25. settembre, 2021Senza categoria No comments
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Il libro della Storia, l’Agnello, la vittoria e le preghiere dei santi

 

 

Dal libro dell’Apocalisse 5,1-8

E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

 

MEDITAZIONE

Nella visione domenicale, ricordiamo, Giovanni, dopo la celebrazione eucaristica, va in estasi e diventa forte la voce di Dio:   Vieni quassù (che stai a fare laggiù?)… devo mostrarti delle cose… (Ap 4,1). L’invito per noi a lasciarci “trascendere” da Dio, cioè a vedere le cose dal suo punto di vista, come dall’alto, da una angolazione spirituale distogliendoci un poco da esse… Vedere le cose, nella preghiera, belle e brutte della vita, spostandoci un po’ dall’alto…

 

Il contesto storico della preghiera estatica di Giovanni, non è un ambiente calmo e tranquillo di autotrascendenza, anzi avviene in tempo di forti persecuzioni e scontri comunitari interni molto violenti; è Dio che porta per mano l’autore dell’Apocalisse a fare una esperienza interiore – piena di simboli (ebraici e pagàni) – che possano aiutare Lui e il Gruppo di ascolto (coloro per cui ha scritto) a vivere le vicende storiche alla luce di Cristo morto e risorto. Ricordiamo l’annuncio iniziale e finale dell’apocalisse: Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio (l’Archetipo) e la fine (la conclusione da raggiungere) (Ap 22,13)… Colui che è,  che era e che viene, l’Onnipotente (Ap 1,8): il Signore è storicamente da sempre prima di noi e anche sarà dopo di noi, siamo stati creati a Sua Immagine e chiamati a diventare come Lui: morti e risorti. Per cui l’Apocalisse è un grande annuncio Kerigmatico fatto al nostro cuore di vivere prendendo coscienza della grandezza di Dio, del Suo essere Creatore della vita e Redentore dalla morte, l’Onnipotente.

 

Sul trono di Dio, con tutta la sua bellezza e la sua liturgia che si svolge intorno, che ricordiamo indica la bellezza della Presenza di Dio e che la vita cristiana è comunitaria e questo rafforza il nostro cammino, sta uno che ancora è indefinito: e vidi sulla destra di Colui che era seduto sul trono un rotolo scritto dentro e sul retro sigillato (Ap 5,1). Colui, che poi è il Signore, lo si conoscerà progressivamente sia nei suoi aspetti enigmatici (fatto di aspetti addirittura contraddittori), sia sul piano della Misericordia, della grazia e della salvezza.

Comunque il rotolo (o libro) esige di essere letto, ma è completamente inaccessibile; è scritto dentro, sul retro e fuori, non c’è più spazio per aggiungere nulla, non ci sono più spazi vuoti: tutto quello che riguarda l’umanità, e la sua storia, è determinato completamente e con esattezza. Ne deriva una pressione fortissima verso la lettura, per comprendere il senso delle vicende umane. La storia, la nostra storia, in realtà non è già scritta in un destino oscuro… Dio vive e vede la storia come un eterno presente, ed esprime su di essa un giudizio valutativo che è sempre “azzeccato” in quanto Dio. L’uomo vorrebbe essere il protagonista della storia o della sua stessa storia, ma si accorge che  non riesce ad esserlo, l’uomo non ha il dominio attivo sulla storia e sulla propria storia almeno in senso pieno, anzi ci troviamo ad un certo punto, nel testo, davanti alla scena celeste drammatica; il pianto dell’autore Giovanni è copioso, intenso, prolungato e costituisce il culmine emotivo della situazione negativa. Quale oggi la mia situazione negativa? Questa accentuazione sul testo corrisponde sia alla presa di coscienza di tutta la vicenda umana, dei suoi interrogativi, delle sue aspirazioni e contraddizioni, sia al vuoto provocato dallo smarrimento dell’uomo che cerca invano di dare un senso alla sua esistenza e ai fatti di cui è testimone e protagonista, il senso della storia rimane chiuso nella trascendenza… L’umanità non è in grado spesso di dare risposta alla domanda esistenziale che spesso poniamo davanti a certi eventi e situazioni: perché succede questo? Perché è così….? Dove ho sbagliato? Dove c’è stata la causa…?

Se non siamo figli di un destino oscuro, allora siamo Figli di Dio in Cristo morto e risorto, cioè: abbracciamo umilmente la drammatica posizione umana di non saper dare una risposta a tutto… e aprirci al mistero luminoso di Dio che splende in Cristo morto e risorto! Mettere nelle mani di Dio quello che non va, ciò che non possiamo cambiare, ciò che ostinatamente ci fa male ma non possiamo farci niente; mettere nelle mani di Dio, con fiducia, i drammi della nostra storia con la speranza certa che – come apocalisse afferma – il Signore ha già vinto! Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli (Ap 5,6).

Ci aiuta un brano tratto dal Vangelo di Luca, dove una lettura più profonda ci apre e ci aiuta all’atto di fede più grande: Gesù vede ciò che succede, Gesù sente il pianto disperato, Gesù ha compassione, Gesù tocca la morte e da essa né trae una vita rinnovata; rileggiamolo. In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre (LC 7,11-15).

 

Il gruppo di ascolto allora deve poter accettare insieme a Giovanni che l’umanità non è capace di dare un senso – o meglio il senso – della vita. Ogni volta che noi uomini e donne di ogni tempo vogliamo dare un senso alla nostra storia, falliamo clamorosamente nel momento in cui ne lasciamo Dio fuori… Allora non comprendiamo…

Siamo chiamati con l’autore dell’Apocalisse e il gruppo di ascolto ad avere l’umiltà per accettare che: non possiamo dare una spiegazione al senso della vita spesso e volentieri, che questo dramma però, se vissuto nella fede comunitaria, ci fa fare un passaggio importante… Colui che sedeva sul trono non è più una figura generica, ma ha un aspetto di un Agnello come immolato (sgozzato, martorizzato, assassinato) ma ritto in piedi perché risuscitato. Un simbolo reale e contraddittorio: l’Agnello possiede la pienezza della forza aggressiva messianica (sette corna), necessaria per combattere e vincere le forze del male; possiede anche la pienezza dello Spirito (sette occhi), che viene inviato agli uomini per raggiungerli con la pienezza dei suoi doni. Ma questa vittoria l’ha conquistata con la forza della debolezza: maltrattato non si lasciò umiliare e non apri la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non apri la sua bocca (Is 53,7). Spunto ispiratore, apre l’immagine dell’agnello pasquale ucciso, mangiato e il sui sangue viene utilizzato sugli stipiti delle porte (Es 12,1-27); globalmente costituisce il simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Nel quarto Vangelo, il Battista riferendosi al Gesù che passa dice: ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).

 

L’Agnello già si trova in mezzo al trono, occupa cioè una posizione centrale nel governo di Dio sulla storia. C’è stato perciò un movimento che ha portato Gesù Cristo a essere l’Agnello al livello del trono: è stata la sua vittoria sulle forze ostili riportata mediante la passione e la morte e quindi poi la resurrezione. L’Agnello perciò diventa il responsabile unico del rotolo: Cristo che ha sofferto, è morto ed è risorto è l’unico che può dare un senso alla  vicenda umana.

La sofferenza, la morte e la resurrezione di Gesù, è una unica realtà, che non rimane soltanto un evento storico temporale riguardante quei tre giorni famosi di duemila anni fa circa, ma ci raggiunge illuminando e dando un senso alla nostra sofferenza, alla nostra morte e aprendoci alla resurrezione.

Perciò nonostante il pianto drammatico della non comprensione della storia con le sue sofferenze e la morte, la fede rafforzata nella e dalla comunità cristiana, diventa possibilità di guardare avanti perché: è l’Agnello immolato che vince, perché è il sacrificio, vissuto in Dio, che ci renderà la vittoria!

 

Le preghiere dei santi, che vengono accettate da Dio che le “inala” come l’incenso, ci apre con speranza e fiducia all’opera del Cristo agnello rispettandone i suoi tempi e le sue modalità: l’atto di fede sta proprio nel credere che Dio già sta operando nella storia umana, nella nostra storia, grazie alla nostra preghiera incessante… ma nell’accettare che Dio ha la visione completa della storia e della nostra storia e, sa come e quando intervenire e, in che modo farlo.

Nell’Agnello la possibilità di comprendere la storia umana e di salvarla. Ecco perché Paolo VI amava dire: Tu, Cristo, mi sei necessario!

 


Una voce, la porta e il trono.

Dal libro Apocalisse 4,1-7.

[1]Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. [2]Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. [3]Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. [4]Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. [5]Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. [6]Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. [7]Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola.

Meditazione

Sappiamo che Giovanni, autore dell’apocalisse, entra in estasi durante la preghiera nel giorno del Signore, cioè in domenica. Evidentemente l’autore vive una esperienza interiore e mistica della Eucaristia domenicale appena successa, perciò tutta l’apocalisse sembra una liturgia celebrata tra il cielo e la terra; dove ricordiamo la terra essere simbolo del mondo immanente, quello degli uomini e della natura e, il cielo, simbolo del mondo spirituale, quello di Dio. L’esperienza di Giovanni, seppur personale, è una esperienza comunitaria sia di esseri terrestri che celesti: l’esperienza di Dio è esperienza liturgica comunitaria, domenicale. La nostra “forza” spirituale sta, oltre che nella tenacia di seguire il Signore, nel vivere la Chiesa come comunità.   Siamo chiamati a ripensare a come viviamo la domenica, ma anche se la nostra vita e la nostra fede è domenicale: cioè nella fede del Cristo risorto. Noi spesso pensiamo che quella porta per arrivare a Dio sia chiusa, o che Lui la abbia chiusa o socchiusa. Quante volte sentiamo questa chiusura con Dio! Siamo noi che la chiudiamo nel nostro cuore escludendo Dio dal nostro quotidiano, escludendo la presenza della resurrezione della preghiera dalle nostre “morti” quotidiane. Peggio ancora è il senso di colpa:  che falsamente chiude la porta… Abbiamo bisogno di ricordare: che dopo il  diluvio, c’è sempre l’arcobaleno; che dopo la fuga da ciò che ci schiavizza, c’è sempre il mare aperto per passarlo; che la Presenza di Dio così alta e sublime, come i tuoni e lampi sul Sinai, stavolta non è solo per Mose’ ma è per ciascuno di noi! 

Questa visione inizia con una porta aperta: l’uomo può raggiungere la presenza trascendente della divinità, Dio si fa raggiungibile; l’invito come a Giovanni, fatto a noi è: sali quassù! Cosa stai facendo ancora tra le cose della terra? Sei stato battezzato! Raggiungi Dio, almeno, per ora, nella preghiera e nella meditazione! Sali quassù! 

Nonostante l’assoluta sovranità di Dio indicata dal trono, dalla sua bellezza e da tutto ciò che gli sta intorno come in una liturgia di lode – e quanta poca lode e poco ringraziamento grato c’è nella nostra preghiera – e di attesa, c’è la volontà di Dio di comunicare all’uomo…: ti mostrerò delle cose…  Nel battesimo abbiamo già ricevuto la resurrezione di Cristo in noi, è alla luce di questa. Ne siamo chiamati a vivere e a muoverci, è alla luce della risurrezione che siamo chiamati a vivere i patimenti e la morte, è la resurrezione di Cristo la chiave della porta della comprensione della storia, della nostra storia, di qualsiasi storia esistita o ancora non esistente! La resurrezione di Cristo, presente nella Eucaristia consacrata in domenica, ci dona una luce di speranza contro ogni disperazione, ci invita a salire e trascende ad “un oltre” in cui c’è solo richiesta una respirazione a due polmoni: fiducia e disponibilità! 

Come Dio sancì l’alleanza con Noe’ dopo il diluvio con l’arcobaleno, la volontà di Dio è proprio quella di Un arcobaleno simile che possa segnare e significare un rinnovamento della nostra alleanza con Dio: Dio vuole rinnovare la sua alleanza con noi! Vuole rinnovare il rapporto tra te e Lui: perciò siamo chiamati a diventare un po’ più saggi al suo cospetto. Obiettivo di queste righe è una fede un po’ più matura, che sappia trascenderci nelle cose della vita per vedere alla luce del risorto quanto co accade, pronti a pregare ma anche a ringraziare per quando c’è di buono nella nostra vita. Siamo più portati, purtroppo, a vedere ciò che non va e lamentarci: apocalisse ci apre a questa speranza certa di resurrezione che ci fa vedere quanta bellezza c’è nella nostra vita ! 

Il testo è pieno di simboli, già in questi pochi versetti, presi dall’antico testamento e dalla cultura pagana: questo significa che l’incontro con Dio non è chiuso ad una élite di persone scelte, ma è per tutti, per ogni essere umano di ogni estrazione sociale e situazione della terra… Tutto il testo è in una situazione di celebrazione cosciente di un punto fermo: Cristo risorto e, anche, nell’attesa che la storia si compia (non finisca, ma si compia). Tutta l’apocalisse fino al penultimo capitolo vive nell’attesa: e adesso che succederà? Attendere l’azione di Dio dal cielo, senza aspettarsi nulla di ciò che viene da sulla terra significa: riporre la nostra speranza in Dio. 

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