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COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 6 APRILE 2018 – VIa DI PASQUA (b)

 

  • Vangelo Gv 15, 9-17

    Dal vangelo secondo Giovanni

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
    Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
    Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

RIMANETE: LA PERMANENZA NEL RAPPORTO CON DIO E LA COMUNITA’

Gesù continua la sua predicazione sviluppando l’idea dalla permanenza in lui come modo e mezzo di vita per il discepolo. Dopo avere utilizzato la similitudine della vite ed i tralci (GV 15,1-8), chiarisce ora che tale permanenza non è inattività pietistica né abbandono della propria iniziativa: la permanenza esige attuazione dei suoi comandamenti, l’amore si esprime nell’obbedienza puntuale ed è fonte di allegria piena. E siccome il comandamento nasce dall’amore che Dio ha per noi, si
riferisce anche all’amore che dobbiamo avere mutualmente. Questo amore, imposto da chi ce lo ha insegnato, non ha limite, neanche la propria vita, perché bisogna essere disposti a donarla per gli amici. Chi ubbidisce non è servo, bensì amico dell’Amante. Non vi è maggiore felicità. Il cristiano che non si sente amato, difficilmente potrà amare né sentirsi felice. Si è amati da Dio non perché lo invochiamo, neanche perché lo desideriamo, ma bensì perché facciamo il suo volere, amando il prossimo senza limiti, con tutta la vita. Giovanni che scrive per la sua comunità sa per Rivelazione che l’amore di Dio per gli uomini non cambia, “rimane”… Cosicché soltanto nel vincolo dello “rimanere” in Dio nella comunità cristiana, l’uomo, può fare esperienza di questo amore: imperfetto su questa terra, perfetto nel Paradiso. Dopo la discesa dello Spirito santo, Gesù risorto, non è più apparso su questa terra e, il suo Amore, è mediato dalla comunità cristiana che celebra i sacramenti e ascolta la sua Parola, sempre in quella imperfezione di questo mondo; ecco perché negli Atti degli apostoli e nelle lettere del nuovo testamento si fa sempre riferimento all’essere assidui, all’essere permanenti, perseveranti… Come vivo la tentazione del non rimanere?

L’AMORE VERO RIMANE: E’ STABILE PER SEMPRE

L’amore, origine e principio della relazione Padre-Figlio (Gv 3,35; 5,20; 10,17) è il motivo ed il termine di paragone nella relazione che deve esistere tra Gesù ed i suoi discepoli (Gv 15,9). Il Padre è la fonte dell’amore che Cristo ha per i suoi, quell’amore è, in realtà, riflesso ed imitazione, dell’amore con il quale Cristo si sente amato. La permanenza in quella relazione amorosa, intradivina, si ottiene con un’obbedienza concreta (Gv 15,10), come quella del Figlio. La stessa cosa che è per Cristo (Gv 14,31), è per il cristiano: amare ed osservare i comandamenti è la stessa cosa (Gv 14,15.21.23). Il parallelismo della formulazione potenzia l’audacia dell’affermazione: osservare il volere di Gesù, concretizzato nei suoi comandamenti, è visto come amore. Cristo rimane nell’amore del Padre, perché osserva i suoi comandamenti; quello che è meta ottenuta in Cristo, è per il cristiano obiettivo da raggiungere; l’attuazione del Figlio è stimolo e fonte di quella dei credenti. Se non fosse perché abbiamo sentito parlare del mandato dell’amore fraterno con troppa frequenza, ci risulterebbe scomoda, quasi insopportabile, l’esigenza di Gesù nel vangelo di oggi: “Questo vi comando che vi amiate gli uni gli altri“. Perché, guardando bene, chi di noi crede che sia possibile, che sia esigibile, amare il suo prossimo? Sembra che man mano che avanziamo nella vita, ci facciamo un’altra idea più che accumulare delusioni in questo campo. E non è che non contiamo sull’amore di quanti non conosciamo o che diamo per naturale l’indifferenza degli sconosciuti; è che neanche riusciamo ad amare coloro che ci amano, come essi si meritano, come avevamo promesso loro. Né ci sentiamo amati da essi come desideriamo ed abbiamo perfino chiesto loro qualche volta. Gli innamorati promettono o esigono amore fedele. Se l’amore al parente, al conoscente, all’amico, è tanto impensabile, come è possibile che Gesù ci imponga l’amore al prossimo, allo sconosciuto, al non amato?
Bisognerebbe accorgersi di questo: dobbiamo amarci, perché siamo stati oggetto di amore. Come il Padre mi ha amato, così anche io vi ho amati; rimanete nel mio amore. Prima di dover cercare il prossimo da amare, Cristo è venuto a cercarci, si è avvicinato, ci ha scelti col suo amore: non siete voi che avete scelto me; sono io che ho scelto voi. Venendo al nostro incontro, avendoci eletti come persone da amare, Gesù ci ha facilitato il compimento di suo volere: ci basterebbe rimanere nel suo amore. “È l’amore quello che fa osservare i suoi precetti o è l’osservanza dei suoi precetti quello che genera l’amore? si domandò Sant’Agostino – E rispondeva: “Colui che non ama non ha motivi per osservare i precetti… Noi osserviamo i suoi precetti affinché egli ci ami, perché, se egli non ci ama, non possiamo osservare le sue parole”. Non fummo scelti perché eravamo già buoni, siamo amati affinché riusciamo ad esserlo. L’amore umano è imperfetto fino al più vile del deludere: il tradimento. Ma chi ama in Dio sa portare la croce perché comprende che l’amore richiede il Sacrificio: richiede il dare la vita.

LA MISSIONE DEL CRISTIANO: AMARE PORTA GIOIA VERA

La gioia, bene messianico, che Gesù, ubbidiente ed amato, sente sua sarà, allora, patrimonio completo dei discepoli docili (Gv 15,11). Davanti ad un Cristo che deve assentarsi, i cristiani sapranno conservare la gioia se si amano: l’obbedienza dovuta al Signore si identifica con l’amore reciproco (Gv 15,12; 13,34); la gioia di vivere accompagna la vita fraterna, fino al ritorno del Signore. La misura di quell’amore fraterno che non è libero ma oggetto di mandato, non è all’arbitrio del discepolo: l’amore del cristiano ha l’amore di Cristo come norma e limite. Consegnare la propria vita allude alla morte volontaria di Gesù (Gv 15,15.24). Egli come dell’amore di Cristo sostenta l’obbligatorietà del suo mandato e stabilisce le sue frontiere. Questo amore, pertanto, “è distinto da quello con il quale si amano gli uomini come uomini” (Sant’Agostino): finché ha vita, il cristiano dovrà amare il suo fratello e può, perfino perdere la vita pur di non smettere di amarlo (Gv 15,12-13. 1; Cor 13,3; Rom 5,6-8). La disponibilità per fare la volontà del Padre può portare, dunque, fino a dare la propria vita per gli amici. La gioia vissuta per obbedienza non è mai illusoria, neanche davanti alla propria morte.
Qui, senza dubbio, sta la radice della nostra incapacità di amare. Non sappiamo amare, crediamo impossibile l’amore per altri, perché non ci sappiamo amati da Dio, perché, sinceramente, non crediamo possibile che Egli, Dio, ci ami. O non ci andrebbero diversamente le cose, pensiamo, se gli importassimo qualcosa, se ci amasse almeno un po’? Questa domanda che tante volte ci siamo fatti, questo dubbio tanto normale, è in realtà una reazione sconsiderata verso Dio. E siccome ci immaginiamo l’amore di Dio secondo quello che da Lui desideriamo e con le forme che crediamo ci convengano, non stiamo sperimentando quanto Egli ci vuole bene, quanto è grande il suo amore; solo perché non capiamo o non accettiamo il suo modo di amarci, ci stiamo privando di sentirci amati. E chi non si sente amato, è inabile ad amare.

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