Commento al Vangelo di domenica 31 Luglio

Commento al Vangelo di domenica 31 Luglio

30. luglio, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Guardate alle cose di lassù

 

Dove è il nostro cuore, lì è anche il nostro tesoro

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 

MEDITAZIONE

Il Vangelo di questa domenica, così come tutta la liturgia della Parola: ci invita a guardare in alto. A puntare in alto, ma non nel senso della realizzazione dell’ambizione meramente umana, che si finalizza nelle cose che poi “evaporano” (vanità per la prima lettura), quanto invece a cercare il senso della storia e della propria vita in Dio! Tutto quello per cui ci preoccupiamo, agiamo, lavoriamo, speriamo, accumuliamo, al di là dell’utilità storica: che fine farà? È vero che siamo chiamati a lasciare un mondo migliore, una qualità di vita migliore, a scrivere il prologo di una storia migliore per le generazioni a venire: ma tutto questo, alla fin fine, sempre che interessi: senza Dio che risultati avrà? Che fine vedrà?

 

Una questione di diritto

Viene posta a Gesù una questione di diritto amministrativo o perlomeno morale. Niente di peggio impegnare Dio nelle questioni tra uomini risulti essere con Gesù la peggior situazione di sentirsi dire: fate attenzione!
Qui la giusta pretesa di questo fratello esprime il suo diritto di avere l’eredità e, richiede a Gesù, di farsi giudice… Perché Gesù se ne tira fuori? Perché non dice ciò che è giusto? Perché Lui non è venuto a giudicare il mondo. Viviamo in una società che in ogni modo soffre, si affanna, lotta incessantemente  e sbandiera per i sacrosanti diritti. Nessuno mette in dubbio la sacrosantità dei diritti umani, ma che questo non deleghi ad altro – ad altro, alle istituzioni, a Dio – la realizzazione della propria vita. Il manifestare di questo uomo per il proprio diritto alla eredità è sacrosanto però anche quanto i suoi doveri di essere fratello. Ma anche qui Gesù porta la discussione su un altro, diremmo alto, livello: Dio non è giudice di queste cose… Gesù non si mette a far da giudice perché il “possedere” umano per Lui non è la realizzazione più profonda dell’umanità.
Chi è Cristiano fonda nella sua vita non su quanto possiede, tanto invece sulla principio fondamentale della vita e del suo senso… Senza Dio tutto diventa possedimento che evapora, tutto è vanità.

 

Anima mia, hai a disposizione …

Del nostro lavoro e della salvaguardia del creato non ne godiamo tanto noi, ma le generazioni a venire. Abbiamo la responsabilità di non chiudere i nostri “tesori” (di qualsiasi natura essi siano) nel nostro benessere, anche perché nel mondo pochi sono nel benessere e molti nella fame e nel malessere. La vita del Cristiano è si in qualche modo godersela ma senza avere lo spirito di impossessarcene: ancora una volta la solidarietà – e non soltanto quella operativa dell’elemosina – è lo stile di vita del Cristiano che vive la sua vita in pienezza. Quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? (Qo 2,21 – prima lettura). Una vita fondata sul solo profitto ci fa vivere nel benessere che, va bene, a patto che non chiuda la porta alla speranza. San Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica che chiudeva l’anno santo, ce lo “traduce” nel miglior modo: carissimi Fratelli e Sorelle, è doveroso per noi proiettarci verso il futuro che ci attende. Tante volte, in questi mesi, abbiamo guardato al nuovo millennio che si apre, vivendo il Giubileo non solo come memoria del passato, ma come profezia dell’avvenire (duc in altum, n.3). La profezia dell’avvenire nell’ordine umano è nelle mani dell’uomo ma la vita in se è nelle mani di Dio: da Lui, Creatore, proveniamo, in Lui, redentore, ritorniamo.

Arricchirsi di Dio

Il nostro benessere perciò non proviene solo dalla possibilità e capacità di vivere al meglio la vita e lavorare per un mondo migliore, per il futuro dei nostri figli ma, anche, nel vivere il bene della Presenza di Dio. San Paolo – nella seconda lettura concreta in tutti questi aspetti – lo annuncia: rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1). Pensare alle cose di lassù è proprio del Cristiano non arrovellarsi nei diritti di quaggiù… Lottare per i diritti umani e sperare nella Presenza divina è vivere una vita in pienezza. C’è l’equivoco che vivere bene non sia Cristiano, ma non è questo il punto. Lo è invece vivere una vita in pienezza, nel bene quaggiù sulla terra ma pensare alle cose di lassù! La preghiera, il rapporto con Dio, la carità cristiana, la liturgia, la spiritualità personale sono tutte azioni che ci aprono il cuore al pensiero del “lassù”. Non esiste una vita, anche la più agiata, senza inquietudini… Perciò siamo chiamati ad “arricchirci presso Dio”, a far si che il nostro cuore abbia il suo tesoro più importante in Dio. La fede è la risposta al Dio che ci si è rivelato e ci ha dato l’opportunità di conoscerlo. Questo non ci toglie le inquietudini ma ci dona la pace del cuore!
Terminiamo con le parole di san Giovanni Paolo II che valgono ancora oggi dopo 22 anni dalla chiusura del giubileo:  è a Cristo risorto che ormai la Chiesa guarda. Lo fa ponendosi sulle orme di Pietro, che versò lacrime per il suo rinnegamento, e riprese il suo cammino confessando a Cristo, con comprensibile trepidazione, il suo amore: « Tu sai che io ti amo » (Gv 21,15.17). Lo fa accompagnandosi a Paolo, che lo incontrò sulla via di Damasco e ne restò folgorato: « Per me il vivere è Cristo, e il morire un guadagno » (Fil 1,21).

A duemila anni di distanza da questi eventi, la Chiesa li rivive come se fossero accaduti oggi. Nel volto di Cristo essa, la Sposa, contempla il suo tesoro, la sua gioia. « Dulcis Iesu memoria, dans vera cordis gaudia »: quanto è dolce il ricordo di Gesù, fonte di vera gioia del cuore! Confortata da questa esperienza, la Chiesa riprende oggi il suo cammino, per annunciare Cristo al mondo, all’inizio del terzo millennio: Egli « è lo stesso ieri, oggi e sempre » (Eb 13,8). (San Giovanni Paolo II, duc in altum, n. 28). Cristo risorto sia la nostra guida, la nostra speranza e il senso della nostra storia.

 

 

 

 

Commento al Vangelo del 24 Luglio

Commento al Vangelo del 24 Luglio

23. luglio, 2022News, tempo ordinarioNo comments

La preghiera

Richiesta, ricerca e fiducia 

 

 

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,1-13)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un
amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico:
chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».


MEDITAZIONE

Gesù si trovava in un luogo a pregare

La pericope del Vangelo di questa domenica è un insegnamento molto importante – quanto inedito per quel tempo nella sua terminologia – sulla preghiera. La preghiera è la fonte ed il culmine della vita del cristiano. Senza la preghiera non c’è possibilità di penetrare il mistero di Dio: la preghiera tutto precede e tutto accompagna nell’uomo e nella donna di fede! Pregare sembra essere una facoltà innata nell’essere umano, quasi venga naturale e, ancor di più, si impara a pregare guardando qualcuno che prega… La preghiera è la più prelibata forma della trasmissione della fede: insegnare a pregare è far fare amicizia con Dio e scoprirsi suoi figli. Siccome normalmente i discepoli di un rabbino gli chiedevano di insegnargli una sua preghiera, lo stesso fanno i discepoli di Gesù: insegnaci a pregare.

La preghiera che rivela ai discepoli chi è Dio

Siccome normalmente i discepoli di un rabbino gli chiedevano di insegnargli una sua preghiera, lo stesso fanno i discepoli di Gesù.

I discepoli  vedono Gesù pregare e comprendono, sicuramente, che la preghiera di Gesù non è la solita preghiera come quella degli altri rabbini: ma la sua preghiera è “processione”  di amore con Dio che è il Padre suo, è effusione dello Spirito santo: ne faranno esperienza durante la trasfigurazione…

Nella preghiera, in questo insegnamento del Padre nostro, che diventa la preghiera più sublime e importante dai primissimi anni di chiesa, abbiamo la rivelazione di Dio Padre nel Figlio, perciò, non è una formula di preghiera comune, così … tra le altre ma, segna, un cambiamento dell’essere tra te e Dio. La preghiera rende il discepolo orante: figlio e, Dio suo creatore, Padre nostro, di tutti, perciò la preghiera è si tra te ed il Padre tuo ma ha una definizione, una rete, comunitaria, di fratellanza e di amore: quindi sia amore verticale con Dio che orizzontale tra gli uomini. La preghiera diventa atto di amore e di fedeltà.


La preghiera atto di amore

Chi prega è come chi viene da un viaggio: quindi la preghiera ci porta alle dimora, alla casa di Dio… La preghiera stessa è cammino dì fede, è lei stessa viaggio della vita che cambia le nostre prospettive, i nostri modi di vedere e plasma la nostra storia. La preghiera santifica il nome di Dio, ne è la lode e l’offerta alla sua dimora che è nei cieli. La preghiera vera plasma a tal punto che ci sentiamo amati da Dio anche quando non sembra rispondere alle nostre aspettative, perché, la preghiera, è atto di amore – santificazione – di Dio ci rende disponibili alla sua volontà, apre qualsiasi porta del cuore – di Dio, nostro e delle persone per cui preghiamo – affinché riceviamo il pane quotidiano: cioè ciò di Dio abbiamo veramente bisogno di vivere, che spesso noi non crediamo di aver capito ma solo Dio lo sa (ecco perché spesso sembra che Dio non ci ascolti, ma dopo tanto pregare ci accorgiamo che Dio agisce nei suoi tempi, in modi inaspettati, migliori, definitivi…).

Chiedete, cercate , bussate,

La preghiera cambia la vita e le vite di chi sta intorno con la continuità: la preghiera continua, insistente e di amore di un incontro fedele fatto di lode e di richiesta è richiesta, apre alla ricerca della volontà di Dio – sopratutto nella meditazione della Sua Parola – e bussa alla porta della dimora divina dove Dio si “scomoda” ci viene incontro per offrirci il “pane”, ciò di cui abbisognano, per la sopravvivenza, per vivere in pienezza, per vivere da perdonati e non sentirci abbandonati soprattutto nella tentazione. La fiducia che Dio non esaudirà la nostra preghiera quando invece accettiamo che un padre umano non darebbe un sasso al figlio che gli chiede un pane: ci apre alla realtà del rapporto con Dio, ci affidamento alla divina provvidenza.

Nonostante il mondo nella sua comune vita sia “buono”, non lo è quanto Dio… Lui è la Bontà, il Bene e lui solo sa quale è il nostro reale vero bene. Pregare sempre significa tenere accesa questa rapporto di fiducia filiale ed efficace con Dio che ci è Padre, efficace perché noi, figli nel Figlio Gesù Cristo riceviamo e trasmettiamo lo Spirito Santo! Non può che essere allora la richiesta dello Spirito santo il “ritornello” di inizio e di fine di tutte le nostre richieste e preghiere: Dio lo dona, sempre.

Commento al Vangelo di domenica 17 Luglio

Commento al Vangelo di domenica 17 Luglio

15. luglio, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Marta e Maria

 

 

L’accoglienza, l’ascolto e il bisogno dell’umanità

 

Dal vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
 

MEDITAZIONE

Anche questa domenica il Vangelo ci parla del cammino di Gesù, tutto succede più che altro per strada con Gesù… Stavolta, invece di un incontro per strada, Lui, viene ospitato da degli amici: Marta, Maria (e Lazzaro).
L’ ospitalità è sacra nel linguaggio israelitico e, per entrare nel messaggio evangelico, nella buona notizia di questa domenica, bisogna passare per la parola “accoglienza”. Nella prima lettura (Gn 18, 1-10) Abramo, accoglie tre uomini nelle querce di Mamre. Abramo era nomade, chissà cosa avrebbe potuto offrirgli: ma fa tutto ciò che può e, scopre, che nella presenza umana dei quei tre di Mamre si cela la Presenza di Dio! Così come Marta e Maria donano accoglienza a Gesù, ma finiscono per riceverne infinitamente di più di quanto hanno donato.

 

L’accoglienza

l’ospitalità, nella Bibbia, quindi, sia per l’antico testamento che per la Chiesa del nuovo testamento: trova una centralità ed una importanza focale. Molte le storie di accoglienza quotidiana nella Bibbia dove poi l’accolto (come Abramo a Mamre) è un messaggero di Dio o la sua Presenza stessa. A questo punto l’accoglienza  va oltre lo schema dell’accoglienza stessa, perché chi arriva ha da dare di più di quanto riesce a ricevere… Accoglienza nostra per il prossimo, accoglienza della nostra famiglia, accoglienza della chiesa perché, l‘ospite, cambia la vita! Citiamo ciò che disse il 30 Giugno, festa dei santi Pietro il Paolo, Papa Francesco: Apriamo le porte. È il Signore che chiama. Una Chiesa senza catene e senza muri, in cui ciascuno possa sentirsi accolto e accompagnato, in cui si coltivino l’arte dell’ascolto, del dialogo, della partecipazione, sotto l’unica autorità dello Spirito Santo. Una Chiesa libera e umile, che “si alza in fretta”, che non temporeggia, non accumula ritardi sulle sfide dell’oggi, non si attarda nei recinti sacri, ma si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo e dal desiderio di raggiungere tutti e accogliere tutti. Non dimentichiamo questa parola: tutti. Tutti! La nostra credibilità di credenti e la nostra missione di essere Famiglia Cristiana e Chiesa Cattolica, proprio su questo si gioca: sull’accoglienza!

L’accoglienza nella vita spirituale, ci fa diventare intimi di Gesù, accoglierlo nella nostra vita significa avere tutte e due le caratteristiche diverse di Marta e Maria: l’operatività e l’ascolto della Parola del Signore. Salto di qualità nell’ accoglierlo secondo ciò che Lui è e, non secondo i nostri schemi. Lui, ospite divino nella nostra vita, ricevuto ci dona di più di quanto noi gli possiamo dare.

 

L’ascolto della Parola per terra

Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola, mentre, Marta era indaffarata per Gesù ed il suo “seguito”… In questa scena, di vita quotidiana, c’è sempre chi opera di più di un altro che invece sembra inoccupato a spese del primo… Ma nella nostra spiritualità, come già detto, Marta e Maria, sono due nostre caratteristiche da discernere.  Ma la buona notizia è che l’accoglienza di Gesù si fa più dono che impegno: prima lo si ascolta, poi si opera… Maria ascolta la Parola di Gesù da per terra… L’ascolto della Parola di Dio, che è l’esperienza primaria del Cristiano, non è un ascolto onirico, in senso quasi veggente e magico, disincarnato… Ma è il nostro essere uomini e donne della (per) terra della Parola di Dio, perché la Parola di Dio parla terra terra, ci lascia con i piedi per terra, non disinibiti, ma si incarna dell’umanità che l’ascolta, la legge, la meditata, la prega… La Parola di Dio rivela il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi (Col 1, 24-28 – seconda lettura), cioè a noi. È il dono più alto che Dio fa all’ umanità per trasmettergli l’umanità stessa nella sua interezza, nella sua completezza: l’ascolto della Parola di Dio, che viene da questo mistero celeste, dona all’ umanità che vive sulla (per) terra il senso della sua stessa vita.
Marta va in ansia, Maria ascolta la parola … Marta produce, ma nella sua casa è entrato uno che ha da dare per primo. Accogliere Gesù è solo ricevere.

 

 

…di una cosa sola c’è bisogno

Marta ha un bisogno: ha bisogno di aiuto. Marta rappresenta l’umanità che ha bisogno di aiuto perché presa per i molti servizi per colmare giustamente i bisogni della vita, molto spesso urgenti. Il testo ci apre al cercar di comprendere ciò che è urgente da ciò che è importante… Il Vangelo ci sprona a comprendere di curarci innanzitutto di ciò che è importante prima che occuparci di ciò che è urgente… Non è un appello ad disimpegno, ma, a vivere il più umanamente possibile! Di cosa abbiamo realmente bisogno? Di fermarci sulla (per) terra e spendere il tempo per ciò che è importante prima di ciò che è urgente… Ma quanto è difficile tralasciare le urgenze, curarle dopo e metterci prima in ascolto del nostro cuore, del cuore umano, per capire veramente di ciò di cui abbiamo bisogno! Quanto è difficile non lasciarci prendere dal fare! L’ homo faber, cioè l’umanità che deve produrre, è una spinta propulsiva che ci travolge e, quanto è difficile, mettere da parte l’homo faber e scegliere la via dell’ascolto del cuore e di Dio! Stop, look and go – fermati, guardati dentro e intorno e dopo vai e opera ( come predicava un monaco) è la soluzione vera alla nostra preoccupazione e agitazione. Questo richiede un abbandono alla divina Provvidenza. Rispondersi, quando siamo travolti dalle tante cose da fare: ho di meglio a cui pensare, è la possibilità di vivere in pienezza la nostra vita. Dio ci aspetta in questa parte, la parte migliore, che non ci sarà tolta.

 

 

 

 

Commento al Vangelo di domenica 10 Luglio

Commento al Vangelo di domenica 10 Luglio

8. luglio, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Il buon samaritano 

 

 

L’Amore e la vita eterna 

 

Dal vangelo secondo Luca (Lc 10, 25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’così».

 

 

MEDITAZIONE 

Gesù viene messo alla prova da un dottore della legge. Non sappiamo se essere una prova per coglierlo in fallo sulla dottrina, se solo una voglia di speculazione “teologica” o seppure una ricerca sincera della Verità da parte di questo dottore della legge. La domanda di fondo risulta essere la domanda fondamentale, la domanda di senso, la questione del “perché credo in Dio”: cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Ma oggi: interessa ancora la vita eterna? Forse l’umanità non è caduta nel tranello post-moderno di trovare il senso della vita più che nella vita eterna, nella realizzazione qui sulla terra attraverso i rapporti e le cose della terra? Non è che forse, come nel brano del buon samaritano, viviamo una religiosità che non porta alla vita eterna, che anzi ci lascia ancor più frustrati o disorientati, ancor peggio indifferenti a Dio, alla sua volontà e al prossimo?
Così come Gesu viene messo alla prova, anche il dottore della legge si ritrova a riscontrare la sua fede con il “credo” israelitico (chiamato in ebraico lo shema’ – Dt 6,4ss) e si perde propio nella domanda su ciò che più sta a cuore a Dio: il prossimo.  Volendo giustificarsi chiese: e chi è il mio prossimo? Dio in Cristo si è fatto “prossimo”, vicino all’uomo, donando la sua vita per la nostra vita eterna, cosicché Dio è nel nostro rapporto con chi ci sia prossimo…

 

C’è  un uomo a terra

Nel contesto della nostra storia tutti facciamo esperienza di stare a terra, di esser caduti nella mano dei “briganti”, di gente che ci ha derubato qualcosa o molto, fuori oppure dentro; tutti, a volte o spesso, ci ritroviamo a terra lasciati soli e mezzi morti di qualsiasi “briganti” o di qualsivoglia morte si tratti…

Ma il discorso del Vangelo ci illumina ancor di più circa l’umanità che si è autoderubata e percossa restando a terra mezza morta, dove non trova aperture e orizzonti nel senso della sua vita se non nel tentare di respirare ancora, di godersi fino all’ultimo respiro questa vita… Una umanità moribonda perché, derubata di Dio, non gli resta che gioire e rattristarsi in questa vita che avrà nel suo finire solo la morte. Il buon samaritano (uomo religioso ma scomunicato) rappresenta proprio Dio che in Cristo ci venuto a trovare per darci la speranza certa della vita eterna… Ma nonostante questa consapevolezza che tutti abbiamo, tra momenti di ateismo e di dubbi, ci muoviamo e viviamo come se Dio non ci fosse, vivendo la vita per (la) terra, sospirando e respirando nonostante le sofferenze e le soddisfazioni… Ma Dio è ancora pronto a prendersi cura di noi, a prendersi carico dell’umanità: Dio ancora spera che l’umanità comprenda che ha bisogno di Lui, per superare la morte e raggiungere la vita eterna, per superare l’idea di vivere per (la) terra e raggiungere la trascendenza della fede!

 

La religione che non salva

Il malcapitato, su quella strada stretta e pericolosa che porta da Gerusalemme a Gerico, mezzo morto, non può che sperare nel passaggio di qualche buon viandante… Meglio ancora passa vicino a lui un sacerdote, che andava o proveniva evidentemente dall’azione di culto celebrata al tempio, ma… lo vide, passò oltre. Perché questo uomo di Dio non soccorre il povero malcapitato? Forse andava di corsa , era in ritardo per la celebrazione: ma che senso ha la celebrazione senza il prendersi carico del bisognoso? Potrebbe obiettare: non tocca a me, io ho le mani pure per l’altare e non posso contaminarmi… Non è compito mio… Speriamo che nella Chiesa non viviamo questa mancanza grave di responsabilità e di aiuto. Non tocca a me, non è compito mio, non è un mio problema… tutte frasi che non sono nell’ identità dell’uomo di fede che partecipa all’azione liturgica.

Così come, partecipare alla celebrazione, senza responsabilizzarci nel vivere attivamente la fede nella vita, non salva la nostra vita. È Dio che si prende carico di noi e ci salva, ma a noi sta la facoltà della scelta nel lasciarsi portare da Lui. La partecipazione alle celebrazioni, le preghiere, lo sgranare rosari e consumare inginocchiatoi a forza di invocazioni: non salva l’umanità senza prenderci la responsabilità della cura del prossimo che è propria della fede della persona matura… Come il samaritano, va e anche tu fa così…

Ma anche un Levita, che è colui che svolgeva il compito della sistemazione della Torah nelle celebrazioni, cioè l’uomo della Sacra scrittura, l’uomo sapiente che sa discernere il bene dal male con l’illuminazione della Parola di Dio: lo vide, passo’ oltre.
Una fede fatta di tante parole, con tutto il gusto per la meditazione e la catechesi, con tutta la piacevolezza dell’ascolto e dello studio, con tutto il discernimento morale, senza una responsabilità della fede matura: non salva!

L’umanità, per essere rialzata, non ha bisogno primariamente del culto o della lettera: ha bisogno di qualcuno che si prenda la responsabilità dell’Amore.

 

La compassione e l’amore gratuito

Un samaritano, cioè uno straniero di quella regione, uno scomunicato dal tempio: si ferma e si prende cura dell’uomo per terrà mezzo morto. Non sa chi sia, i due non si conoscono… Quel buon Samaritano rappresenta Cristo che si è preso cura dell’umanità e l’ha consegnata alla “locanda” della chiesa, pagando Lui stesso con la sua stessa vita… Ma l’umanità di oggi, ha veramente bisogno di Dio? Spesso sembriamo, nel nostro amato vittimismo, come se quel malcapitato dicesse al buon samaritano: ma no, lasciami qui a morire… Ma la compassione di Dio per noi è forte, è potente, è salvifica! L’umanità che vive, godendo al meglio o spesso soffrendo al peggio, sulla terra: ha solo la prospettiva della morte. Il Signore, che si è fatto “Buon samaritano”, ci chiama ad essere salvati da Lui per una vita trascendete, per la vita eterna.
Noi tutti,  Chiesa di battezzati, tutti missionari per natura nostra: siamo chiamati a portare questa buona notizia al mondo. Per poterlo fare c’è bisogno di prenderci la responsabilità seria, che è una fede matura, del prenderci carico dell’umanità lontana da Dio e dell’umanità sofferente…

La parabola del buon samaritano ci insegna l’amore di Dio, l’amore della Chiesa, l’amore proprio di come il Cristiano ama o meglio dovrebbe amare… L’amore mosso dalla compassione che provoca alla responsabilità nel dire si alla richiesta di qualsiasi aiuto… È un amore gratuito, un amore non fatto di baratto, un amore che dona senza aspettarsi il contraccambio e che accetta senza dover ripagare o restituire… Un amore cosi è un amore che fa pensare, che rende il cuore pieno della compassione di Dio per l’umanità, che distrugge ogni capitalismo dei rapporti umani fondato sulla “monetizzazione” del prossimo… L’amore del Cristiano è dare e basta, questo dona al Cristiano la compassione di Dio e fa pensare il prossimo che lo riceve. In questo sta la vera missione: amare come Cristo ci ama.  Amare così, cioè come Cristo, cioè da cristiani è “pericoloso” tanto che Gesù ha donato la vita per questo amore esagerato… Amare come Cristo rischia di non essere capiti, di non essere accettati; amare come Cristo significa rischiare di essere ripugnati, destituiti nel rispetto, equivocati, sospettati, fraintesi, rapiti, parzializzati, approfittati, opportunizzati, illusi, crocefissi… Questo amore scelto e quotidiano è pericoloso ma solo questo si fa servizio portatore dell’Amore di Dio! (Cit. Omelia del giovedì santo), solo questo amore gratuito ci dona una fede matura fatta di dono donato e di dono accettato… Questa è la comunità, questa è la comunione, questa è la Chiesa.

 

Commento al Vangelo di domenica 3 Luglio

Commento al Vangelo di domenica 3 Luglio

1. luglio, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Solennità di san Tommaso apostolo

 

 

Il paradosso della fede 

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».


MEDITAZIONE

Questa domenica celebriamo la festa del nostro patrono san a Tommaso. Spesso è descritto come l’apostolo della incredulità, o superficialmente visto, come segno di una fede che si poggia solo sulla ragionevolezza. Ma Tommaso non è tutto questo. Tommaso è l’apostolo “coi piedi per terra”. Tommaso percepisce subito le difficoltà e i pericoli di un viaggio a Gerusalemme, ma non ne afferra il profondo significato (Gv 11,16); con il suo realismo non si entusiasma alle prospettive del discorso del Signore durante l’ultima Cena (Gv 14,1-6)… È l’apostolo che nel quadro dei dodici è chiamato ad incarnare quell’aspetto della fede di tutti fatta di sforzo, dramma, fiducia, invocazione e paradosso.

 

Il dramma del mantenimento della fede

Tommaso, i dodici, avevano visto Gesù nei suoi anni di predicazioni, di esorcismi, di miracoli ma, poi, lo hanno visto giudicato, torturato e ucciso sulla  croce. Il Vangelo ci riporta alla domenica della resurrezione in cui i discepoli, chiusi nel cenacolo pieni di paure, erano nel lutto per la morte del loro Maestro. Quando un credente, così come i discepoli, vive l’esperienza della morte di una persona cara, allora c’è un dramma, non è una cosa dolce, e c’è il dramma nel dolore del mantenimento della propria fede. In questo mantenimento che è perseveranza nel rimanere insieme, nel restare Chiesa, nel rimanere in comunità: Gesù appare risorto, ma Tommaso non c’è… Per Tommaso il dramma del mantenimento della fede diventa ancora più drammatico: ma sarà veramente apparso, sarà risorto e, se non fosse così? E se è vero, perché è successo senza di me? Tutta l’esperienza di fede non consola davanti alla realtà della morte. La morte è una realtà e, il dubbio che fa gridare interiormente Tommaso – se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo – è il dubbio di tutti! È il dubbio del paradosso: nonostante non ci sia più motivo di stare insieme perché Gesù è morto, quella prima comunità continua la sua convivenza di comunione nel cenacolo. La morte, nonostante accenda dentro di noi i molteplici “se” della fede, non riesce a fermare l’esperienza comunitaria dell’amore; anzi proprio nel lutto la comunità si stringe insieme in questo abbraccio che dice vicinanza affettuosa ma anche solidarietà che si fa invocazione a Dio!

 

Il “se” paradossale della fede

Se non vedo… se non metto… È la fede protestata da Tommaso! Tommaso non vede Gesù risorto nonostante la testimonianza della sua comunità e, paradossalmente,  non se ne va, non getta la spugna,  resta lì, in quella piccola e debole chiesa impaurita e in pericolo… L’esperienza della fede è esperienza di amore perciò è più forte della morte e, lui, risponde davanti alla morte e all’assurdo annuncio della resurrezione: Se non vedo… se non metto… Gesù stesso apparirà per la seconda volta, sempre in domenica, ma stavolta con Tommaso presente e, proprio questo, gli dirà in risposta al suo grido di speranza drammatica: metti qui il tuo dito… prendi la tua mano e mettila… Evidentemente, Gesù risorto, era in mezzo a loro anche quando loro non lo vedevano. Questo ci apre all’atto della fiducia che permette di credere contro ogni possibilità, anche nel buio della fede, di invocare…  Non è contraddittorio invocare Dio quando non si crede, è paradossale, ma non contraddittorio perché, Lui,  che prima si era manifestato, è il Presente alle nostre invocazioni. Proprio quando vacilliamo nella fede, il paradosso di pregare, farà fare esperienza di Cristo risorto. Anche Gesù sulla croce, ha espresso questo grido, la forza dell’invocazione sta in questo: perché mi hai abbandonato? Ma non dubita che ci sia. La forza dell’invocazione sta in questo: mi hai abbandonato, ma…, te lo chiedo. Il paradosso è riuscito ad invocare in un momento in cui non ci sono più ragioni per farlo. Questa è la follia della croce. (V. Brancato S. Natoli, il mondo a venire, p. 152,153).

 

 

Mio Signore e mio Dio!

Tommaso finalmente crederà nel risorto toccando le sue piaghe che aveva da moribondo e da morto. È un messaggio molto forte e concreto che il Vangelo vuole lasciarci… Dove possiamo trovare il risorto… Nella comunità che celebra nel cenacolo della Chiesa, ma anche nelle piaghe. Toccare con mano le piaghe dei malati, sia quelle del corpo che quelle dello spirito e della mente, impariamo la lezione della vita. La comunità che celebra nel cenacolo è connessa con il corpo di Cristo risorto nell’esperienza delle piaghe. Cosicché nel sofferente si nasconde Cristo risorto, nelle sofferenze si nasconde la sua croce, nel mettere mano a questa solidarietà con i sofferenti di qualsiasi tipo, mettiamo mano alle piaghe del Signore. Dall’incontro con la sofferenza, l’umanità, impara che credere in Dio nonostante la malattia, il disagio e la morte, non è contraddittorio ma paradossale! Toccando la sofferenza l’umanità sperimenta o la tragicità della malattia e della morte, oppure eleva il suo sguardo verso Dio perché si sa vulnerabile … L’esperienza eucaristica della presenza reale del risorto implica la cura dei sofferenti. Possa questo tocco verso i sofferenti farci comprendere che la virtù del prenderci cura gli uni degli altri e, la solidarietà verso i disagiati, è toccare le piaghe di Cristo; possa questo tocco non farci vivere questa esperienza come tragica, ma come fede paradossale proprio lì dove sembra Cristo non esserci, perché, Cristo è proprio lì dove noi lo invochiamo con i nostri “se” gridati nel cuore. Non sia l’incredulità a spaventarci,  quanto sia invece la comunione con i fratelli e le sorelle, e la cura dei sofferenti, a farci incontrare Cristo che ha patito, è morto ed è risorto. Che questa esperienza di fede ecclesiale liturgica eucaristia legata alla solidarietà e cura dell’umanità sofferente, possa farci incontrare Cristo risorto: mio Signore e mio Dio!
San Tommaso apostolo, prega per noi!

 

 

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