Presentazione Architettonica

COMPLESSO PARROCCHIALE

DEDICATO

 

A  SAN  TOMMASO  APOSTOLO

 

di Marco PETRESCHI e Giulia AMADEI

 

Spesso le periferie italiane, sviluppatesi dagli anni ’50 del secolo scorso in poi, sono prive di infrastrutture e di luoghi di aggregazione, carenze da rilevare frequentemente, tra le maggiori cause dei fallimenti di quartieri che, pur riservando valenze urbane, paesaggistiche e culturali, o ospitando talvolta architetture valide non sono mai riuscite a rappresentare per gli abitanti degli accoglienti brani di città dalla significativa qualità della vita media.

È il caso del quartiere Infernetto nella periferia sud di Roma, una vasta area residenziale lambita dalla Cristoforo Colombo verso Ostia: un’area nei pressi del mare nella pineta di Castelporziano ove ancora è presente una significativa macchia mediterranea. La denominazione alquanto insolita è derivata dall’uso che veniva fatto nella zona di grosse carbonaie che, impegnate per produrre lentamente carbone, usavano grandi fuochi che rendevano, viste da lontano, l’idea dell’inferno. Oggi è un’ambita zona residenziale – tutt’ora in crescita e in via di sviluppo urbanistico, caratterizzata essenzialmente da singole costruzioni, tra l’altro di qualità molto eterogenea – ma completamente priva di spazi pubblici di aggregazione, essenziali nella nostra cultura storica dell’abitare. Se lo Stato è risultato deficitario nella pianificazione, la Chiesa ha cercato recentemente, almeno in parte, di sopperire a tali carenze. Infatti il Complesso parrocchiale di San Tommaso Apostolo di Marco Petreschi fa parte di un programma avviato dalla Curia di Roma che dal Duemila ha attivato, attraverso alcuni interessanti concorsi ad invito, la realizzazione di alcuni complessi religiosi nelle periferie romane in quartieri in via di espansione, di sviluppo e di trasformazione.

San Tommaso Apostolo ha tutte le tipicità delle architetture romane, infatti Petreschi, che nella sua produzione (tra l’altro va ricordato il Palco papale realizzato a Tor Vergata per il Giubileo del 2000) si è sempre rapportato con il contesto in cui ha operato, anche in questo caso tiene conto non solo del luogo ma anche e soprattutto della valenza funzionale dell’opera e soprattutto di quei modelli esistenti che da sempre rappresentano il riferimento per luoghi significativi delle città e degli spazi urbani italiani.

Il complesso costituito dalla parte più legata alle funzioni liturgiche – dalla chiesa alla cappella feriale, dal campanile alla sacrestia; dai locali destinati da attività collaterali: uffici parrocchiali, casa canonica, archivio, aule riservate al ministero parrocchiale; piazza, giardini, aree sportive e parcheggi è planimetricamente basato sulla rotazione di assi derivato dalla ripresa di significative generatrice che, se da un lato riprendono l’ortogonalità del tracciato di base dall’altro riportano la movimentazione tipica delle facciate di architetture di edifici romani. Questa dinamica configurazione genera spazi urbani di grande attrattiva, che richiamano piazza sant’Ignazio a Roma di Filippo Raguzzini. Anche i materiali, il mattone a faccia vista, il travertino, sono tipici della cultura architettonica locale, reimpostati in chiave contemporanea, ora con asole vetrate, ora con tagli orizzontali che permeano la luce, ora con piani sfalsati, ora con campiture cieche.

L’invaso della chiesa è caratterizzato da una struttura polisegnica impostata sulla matrice quadrata, con otto pilastri circolari che ne marcano i vertici e fungono da base per una teoria di travi emergenti, che generano un’alternanza tra vuoti e pieni, oltre a sorreggere la copertura – una sorta di padiglione dai tagli di ispirazione fontaniana – attraversata per la quasi totalità della trasparenza simbolica del segno della croce.

Emergente e dominante la torre campanaria che rappresenta un elemento puntuale e simbolico di forte richiamo. Un significativo volume pieno a pianta quadrata, di matrice neoplastica, articolato a tratti dagli angoli svuotati, oppure da elementi sfettati o da ballatoi pensili collegati alla struttura primaria. Il tutto si può definire un’architettura di qualità della città per la città destinata a divenire un elemento caratterizzante un’area che rischia di degenerare in un “non luogo”.

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Commento
  1. Rosalba Di Gregorio 26 febbraio 2012 21:45

    abito da circa quarant’anni nel quartiere Infernetto, che ho visto crescere in modo abnorme, ma senza il sostegno di strutture di supporto alla vivibilita’ del quartiere stesso.i miei figli hanno frequentato le elementari, hanno fatto catechismo e giocato a pallone nei locali della chiesa, quando erano ragazzini, entro i dieci anni.
    ma dopo di cio’ e’ stato difficile impegnarli in attivita’ che li tenessero occupati e vicini alla loro zona di nascita. ogni cosa, finanche la scuola, gli acquisti, le librerie, e il divertimento, li hanno portati lontano dal loro quartiere. e di questo me ne dispiaccio, perche’ io l’ho sempre amato tanto. Ma in realta’ ancora oggi che i miei figli hanno gia’ 21 e 24 anni, le cose non sono cambiate.
    non abbiamo una biblioteca, un cinema, un teatro, insomma niente che possa rispondere alle esigenze di adolescenti in crescita.
    un locale adibito a cinema e a teatro, come nella Parrochia di San Timoteo, a Casalpalocco, potrebbe gia’ creare un punto di incontro e di svago per le moltissime famiglie presenti nella zona.
    Mi piacerebbe parlarne direttamente con i responsabili e spiegare il punto di vista e magari parlare di un progetto futuro.
    cari saluti. Rosalba Di Gregorio

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