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COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 12 MARZO 2017 – SECONDA DI QUARESIMA

 

Dal Vangelo secondo Matteo (cap. 17)

1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». 8Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.

       9E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

* * *

 

Di questo strano Rabbì, che chiama i pescatori invece che gli specialisti religiosi, i discepoli ne avevano viste tante (miracoli, insegnamenti, esorcismi)… Ma l’esperienza che Pietro, Giacomo e Giovanni, apostoli che sono più vicini a Gesù, fanno sul monte Tàbor è veramente traumatica, tanto che caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Egli fu trasfigurato davanti a loro, cosa significa, cosa hanno visto che li ha così tanto spaventati? Perché il “mistero” di Dio, che tanto è ambito dagli uomini con dei segni, spaventa?

 

LA TRASFIGURAZIONE: “METAMORFOSI”

I termini che usa l’evangelista – brillò come il sole, le vesti candide… – non riescono ad esprimere questa trasfigurazione che anche in italiano – “trasfigurazione” – non rende come parola…Il greco usa una parola che in italiano rende di più: metamorfosi, che significa: trasformazione chimica, fisica, morale, psicologica, ecc… una vita che muta in qualche altra cosa. Ma la preghiera è capace di tale cosa? Sì, quando si sale sul “monte” faticoso e bello della preghiera stessa. L’incontro della NATURA umana che si incontra con il MISTERO DIVINO, trasfigura! Cambia la vita! Fa vedere poi le cose in modo diverso, e Gesù si trasfigura per annunciare in qualche modo anche la sua resurrezione. Ma ci crediamo che la preghiera concentrata, fatta con la mente e con cuore e anche col corpo: muta il nostro essere e gli dona i poteri di Dio, i poteri dell’Amore? Che cosa mi dice la parola “preghiera”? Che esperienza faccio di Dio nella preghiera?

 

Gesù e gli apostoli in questa grande visione gli appaiono due figure dal “regno dei morti” – anzi dal regno di Dio – Mosè ed Elìa che portano con la loro presenza tre messaggi profetici molto forti agli apostoli presenti con Gesù:

  1. La morte del cedente è una metamorfosi, la natura umana si trasforma nel mistero di Dio;
  2. Gesù è veramente il Messia tanto atteso nei secoli: annunciato dall’antica alleanza di Mosè ed Israele e proclamato con forza dai profeti ed il primo ne du Elìa;
  • Mosè ed Elìa, due persone che fanno per loro disponibilità un’esperienza meravigliosa della Presenza di Dio nella loro vita normale e indegna tanto più disinteressa.

 

LA STORIA DI MOSE’

Mosè non dava importanza o non credeva al Dio degli ebrei, conosciamo la sua storia, disinteressatamente a quello che gli stava per succedere lavorava per la sua famiglia, pascolava il gregge del suocero…

1 Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. 4Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”. 6E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. (Es 3)

Mosè, buon uomo anche religioso, fa questa esperienza di avvicinamento a Dio per disponibilità e voglia di conoscenza del “fenomeno” divino: perché io mi accosto alla preghiera? Perché mi avvicino a Dio? Solo per chiedere o per fare una esperienza interiore che possa trasformare sempre più in meglio la mi vita?

Mosè balbuziente e pastorello scelto a parlare col faraone e portare Israele fuori dall’Egitto: capisco che non sono le capacità che qualificano la fede e la vita, quanto invece le mie scelte?

 

ELIA E LA PAROLA DI FUOCO

Elìa a un certo punto della sua missione si è “depresso”: solo, stanco gli mancavano le forze, la motivazione e il senso della vita. Preso dall’angoscia anche perché a nessuno importava di Dio si ritira sul monte Oreb.

Con la forza di un po di cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: “Che cosa fai qui, Elia?”. 10Egli rispose: “Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita”. 11Gli disse: “Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: “Che cosa fai qui, Elia?”.
(1 Re 19)

Che fai invece tu, qui? Elìa si aspettava una segno grandioso dal Signore, ma il Signore non parla in modo eclatante con segni “grandiosi”… Ma nel sussurro della brezza leggera. Nel silenzio incontro Dio.

 

LA VOCE DEL PADRE

Si sente dalla nube una voce: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!. La comunione con Gesù, l’esperienza del mistero di Dio che trasforma la NATURA UMANA con il MISTERO DI DIO parte dall’ascolto: l’ascolto della sua Parola. In essa c’è un messaggio di Dio per me, per chi mi sta intorno, per la mia comunità, la mia famiglie. Allora l’incontro con Dio che prima spaventava diventa avvincente: facciamo delle tende – dice san Pietro – preso dalla gioia dell’incontro naturale fatto con il mistero divino. Rileggere la storia di Mosè o di Elìa può aiutarci a capire questo contatto con Dio, questa connessione tra la nostra natura, la nostra storia ed il suo mistero…

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