Commento al Vangelo di domenica 3 Luglio

Commento al Vangelo di domenica 3 Luglio

1. luglio, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Solennità di san Tommaso apostolo

 

 

Il paradosso della fede 

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».


MEDITAZIONE

Questa domenica celebriamo la festa del nostro patrono san a Tommaso. Spesso è descritto come l’apostolo della incredulità, o superficialmente visto, come segno di una fede che si poggia solo sulla ragionevolezza. Ma Tommaso non è tutto questo. Tommaso è l’apostolo “coi piedi per terra”. Tommaso percepisce subito le difficoltà e i pericoli di un viaggio a Gerusalemme, ma non ne afferra il profondo significato (Gv 11,16); con il suo realismo non si entusiasma alle prospettive del discorso del Signore durante l’ultima Cena (Gv 14,1-6)… È l’apostolo che nel quadro dei dodici è chiamato ad incarnare quell’aspetto della fede di tutti fatta di sforzo, dramma, fiducia, invocazione e paradosso.

 

Il dramma del mantenimento della fede

Tommaso, i dodici, avevano visto Gesù nei suoi anni di predicazioni, di esorcismi, di miracoli ma, poi, lo hanno visto giudicato, torturato e ucciso sulla  croce. Il Vangelo ci riporta alla domenica della resurrezione in cui i discepoli, chiusi nel cenacolo pieni di paure, erano nel lutto per la morte del loro Maestro. Quando un credente, così come i discepoli, vive l’esperienza della morte di una persona cara, allora c’è un dramma, non è una cosa dolce, e c’è il dramma nel dolore del mantenimento della propria fede. In questo mantenimento che è perseveranza nel rimanere insieme, nel restare Chiesa, nel rimanere in comunità: Gesù appare risorto, ma Tommaso non c’è… Per Tommaso il dramma del mantenimento della fede diventa ancora più drammatico: ma sarà veramente apparso, sarà risorto e, se non fosse così? E se è vero, perché è successo senza di me? Tutta l’esperienza di fede non consola davanti alla realtà della morte. La morte è una realtà e, il dubbio che fa gridare interiormente Tommaso – se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo – è il dubbio di tutti! È il dubbio del paradosso: nonostante non ci sia più motivo di stare insieme perché Gesù è morto, quella prima comunità continua la sua convivenza di comunione nel cenacolo. La morte, nonostante accenda dentro di noi i molteplici “se” della fede, non riesce a fermare l’esperienza comunitaria dell’amore; anzi proprio nel lutto la comunità si stringe insieme in questo abbraccio che dice vicinanza affettuosa ma anche solidarietà che si fa invocazione a Dio!

 

Il “se” paradossale della fede

Se non vedo… se non metto… È la fede protestata da Tommaso! Tommaso non vede Gesù risorto nonostante la testimonianza della sua comunità e, paradossalmente,  non se ne va, non getta la spugna,  resta lì, in quella piccola e debole chiesa impaurita e in pericolo… L’esperienza della fede è esperienza di amore perciò è più forte della morte e, lui, risponde davanti alla morte e all’assurdo annuncio della resurrezione: Se non vedo… se non metto… Gesù stesso apparirà per la seconda volta, sempre in domenica, ma stavolta con Tommaso presente e, proprio questo, gli dirà in risposta al suo grido di speranza drammatica: metti qui il tuo dito… prendi la tua mano e mettila… Evidentemente, Gesù risorto, era in mezzo a loro anche quando loro non lo vedevano. Questo ci apre all’atto della fiducia che permette di credere contro ogni possibilità, anche nel buio della fede, di invocare…  Non è contraddittorio invocare Dio quando non si crede, è paradossale, ma non contraddittorio perché, Lui,  che prima si era manifestato, è il Presente alle nostre invocazioni. Proprio quando vacilliamo nella fede, il paradosso di pregare, farà fare esperienza di Cristo risorto. Anche Gesù sulla croce, ha espresso questo grido, la forza dell’invocazione sta in questo: perché mi hai abbandonato? Ma non dubita che ci sia. La forza dell’invocazione sta in questo: mi hai abbandonato, ma…, te lo chiedo. Il paradosso è riuscito ad invocare in un momento in cui non ci sono più ragioni per farlo. Questa è la follia della croce. (V. Brancato S. Natoli, il mondo a venire, p. 152,153).

 

 

Mio Signore e mio Dio!

Tommaso finalmente crederà nel risorto toccando le sue piaghe che aveva da moribondo e da morto. È un messaggio molto forte e concreto che il Vangelo vuole lasciarci… Dove possiamo trovare il risorto… Nella comunità che celebra nel cenacolo della Chiesa, ma anche nelle piaghe. Toccare con mano le piaghe dei malati, sia quelle del corpo che quelle dello spirito e della mente, impariamo la lezione della vita. La comunità che celebra nel cenacolo è connessa con il corpo di Cristo risorto nell’esperienza delle piaghe. Cosicché nel sofferente si nasconde Cristo risorto, nelle sofferenze si nasconde la sua croce, nel mettere mano a questa solidarietà con i sofferenti di qualsiasi tipo, mettiamo mano alle piaghe del Signore. Dall’incontro con la sofferenza, l’umanità, impara che credere in Dio nonostante la malattia, il disagio e la morte, non è contraddittorio ma paradossale! Toccando la sofferenza l’umanità sperimenta o la tragicità della malattia e della morte, oppure eleva il suo sguardo verso Dio perché si sa vulnerabile … L’esperienza eucaristica della presenza reale del risorto implica la cura dei sofferenti. Possa questo tocco verso i sofferenti farci comprendere che la virtù del prenderci cura gli uni degli altri e, la solidarietà verso i disagiati, è toccare le piaghe di Cristo; possa questo tocco non farci vivere questa esperienza come tragica, ma come fede paradossale proprio lì dove sembra Cristo non esserci, perché, Cristo è proprio lì dove noi lo invochiamo con i nostri “se” gridati nel cuore. Non sia l’incredulità a spaventarci,  quanto sia invece la comunione con i fratelli e le sorelle, e la cura dei sofferenti, a farci incontrare Cristo che ha patito, è morto ed è risorto. Che questa esperienza di fede ecclesiale liturgica eucaristia legata alla solidarietà e cura dell’umanità sofferente, possa farci incontrare Cristo risorto: mio Signore e mio Dio!
San Tommaso apostolo, prega per noi!

 

 

Riflessione al Vangelo di Domenica 24 Aprile

Riflessione al Vangelo di Domenica 24 Aprile

23. aprile, 2022News, PasquaNo comments

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

 

 

 

MEDITAZIONE

Laddove ci sono i discepoli di Gesù, nel cenacolo, in preghiera, forse impauriti, forse persi dopo la morte di Gesù, sicuramente stravolti perché non vedono prospettive missionarie: Gesù risorto appare in mezzo a loro! Sembra essere non solo una semplice sua apparizione, quanto come una celebrazione: apparve in mezzo a loro. La posizione di loro in cerchio, come potremmo immaginarla, richiama la presenza di Cristo nella Chiesa, specialmente durante la celebrazione eucaristica: pace a voi!

Il primo dono di Gesù risorto è la pace perché il primo sentimento dei discepoli dopo la morte di Lui è l’agitazione: cosa faremo? Dove andremo adesso senza di Lui? Quante domande esistenziali avranno angosciato il loro cuore in quei tre giorni di attesa e non attesa… Il vero Cristiano si misura con questa consapevolezza che: la preghiera senza la testimonianza rende vuota l’anima, che la celebrazione senza la missione rende la fede inutile e che, una vita senza Cristo – se a Cristo siamo legati – rende senza senso la vita.

Tommaso ci rappresenta: come credere senza vedere? Non è questione, almeno non solo, di prove scientifiche: quanto invece la testimonianza dei fratelli non basta… Spesso la testimonianza di chi ci parla di Cristo risorto: non basta! Non ci bastano le parole, le convinzioni, i discorsi e quanto altro non riesce a far breccia nel nostro cuore.
Ma siamo beati perché pur non avendo visto crediamo! Come è possibile?
Riceverete lo Spirito santo! La presenza dello Spirito ci fa incontrare Cristo risorto! Ma come prendere coscienza di aver ricevuto questo Spirito santo? Come questa Persona invisibile della Santissima Trinità può farci “vedere” il Signore risorto? La risposta è negli ultimi versetti di questo Vangelo: quello che Gesù – vero uomo e vero Dio – ha fatto sono segni per l’eternità e, sono stati scritti nel libro della Parola di Dio! La scrittura ci dona la fede e la vita in Cristo.

 

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

15. settembre, 2017QuaresimaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017 – XXIV DEL T.O.

Vangelo  Mt 18, 21-35

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMETTERE COLPE: IL PECCATO

Gesù ancora una volta sovverte il senso del “peccato” e del “perdono” rispetto all’antico Israele. Per il nuovo testamento il peccato non è una contravvenzione ad una regola di cui bisogna pagare pegno, quanto, detto con la lingua originale greca con cui il testo è stato scritto, il peccato è: amastèsei, hamartèsei, tradotto con commettere colpe, ma alla lettera: MANCARE IL BERSAGLIO!

Al tempo di Gesù i midrash, gli antichi interpreti della legge dell’antico testamento, avevano regolato una quantità di volte per cui il peccato poteva essere perdonato, a seconda del peccato che si commetteva. Ma Gesù sposta questo discorso morale e di colpevolezza alla grandezza e alla gratuità del Regno di Dio – vero “bersaglio” dell’uomo – stravolgendo la matematica del perdono ebraico ed inaugurando una nuova cultura del perdono. Inaugura questo perdono di settanta volte sette che significa sempre e comunque, ma lo fa tornando alla Genesi del perdono, a Genesi capitolo 4, versetto 24: Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette (errore di traduzione sulla bibbia mette settantasette). Cosicché il peccato non è un debito su qualcosa di giusto o sbagliato che commettiamo od omettiamo, quanto invece il non renderci conto del “bersaglio”, del Regno dei cieli: di quanto Dio ci ha dato e di cosa siamo destinatari! Ecco che il peccato non ci fa riconoscere Dio e quanto Egli ci ha donato… a cominciare dalla vita… come quel Re della parabola creditore di diecimila talenti (che soltanto un re potente può avere). Un talento è circa 6000 giornate lavorative, 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di salari quotidiani; per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare 200.000 anni senza mangiare… Erode il grande aveva un budget di 900 talenti, tutta la Galilea nel 4 a.C. aveva un gettito fiscale non superiore a 200 talenti… Una cifra esagerata dunque che dà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Che cosa mi ha dato Dio? Il Regno dei cieli è il “bersaglio”, l’obiettivo della mia vita? Ci sentiamo in “debito” con Dio?

LA COMPASSIONE DEL RE

Non era ne usanza ne legalità, neanche per un Re, al tempo di Gesù nell’Impero romano: vendere le persone o percuoterle… se non nel caso dell’usuraio, anche oggi esistente… nel caso di debitore. Allora la violenza di cui era destinatario il debitore della parabola non è un aspetto legale per ripagare il debito, ma è la qualificazione dell’indegnità umana davanti al dono di Dio, indegnità che a sua volta si fa violenta. La preghiera del debitore è la richiesta esasperata della pazienza, di una Macro Pazienza, di una enorme pazienza che soltanto Dio può avere. Il debitore – illude e si illude (come il peccato) – si impegna a restituire, a riparare ma, la sorpresa grande è il condono totale da parte del Re. Mosso a compassione è una frase forte, Dio muove le sue viscere materne, gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione fa compassione! Cerco un modo per espiare il mio peccato oppure mi rimetto alla misericordia di Dio che realmente mi cambia la vita? Che rapporto ho con il “senso di colpa”?

LA RISPOSTA DEL CONDONATO AI SUOI DEBITORI

Il debitore del Re, condonato per compassione, suo malgrado aveva dei debitori che lo pregavano allo stesso modo di come lui pregava il Re quando era debitore: abbi pazienza con me e restituirò. Ma lui non decide di fare come il Re che gli ha condonato, quanto invece di mandare in prigione i suoi debitori. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona non è amore. Non perdonare significa “mettere in prigione”, non perdonare è farla pagare a chi ci fa o ha fatto del male, fosse anche la “prigione” dell’indifferenza… e’ una condizione interiore il perdono che, sapendoci perdonati da Dio, proviamo compassione per chi ci fa del male e non rispondiamo al male con il male, non imprigioniamo l’amore anche laddove non è possibile riconciliarsi: ma se il fratello torna e chiede perdono: il perdono gli è dovuto! Il perdono gli è dovuto! Abbi pazienza con me! Sappiamo perdonare chi ci chiede perdono?

PERDONARE DAI NOSTRI CUORI COME IL PADRE

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. In questa frase c’è tutto l’amore ricevuto e donato nel per-dono. Il perdono è la vittoria costante dell’amore, la vittoria di Dio nella nostra vita per la nostra fede autentica e credibile. La comunità fraterna nasce nel perdono reciproco: ognuno perdona come è e, perché, è perdonato. Se non vivo da fratello non vivo da figlio e, se non vivo da figlio: sono morto. Il peccato porta alla morte perché è l’amore è di Dio, anzi Dio è amore. Se continuamente dell’altro ricordo il suo errore, il perdono è davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe più respirare (Sal 130,3).

Se non riesco a perdonare cosa devo fare? Invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei “diecimila talenti” di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai cento denari che l’altro mi deve. Perché: l’amore, l’amicizia, la familiarità, la compagnia e quant’altro ci fa bene nella nostra vita, non si compra con il nostro fare, tanto meno con i nostri denari; cosi come il perdono non si ottiene con l’espiazione fatta di preghiere, atti di elemosineria e quant’altro: quanto invece prendendo coscienza dell’amore di Dio

CRISTO ESPIATORE HA PAGATO IL NOSTRO DEBITO

I mio, il tuo peccato: è espiato perché Dio ha mandato il suo Figlio a morire in Croce per noi. Lo “aguzzino” della parabola, che si chiama “morte”: si è abbattuto su Cristo per redimerci: felice colpa, che merito un così grande salvatore, felice colpa! Così ci viene annunciata la Pasqua nella notte santa. E se Cristo è morto per espiare i nostri peccati e liberarci dall’aguzzino della morte, chi siamo noi per tenere in “prigione” l’amore che scaturisce nella sua realtà più profonda, piena e credibile, nel perdono? Ma ci sentiamo in debito con Dio? Il Suo Regno da senso alla nostra vita?

 

La cultura della Riconciliazione

La cultura della Riconciliazione

8. settembre, 2017News, QuaresimaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 10 SETTEMBRE 2017 – XIII DEL T.O.

Vangelo   Mt 18, 15-20

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

FRA TE E LUI SOLTANTO

Il comandamento dell’amore che Gesù annuncia sempre nel Vangelo implica il perdono; poi, se possibile, dal perdono si passa alla riconciliazione. Nella comunità cristiana, L’Evangelista Matteo, dà per scontato che avvengano dissidi, peccati, divisioni e che qualcuno addirittura si metta fuori dalla comunione della Chiesa, deragliando dalla via dei comandamenti… L’insegnamento di Gesù come espressione del comandamento dell’amore, in questo testo, si estende fino a saper assumere il male di colui o colei che ci fa il male per poterlo ricondurre a noi, per poterlo ricondurre a Cristo. Ricondurre a Cristo è la vera Riconciliazione che si esplica concretamente nel dialogo faccia a faccia. Nulla a che vedere con il “chiarimento” – che spesso sa più di processo – di cui oggi tanto il mondo si riempie la bocca, quanto in un colloquio spirituale dove la correzione significa perdono dialogato con parole dette amorevolmente e docilmente, senza rabbia e senza odio… una dialogo che sappia porre domande prima che affermazioni: bisogna ritrovare urgentemente questa qualità di dialogo cristiano, non fatto di asserti ma di apertura a cercar di capire; se ci poniamo, con chi ci offende o fa del male, subito in modo aggressivo, questo dialogo riconciliante cristiano non funzionerà mai!

PRENDI CON TE TESTIMONI POI LA COMUNITA’

La comunità non scomunica il peccatore, ma gli fa capire che già si è posto fuori dalla comunione, in modo che possa tornare. Trattare un peccatore pubblico da pagano non significa escluderlo, quanto invece ricominciare da capo ad evangelizzarlo. Dargli sempre un’altra possibilità! La responsabilità dalla comunità è grande, anzi è sacramentale. La comunione, che in tutti e sette i sacramenti, special modo nell’Eucaristia, è mistero di unità richiede la conciliazione e la riconciliazione. Ciò non significa assecondare tutte le richieste o i desideri di chi devia, quanto invece sempre annunciare nella carità la Verità che è rivelata.

Quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli: la comunità ha questa capacità misteriosa di assumere chi è scelto per il Regno dei cieli. Rompere la comunione con il nostro prossimo, che spesso facciamo per giuste ragioni, a buon motivo, è capovolgere questo messaggio del guadagnare il fratello e la sorella che non sono come te, che non sono come me… che la pensano diversamente da te, che la pensano diversamente da me. La differenza delle idee non può dividere le persone, come spesso succede nelle nostre comunità. Ci si può battere, discutere e anche litigare per le idee, ma senza rompere la comunione; perché la comunione è Divina, è sacramentale, è garanzia della Presenza alta di Dio nella comunità.

L’ammonizione o correzione fraterna ci interpella sulla modalità con cui ci rapportiamo con colui o colei con cui crediamo che sbagli… E se avesse ragione lui, e se avesse ragione lei…? La modalità con cui correggiamo o ammoniamo il nostro prossimo trova almeno una possibilità di essere ascoltati, tanto quanto il nostro intervento è credibile: è fatto con carità e in “punta di piedi”… senza presupporre di aver per forza ragione… Il mio modo di correggere e ammonire il prossimo, è credibile? Mi accorgo che spesso rimango inascoltato o inascoltata perché il mio modo di correggere e di ammonire è “sbagliato”? Nell’ammonire o correggere il prossimo, mi chiedo innanzitutto: Dio come la pensa? Cristo cosa vorrebbe? Ma quanto spesso rompiamo la comunione con il nostro prossimo solo per cose superflue che diventano vere e proprie fissazioni? Non è forse più importante la comunione con il mio prossimo più che fissarmi su ciò che ritengo sia importante?

IL CAPOVOLGIMENTO DELLA RICONCILIAZIONE CRISTIANA

La Riconciliazione è benedizione! Cristo ci dona un modo: parlarne tu per tu, poi davanti a due e tre testimoni e alla fine con la comunità. Oggi nel nostro occidente, dove l’informazione corre sull’onda del secondo, questo modello evangelico è completamente capovolto. Oggi si è fatta della calunnia e della diffamazione, anche mediaticamente, un normale strumento di vendetta pensando che corregga, in realtà incattivisce ancora di più… Siamo nel mondo dove conta l’opinione e non la Verità: e per noi la Verità è Cristo. Siamo in un mondo che chi sbaglia, almeno in modo presunto o sconosciuto, viene subito scomunicato e messo alla pubblica gogna dei mass media, al secondo su internet. Questa gogna e scomunica, metodo completamente contrario al Vangelo, è maledizione, per un cristiano è bestemmia! Bestemmia perché il calunniato non si puo’ difendere e chi è esposto alla gogna non può più redimersi da una etichetta ormai impressa su di lui. Il Vangelo ragiona al contrario perché chiunque può redimersi; la parola REDENZIONE è il contrario della UMILIAZIONE MEDIATICA fatta anche “giustamente” sul livello umano. Quanto è più facile ma quanto più vigliacco è smascherare il nemico in sua assenza! Il Vangelo in un altro passo pone l’accento addirittura su questo: mettiti presto d’accordo con il tuo nemico… prega per i tuoi persecutori… ama i tuoi nemici…

Siamo chiamati a promuovere una cultura della riconciliazione, della tolleranza delle idee diverse, del tenere per noi gli scandali che vediamo senza amplificarli con le chiacchiere anche se fatte nelle stanze più segrete, a scoprire la bellezza della riconciliazione con chi abbiamo dei dissidi anche enormi… E se l’altro non ti ascolta? Sia per te come un pagano: cioè bisogna pregare per lui e testimoniargli di nuovo il Vangelo.

LA BELLEZZA DELLA COMUNIONE LEGATA

Quanto può essere bella la pace con chi non credevamo si possa stare in pace?! L’Eucaristia che celebriamo è vincolo di questo legame con il nostro prossimo. E’ inevitabile che succedano scandali e litigi, è inevitabile avere idee diverse anche su grandi cose… Ma quanto è bello stare insieme nonostante la diversità di vedute! Quanto è belle parlare tu per tu, faccia a faccia – nella carità – con la persona con cui abbiamo litigato o correggerla e ammonirla se è nello scandalo. Quanto è bello vincere le guerre fredde che spesso si istaurano tra le persone sapendo che dove due o tre sono riunite nel Suo nome Cristo è in mezzo a loro! Soltanto allora gusteremo quel pane Eucaristico che tutti unisce, che tutti ci fa fratelli e sorelle, che tutti ci fa figli di Dio e destinatari della misericordia del Padre. Correggere e ammonire significa trasmettere quella misericordia che Dio ha donato a me…Quanto è importante sentirci imperfetti davanti a Dio e al prossimo: perché questo ci riporta al posto che occupiamo nell’ordine delle “cose”… Vi lascio la pace vi do la mia pace, non come fa il mondo, Gesù dichiara nell’ultima cena: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.

 

INFORMAZIONI
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dalle 8 alle 12 e dalle 17 alle 19,30

LA SEGRETERIA È APERTA
La mattina: il lunedì, venerdì e sabato dalle 10 alle 12.
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