Il nostro Patrono

L’Apostolo San Tommaso Nato e trascorsa la giovinezza sulle rive del lago di Genezareth, dove esercitava il mestiere di pescatore, Tommaso (traduzione greca dell’aramaico “toma”: gemello) fu aggregato al collegio apostolico dopo la seconda pasqua. Certamente seguiva il Maestro dall’inizio della vita pubblica; ignoriamo, comunque, la precisa occasione quando entrò in relazione con Lui.

D’altronde quando gli apostoli devono sostituire Giuda nel numero dei Dodici per bocca di S. Pietro richiamano il criterio per la scelta: “tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato, tra di noi assunto al cielo”; che vuol dire che la qualifica di apostolo richiedeva l’essere stati con Gesù tutti e tre gli anni dalla Sua vita pubblica. Della origine e dei genitori dell’apostolo non si ha nessun ragguaglio; la tradizione apocrifa crede di aver individuato il compagno (o la compagna) di lui nel seno materno in Eleazaro o in Lidia. Che anzi Cristo stesso sarebbe stato suo gemello; e la somiglianza arrivava al punto – si diceva – che, spesso, egli veniva scambiato col Nazareno. Della personalità di S. Tommaso fanno spicco: coraggio unito a fermezza di carattere: “andiamo anche noi a morire con lui” disse nel momento in cui gli altri apostoli dissuadevano il Maestro dal recarsi di nuovo a Gerusalemme, dove da poco i Giudei avevano tentato di lapidarlo; premura di rendersi conto delle affermazioni di Gesù, non disgiunta da spirito ragionatore: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via” aveva fatto notare a Gesù in un’ora d’incertezza e di sconforto per l’imminente “partenza” di Lui; scetticismo e affermazione e attestazione di fede riguardo alla risurrezione del Signore. Tommaso è ricordato ancora da Giovanni e in Atti ma senza particolare specificazione. Non appena la Vergine viene assunta al cielo in anima e corpo gli apostoli, per soprannaturale disposizione, si sarebbero ritrovati per l’ultima volta a Gerusalemme (nel 42 ca.). Tommaso, mentre viene prodigiosamente trasportato dalle regioni dei Parti al monte degli Ulivi, vede il corpo di Maria salire al cielo. La Madre di Dio alle suppliche e invocazioni dell’apostolo, per consolarlo, gli getta dall’alto la cintura con la quale gli undici avevano cinto il corpo santissimo. Dopo aver evangelizzato (negli anni 42-49) i paesi della Media (regione della parte nord-occidentale dell’Iran compresa tra il mar Caspio, L’Armenia, la Mesopotamia e la Persia) e della Persia, S. Tommaso si diresse in India dove, la prima volta (anni 53-60), predicò la fede di Cristo lungo le coste sudo-occidentali (Malabar) e, successivamente, nel Coromandel (costa sud-orientale). Suggellò la sua missione col martirio – fu ucciso a colpi di lancia – in Calamina, l’odierna Mylapore (o Meliapor), sobborgo di Madras, tra gli anni 68-72. Gli Atti di Tommaso, ci parlano della predicazione, dei miracoli e del martirio dell’Apostolo: I soldati si avvicinarono, lo colpirono tutti insieme ed egli cadde a terra e morì, e concludono con le parole: “Qui finiscono gli atti di Tommaso, apostolo di nostro Signore Gesù Cristo, che fu martirizzato in terra indiana per ordine del re Mazdai”. Le reliquie del Santo il 3 luglio del 230 vennero portate da un mercante a Edessa di Mesopotamia. All’epoca delle conquiste musulmane e della II Crociata le Ossa di S. Tommaso furono trasferite nell’isola di Kios (Scio, arcipelago greco). Nel 1258 si ebbe la traslazione a Ortona. Di questo evento esistono vari documenti, in modo particolare una pergamena redatta pochi mesi dopo da pubblici notai della città di Bari. Vi è, poi l’attestazione di storici insigni quali il Baronio, L’Ughelli e degli scrittori ortonesi G. Ceccario e G.B. de Lectis. I Sommi Pontefici Bonifacio IX, Sisto IV, Clemente XII, Gregorio XIII, Benedetto XIV, per promuoverne il culto, si mostrarono generosi nell?offrire Indulgenze a coloro che visitavano il sepolcro di San Tommaso. Il 5 settembre del 1949 con la Bolla “Innumeras”, in occasione della riapertura al culto del tempio dopo le distruzioni belliche, Pio XII riconfermò tutte le precedenti benevolenze. Numerosi sono i pellegrini che si recano sulla tomba del santo anche da località lontane, riportandone spesso grazie speciali. La nobile svedese S. Brigida venne a venerare il sepolcro di S. Tommaso nella città frentana, ed ebbe dal Signore la Rivelazione che le Ossa di S. Tommaso sono a Ortona: “voglio che tu ritenga con assoluta certezza che in questo luogo vi è il mio tesoro inestimabile, cioè le Reliquie intatte e indivise di S. Tommaso apostolo”; “è necessario che si sappia che come i corpi degli apostoli Pietro e Paolo sono a Roma, così le Reliquie di S. Tommaso apostolo sono a Ortona”. Riteniamo opportuno, perciò, segnalare l’edificante spettacolo di profonda fede che offrono ogni anno gli abruzzesi che, in numero eccezionalmente considerevole e di ogni età e condizione sociale, vengono a Ortona (a sande Tumasse) per pregare sulla Tomba dell’apostolo della fede e per accostarsi ai sacramenti. S. Tommaso è protettore – oltre che dei marinai e dei pescatori – dei muratori, geometri, architetti e ingegneri; l’attributo iconografico è la “squadra” da disegno (o “bacchetta” di olivo) ricevuta dal re dell’India, quando l’apostolo – secondo la tradizione – gli tracciò prodigiosamente la pianta del palazzo reale. Il santo è invocato contro i dolori delle ossa (san Tumasse dall’osse) in genere, della testa e delle affezioni reumatiche. A tal proposito è assai ricercata dai devoti l’ovatta (la “bbummèce”) che viene gelosamente conservata in segno di protezione celeste. Lo stemma araldico di S. Tommaso raffigura verticalmente la “lancia” (strumento del martirio), trasversalmente (da destra a sinistra) la squadra da disegno (di cui sopra), e da sinistra a destra la “palma” (simbolo del martirio) La traslazione delle reliquie in Ortona La più antica testimonianza della letteratura ortonese sulla traslazione delle reliquie di San Tommaso Apostolo in Ortona è costituita dalla Historia translationis corporis sancti Thomae apostoli. Attribuita da G.B. Tafuri (nella Historia degli scrittori nati nel Regno di Napoli) ad un anonimo locale – si tratta certamente di un ecclesiastico – la data di stesura è collocabile tra il 1258 e il 1262. È la narrazione di un avvenimento che, attraverso i secoli, ha inciso profondamente ed in modo positivo sulla vita e sulla realtà socio-culturale, oltre che religiosa di Ortona. In questa circostanza le acque dell’Adriatico sono precorritrici e, nello stesso tempo testimoni, della meravigliosa avventura che, iniziata nell’isola di Scio (Chion) del lontano arcipelago greco, coinvolge nella sua conclusione arciprete, clero e popolo tutto accomunati nell’osanna e nella resa di grazie all’Onnipotente per il grande dono di cui sono stati fatti degni. Al tempo di Manfredi Principe di Taranto, nell’anno 1258, il 6 settembre giorno di Venere, insieme ad altre due, portò trionfalmente a termine la navigazione la galea sulla quale si trovava il corpo dell’Apostolo [Tommaso]: è questa la frase iniziale della Historia che ci offre immediatamente e nello stesso tempo, la puntualizzazione storica ben definita e la sintesi del grande avvenimento. Le tre galee, guidate da Leone, cittadino ortonese, Valente huomo timente Dio, veramente intrepido, et animoso Leone – come si legge nella traduzione cinquecentesca, dal latino, effettuata dal de Lectis – avevano partecipato alla spedizione navale organizzata da Manfredi come appoggio ai veneziani che da tempo erano in lotta contro i genovesi. Sia Venezia che Genova tendevano a monopolizzare – ciascuno a proprio favore – il controllo delle principali vie di navigazione attraverso le quali si svolgeva il traffico delle carovane navali che portavano in patria i prodotti provenienti dall’Oriente mediterraneo e le pregiate mercanzie delle lontane Indie. L’abate Iacopo, che in quel periodo guidava la chiesa locale, avvertito da Leone del grande evento,’ ciò sentendo, il divoto clero convocato, la cosa raccontatali da Leone narrolli, le campane della Città ad allegrezza sonare fé; il che spargendosi per la Città, tutti alla maggior chiesa concorsero, et per lo duplicato gaudio non si sentivano se non allegre, et gioconde voci. Et messosi ad ordine in processione il devoto Clero con tutto il popolo, con angelici canti et hymni, alla marina discesero; et levate le beate reliquie dalla galera, con venerazione grande, Leone in capo alla cattedrale chiesa portò la quale in quei tempi alla Regina de gli Angeli era dedicata. Ma si presentò subito il problema della sistemazione delle reliquie; i pareri erano contrastanti. Dopo lunga preghiera e scrupolosa riflessione dell’opportunità o meno delle varie soluzioni prospettate, clero e Popolo giunsero alla conclusione di collocare la cassetta con le ossa dell’Apostolo nell’altare dedicato alla Vergine Santissima. Un anno dopo gli ortonesi – che avevano saputo della presenza di alcuni cittadini di Scio detenuti come prigionieri di guerra nella roccaforte di Bari mandarono il giudice Guglielmo per ricercare la verità a proposito del corpo di san Tommaso. Così, il 22 settembre 1259 il notaio Nicola di Bari, essendo giudice ai contratti Giovanni Pavone, raccoglieva in un solenne atto pubblico la testimonianza, resa sotto giuramento, che veramente gli ortonesi avevano asportato da Scio le reliquie dell’Apostolo. Ben presto il culto verso Tommaso il Didimo diventa fulcro della religiosità popolare al punto che, sul finire del XIV secolo, il principale tempio del luogo, pur continuando ad essere ufficialmente intitolato a Santa Maria Regina degli Angeli, comincia ad essere indicato, anche in documenti ufficiali, come chiesa di San Tommaso Apostolo. Alcuni secoli dopo, il Pacichelli – che è stato cappellano della chiesa di Santa Margarita nuova, fatta costruire dalla figlia dell’imperatore Carlo V sul finire del XVI secolo – nella sua opera Regno di Napoli in prospettiva parlando di Ortona, scrive “(…) alza per impresa la figura del Santo Apostolo Tommaso sovra una Torre circondata dal Mare, col titolo: Ortona vetustissima civitas”. L’immagine di Tommaso diventa simbolo ufficiale della città, ma non sarà mai un segno puramente esteriore e senza mordente; per gli abitanti della città adriatica ha sempre costituito – anche prescindendo dall’aspetto puramente religioso – motivo di coesione nel superare le difficoltà incontrate attraverso i secoli come, per esempio, in occasione delle distruzioni provocate dai turchi nel corso della drammatica irruzione dell’estate del 1566, dai francesi del generale Coutard nella cruenta e feroce repressione di un tentativo di rivolta degli ortonesi nel febbraio 1799, ed infine, durante l’ultimo conflitto mondiale, dalla tragica battaglia che per alcuni mesi ha visto contrapposte truppe tedesche e truppe canadesi ed alleate sul territorio di Ortona ed ha causato 1300 vittime tra i civili.

 

 

Tratto dal sito: 

http://www.tommasoapostolo.eu/

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