La consolazione del soffio di Dio

La consolazione del soffio di Dio

17. maggio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 20 MAGGIO 2018 – PENTECOSTE


Prima Lettura  At 2, 1-11

Dagli atti degli apostoli
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Quel giorno

Nell’ebraismo lo Shavuot, o festa delle settimane, detta in greco antico Πεντηκοστή (Pentecoste), è una delle tre festività, dette Shalosh regalim (tre pellegrinaggi), denotanti feste di pellegrinaggio – a Gerusalemme. Viene celebrata sette settimane dopo La Pasqua ebraica, cominciando a contare dal secondo giorno di Pasqua, il 16 di Nisan. Celebra la rivelazione di Dio sul Monte Sinai, dove ha donato al popolo ebraico la Torah. È legata alle primizie del raccolto. Le sette settimane corrispondono al periodo dell’Omer, un periodo di lutto in memoria di disgrazie accadute al popolo di Israele che termina con la festa di Lag Ba Omer, e Shavuot vuole essere una festa gioiosa per il dono della Torah.I discepoli di Gesù, ebrei, celebravano perciò questa festa di ringraziamento per il dono di Dio della Legge e dei Profeti scritti nella Torah e per il dono della vita delle primizie del raccolto. Ma cadeva in domenica, primo giorno della settimana, in cui Gesù più volte gli era apparso vivo e la domenica prima asceso al cielo. E nel giorno del Signore, dies Domini, domenica, Pasqua della settimana ricevono il dono dello Spirito di Dio, la terza persona della Santissima Trinità… Ogni domenica si perpetua e si rinnova questo dono dello Spirito alla comunità riunita in preghiera nell’ascolto della Parola e nella Eucaristia. Vivo la domenica come il giorno del Signore? E’ suo…!

Chiuse le porte

Hanno paura gli apostoli, chiusa è la loro porta del cenacolo, ma aperto il loro cuore. La preghiera unanime con Maria provoca la presenza del Risorto che dona lo Spirito santo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro (At 2). Per accogliere lo Spirito santo è necessaria la preghiera, aprire il cuore a Dio, così si dissipa ogni paura… Una tentazione è aver paura che Dio non agisca, che Dio non si presenti, come forse era anche questa la paura dei discepoli di Gesù dopo che Lui è asceso al cielo. Ma la loro preghiera unanime provoca il cuore di Dio all’ultima apparizione di Gesù sulla terra, al dono dello Spirito santo. Il mio cuore è pronto ed aperto a ricevere lo Spirito santo? Cosa significa pregare? Viene il tempo di aprire, spalancare la porta del cuore allo Spirito, a lasciar fare a Dio, al di la delle nostre paure e delle nostre chiusure. Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo, alla sua salvifica potestà (Giovanni Paolo II, discorso di inizio pontificato). Un cuore aperto dilatato perché Dio manifesta la sua presenza nella comunità, dove lo Spirito è realmente presente per i sacramenti… Dilatare il cuore sapendo che non abbiamo più solo una famiglia, solo degli amici, ma una comunità, un legame universale con  tutti. Questo significa: “cattolici”.

Pace a voi

Il primo dono di Cristo risorto è il dono della Pace. Lo Spirito santo è chiamato “il Consolatore” perché porta la pace del cuore. La presenza di Dio ci dona la pace, il nostro aprire il cuore al suo Spirito che abbiamo ricevuto e riceviamo nei sacramenti e che, è presente nei nostri cuori. Chiamo consolazione spirituale il prodursi nell’anima di qualche movimento intimo con cui essa resti infiammata nell’amore del suo Creatore e Signore; come pure quando non riesce ad amare per se stessa nessuna cosa creata sulla faccia della terra, ma solamente in relazione al Creatore di tutto. Così pure, quando la persona versa lacrime che la spingono all’amore del suo Signore, o a causa

del dolore dei propri peccati, o per la Passione di Cristo nostro Signore, o a causa di altre cose, direttamente indirizzate al suo servizio e lode. Infine chiamo consolazione ogni aumento di speranza, di fede e di carità, e ogni tipo d’intima letizia che sollecita e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, rasserenandola e pacificandola nel proprio Creatore e Signore. (s. Ignazio di Lodola, esercizi spirituali, n° 316). Chiediamo a Dio questa serenità e pacificazione interiore.

Missionari

Lo Spirito santo non è una realtà da tenere per se stessi, ma ci dona un mandato, una missione: come Gesù mandò i discepoli ad effondere questo Spirito al mondo. Lo Spirito è presente nella Chiesa che lo trasmette di generazione in generazione, attraverso i Sacramenti. Siamo chiamati ad uscire dal cenacolo della Chiesa ed a prendere consapevolezza che per nostra natura siamo portatori sani, contagiosi – direbbe san Filippo Neri – della gioia di aver incontrato Dio. Come i discepoli parlano e tutti li capiscono, lo Spirito santo ci rende comprensibili agli uomini e donne di questo tempo, di ogni tempo, anche se a noi non sembra…I discepoli cominciano a parlare sotto l’azione dello Spirito: con il cuore. La trasmissione della fede avviene così: il mondo ci comprende se siamo discepoli di cuore, se abbiamo un cuore dilatato, se parliamo e agiamo con il cuore, ciascuno con i diversi carismi (1 Cor 12) ricevuti da Dio. Sento di avere un carisma per questo mondo per la comunità? La gente che mi incontra sente il mio essere “speciale” perché investito dello Spirito di Dio?

Il soffio dello Spirito

Spirito dal greco pneuma, dall’ebraico ruah: respiro, alito. Quanto importante è respirare, perché respirare ci fa stare in vita. Quanto importante è “respirare” la Presenza di Dio. Ci donò nella creazione il suo soffio, il soffio della vita! Oggi a Pentecoste ci dona il Soffio dell’amore. Tornare a respirare la vitalità di Dio ed il suo Amore, a contemplare la sua presenza, a lasciarci plasmare da Lui, ad affidare la nostra vita a Dio. Allora respiriamo veramente! Allora vivremo pienamente! Allora ameremo di vero cuore!

 

La Redenzione

Il primo dono di Cristo risorto nello Spirito in pentecoste dicevamo è la pace. Pace fra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini sancita in questo atto di Misericordia. Dio perdona i nostri peccati: per grazia! Così per noi la misericordia per il prossimo non rimane uno sforzo morale, quanto invece un effetto sacramentale. Se non riusciamo a perdonare qualcuno, significa che dobbiamo avvicinarci ancora di più al Dio della Misericordia. Redenzione è il formidabile dono dello Spirito che permette addirittura – se consegnati noi stessi a Lui – di dare un senso anche ai nostri peccati, anche a quelli peggiori. La redenzione ridona all’uomo la sua dignità di essere uomo, figlio, fratello… Redenzione è l’opera dello Spirito santo: come possiamo essere anche noi “redentori”?

Rimanete nell’Amore di Dio

Rimanete nell’Amore di Dio

3. maggio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 6 APRILE 2018 – VIa DI PASQUA (b)

 

  • Vangelo Gv 15, 9-17

    Dal vangelo secondo Giovanni

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
    Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
    Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

RIMANETE: LA PERMANENZA NEL RAPPORTO CON DIO E LA COMUNITA’

Gesù continua la sua predicazione sviluppando l’idea dalla permanenza in lui come modo e mezzo di vita per il discepolo. Dopo avere utilizzato la similitudine della vite ed i tralci (GV 15,1-8), chiarisce ora che tale permanenza non è inattività pietistica né abbandono della propria iniziativa: la permanenza esige attuazione dei suoi comandamenti, l’amore si esprime nell’obbedienza puntuale ed è fonte di allegria piena. E siccome il comandamento nasce dall’amore che Dio ha per noi, si
riferisce anche all’amore che dobbiamo avere mutualmente. Questo amore, imposto da chi ce lo ha insegnato, non ha limite, neanche la propria vita, perché bisogna essere disposti a donarla per gli amici. Chi ubbidisce non è servo, bensì amico dell’Amante. Non vi è maggiore felicità. Il cristiano che non si sente amato, difficilmente potrà amare né sentirsi felice. Si è amati da Dio non perché lo invochiamo, neanche perché lo desideriamo, ma bensì perché facciamo il suo volere, amando il prossimo senza limiti, con tutta la vita. Giovanni che scrive per la sua comunità sa per Rivelazione che l’amore di Dio per gli uomini non cambia, “rimane”… Cosicché soltanto nel vincolo dello “rimanere” in Dio nella comunità cristiana, l’uomo, può fare esperienza di questo amore: imperfetto su questa terra, perfetto nel Paradiso. Dopo la discesa dello Spirito santo, Gesù risorto, non è più apparso su questa terra e, il suo Amore, è mediato dalla comunità cristiana che celebra i sacramenti e ascolta la sua Parola, sempre in quella imperfezione di questo mondo; ecco perché negli Atti degli apostoli e nelle lettere del nuovo testamento si fa sempre riferimento all’essere assidui, all’essere permanenti, perseveranti… Come vivo la tentazione del non rimanere?

L’AMORE VERO RIMANE: E’ STABILE PER SEMPRE

L’amore, origine e principio della relazione Padre-Figlio (Gv 3,35; 5,20; 10,17) è il motivo ed il termine di paragone nella relazione che deve esistere tra Gesù ed i suoi discepoli (Gv 15,9). Il Padre è la fonte dell’amore che Cristo ha per i suoi, quell’amore è, in realtà, riflesso ed imitazione, dell’amore con il quale Cristo si sente amato. La permanenza in quella relazione amorosa, intradivina, si ottiene con un’obbedienza concreta (Gv 15,10), come quella del Figlio. La stessa cosa che è per Cristo (Gv 14,31), è per il cristiano: amare ed osservare i comandamenti è la stessa cosa (Gv 14,15.21.23). Il parallelismo della formulazione potenzia l’audacia dell’affermazione: osservare il volere di Gesù, concretizzato nei suoi comandamenti, è visto come amore. Cristo rimane nell’amore del Padre, perché osserva i suoi comandamenti; quello che è meta ottenuta in Cristo, è per il cristiano obiettivo da raggiungere; l’attuazione del Figlio è stimolo e fonte di quella dei credenti. Se non fosse perché abbiamo sentito parlare del mandato dell’amore fraterno con troppa frequenza, ci risulterebbe scomoda, quasi insopportabile, l’esigenza di Gesù nel vangelo di oggi: “Questo vi comando che vi amiate gli uni gli altri“. Perché, guardando bene, chi di noi crede che sia possibile, che sia esigibile, amare il suo prossimo? Sembra che man mano che avanziamo nella vita, ci facciamo un’altra idea più che accumulare delusioni in questo campo. E non è che non contiamo sull’amore di quanti non conosciamo o che diamo per naturale l’indifferenza degli sconosciuti; è che neanche riusciamo ad amare coloro che ci amano, come essi si meritano, come avevamo promesso loro. Né ci sentiamo amati da essi come desideriamo ed abbiamo perfino chiesto loro qualche volta. Gli innamorati promettono o esigono amore fedele. Se l’amore al parente, al conoscente, all’amico, è tanto impensabile, come è possibile che Gesù ci imponga l’amore al prossimo, allo sconosciuto, al non amato?
Bisognerebbe accorgersi di questo: dobbiamo amarci, perché siamo stati oggetto di amore. Come il Padre mi ha amato, così anche io vi ho amati; rimanete nel mio amore. Prima di dover cercare il prossimo da amare, Cristo è venuto a cercarci, si è avvicinato, ci ha scelti col suo amore: non siete voi che avete scelto me; sono io che ho scelto voi. Venendo al nostro incontro, avendoci eletti come persone da amare, Gesù ci ha facilitato il compimento di suo volere: ci basterebbe rimanere nel suo amore. “È l’amore quello che fa osservare i suoi precetti o è l’osservanza dei suoi precetti quello che genera l’amore? si domandò Sant’Agostino – E rispondeva: “Colui che non ama non ha motivi per osservare i precetti… Noi osserviamo i suoi precetti affinché egli ci ami, perché, se egli non ci ama, non possiamo osservare le sue parole”. Non fummo scelti perché eravamo già buoni, siamo amati affinché riusciamo ad esserlo. L’amore umano è imperfetto fino al più vile del deludere: il tradimento. Ma chi ama in Dio sa portare la croce perché comprende che l’amore richiede il Sacrificio: richiede il dare la vita.

LA MISSIONE DEL CRISTIANO: AMARE PORTA GIOIA VERA

La gioia, bene messianico, che Gesù, ubbidiente ed amato, sente sua sarà, allora, patrimonio completo dei discepoli docili (Gv 15,11). Davanti ad un Cristo che deve assentarsi, i cristiani sapranno conservare la gioia se si amano: l’obbedienza dovuta al Signore si identifica con l’amore reciproco (Gv 15,12; 13,34); la gioia di vivere accompagna la vita fraterna, fino al ritorno del Signore. La misura di quell’amore fraterno che non è libero ma oggetto di mandato, non è all’arbitrio del discepolo: l’amore del cristiano ha l’amore di Cristo come norma e limite. Consegnare la propria vita allude alla morte volontaria di Gesù (Gv 15,15.24). Egli come dell’amore di Cristo sostenta l’obbligatorietà del suo mandato e stabilisce le sue frontiere. Questo amore, pertanto, “è distinto da quello con il quale si amano gli uomini come uomini” (Sant’Agostino): finché ha vita, il cristiano dovrà amare il suo fratello e può, perfino perdere la vita pur di non smettere di amarlo (Gv 15,12-13. 1; Cor 13,3; Rom 5,6-8). La disponibilità per fare la volontà del Padre può portare, dunque, fino a dare la propria vita per gli amici. La gioia vissuta per obbedienza non è mai illusoria, neanche davanti alla propria morte.
Qui, senza dubbio, sta la radice della nostra incapacità di amare. Non sappiamo amare, crediamo impossibile l’amore per altri, perché non ci sappiamo amati da Dio, perché, sinceramente, non crediamo possibile che Egli, Dio, ci ami. O non ci andrebbero diversamente le cose, pensiamo, se gli importassimo qualcosa, se ci amasse almeno un po’? Questa domanda che tante volte ci siamo fatti, questo dubbio tanto normale, è in realtà una reazione sconsiderata verso Dio. E siccome ci immaginiamo l’amore di Dio secondo quello che da Lui desideriamo e con le forme che crediamo ci convengano, non stiamo sperimentando quanto Egli ci vuole bene, quanto è grande il suo amore; solo perché non capiamo o non accettiamo il suo modo di amarci, ci stiamo privando di sentirci amati. E chi non si sente amato, è inabile ad amare.

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