Card. A. Comastri, via Crucis al Colosseo, 2006).

 

La mia omelia di Pasqua

Nella liturgia della veglia pasquale, la prima lettura è la creazione dell’umanità; poi nel centro della celebrazione ancora una volta proclamiamo: credo in Dio onnipotente creatore del cielo e della terra (riferendosi evidentemente a tutta la vita e specialmente alla vita umana). Poi nel Vangelo l’annuncio incredibile: <<non è qui – nel sepolcro – è risuscitato>>. E poi ancora proclamiamo: credo in Gesù Cristo che è risuscitato dai morti… Siamo chiamati ad annunciare sempre e comunque e di nuovo che Cristo è risuscitato, che la morte è vinta, che siamo eredi con Lui, noi figli nel Figlio unigenito del Padre, della sua stessa eredità: la vita eterna! Questo messaggio che viene dato alle donne mattutine nel giardino del sepolcro, che viene dato alla Chiesa, è un messaggio che si installa in una situazione di lutto, di dolore, di dubbio e forse anche di delusione. Le donne vanno a fare i normali riti alla tomba del morto , ma stavolta il morto non c’è! Nel nostro dolore, nei nostri dubbi, nel nostro lutto, e nel nostro sentirci forse delusi e abbandonati da Dio: non dobbiamo aver paura! È risorto! Ha distrutto la morte! È stupefacente questo annuncio dell’angelo: Cristo ha distrutto la morte e ci salva nella morte (non dalla morte)! Perché ci stupiamo? Se crediamo che Dio è onnipotente e creatore della vita e di ogni forma di vita, se professiamo la fede nel Dio che ci ha donato la vita senza nostra coscienza: perché non credere che Dio donerà la vita eterna nel suo regno, dopo la nostra morte? Perché? Allora dobbiamo fidarci e affidarci a Dio! Allora dobbiamo vivere senza aver paura o almeno lasciandoci illuminare e consolare dalla Parola del Vangelo: il Signore ci parla attraverso la Parola di Dio e ci dona la sua Presenza di risorto nella preghiera.
Le donne vanno al sepolcro ma l’esperienza che fanno supera la storia. Un angelo gli parla, appare Gesù risorto e, anche Lui, gli parla… Le donne rappresentano la Chiesa che come umanità fa l’esperienza quotidiana del dolore, della croce e della morte, ma in questa esperienza storica la Presenza di Cristo ci eleva ad un rapporto confidenziale con Dio, quasi mistico… L’ascolto e l’adorazione sono la prima risposta a Cristo che si rivela con la sua Parola e il suo Corpo di risorto.
Da qui parte l’annuncio gioioso della Chiesa in questa speranza certa: la morte non è l’ultima parola, ma l’ultima Parola è quella di Dio, è Parola di vita eterna.
Lasciamoci perciò prendere il cuore da questo annuncio: Cristo il Figlio di Dio fa risplendere in noi la sua luce serena! Sì, abbiamo bisogno della serenità e della pace che vengono dallo Spirito di Dio ed entrano nel nostro cuore; abbiamo bisogno di fede e fiducia che Dio conosce la storia, è al di sopra della storia, l’ha creata e l’ha redenta; abbiamo bisogno della Presenza illuminante e rigenerante di Dio nella nostra vita; abbiamo bisogno di una esperienza reale e spirituale di Dio nel nostro quotidiano, per portare l’Eterno nella nostra esperienza terrena; abbiamo bisogno di invocare la Presenza di Dio.
Dopo Pasqua Gesù sale al cielo ma non lascia sola la Chiesa e l’umanità. Il tempo liturgico della Pasqua si concluderà con un giorno molto importante quanto quello di Pasqua: la Pentecoste. Il dono della Resurrezione è anche dono dello Spirito santo qui e ora.
Dio – come recita una delle preghiere collette della veglia pasquale – è potenza immutabile e luce che non tramonta. Dio volga lo sguardo su di noi, la Chiesa, ammirabile sacramento di salvezza, e compia l’opera predisposta nella Sua misericordia, affinché: tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo che è principio di tutte le cose.
Ci doni il Signore la vera gioia di Pasqua , la gioia di Dio. Sì, Dio gioisce! Dio gioisce perché ci ha regalato, per dono e per misericordia, la vita eterna. Cerchiamo in noi la gioia di Dio. È un modo diverso della nostra gioia forse perché la gioia di Dio è quella che in Cristo ha saputo passare per la passione e la morte.
Chiediamo a Dio allora la sua gioia, la gioia divina e doniamo questa gioia divina a chi ci sta intorno. Dio non dona la vita eterna a chi gli sta simpatico o solo ad alcuni prediletti: è per tutti perché è dono di misericordia! Cerchiamo, doniamo, diffondiamo, contagiamo chi ci sta intorno della gioia divina, perché possiamo caminare in questo rinnovamento continuo della vita che è fatto di continue morti e resurrezioni, che è fatto di passi concreti ma spirituali verso il Regno di Dio. Maria, la prima dei risuscitati che ha cantato la gioia divina nel Magnificat, ci aiuti a camminare sui sentieri di Dio, sotto la guida dello Spirito santo, verso la vetta della Vera Gioia.
La gioia del Signore sia la vostra forza.

Una Santa Pasqua
Don Stefano

 

La mia omelia del 19 Aprile

La sera…
Da non crederci. Gesù messia, ha curato i malati, ha liberato gli indemoniati, ha ridato la vista ai ciechi ed ha riportato in vita chi era morto; ed ora il morto è Lui! I discepoli nella sera triste e smarrita, nel labirinto della nostalgia e del timore vivono nel cenacolo chiuso, nella loro casa, come siamo chiusi noi in una quarantena in cui sembra essere sempre sera, in cui sembra che il “giorno” non arrivi, in cui sembra che la speranza è tolta, in cui la paura è spesso il nostro inseguitore, in cui sembra che la morte sia più forte (leggi la seconda lettura 1 Py 1,3-9)… Ma questi discepoli ci insegnano che nell’ora del buio, dello smarrimento e del lutto: la preghiera ci dona il “soffio” di Dio.

Il cenacolo a porta chiusa
I discepoli di Gesù avevano paura di essere arrestati e uccisi anche loro come il Cristo. Non fuggono però come hanno fatto altri (leggi la prima lettura At 2,42-47)… Ma trovano la loro sicurezza nel cenacolo, la casa che li ospitava in questo tempo di Pasqua, stando insieme nonostante le differenze caratteriali e le paure… La sicurezza per noi è questa “casa”, la nostra casa che è fatta della Chiesa familiare, in cui siamo chiamati a riscoprire la preghiera; la nostra casa è la Chiesa che è comunione di preghiera … La Chiesa – e in questo periodo di quarantena lo abbiamo forse scoperto – non è l’edificio o un posto … la Chiesa è la casa spirituale che noi costruiamo con la nostra preghiera di battezzati che ci mette in comunione con gli altri: qui entra Gesù nonostante le porte chiuse!

Venne Gesù e stette in mezzo
Mentre pregano appare Gesù risorto e, dona la Pace: <<pace a voi>>. La pace è il primo dono di Cristo all’uomo che prega, la pace del cuore che contagia e dona pace a chi ci sta intorno.
Gesù non entra dalla porta ma appare nel mezzo. Cosa stavamo facendo i discepoli quella domenica più o meno in cerchio? Pregavano e aspettavano una sua manifestazione come aveva promesso alle donne la mattina dello stesso giorno… Ma ormai quella domenica volgeva a sera, non si perdono di animo, ma pregano. E che preghiera avranno fatto? <<Fate questo in memoria di me>>, gli disse Gesù durante l’ultima cena: quindi la preghiera eucaristica. L’Eucaristia è davvero Gesù risorto presente nella sua Chiesa! L’Eucaristia è davvero l’Agnello di Dio che con i segni della passione e della morte si mostra risorto e glorioso ai discepoli ! L’Eucaristia è davvero la realtà in cui l’Agnello di Dio è presente in mezzo a tutti nella Chiesa, da il senso alla storia e toglie il peccato del mondo (leggiti Apocalisse capitoli: 5; 6; 7; 22)!

Il soffio di Dio
Nella creazione <<Dio… soffio’ un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente>> (Gen 2,7), nella resurrezione il Figlio di Dio risorto appare e soffia lo Spirito santo affinché l’uomo diventi un essere vivente redento. Redento non perché se lo è meritato, ma Cristo stesso ce lo ha ottenuto: ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo! Questo è il primo mandato missionario di Cristo a noi cristiani: portare il perdono.

Di domenica in domenica
Otto giorni dopo Gesù appare di nuovo e stavolta c’è anche Tommaso che prima non c’era ed era incredulo della testimonianza dei fratelli discepoli. Tommaso ci rappresenta tutti. Gesù dopo che è asceso al cielo nessuno lo ha più visto, lo rivedremo alla fine dei tempi: nell’ultimo giorno del Signore che tornerà. La fede perciò include i dubbi e le paure… Beati noi che non vediamo e crediamo, beato noi se come Tommaso non lo abbiamo ancora visto ma siamo rimasti ad aspettarlo nel “cenacolo” della fede della Chiesa! Beati noi che crediamo e camminiamo nonostante i dubbi, le incertezze e le paure, perché solo così ci accorgiamo che con lo Spirito santo che la creazione e la resurrezione è: da crederci!

Vi benedico di cuore
Don Stefano

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LA MIA OMELIA DI DOMENICA 26 APRILE

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Il cammino dei due discepoli
Due discepoli scelgono di andarsene dal cenacolo, fuggono dal luogo della passione e morte di Gesù, dalla Chiesa. Fanno una cammino verso un paese, Emmaus, che storicamente forse neanche esiste: rappresenta il non-luogo, il nulla, il “nessuna parte”. Spesso anche noi, se ci pongono la domanda: verso dove vai? Il tuo cammino verso dove ti porta? Non sappiamo rispondere… L’umanità di questi discepoli arrabbiati, tristi, delusi, precipitosi ad andarsene – da lì e qualche ora Gesù risorto sarebbe apparso nel cenacolo – increduli alle testimonianze delle donne: li fa andare verso un luogo indefinito. Per ciascuno di noi è così! Senza Dio abbiamo solo mete senza senso, mete finevoli, mete che portano “da nessuna parte”. Noi, come loro, spesso “speriamo che fosse Lui”, Gesù, a liberarci da quello che ci opprime, da questi sentimenti, ma, addirittura, Lui è morto, perché Lui non ci salva dalla morte ma nella morte. Ma questi discepoli che incontrano questo strano viandante e lo ascoltano: fanno si che il loro cuore nel petto arda della Parola di Dio. Lasciamo che Dio parli al nostro cuore attraverso la Scrittura: solo così riconosceremo, come i due di Emmaus, la presenza di Dio nella nostra vita, di Cristo nelle Scritture, dello Spirito santo nell’Eucaristia e nella Chiesa. Gesù risorto stesso cammina con noi ma spesso non lo riconosciamo perché non ascoltiamo con il cuore le Scritture… La meditazione della Parola di Dio sia a fondamento del nostro cammino.

Il Viandante camminava con loro
Il Vangelo ci porta a metterci nei panni dei discepoli e di Gesù risorto strano viandante… Oggi Gesù cammino attraverso le strade del mondo attraverso noi battezzati. Ciascuno di noi ha una missione ovunque siamo. Per il Battesimo che abbiamo ricevuto: siamo portatori di Gesù risorto! Ciascuno di noi, la Chiesa, oggi è quel viandante dove da subito non si riconosce il Risorto, ma lo Spirito ce lo abbiamo! Abbiamo in noi la splendida, gloriosa, eterna, potente, misericordiosa, amante… dolce Presenza di Dio: di questa presenza dobbiamo essere contagiosi! Come? Facendo come ha fatto Gesù; come il Viandante, noi Chiesa, Corpo di Cristo risorto, dobbiamo: camminare con l’umanità che spesso no sa dove va …e ascoltarla, annunciare chiaramente il Vangelo senza abbellimenti o digressioni, parlare la Parola di Dio, restare con la gente quando raggiunge la sera della vita (la sofferenza e la morte), celebrare L’Eucaristia riconoscendo li l’unica Presenza Reale di Gesù risorto e poi, a Missione compiuta, saper sparire.

Fidiamoci a affidiamo a Dio
Resta con noi Signore. Questi discepoli arrivano a pregare così perché riconoscono nel viandante la “Sicurezza” divina. Spesso speriamo anche noi che “fosse Lui”, Dio, a liberarci da questo o da quello….lasciamo fare a Lui, noi soltanto chiediamo di restare con noi. Sappiamo che la nostra vita spirituale non è stanziale: sappiamo che passa per la tristezza e l’incredulita’, passa per il cuore che si emoziona per l’ascolto della Parola ma passa anche attraverso momenti di sconvolgimento per la morte; passa tra le delusioni e le precipitosita’ che nei bei momenti di pace ed illuminazione, passa per il peccato e la misericordia… Neanche noi sappiamo dove ci porta il nostro cammino che, con Dio, non è destino, ma profezia. Cresca nel nostro cuore questa consapevolezza: siamo figli di Dio, siamo la Chiesa di Cristo, siamo i custodi e i portatori dello Spirito santo.
Con questa consapevolezza del cuore possiamo dire:
TU SAI DOVE MI STAI PORTANDO, SIGNORE!

Vi benedico di cuore
Don Stefano

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La mia omelia di domenica 3 Maggio 2020

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L’Immagine di Dio nel Cristo Buon Pastore

<<Il Vangelo odierno induce a un ripensamento della Persona, della figura, della missione di Cristo… È qui necessario subito evitare uno scoglio assai in voga ai giorni nostri: quello definito “mitizzazione”: un rifacimento, cioè, artificioso e fantastico della figura di Cristo>> (Paolo VI, omelia del 28/4/1968). Questa pagina di Vangelo in cui Gesù stesso – mette in antinomia: Cristo e i ladri briganti, conoscenza ed estraneità, sequela e fuga, libertà e schiavitù – vuole farsi conoscere come il Pastore che ci conosce, che ci libera e ci conduce… Dio non è un ladro e un brigante, non scavalca la recinzione del nostro cuore per entrarvi per forza, Lui passa dalla porta, Cristo passa dalla porta della recinzione in cui il nostro “guardiano” interiore, chiamato riflessione e scelta, decide di farlo entrare oppure no: <<Ecco, sto alla porta e busso – dice il Signore -. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me>> (Ap 3,20). La fede e’ qualcosa che dipende da noi, Dio non forza nessuno! <<Quando ha spinto fuori le sue pecore cammina davanti ad esse>>, dice il Vangelo: Cristo buon pastore non spinge nessuno da dietro con prepotenza e per forza, ma spinge da davanti con la sua voce; la sua voce è la spinta: se noi la ascoltiamo e ci lasciamo interpellare il cuore… Cristo non è un ladro che viene a rubarci la libertà o chissà cosa altro (tempo, spazio, ecc…), tanto meno un brigante che viene a metterci paura e forzature. Dio non viene a togliere niente dalla nostra vita! Lui è Dio e non ha bisogno di niente, tuttalpiù viene a donare… Seguire Cristo e’ una scelta, Dio non si pone verso l’umanità imponendosi ma ponendosi come scelta! Giovanni ha scritto il Vangelo circa nel 90 d.C. e non c’era bisogno più in quel tempo di mettere in contrapposizione Cristo e la vecchia religiosità dei farisei e degli scribi; allora Giovanni si riferisce alla Chiesa mettendola in guardia perché: la nostra fede potrebbe diventare sola religione del “brigante” che vuole imporre le proprie idee e le proprie scelte, derubare come “ladri” a Cristo la sua autorità per potersela dare o darla agli uomini… Quanti discorsi e scelte si fanno nella Chiesa estranei al Vangelo, estranei all’Immagine di Dio che spesso ci siamo fatti. Quante volte esce fuori qualche integralismo religioso che è completamente estraneo al cristianesimo del Vangelo o qualche lassismo liberista che porta a sentirci non liberi ma orfani di Dio. Quante mitizzazioni abbiamo creato anche all’interno della Chiesa! Abbiamo mitizzato: celebrazioni e feste, luoghi e spazi, esperienze pastorali e sociali, comportamenti e persone, indicazioni e temi…! Cristo conduce le sue “pecore” per attrazione, e’ Dio Padre che attrae chi si lascia portare da Cristo e attraverso Cristo: Egli infatti è anche la Porta per entrare al cospetto del Padre, alla Presenza di Dio in questo e nell’altro mondo….

Dio e’ conosciuto o estraneo?
Troppo spesso ci rinchiudiamo nei nostri “recinti” vitali pensando che siano spazi vitali, ma sono auto limitazioni della nostra stessa libertà! Rimaniamo chiusi nelle nostre famiglie sicure, amicizie sicure, rapporti sicuri, comunita’ sicure e quant’altro c’è di sicuro, finché poi succede qualcosa, qualche evento, che come un ladro e un brigante, viene a rubarci la serenità e mettere scompiglio nelle nostre vite “sicure”. A Dio, creatore della vita e redentore della morte, spesso dedichiamo pochi spazi e pochi tempi, “spazi” e “tempi” insicuri figli delle idee: “me la sento o non me la sento”, “non ho trovato nessuno…”, “non credo per colpa degli altri…” E, quante altre idee che si fanno scelte, frapponiamo tra noi e Dio rendendo Dio, creatore della vita e redentore della morte, unica sicurezza semmai: il grande estraneo della nostra vita! L’ Estraneo e’ il grande nemico della fede la quale è: sequela e missione in Cristo! L’estraneità e’ la nostra recinzione che abbiamo eretto, come mura di una antica città, perché pensiamo di essere al sicuro: quante persone sono sicure di credere in Dio ma in realtà credono in ciò in cui vogliono credere perché gli piace così! Oggi è il tempo del “secondo me”, lo spazio dell’opinione, anche in Chiesa si sente spesso: “secondo me è così” e quindi – sotto inteso – deve essere così. Quanto profetismo c’è nella Chiesa che proviene da presunte e finte umili illuminazioni, da parole potenti per l’orecchio ma deboli per il cuore e l’intelligenza! Ma la conoscenza di Dio passa attraverso l’umiltà del sapersi come “pecora” dietro ad un altro. L’esser “pecora” definisce la sequela dietro il pastore: ma chi vuole essere pecora? Mi rispondereste: “io sì (ma certo intanto è in senso figurato)…”. Ma l’immagine evangelica della “pecora” – come tutte le altre immagini del Vangelo – non sono in senso figurato ma umano e divino. La pecora dice: umiltà, mansuetudine, mitezza, saper star nel gregge, ascoltare la voce del pastore e senza discutere camminare, andare, uscire… Questo è un Vangelo di liberazione, di uscita dai propri recinti per lasciarsi guidare con FIDUCIA, da Dio e dal suo Vangelo. Come domenica scorsa diciamo al Signore: tu sai dove mi stai portando.

Il Signore ti sta chiamando!
Gesù <<ci conosce e ci chiama per nome, vuole avvicinarci e ci guida assicurando di condurci ai pascoli della vera vita e agli alimenti necessari, oh come diventiamo un po’ migliori anche noi e come sentiamo, per via di amore e di elezione, l’energia nuova, divina, sostituire la nostra umana e tanto ribelle psicologia! In una parola, il divenire perfetti cristiani>>(Paolo VI, omelia del 28/4/1968). Dio ci conosce molto di più di quanto noi conosciamo noi stessi. Non siamo anonimi per Lui, non siamo una massa, ma ci chiama per nome, ci chiama così come siamo, in ogni condizione ci vediamo… Essere perfetti cristiani non è uno sforzo di sequela dietro un guru, ma è Dio che ci rende perfetti con la sua voce, con la Parola di Cristo. Il Signore salva con la sua Parola! Il Signore ti chiama e ti chiama per nome… Cioè sa tutto di te, ti conosce in tutto e ti conosce anche più di te! La nostra conoscenza di Dio passa attraverso la scelta di ascoltare la sua Parola e questa Parola ci spinge – per attrazione – a seguire Cristo perché colpisce al nostro cuore. Nella prima lettura (At 2,14.36-41) chi ascoltava il Vangelo dell’annuncio di San Pietro: <<si sentì trafiggere il cuore>>. Siamo chiamati a metterci il cuore, a lasciarci interpellare nel cuore dal Vangelo, da Dio che ci chiama… Ma lo sto veramente seguendo oppure sto seguendo una idea o peggio ancora non lo sto seguendo? Ci sto mettendo il cuore nel l’ascolto del Vangelo, nella preghiera …? Soltanto se ci lasciamo toccare il cuore dal Vangelo sentiamo la Sua voce e lo seguiamo, usciamo dai nostri “recinti” immaginari e fragili per seguire Cristo e, Lui, sa dove portarci al pascolo, solo Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno, sa donarci la libertà e la vita eterna. Perciò chiediamoci: il Vangelo oggi, in che cosa mi chiama a seguirlo? Da “cosa” dove devo uscire? E domani cosa mi dirà…?

Vi benedico di cuore
Don Stefano

La mia omelia di domenica 10 Maggio

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Le dimore di Dio
Nel contesto del tempo di Pasqua leggiamo questo Vangelo ambientato nel cenacolo, nel discorso di congedo di Gesù durante l’ultima cena. È quindi un discorso di congedo ed ha tutto il carico della passione e del turbamento di quello che stava per accadere, non troppo chiaro ai discepoli ma certo a Gesù: la sua morte e resurrezione. Vangelo che la Chiesa ci fa leggere nel tempo prima della festa dell’Ascensione, che fu il giorno in cui, dopo la resurrezione, Cristo mancò effettivamente da questo mondo fino alla fine dei tempi. L’annuncio di Gesù davanti alla morte e’ chiaro ed esigente: <<non sia turbato il vostro cuore>>. Ma come non può essere turbato il cuore umano davanti alla morte? Davanti al congedo di uno che se ne va? Gesù stesso sa che il cuore non può che essere turbato nei momenti bui, ma sposta il nostro sguardo, lo sguardo del cuore, da un’altra parte: le dimore di Dio. È un annuncio chiaro ma quanto difficile e’ : accoglierlo! Siamo cristiani perché crediamo nella resurrezione di Cristo, ma anche perché la sua resurrezione ci ha “acquistato” una dimora divina nei cieli, nel Regno di Dio. Oh come sentiamo lontane, in tutti i sensi, le dimore di Dio! Quanto è facile credere nel Paradiso, ma quanto è difficile “pensare” alle dimore che Dio ci ha preparato! Non conosciamo, perciò spesso non crediamo, o non ci poniamo la questione… Siamo chiamati da Cristo stesso ad andare al cuore nello sguardo “del cuore”, per cercare di vedere questo aspetto oltre l’umanità visibile. <<Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede… vi sono molte dimore…>>.

La Porta della dimora di Dio tra gli uomini
<<E il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi>> (Gv 1,14). Tommaso apostolo, che più incarna la nostra situazione di fedeli nei tempi dopo la Pentecoste fino agli ultimi tempi, si pone il problema di sempre e di tutti: come entrare in queste dimore? L’evangelista Giovanni, già all’inizio del suo Vangelo, aveva annunciato che il Verbo di Dio, cioè Gesù Cristo, pose la sua dimora in mezzo a noi. <<Tutto è stato fatto – creato – per mezzo di Lui>> (Gv 1,3), quindi per mezzo di Lui tutto verrà redento; se per mezzo di Lui la vita è stata creata, per mezzo di Lui viene distrutta la morte e avremo la vita eterna! Perché Gesù, vero uomo e vero Dio, è Dio, è: l’ IO SONO! Lui è la vita! È la <<sorgente della vita>> (Sal 35,10) e, la sorgente della vita, non poteva rimanere “morta”, ma dopo la morte ha “creato” vita oltre la vita: la vita eterna! Gesù Cristo che proclamiamo nel credo Essere il Verbo di Dio attraverso cui tutto è stato creato, lo proclamiamo anche Signore attraverso cui tutto verrà redento: la via, la verità e la vita. Questo è un invito a rivoluzionare sempre la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore! In Lui ogni cosa può cambiare, risorgere, compiersi e ricominciare, rinnovarsi, distruggersi e ricrearsi, morire e risorgere! Gesù ti dice che Egli è la tua via, il tuo cammino, la tua strada! Arriva l’eco di un grande santo e padre della cristianità, Sant’Agostino ci insegna: <<Essendosi il Signore degnato Lui stesso di farsi nostra via, non vuole che rimaniamo fermi, ma che camminiamo>> (s. Agostino, De Doctrina Christiana, 34,38), cosicché neanche la morte è capace di fermare il cammino verso la vita per cui Dio ci ha creati! Perché Cristo stesso è Via, Cristo stesso è cammino! E, quando cammino: vado avanti, cambio scenario di vedute, quando cammino fatico, mi riposo e riparto, trovo mete e fratelli di viaggio nuovi e vecchi… Mi chiedo: sto veramente camminando? La mia fede è Cristo? Cioè la mia fede è cammino? Voglio veramente seguire Cristo, fare di Lui il mio cammino di vita? Il peccato non c’entra, ci è donata la misericordia! C’entra invece la Verità: cioè la nostra onestà del “cuore”. <<Io sono la verità>>, – dice Gesù – mentre cammini con Lui, Egli si Rivela: soltanto chi cammina ha la visione della Rivelazione… Soltanto camminando e facendo di Lui la nostra via: il nostro cuore e la nostra intelligenza accedono alla “stanza” delle Verità divine! Un altro grande maestro “evochiamo” dal passato, San Tommaso d’Aquino, ci illumina: <<L’intelligenza è fatta per la verità, e quindi soltanto quando la raggiunge ne resta appagata>> (s. Tommaso d’Aquino, III Sent., d. 33). Quindi se la nostra fede spesso non ci appaga è perché non godiamo delle Verità che il Signore ci dona, allora significa che non stiamo camminando… La Verità di Dio è nel Vangelo, in special modo, ma anche in tutte le scritture: ho un rapporto vero, spirituale, direi vitale, con il Vangelo? Perché seguire Gesù via (cammino) che ci svela cammin facendo le Verità di Dio (cioè se stesso) diventa la nostra stessa ragione di vita. Siamo battezzati affinché Cristo sia la nostra ragione di vita: lo è? <<Io sono la vita>>! <<Io sono l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente>> (Ap 1,8)! Lui è il nostro Principio (Alfa) siamo stai creati per mezzo di Lui, le radici del “albero” della nostra vita sono in Lui; se vogliamo ritrovare noi stessi dobbiamo perciò tornare alle nostre radici, tornare a Lui. Lui è anche il nostro “fine” (omega) il nostro traguardo, la vita eterna; le fronde ed i frutti del nostro “albero” della vita sono in Lui; se vogliamo ritrovare in noi stessi il senso della nostra vita e di ciò che ci succede , dobbiamo perciò andare verso Dio. Cristo è la “scelta” di vita che ogni giorno mi si dispiega davanti in occasioni di preghiera, di meditazione e di riflessioni sul Vangelo che alimenta la fede, la speranza e la carità.

Vedere Cristo
L’apostolo Filippo, come noi, soffre della mancanza della “visone”, ed evidentemente del Silenzio, di Dio. <<Mostraci il Padre>>! Ma la Parola di Dio, come Gesù proclama, viene dal Padre: questa ci dona la visione del Padre. Diventa urgente allora una fede che nella preghiera e nell’ascolto della Parola di Dio, ci fermi dalla nostra corsa quotidiana, per aprirci al modo di vedere di Dio, che non è molto spesso quello dell’umanità. È urgente perché nel mondo corriamo, come corre la vita e non gustiamo mai ciò per cui siamo stati creati. Forse questa quarantena ci ha aiutati e ci aiuta, nonostante tutta la sua negatività, ad un aspetto di positività: dobbiamo riportare tranquillità, pace, serenità, ristoro, fermate…nella nostra vita! Può essere solo un virus a fermarci? È urgente allora saperci fermare ogni giorno per meditare nella preghiera e nel Vangelo, perché questo ci apre alla visione… Siamo stati creati non per correre nel creato ma per contemplarvi l’amore, l’Amore di Dio e del nostro prossimo. Lo Spirito santo che è effuso nei nostri cuori dal giorno della Pentecoste possa aiutarci ad essere aperti alle sue novità e alla contemplazione. Vorrei terminare questa lunga predica con le parole di una preghiera della veglia pasquale: <<o Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta, volgi lo sguardo alla tua Chiesa, ammirabile sacramento di salvezza, e compi l’opera predisposta nella tua misericordia: tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo, che è principio di tutte le cose. Egli vive e regna a nei secoli dei secoli>>.

Vi benedico di cuore
Don Stefano

 

La mia omelia di domenica 17 Maggio

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Il Dio che dona …
Il Vangelo di questa domenica, ambientato ancora nel cenacolo durante l’ultima cena, ci prepara a celebrare la festa dell’Ascensione e poi la solennità della Pentecoste. Gesù pronuncia parole tutte al “dativo”: Dio dona e l’uomo riceve… Dio viene nella vita dell’uomo chiamandolo non per prendere ma per donare. Bisogna porsi nell’ottica di una vera fede che ci renda coscienti che Dio può e vuole solo donarci qualcosa… E, ce lo dona Dio, questo qualcosa, dovrebbe essere per noi di capitale importanza! Dio dona lo Spirito santo che è chiamato anche Paraclito, che significa consolatore: Dio ci dona la consolazione; ma il dono dello Spirito ha anche un altro effetto: la verità! La verità vista come visione di Dio e della vita rispetto alla fede… Un altro dono di Dio e’ la sua presenza: <<non vi lascio orfani: verrò a voi>>. Poi il dono più grande: l’Amore di Dio. Dio ci fa entrare nella sua famiglia “trinitaria”, del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

Come ricevere questi doni di Dio
<<Osservando i comandamenti>>. Si parla però non di una mera osservanza legalista o moralista, quanto invece del comandamento dell’amore che li racchiude tutti: <<amerai Dio, amerai il prossimo tuo e amerai te stesso>>. Il veicolo attraverso cui l’Amore di Dio, che è lo Spirito santo, entra in noi e’ l’osservanza dei comandamenti, chiamati nella Bibbia: “le dieci parole o le parole”; perciò è la Parola di Dio in noi che suscita la presenza di Dio con lo Spirito di amore. La Parola di Dio meditata, riflettuta, scrutata, pregata e celebrata (i Sacramenti) e’ il veicolo attraverso cui arriva a noi lo Spirito di Dio e la comunione con Cristo stesso che ci fa vedere Dio e la vita con occhi diversi… È nella Parola di Dio che scopriamo la resurrezione e la salvezza nostra! Nella Parola di Dio abbiamo la visione reale che Cristo prega il Padre per noi! Non possiamo vivere una fede scorporata dalla Parola di Dio che è fatta di soli atti religiosi! La Parola di Dio ci cambia la vita e la visione della vita stessa – e anche della morte – e su Dio.

Eletti per ricevere la presenza dello Spirito di Dio
Si capisce nel Vangelo che il discepolo e’ soltanto un uomo o una donna, che non ha eletto lui o lei, Dio. Dio ti ha scelto per farsi conoscere a te e al mondo e per farti destinatario della sua Presenza, dello Spirito santo. Per quanto soli possiamo sentirci, quando la vita ci fa passare attraverso certi deserti, la fede del discepolo sa che Dio “non lo ha lasciato orfano”, che Cristo verrà alla fine dei tempi e prima o poi in qualche modo nel tempo… Sei stato scelto, sei stata scelta, per portare in te la Sua Presenza, non sei mai orfano, porti impresso un messaggio: il Signore viene! Non piangiamoci addosso con i nostri mali, con le mostre lamentazioni anche giustificate! Siamo nell’era del vittimismo sterile che è prova di ateismo pratico: il cristiano non è orfano! È nell’attesa – lo ricorda a se stesso e al mondo – che Cristo intervenga e torni… Bisogna saper aspettare l’azione di Dio – che ha i suoi tempi e modi non umani – e non aspettarsi niente dagli altri! Solo Dio è capace di non farci sentire soli, di non farci sentire orfani, di consolarci. Uno che pregava ha scritto sulla Bibbia: <<….consolatori, ma non ne ho trovati>> (salmo 68,21), ci illudiamo che qualcuno possa consolarci, ma ecco che dopo l’illusione arriva quasi scontata la delusione. Solo in Dio possiamo trovare la vera consolazione.

La scelta
Il Vangelo è chiaro: “il mondo non può ricevere lo Spirito, non vede Cristo né lo conosce e siccome non vede vive nell’ossessione della morte! Queste non sono parole di condanna da parte di Gesù verso il mondo, quanto invece la conseguenza della scelta di non seguire Dio. <<Siamo nel mondo ma non siamo del mondo>>, siamo di Cristo e, Cristo, è di Dio! Voi invece vivrete, saprete e vedrete… Gesù non parla di peccare o non peccare, non fa un discorso moralista o legalista sui comandamenti, quanto invece un discorso sull’accoglienza della Parola di Dio che dona il Suo amore Divino. Solo il suo amore divino ci fa vivere con amore vero l’amore per noi stessi e per il prossimo. La Parola di Dio è la medicina all’amore malato per noi stessi o per gli altri… Dio ti ha scelto, ti ha eletto per portare dentro di te la Sua presenza: come custodirla? leggendo, ascoltando, scrutando, pregando e celebrando la Parola di Dio. Questa è la vocazione che Dio rivolge all’umanità che lo ascolta…

La vocazione è una convocazione
La chiamata di Dio non è mai solitaria, è sempre comunitaria, è sempre da vivere in comunione con gli altri, è sempre Chiesa. Da questo Vangelo si capisce che come la santissima Trinità è comunità d’amore, così la Parola scende in un uomo e una donna, posto in una comunità. Ne consegue che noi siamo la Chiesa e:
La Chiesa è convocata dalla Parola di Dio e non dalle nostre voglie…
La Chiesa ama Cristo e osserva la sua Parola e quindi ama il mondo.
La Chiesa è destinataria dello Spirito consolatore che resta e quindi consola…
La Chiesa è destinataria dello Spirito della verità e custodisce la verità su Dio.
La Chiesa conosce Dio perché lo ha dentro…. e ha il compito di annunciarlo.
La Chiesa non è orfana perche’ sa che Lui, viene… annunciando la resurrezione.
La Chiesa vive perché vede il Risorto e trasmette la speranza.
La Chiesa sa la Trinità e quindi conosce se stessa…
La Chiesa è manifestazione imperfetta dell’Amore di Dio che invece è perfetto.
Noi siamo la Chiesa, siamo chiamati da Cristo a seguirlo e a ricevere il Suo santo Spirito nella Chiesa.

Vi benedico di cuore
Don Stefano

 

OMELIA DELLA S. MESSA DELL’ASCENSIONE

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Sul monte

Ogni grande avvenimento di incontro dell’uomo con Dio e’ avvenuto – scritto sulla Bibbia – molto spesso su un monte… Pensiamo alle grandi teofanie – manifestazioni di Dio – nell’antico testamento: Mose’ sul Sinai, o pensiamo ai profeti… Alle stesse assunzioni di questi uomini di Dio… Pensiamo al monte della trasfigurazione dove Gesù si rivela per quel che è: vero uomo d vero Dio… Questo avvenimento nella sua grandezza del Signore della vita che ha distrutto la morte: avviene sul monte, cioè il luogo, o meglio il momento, dell’incontro forte con Dio. Il Dio fatto uomo in Gesù di Nazareth, che è passato per le vicende dell’umanità, ora gloriosamente e divinamente: ascende al cielo! Tutto succede davanti gli occhi dei discepoli prostrati ma dubbiosi, in una atmosfera surreale, in una situazione soprannaturale… Il mistero dell’Ascensione è sì il Signore Gesù vero Dio che viene assunto in cielo, ma è anche il massimo trascendersi dell’uomo Gesù di Nazareth: l’umanità diventa capace di essere assunta da Dio in cielo! L’Ascensione e’ il grande annuncio che: l’umanità può raggiungere Dio! Il Signore ci chiama sul “monte” della preghiera per incontrarlo! La preghiera deve poter essere un trascendersi della nostra umanità che tende ad incontrare la divinità. La preghiera e’ quindi: incontro con Dio. La preghiera è l’uomo e la donna che trascende lo spazio e il tempo, le gioie e i dolori, le inquietudini e le sicurezze, prima che per chiedere, intercedere e lodare, innanzitutto: per incontrare Dio! Come uno incontra una persona che ama non primariamente per chiedere o per dare, quanto per godere della sua presenza, così è la preghiera: incontro con Dio. Gesù non ha inaugurato una religione fatta di ritualismi, precetti cultuali, leggi morali, preghiere dette a “pappagallo”, quanto invece ha aperto la possibilità all’uomo di incontrare il suo Dio sul “monte” del proprio cuore: la preghiera è come una montagna da scalare dentro di noi per raggiungere il punto più alto, per raggiungere la presenza di Dio. Siamo chiamati in tutta la nostra giornata: a tendere verso Dio, a scalare anche con fatica il tempo e lo spazio per fermarci ed inconcontrarLo, a raggiungere il picco di avvicinamento al Dio.

Si prostrarono però dubitavano
Davanti a questo misterioso evento gli aposotoli, che hanno visto Gesù di Nazareth maestro e messia fare miracoli e predicare con autorità, percorrere umanamente ogni sentiero per spronare il cuore dell’uomo verso Dio, che hanno creduto che Lui era il Figlio di Dio e lo hanno visto risorto dopo la morte: si prostrano davanti a questo Signore che davanti ai loro occhi si innalza, cioè si distacca da terra, e scompare, si nasconde: gli occhi dei discepoli bruceranno di insonne desiderio di rivederlo, di vederlo ancora; ma fino alla sua ultima apparizione, fino al suo ultimo ritorno alla fine dei tempi non lo vedranno più, non lo vedremo più! La generazione degli apostoli scomparirà, senza che la tensione della loro attesa sia soddisfatta; così per le altre generazioni successive, così per la nostra presente generazione… Noi viviamo del ricordo di Gesu Cristo, pur non avendolo mai conosciuto, lo preghiamo e ci prostriamo in adorazione, aspettiamo la sua trionfale e finale ricomparsa, ma Gesù rimane invisibile, silente. Facciamo attenzione, fratelli e figli (annuncio’ Paolo VI nella sua omelia all’Ascensione del 1975)! Invisibile, ma non assente! <<Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo>>! Per quanto il dubbio deve far parte della fede per poterla far crescere – perché solo dal dubbio che è domanda che ci si pone sulla verità scopriamo sempre di più la verità – , come gli apostoli, ci prostriamo per incontrarlo perché è con noi fino alla fine del mondo. È invisibile ma non assente. Ma come incontrarlo? A Pentecoste avremo la risposta.

Andate, fate discepoli e battezzate…
Siamo chiamati a portare la presenza di Dio che non vediamo, di cui dubitiamo, ma a cui ci prostriamo con la nostra preghiera, al mondo… Dobbiamo vivere verso la speranza che non delude, e vorrei “dirvelo” con le Parole di Paolo VI pronunciate in due omelie dell’Ascensione.
<<Noi sappiamo che la mentalità moderna rifiuta questo disegno costitutivo dell’esistenza umana. La mentalità moderna, vogliamo dire quella priva del faro orientatore della speranza cristiana, è tutta impegnata nella conquista del benessere temporale, attuale. La scienza naturale è la sola sua luce; il benessere economico il suo paradiso terrestre; e talora i bisogni legittimi e gravi della vita naturale e presente si vorrebbero strumentalizzare in contrapposizione della finalità religiosa della vita, come prevalenti, anzi come i soli meritevoli dell’umana ricerca, e come degni di piegare a sé e di sostituire i bisogni e doveri dello spirito e le promesse della fede. Questo non è conforme al programma cristiano, il cui disegno, pur riconoscendo e servendo le necessità del tempo, spazia ben oltre i confini degli interessi materiali e dei piaceri momentanei del carpe diem. E meraviglia! il cristiano, pellegrino verso il Cristo oltre il tempo, e perciò libero ed agile, disancorato nel cuore dalla scena effimera di questo mondo (Cfr. 1 Cor. 7, 31), proprio in virtù del suo insonne amore al Cristo glorioso dell’al di là, sa scoprire il Cristo bisognoso dell’al di qua; egli intravede il suo Cristo, degno di totale dedizione, nel fratello povero, piccolo, sofferente ove l’immagine mistica di Gesù celeste, secondo la sua divina parola, s’incarna nell’umano dolore terrestre. La nostra festa dell’Ascensione di Cristo può infatti celebrarsi anche così, ascoltando e realizzando la sua travolgente parola d’amore sociale: «In verità vi dico, ogni volta che avrete fatto del bene ai miei fratelli più piccoli, voi l’avete fatto a me» (Cfr. Matth. 25. 40).Così l’Ascensione di Cristo in cielo illumina, guida e sorregge il nostro cammino sulla terra>> (Paolo VI, omelia del 27 maggio 1976).
<<Ma come, come vederlo, come riconoscerlo, come riascoltare la sua voce, come aprirgli il nostro cuore, se le vie naturali della nostra conversazione sono incapaci di superare l’abisso, che il mistero dell’Ascensione ha scavato fra Lui e noi? Lo sappiamo. Gesù si è nascosto, affinché noi lo cercassimo; e noi sappiamo qual è l’arte, qual è la virtù, che ci abilita a questa ricerca, anzi a questa scienza superrazionale della misteriosa presenza di Cristo fra noi. È la fede, che nel battesimo ci è infusa, e che ex auditu si determina (Cfr. S. THOMAE In IV Sent. 4, 2, 2, sol. 3), accogliendo cioè la parola di Cristo insegnata dalla Chiesa; la fede, che nel suo esercizio, come c’insegna S. Agostino, ha pure i suoi occhi, habet namque fides oculos suos (Cfr. S. AUGUSTINI Ep. 120: PL 33, 456; et En. in Ps. 146: PL 4, 1897); esercitata con amore e per amore alla divina verità, con gli «occhi del cuore», cresce nella sua certezza, approfondisce la sua visione, e diventa un’esigenza d’azione (Cfr. Gal. 3, 11).
Festa perciò della fede questa nostra dell’Ascensione; una fede che spalanca la finestra sull’oltretempo riguardo a Cristo risorto, lasciandoci intravedere qualche cosa della sua gloria immortale: e sull’oltretomba riguardo a noi morituri, ma destinati, alla fine dei nostri giorni nel tempo, alla sopravvivenza nella comunione dei Santi e alla risurrezione dell’ultimo giorno per l’eternità. La fede allora diventa speranza (Hebr. 11, 1); una speranza vittoriosa emana dal mistero dell’Ascensione, fonte ed esempio del nostro futuro destino, e che può e deve sorreggere il faticoso cammino del nostro pellegrinaggio terrestre. E la speranza, ci è assicurato, non delude: spes autem non confundit (Rom. 5, 5). Amen!>> (Paolo VI, omelia del 8 maggio 1975).

Vi benedico
Don Stefano

 

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