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COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 7 MAGGIO 2017 – IV DEL TEMPO DI PASQUA

Dal Vangelo secondo Giovanni  (Capitolo 10)

1 “In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Dietro ad un solo pastore, verso un solo pascolo…

C’è il rischio di sapersi ed essere sicuri di essere cristiani, come c’è il rischio che questa nostra sicurezza sia una fede illusoria, una fede “ci chi scavalca” il recinto e neanche se ne accorge, una fede patologica che neanche sa di essere malata… Si può stare nella Chiesa e non seguire veramente Cristo, illudendoci di farlo. Diamo degli indicatori della patologia della fede[1]:

  1. Una forte enfasi del farsi forte della propria esperienza esibita anche in modo narcisistico.
  2. Una religione intesa come una presenza continua e spropositata della persona.
  • La scrupolosità nelle azioni e nei pensieri diventando ossessione
  1. Esitamento di responsabilità dei propri comportamenti: è colpa di altri o del diavolo…
  2. L’eccessiva emotività sregolata che finge un inesistente misticismo e si apre al feticismo religioso.
  3. L’entusiasmo indiscriminato ed esasperato di chi vuole convincere tutti…
  • Una Carità verso gli altri sempre disponibile e generosa, ma che nasconde il proprio interesse psicologico o ancor peggio concreto…

Il Pastore della Chiesa è solo Cristo e i sacramenti ne sono la sequela effettiva ed efficace. Il pascolo è solo uno: quello a cui ci porta il Signore e solo Lui sa dove… In tutto questo è importante riscoprire che l’esperienza di fede è seguire la Chiesa per quel che è…, pastore e gregge. Non si da cattolicesimo senza un ministro pastorale dell’unico Pastore, non si da cattolicesimo senza gregge, senza comunità…

 

La sequela di Cristo dona la Libertà

Entrare attraverso la “porta” che è Cristo, significa varcare la vita di un rapporto maturo con Dio; ma entriamo in un recinto di “pecore” scelte ad essere “suo gregge”. La salvezza e la libertà sono due effetti dell’essere “suoi”: siamo salvi in virtù della sua morte e resurrezione. Il Messia è venuto affinché, entrando in questa “porta della misericordia” – il cuore di Dio accanto a quello dell’uomo – abbiamola salvezza oltre il muro della morte. La morte di Cristo ha sfondato il muro della nostra morte – causa di ogni nostra paura – dando la possibilità anche a noi di entrare nella salvezza eterna. Il peccato è come un “ladro” che ruba, uccide e disperde le “pecore” che Dio ha scelto. Il peccato è stare in questo stato in cui ci facciamo “rubare” la nostra pace del cuore, ci lasciamo “uccidere” dentro perché abbiamo assolutizzato una situazione, ci lasciamo disperdere perché non troviamo più l’orientamento di dove andiamo e chi siamo. Il peccato ci toglie le coordinate fondamentali della vita: chi siamo (ci ruba l’essere), dove andiamo (ci uccide togliendoci il senso della vita) e chi sono gli altri (ci disperde tra la folla facendoci vedere gli altri estranei). La vita può darcela soltanto il Signore: la vita piena che viviamo e la vita eterna! Entriamo in questa porta del cuore  nostro per vedere che cosa abbiamo dentro: riconosciamo il peccato – “ladro” che è dentro di noi e chiediamoci cosa posso fare per entrare sempre più profondamente in questa porta che è Cristo.

Essere riconoscenti con Dio!

Vivere i questa gratitudine, con questo senso della riconoscenza interiore al Signore, significa vivere noi e rendere gli altri: felici. Dalla gratitudine di ciò che abbiamo dipende oggi la nostra riconoscenza, il nostro esser grati… Il pensiero mercenario dell’occidente contemporaneo, che tutti abbiamo dentro, è di vedere quello che non va, di soffermarci sulle nostre ferite e su chi ce le ha procurate; il mercenario di oggi è dentro il “recinto” della Chiesa e ci illude lasciandoci guardare sempre e soltanto: quello che non va,  il come dovrebbe andare… Il mercenario è fissato solo a vedere le pecore e attuare il suo piano che non è salvifico ma lo sembra. Il mercenario è illusionista e finge di essere il Pastore, ci illude che a lui dobbiamo obbedienza e fedeltà perché il mercenario è forte! Ci spira fiducia perché è travestito da pastore. Come vivo la mia obbedienza a Cristo? Possiamo anche noi metterci in mano al mercenario “che non salva”. Il Pastore, alla fine dei tempi, separerà le pecore e le chiamerà a se nella vita eterna, a differenza dei capri destinati alla morte eterna (cfr. Mt 25,31-46). Una grande esortazione evangelica che non ci vuole mettere paura apocalittica, quanto invece all’esortazione nella carità. Senza la VERA CARITA’ la nostra fede è mercenaria. Non illudiamoci di vivere la carità come elemosina e aiuto bello e concreto agli altri, se poi non riusciamo ad entrare – perché non vogliamo – nella “porta del cuore” del nostro prossimo, anche di quello che prossimo non vorremmo. La mia carità è veramente cristiana? Cerco di entrare nel cuore del “mio prossimo” anche se non lo vorrei come “mio prossimo”?

Noi conosciamo Cristo!

Non siamo sconosciuti a Cristo! Se noi forse siamo lontani da Lui, Lui non è lontano da noi… Ci segue sempre, ci vede, ci ascolta e, sente, sente le nostre gioie e le nostre sofferenze. Dio ci conosce, sa come siamo fatti nel più profondo di noi stessi, anzi ci conosce più di noi stessi. Vivere la fede significa conoscere Dio e sapere che Lui ci conosce, cioè anche ci capisce, ci giustifica, prova dolore e gioia per noi… Siamo noi che, molto spesso, non lo conosciamo e diamo per scontato qualche convinzione e qualche idea di Lui. Dio ha fatto, in Gesù di Nazareth, la nostra stessa esperienza umana: capisce i nostri bisogni, le nostre crisi, i nostri insuccessi così come ciò che ci rende felici e soddisfatti. Lui sa – perché ci ha creati – cosa è veramente bene per noi e bisognerebbe avere uno sguardo dal “campo visivo” molto amplio e un cuore molto grande per sentirci conosciuti da Dio. Ma tutto avviene sotto il Suo sguardo e, se viviamo la fede: questo diventa la nostra forza e anche la nostra consolazione. Gesù non si scorda di te! E tu?

Cristo buon pastore della Misericordia del Padre

Questo nostro Pastore è Buono, è il Buon Pastore. Ci guida sui sentieri della vera bontà, ci impegna alla bontà. Oggi bontà è un termine che quasi sembra stonato nel vocabolario della nostra vita. Bontà. Questo nostro Pastore è buono, è il Mediatore della misericordia, è il nostro avvocato. Meglio lo ha espresso Papa Francesco: <<Noi ne abbiamo uno, che ci difende sempre, ci difende dalle insidie del diavolo, ci difende da noi stessi, dai nostri peccati! Carissimi fratelli e sorelle, abbiamo questo avvocato: non abbiamo paura di andare da Lui a chiedere perdono, a chiedere benedizione, a chiedere misericordia! Lui ci perdona sempre, è il nostro avvocato: ci difende sempre! Non dimenticate questo! L’Ascensione di Gesù al Cielo ci fa conoscere allora questa realtà così consolante per il nostro cammino: in Cristo, vero Dio e vero uomo, la nostra umanità è stata portata presso Dio; Lui ci ha aperto il passaggio; Lui è come un capo cordata quando si scala una montagna, che è giunto alla cima e ci attira a sé conducendoci a Dio. Se affidiamo a Lui la nostra vita, se ci lasciamo guidare da Lui siamo certi di essere in mani sicure, in mano del nostro salvatore, del nostro avvocato>> (Papa Francesco, udienza generale di Mercoledì 17 Aprile 2013).

 

La porta della bontà

La porta della Misericordia è Cristo: io sono la porta. Il Buon pastore. Il concetto di bontà è l’atrio che ci fa entrare in questa porta: ma che cos’è la bontà? Cosa significa questa parola così discussa e un po sembra essere passata di moda nella morale? La bontà non è buonismo. Il “buono” non è colui o colei che accontenta tutti, che sa accontentare tutti… Il concetto di bontà, nel giudaismo, si riconduce al concetto di giustizia. Il buono è giusto, la giustizia di Dio è la misericordia, la bontà significa avere la misericordia di Dio ed operarla con il prossimo. Entrare in questa porta significa esser capaci di far nuove – con Cristo – tutte le cose! Aprire rapporti nuovi, riaprire i vecchi rapporti chiusi ed entrare nel cuore dell’altro, nel cuore dell’altra…Guardare il prossimo per quel che è e, non, per come vorremmo esso sia. Io sono la Porta significa entrare in questa bontà nuova, in un nuovo battesimo dell’innocenza. Entrare in questa porta santa della misericordia è entrare in un rinnovamento interiore ed esteriore, visibile, credibile. Che senso ha avuto varcare le porte delle basiliche nell’anno santo, se poi non vogliamo varcare la porta del cuore del fratello? Quali porte non riesco a varcare del cuore del mio prossimo? Perché non accetto di varcarle? E se il cuore del tuo prossimo ha la porta sbarrata: non lasciar perdere, continua a bussare!

[1] G. Crea, L.J. Francis, F. Mastrofini, D. Visalli, Le malattie della fede, Bologna 2014, EDB, pp.30-32.

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