Omelie tempo ordinario 2020

Omelie tempo ordinario 2020

21. ottobre, 2020Senza categoriaNo comments

Unità e misericordia

Omelia

Il tuo fratello commetterà una colpa

È inesorabile: un tuo fratello o una tua sorella commenteranno qualcosa di piccolo o di grande contro di te. Come comportarsi? Ricordiamo che questo discorso della cosiddetta “correzione fraterna” va letto con la luce della misericordia divina offerta all’uomo e che l’uomo deve offrire al suo prossimo: perdonerai settanta volte sette, quindi sempre. Quindi tu perdonerai il fratello e la sorella che commenteranno qualcosa o tutto contro di te! Perché senza la misericordia non può esserci l’ammonire il fratello o la sorella che commette una colpa contro di te, a tu per tu. La prima regola per il Vangelo non è il chiarimento, quanto invece l’ammonimento. Si parla quindi di peccati che si commettono e non di azioni che non ci piacciono e che spesso non sono peccato. Spesso la società umana usa il modo al contrario del Vangelo: prima lo fa sapere a tutti, poi a pochi e alla fine se ci si riesce si parla con il diretto interessato. Ma Gesù indica un’altra via: la via della tentata riconciliazione tra te e lui, tra te e lei! Cercare di guadagnare il fratello o la sorella! Bisogna essere chiari, diretti, amorevoli e misericordiosi nel correggere qualcuno che ha delle colpe contro di noi… Se non ti ascolta diventi un caso davanti a testimoni e poi alla comunità. Non è un processo al peccatore, non una scomunica ma far del tutto per guadagnare il fratello e la sorella alla comunità. Questa riconciliazione parla della comunità che celebra L’Eucaristia e non di relazioni interpersonali comuni…

L’Eucaristia è vincolo di unità.

…sarà legato in cielo…

Le nostre azioni di credenti, di oranti, di battezzati: sono sacramentali. Cioè pur ignorandolo e scordandolo, agiamo da figli di Dio, con dentro di noi lo Spirito Santo: fungiamo – come direbbe s. Paolo – da ambasciatori per Dio! La nostra persona è contagiosa della presenza di Dio. La nostra chiamata come singoli e come Chiesa: legate a Dio! Se ci preoccupassimo prevalentemente di questo per cui siamo stati tutti creati e chiamati: tutto sarebbe diverso! La missione del “legare a Dio” richiede la

Misericordia profetica della prima lettura che sa dire al prossimo che non è con Dio! Legare a Cristo è il compito del Cristiano che va dal battesimo alla sua morte, perché, Cristo, è la nostra guida; chi guida le mie scelte? Chi guida i miei pensieri? Chi sono i miei modelli di vita? Guai a dire: nessuno, io faccio da me… Cristo si propone modello di vita con uno stile tutto proprio del Cristiano specialmente nella carità e nella misericordia. Legare a Cristo! La carità, l’amore, è l’unico modo per unire a Cristo: pienezza di ogni legge è l’amore.

Io sono in mezzo a loro

La presenza di Cristo è reale, è fisica nella comunità che celebra, che prega, che invoca, che intercede… Dio, l’Io-Sono, è in mezzo a noi perché siamo Dio o tre ma riuniti nel suo nome. C’è affidato di legare a Dio perché nella comunità a Cristiana Dio è presente. Dobbiamo poter rinnovare e ritrovare sempre questa motivazione fondamentale della Chiesa: la comunità riunita accoglie la presenza di Dio! Fondamentale per noi è ritrovare e rinnovare questa “fede nella Chiesa” per motivarci a questa identità e appartenenza. Noi abbiamo una guida: Cristo. Noi siamo la Chiesa: comunità che lo celebra, lo ascolta e lo ama nel prossimo .


Dio è amore. L’odio è contrario a Dio. Tu Perdona!

Omelia del 13 Settembre

“Il bacio di Giuda”

Pietro chiede a Gesù se deve perdonare sempre – 7 volte (numero della pienezza) – colui che commette una colpa contro di lui. Gesù risponde non 7, non solo sempre, ma settanta volte sette, cioè: perdonare sempre per sempre e comunque…

Gesù stesso è passato per il tradimento peggiore: il tradimento a morte dell’amico Giuda. Questo tradimento subito senza rancore e vendetta ha portato alla salvezza di tutti. Il cristiano perdona sempre, non si vendica, non rimargina nel rancore, perché il suo perdono è salvifico come quello di Gesù Cristo. Il regolamento di conti di cui parla il Vangelo è questa pagina di Vangelo stessa. La Parola di Dio profetizza per me e per te di perdonare, di non odiare, di non portare rancore anche là dove non è possibile ri conciliarsi, perché: il cristiano che assume il male degli altri e, non risponde al male con il male, salva se stesso ed il mondo dalla sua stessa croce di “tradito”! <<Chi resta in collera con qualcuno, come può chiedere la grazia di Dio?>>  (ammonisce il Siracide nella prima lettura). L’odio genera altro odio e fa male a chi odia: genera sempre il male, la solitudine, l’indifferenza e la morte interiore. Sembra che l’odio l’arroganza, travestite spesso di giustizia e correzione, siano visibilità di forza… Ma il forte è colui che sa perdonare.

Un mondo senza pietà è un mondo senza Dio

Ci accorgiamo che l’antropologia del Vangelo, cioè l’umanità vista con gli occhi di chi legge il Vangelo: è spesso capovolta, anche con le sue leggi statali e morali, rispetto ai valori di Dio. Un mondo senza pietà, che deve farla pagare a chi sbaglia, è un mondo senza Dio. Un mondo senza pietà e misericordia, così come anche può esserlo a volte la chiesa e i cristiani, genera una società moralista che vede il male dove non c’è e non riconosce il vero male. Un mondo senza misericordia e senza pietà perciò è un mondo pieno di ipocrisia che alimenta una finta pace tollerando silenziosamente il crimine… Una umanità che punta sempre il dito sul peccato degli altri è una umanità  morta che nasconde nel suo sepolcro il peccato più grande.

Dio è amore, scrive San Giovanni, perciò il suo contrario è l’odio e il vero peccato perciò è l’odiare in qualsiasi modo il prossimo ed il non presunto prossimo.

Il tuo “debito” è pagato.

Il peccato quindi, che è innanzitutto e quasi soltanto ogni forma di odio criminoso e non, è debito nei confronti di Dio! Ma Dio non ci ha chiesto di non essere peccatori, di non essere in debito con Lui, neanche ci ha chiesto un percorso di purificazione… Ma ci ha chiesto un cammino di conversione e di fede che tenga soprattutto conto che Lui ci ha condonato il debito, ci ha perdonato il peccato perché: Cristo è morto per noi (seconda lettura). Vivere per Cristo significa vivere riscattati dal peccato e dalla morte, cioè riscattati per Amore, cioè vivere senza odio!

Il peccato è debito verso Dio, condonato a noi da Cristo morto in croce e che, noi, dobbiamo condonare a chi pecca contro di noi!

La grande parola che esce da Vangelo di colui che condona il debito degli altri è: PAZIENZA. Dal greco Upomone’: sopportazione, tolleranza, longanimità, diligenza, assiduità, rassegnazione, calma, costanza, precisione.


Dio non paga, Dio dona!

Omelia del 20 Settembre

Il problema tra Dio e l’umanità

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù ai discepoli, con una parabola, spiega loro la differenza di vedere spesso le cose da parte di Dio differentemente dall’umanità. Nella prima lettura Isaia lo ha annunciato: <<i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore>>. Quello che accade nella nostra vita, nella storia dell’umanità, spesso ci sembra drammaticamente ingiusto; anche il nostro prossimo non ci rende almeno il dovuto secondo giustizia. Ci affatichiamo tutto il giorno come gli operai presi dal Padrone nella prima ora e ci accorgiamo che alla fine, detta con le parole del Vangelo <<piove sopra i giusti e sopra gli ingiusti>>! Quante volte pensiamo che ci sia poi un tributo da pagare per i nostri peccati o inversamente ci chiediamo che cosa abbiamo fatto di male per ricevere questa sofferenza… Ma Dio non vede? Spesso si dice che sopravvivono di più i cattivi che i buoni… In ogni caso la domanda è: ma perché Dio permette questa non equità in ogni ambito della vita?

Perché Dio non usa il “suum cuique tribuere” ( come asseriva l’antico diritto romano) -a ciascuno il suo – secondo la giustizia  umana. La via di Dio è la via della grazia (gratis) e non della retribuzione. Completamente illogico, ingiusto, contro ogni calcolo per noi umani Dio eccede nel dare con Amore e basta! Lui da oltre, da di più! Non da di meno agli altri!

Dio ci chiama a lavorare nella vigna

Ma cosa facciamo dall’alba al tramonto della nostra vita? <<Perché ve ne state lì tutto il giorno senza far niente?>>. Dio ci chiama a lavorare nella sua vigna per poterci non ripagare di quanto facciamo, ma darci quel di più che è Suo! Siamo chiamati a lavorare e faticare nella vigna del Signore! Ma cosa è la vigna del Signore? A Cosa si riferisce il Vangelo? Sicuramente alla parte del Regno di Dio che è qui sulla terra, al Regno dell’amore di Dio, alla Chiesa, alla comunità, alla famiglia… La vigna del Signore ha sempre bisogno di lavoratori! Lavorare nella vigna dell’Amore di Dio significa non calcolare quanto tempo e fatica spendiamo per il nostro prossimo. Noi non concepiamo più del dovuto, oltre il giusto, noi spesso diciamo a noi stessi, agli altri e a Dio: questo è troppo, mi è richiesto troppo! Ma la visione di Dio è quella dell’amore che si spende in tutto quanto si possa dire e fare per l’altro, è occuparci del prossimo sempre e comunque, il donare amore senza aspettare qui su questa terra il contraccambio, la paga o peggio ancora una rivincita. Il premio ci aspetta nel Regno dei cieli!

Dall’alba al tramonto

Ma dall’alba al tramonto della nostra giornata, quanto lavoriamo nella vigna di Dio che è l’amore gratuito, la chiesa, la famiglia, la comunità? La nostra vita che ha visto un’alba e vedrà un tramonto, alla fine, cosa conta veramente di ciò che abbiamo e non abbiamo fatto? Cosa conta, cosa da senso veramente alla nostra vita: tutto l’amore che mettiamo per il nostro prossimo, o di godercela in qualche modo? Troppo spesso i nostri sentieri non sono i sentieri di Dio e neanche le nostre cime, le nostre mete… Facciamo una grande fatica a comprendere Dio – perché preghiamo poco e poco facciamo esperienza della sua Parola ascoltata e meditata – perché il tramonto della vita si apre al Regno dei cieli! <<Pensarono che avrebbero…>> è la frase che meglio esplica il nostro rapporto tra noi e Dio… Noi pensavamo che fosse… Che andasse a finire… Noi pensavamo che Dio… Ma la realtà è che Dio è Dio ed è diverso da noi. Lui si è fatto uomo, come uno di noi, non per farci partecipi de suo Regno eterno.


Religiosi o fedeli?

Omelia del 27 Settembre

Due forme del rapporto con Dio

Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci pone davanti due modi per credere in Dio: uno degli anziani del popolo e i capi dei sacerdoti, l’altro delle prostitute e dei pubblicani (cioè i peccatori) convertiti e perdonati. Due forme che sono nei due figli della parabola, due forme di credere che sono entrambi in ciascuno di noi.

Il primo figlio è un peccatore ribelle, disobbedisce con parole al padre: “non ne ho voglia” di andare a lavorare nella vigna. Il secondo invece riconosce il padre come suo signore, dice che andrà alla vigna a lavorare con un “si Signore”, ma disobbedisce e non va… Entrambi vivono un rapporto drammatico con il padre: il primo ribelle ma leale, il secondo “obbediente” ma falso. Intanto il padre della parabola, che rappresenta Dio, parla ad entrambi; la condizione drammatica è che questi due figli sono in conflitto con il padre, uno ribelle e l’altro falso. Il padre della parabola rappresenta Dio. Dio parla a tutti, sia a chi è nel peccato, sia in chi è “praticante”. Spesso noi cattolici, cristiani detti praticanti siamo un po’ come gli anziani del popolo ed i capi dei sacerdoti, obbediamo come il secondo figlio – “si Signore”- , ma non andiamo oltre: quanto è autentica la nostra fede? Rimaniamo spesso schizzinosi verso un mondo che riteniamo immorale (prostitute, pubblicani, …) ma se questi si convertono ci passano avanti nel Regno di Dio… Dio non ci chiede una vita purificata ma una vita convertita… Convertita a cosa? Alla sua volontà di Padre e non di padrone.

L’eterno “conflitto” tra l’uomo e Dio

Spesso il nostro credere è vissuto da atti che sono voglie… La voglia sembra spiegarsi come: qualcosa che oggi mi va di fare ma forse domani no,  qualcosa che voglio mangiare ma saziatomene basta così, qualcosa che mi dà benessere in quel momento ma non da una felicità stabile… La volontà invece si spinge nei grandi obiettivi e nelle grandi scelte della vita, per queste siamo pronti anche a vivere faticosamente e a fare sacrifici.  Il primo figlio non ha voglia di andare alla vigna ma poi cambia idea e va… Cosa cambia in lui? Dice il Vangelo che si pentì. Il pentimento richiede la meditazione della Parola di Dio che ci illumina se stiamo vivendo un rapporto con Dio fatto solo di regole e riti, come lo viveva il secondo figlio con il padre, oppure se stiamo vivendo autenticamente la nostra fede, cioè se ci stiamo interrogando: quali sono le mie volontà nella mia vita? Quale è la volontà di Dio per la mia vita? Cosa vuole Dio da me? Ci può illuminare solo la Parola di Dio meditata ad una risposta onesta e leale a questo Padre che vuole solo vederci felici di felicità autentica!

Il peccato non è un problema

Ogni uomo che crede veramente sente il peso dei propri peccati, lo chiama per nome ma sa che Dio è misericordioso. L’uomo cristiano peccatore non pensa a purificarsi dai peccati, ma a convertirsi! Il pentimento e poi la conversione nel Vangelo annunciano chiaramente che: il peccato non è un problema, il problema è non fare la volontà del Padre. L’umanità è spesso travolta dalle proprie voglie, anche religiose, dimenticando di chiedersi qual’è la volontà di Dio su di me… Chi non è purificato dal peccato, ma si è lealmente convertito: segue Dio anche contro voglia, come il primo figlio, perché la scelta fondamentale è essere veramente figli di Dio! Siamo chiamati sempre a discernere il nostro rapporto con Dio se non sia religioso, cioè seguirlo dove e come voglio io, quindi falso; dall’essere rapporto di fede, che fa pregare “sia fatta la tua volontà”, rapporto di misericordia e vero. Chiediamo al Signore di passare da un moralismo ed un perbenismo sterile, alla sua volontà di lavorare nella vigna che è la sua Chiesa, che ha come sua meta: il Regno di Dio.

Beati gli invitati alle nozze dell’Agnello

Omelia di domenica 11 Ottobre

Vivere come se Dio non ci fosse

La parabola di questa domenica, destinata agli uomini e alle donne per bene, religiosi e religiose, capi dei sacerdoti e farisei del tempo di Gesù, sprona la Chiesa – cioè noi – a non diventare come quei religiosi che nella parabola sono rappresentati dai primi invitati. Possiamo dirci atei o credenti, cattolici praticanti o non, ma potremmo vivere come se Dio non esistesse anche da “perfetti” cristiani. Si parla del Regno di Dio, che richiede un rapporto non freddo e rituale, ma nuziale tra Dio e l’umanità: un rapporto di amore! La fede, che trova il suo apice nel banchetto nuziale tra Cristo e la Chiesa – la s. Messa – e le nozze tra Dio e l’umanità: è rapporto di amore tra l’uomo e Dio! Non vivere un rapporto d’amore con Dio significa essere come i primi invitati che fanno parte del suo popolo, ma rifiutano l’invito al banchetto dell’amore. Alcuni se ne fregano semplicemente e tornano ai loro affari neanche peccaminosi, altri invece si sentono messi in crisi e uccidono i missionari del “re”: tutti questi primi invitati vivono come se non avessero re, addirittura diventano disumani ed uccidono… L’umanità spesso vive come se Dio non esistesse e perde la sua capacità di essere “umana”: <<Etsi Deus non daretur. Oggi il tentativo di plasmare il mondo facendo a meno di Dio ci conduce ad accantonare l’uomo: logicamente, del resto, perché se Dio non c’è diventa difficile sostenere che l’uomo sia più di un pezzo di natura>> (Card. Camillo Ruini). Nella nostra vita di fede siamo chiamati a metterci il cuore, prima dei riti, delle preghiere e di quant’altro crediamo importante… Metterci il cuore significa vivere una fede non solo nel credere, celebrare, comprendere ma innanzitutto vivere l’amore che è sempre consegna a Dio e al prossimo. La chiamata di Dio è una dichiarazione d’amore all’uomo, un invito a nozze: cosa importa a me di Dio? Vivo una fede fatta di riti, preghiere e regole, oppure cerco un rapporto d’amore con Dio?

I servi missionari

Se da una parte dobbiamo interrogarci e fare chiarezza sul nostro rapporto con Dio come “i primi invitati”: siamo anche tutti noi – la Chiesa – servi missionari che invitano gli altri. I destinatari della missione non sembrano essere delle persone “perbene” e su cui far affidamento, quanto invece da raccogliere – buoni e cattivi – nei crocicchi delle strade! La missione non è un invito verbale o una partecipazione matrimoniale, una propaganda, ma è una provocazione del cuore: l’amare qualcuno attirandolo alla Chiesa, <<la missione della Chiesa funziona per attrazione>> (Papa Francesco). La missione della Chiesa parte e ritorna li – come Gesù faceva – per gli incroci delle strade, sia per i buoni che per i cattivi. I crocicchi delle strade alla lettera si, ma anche le strade di incontri con persone buone: soffrenti, sacrificati, servi di situazioni dure, non amati, angosciati, preoccupati, stanchi…. Ma questo invito d’amore è anche per i cattivi: <<le prostitute e i pubblicani vi passeranno avanti nel Regno di Dio>>… I crocicchi del mondo sono questi incontri incrociati con coloro che non lo sembrano ma sono i veri chiamati alle nozze con Dio, eletti non perché buoni o belli, ma perché amati!

La buona notizia del Vangelo che deve essere portata è proprio questa: far sentire amate le persone che non si sentono amate! Dare speranza ai disperati, positività ai negativi… Amare! Spendersi e consumarsi per amore è la missione di ogni cristiano! Saremo capaci di amare il diverso? Saremo capaci di capire che è Dio che ci invita ad invitare nell’amore e attraverso l’Amore chi è nei “crocicchi” di una vita dura o peccaminosa ?

L’abito nuziale

Ma cosa significa che nel banchetto questo re caccia l’uomo senza l’abito nuziale? È anche questo una esortazione che è dietro le righe di ogni parabola: la festa nuziale è la Chiesa di Cristo, nuova, non più soggetta alla vecchia religiosità che Gesù porta a compimento. “Siamo fuori” da questo sogno di Dio di essere comunità cristiana se siamo ancora ancorati ad una fede fatta solo di precetti e riti senza cuore. Conta l’Amore vero, l’Amore di Dio, quello che riconosce il sacrificio delle nozze dell’ “Agnello immolato che è Cristo”! C’è il rischio continuo che i cristiani vivano, in nome di un falso dialogo, una riduzione della persona di Gesù ad una semplice figura umana, un grande maestro e martire, un uomo eccezionalmente capace di cogliere i segni dei tempi e di propiziare scenari futuri. La riduzione del cristianesimo ad umanesimo, ad agenzia educati a semplice religione è presto fatta! La Chiesa invece è la Parola definitiva che è Cristo verbo di Dio incarnato morto e risorto per noi… Una religione ridotta a semplice sentimentalismo per me è un sogno ed un inganno>> (Card. J. H. Newman). Partecipare alla vita della Chiesa senza abito nuziale significa stare nella novità di Cristo con l’ “abito” di una religiosità che non rispecchia un autentico rapporto con Dio.

Dobbiamo comunque cogliere la bellezza di questo Vangelo cui il messaggio è che Dio ama l’umanità, che Cristo ama la Chiesa! Questa è la grandezza della buona notizia di Gesù che siamo chiamati a vivere, spesso anche con sacrifici grandi: l’Amore.


Rendete a Dio quello che è di Dio

Omelia XXIX domenica del tempo ordinario

Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti lapidariamente la celeberrima frase di Gesù che risponde ai farisei ed agli erodiani: rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. I farisei, per dirla con parole odierne, erano il partito politico contrapposto agli erodiani. I farisei aspettavano il messia che poteva liberare il popolo dal potere dell’impero romano, gli erodiani erano convinti che il popolo potesse essere governato dai romani… Entrambi opposti si mettono insieme per tendere una trappola a Gesù. La trappola mette insieme anche i nemici, la trappola è la non comunicazione. Loro stessi riconoscono Gesù come veritiero, che parlava senza soggezione di nessuno… La peggior condizione di rottura della comunione con l’altro è la trappola: la chiusura del dialogo, rispondi sì oppure no senza dialogare… Quando non diamo possibilità al dialogo la comunicazione viene interrotta così come anche la trasmissione dell’amore. Chiediamo al Signore di brillare della grazia dell’essere veritieri e di cercare sempre la comunicazione ed il dialogo, tanto meno no alla trappola.

“Questa immagine e l’iscrizione”

La domanda sembra politica e sociale: è giusto pagare il tributo a Cesare? Ma dietro c’è qualcosa di molto più profondo. Gesù non ha monete e ne chiede una: c’era la faccia di Cesare – e non altra figura come soleva essere – con la nuova iscrizione che proclamava la divinità imperiale di Cesare. I cristiani dei primi secoli sono stati perseguitati perché non adoravano l’imperatore e, in questo Vangelo, Matteo che scrivere alla comunità cristiana la esorta a non darsi al culto imperiale per paura o per piacere o per chissà quale altro motivo… In questo colloquio con i farisei e gli erodiani abbiamo nella moneta l’immagine di un dio falso, mentre nella persona di Gesù l’immagine del Dio vero incarnato per liberarci non dai mali sociali e le oppressioni politiche, ma dal peccato e dalla morte.

Ma che immagine ci siamo fatti di Dio? Cosa ci aspettiamo da Lui? Così di Lui cerchiamo e cosa desideriamo? La vera immagine di Dio è Cristo che crocefisso e risorto ci dona lo Spirito santo e la vita eterna: cosa altro vogliamo?

Facciamo l’uomo a nostra immagine

Ogni uomo porta in se l’immagine di Dio per condizione di essere creatura di Lui. Nel Battesimo diventiamo immagine di Cristo. Nel battesimo degli adulti, anticamente come oggi, viene chiesto di lasciare il culto imperiale e gli altri idoli… Noi cristiani diventiamo sempre più immagine di Dio, capaci di conoscerlo e di fare meraviglie con Lui, se restituiamo al mondo ciò che è del mondo cercando di essere cristiani autentici! Nella nostra vita ci sono dei “culti imperiali”, seri o meno seri, a cui noi paghiamo “il tributo” del tempo e dello spazio. Perché la nostra fede sia autentica dobbiamo lasciare ciò che è mondano quando questo diventa per noi un “rito”, un “culto”, qualcosa a cui non possiamo farne a meno… Fosse anche qualcosa di nobilissimo! Lasciare il mondo per aprirci alla presenza di Dio, significa entrare in profonda comunione di amore con Dio per vivere già da su questa terra il Regno dei cieli!

Lasciare le cose del mondo non significa disinteressarci di tutto: società, stato, famiglia e quant’altro c’è… Quanto invece non vivere queste cose come “divinità” ma portare in queste cose l’Amore di Dio. Sì, perché l’immagine di Cristo morto e risorto: siamo noi nel mondo di oggi e, il mondo di oggi, può vedere l’immagine di Dio solo nell’Amore con cui noi viviamo la “comunicazione” con il prossimo, anche il peggior prossimo! Lasciare il mondo – cosa dura ma necessaria spesso con tutte le nostre abitudini ed idoli – per vivere nel mondo stesso una vita più piena, una vita divina, una vita che si spende e si consuma per amore!

Dio  è per l’uomo.

Omelia XXII domenica del tempo ordinario

Portare la croce

Gesù annuncia nel Vangelo di questa domenica, per la prima volta, la sua passione, crocifissione e morte. Un complotto umano, di stampo religioso e politico, lo vedrà condannato e giustiziato. I discepoli, di cui Pietro si fa portavoce, come il resto del mondo, non accetta e non capisce questa inesorabile via crucis da intraprendere…Perché la crocifissione? Perché la sofferenza? Il mondo vede il crocefisso, il Dio fatto uomo morto per opera dell’uomo: cosa dice al mondo questa immagine? Cosa dice a me cosa dice a te? <<L’unica misura della storia e del destino degli uomini è il Crocifisso: che cosa ci fornisce la rivelazione per valutare e misurare questo mondo? È’ l’evento della crocifissione del Figlio di Dio. La morte del verbo eterno di Dio fatto uomo ci insegna che cosa dobbiamo pensare e che cosa dobbiamo dire di questo mondo: la sua croce ha assegnato il giusto valore a tutto ciò che vediamo>> (Card. J. H. Newman, sermone: the cross of Christe the measure of the world). Gesù annuncia la sua croce per dire che <<Dio è per l’uomo>>, per dire che il Suo Essere Dio incarnato morente sull’infame patibolo della croce è il sacrificio che Dio ha fatto per noi per distruggere la nostra morte, per assicurarci che c’è la vita eterna dopo la morte! La chiamata per il cristiano è seguire Cristo con la propria croce fatta di tutte le nostre…: preoccupazioni, umiliazioni, angosce, privazioni, sofferenze, cadute, esasperazioni, malattie e quanti altri pesi della vita! Il nostro portare il peso della croce in nome di Cristo ed essere crocefissi nelle inesorabili nostre  “morti” quotidiane, ci dona la Sua forza di compiere le nostre  “vie crucis”, da il senso di sacrificio salvifico al nostro dolore. La nostra croce, detto in parole opere, diventa il nostro altare dove offriamo noi stessi a Dio <<in sacrificio spirituale>> come dice la seconda lettura. Portare la croce ogni giorno significa offrire a Dio le nostre sofferenze sapendo che in questo mistero Dio si comunica, agisce e salva.

Il pensiero di Dio

<<I miei pensieri non sono i vostri pensieri, dice il Signore>> nel salmo. Pietro che aveva professato la fede in modo eccellente – <<tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente>> – che eccellentemente è stato “promosso” da Gesù – “pietra” della Chiesa – ora viene “squalificato”: <<vai dietro a me Satana… Non pensi secondo Dio!>>. Eppure Pietro era in buona fede, ormai voleva bene quel Gesù divin Maestro di vita e, non voleva gli accadesse qualcosa di brutto. Un pensiero bello, che viene dal cuore, sentimentale, ma è un pensiero che non viene da Dio. Ma come capire, come interpretare i pensieri di Dio? L’unica fonte è la sua Rivelazione compresa nella Chiesa: possiamo avere un barlume del pensiero di Dio meditando e scrutando le sacre scritture… Chiediamo a Dio la grazia di pensare, almeno tentare di pensare, come Lui… La Parola del Signore, come dice il profeta Geremia nella prima lettura, cambia la vita e il modo di pensare, che spesso o quasi sempre non è compreso dagli uomini, ma è quello di Dio.

Perdere la vita per Dio

In realtà la vera sequela, il vero e autentico cristianesimo, è spendere la propria vita per Dio. Quanti progetti umani, quante scelte di vita, quante soluzioni a problemi grandi troviamo, quante “costruzioni” giuste erige l’uomo per realizzarsi, per trovare la felicità e donarla a chi ama e per dare un senso alla propria vita! Ma a cosa serve tutto questo se puoi – anzi questo è certo – prima o poi perderemo la vita? Non siamo pessimisti, ma siamo onestamente uomini e donne di fede sincera e sicura: viviamo perché creati da Dio, abbiamo più missioni da svolgere nella nostra vita di credenti nell’unico seguire Gesù Cristo, per poi offrire i nostri corpi come “sacrificio spirituale” e ricongiungerci con la morte al Dio che ci ha creati. Sembra infatti che dedicare la propria vita a Dio sia un perdere e basta agli occhi del mondo: questo è uno dei motivi per cui calano continuamente le vocazioni alla vita consacrata ed i matrimoni che possano edificare una “casa” veramente cristiana. Non ci fidiamo di Dio! Ecco perché abbiamo paura di spenderci totalmente per Lui e con Lui… Se l’umanità comprende che il Dio che ha creato la vita e l’ha redenta, può Lui soltanto e veramente far vivere la vita in pienezza, far trovare il vero modo di vivere allora: entreremmo un po’ nei pensieri di Dio.

Il Figlio dell’uomo sta per venire: il vero vantaggio nella vita lo porta Lui!


Per cosa vale veramente vivere la vita?

Omelia del 26 Luglio 2020

L’uomo che scava

La prima parabola del Vangelo di questa domenica ci racconta di un uomo che scava, non dice il Vangelo perché scava, ma scava… Trova un tesoro e comprende che è ciò che vale, non porta via il tesoro ma compra tutto il campo… Lo nasconde di nuovo e spende tutto per avere il campo dove è posto quel tesoro. Il “tesoro” nell’antico testamento è la Sapienza, la conoscenza di Dio: <<…ricercherai la sapienza come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore>> (Prv 2,4). La conoscenza di Dio e’ come un tesoro, il campo in cui scavare e’ il nostro cuore: il Regno dei cieli e’ simile al tuo desiderio, è nel tuo mondo, è nella tua ricerca sul desiderare ciò che veramente vale nella vita. Il tesoro è nel “terreno” vitale su cui cammini o calpesti ogni giorno, importante è scavare dentro di te per capire qual’è il vero desiderio che hai dentro. Il desiderio non è una voglia che soddisfatta scompare, ma ciò per cui vivere, lottare, spendersi, soffrire e amare… Il desiderio diventa la bussola della vita. Cosa veramente desidero?

L’uomo che cerca

Il secondo uomo invece è alla ricerca della “perla” più preziosa che gli doni la vera felicità. Anche Lui scopre ciò che veramente vale e vende tutto il resto per il Regno dei cieli, perla più preziosa di tutte… Ma lui è alla ricerca a differenza del primo… L’uomo è chiamato alla ricerca del senso della vita e cambiare vita, San Paolo lo aveva ben capito anche dopo la sua vita politica e dopo aver perseguitato i cristiani : <<…ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, Signore. Per Lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura per guadagnare Cristo>> (Fil 3,7-8). La “perla” del Regno di Dio diventa il desiderio che orienta la vita di chi cerca Dio: la fede è come un “tesoro” che si dona a noi dalla terra – come per il primo uomo delle parabola – ma è anche ricerca continua del desiderio di conoscere Dio. Desiderio da “sidera” che significa stella. Il de-sidera, desiderio, è la condizione in cui le stelle sono assenti e per gli antichi le stelle erano fondamentali per l’orientamento. Perciò il desiderio è “cercare di guardare le stelle del cielo” – cioè ricercare la Presenza di Dio – affinché troviamo un orientamento verso di Lui. Quale desiderio o quali desideri orientano la mia vita? Come penso Dio sia presente in essi?

L’uomo che pesca

Ma ancora il Regno dei cieli è la rete gettata nelle profondità del mare: la nostra missione di cristiani. Siamo nati con una missione, con un compito, una vocazione che Dio ha pensato per noi, va scoperta in ogni età, situazione, modo o condizione… La missione di ciascun cristiano è missione della Chiesa che raccoglie tutti: buoni e cattivi… Riunire a Dio è la missione primaria di tutti i cristiani, riunire intorno a Cristo è la missione della Chiesa, riunire attraverso di noi lo fa lo Spirito santo. Il cristiano è uno che pesca in profondità, che “fa pensare” chi lo incontra per il suo stile di vita e

le sue parole, il cristiano spicca per la sua umanità profonda nel andare al cuore delle persone. Non si preoccupa di attirare oltre ai buoni anche i cattivi perché la Chiesa tutti riunisce! Per cosa penso sono stato creato? Quale credo sia il desiderio di Dio su di me in questo mondo?

L’uomo perdonato

Alla fine sarà Dio a giudicare i buoni ed i cattivi: brucerà con il fuoco i peccati. Il fuoco di Dio si chiama misericordia. Ancora una volta il Vangelo ci annuncia che il peccato non interrompe l’amore e la fiducia che Dio ha per noi, il peccato non offusca la santità. In questo sta il trionfo del bene sul male: la misericordia di Dio brucia il peccato del mondo, così Lui ci dona il suo Amore. Presumere di essere perfetti e di non aver peccato, oppure presumere di non essere perdonati perché il peccato ci distanzia troppo da Dio: non è quello che vuole Dio! Cosa mi impedisce a ricercare la presenza di Dio e comprendere la missione per cui mi ha creato nella mia vita?

L’uomo che prende coscienza e l’uomo profetico

Il cristiano è colui che si pone continuamente la domanda che pone Gesù: avete capito queste cose? Meditare, fermarsi, riflettere sulla Parola di Dio, sul Vangelo applicato alla nostra vita, alle nostre situazioni, alle nostre scelte…. Ho capito cosa vuole il Vangelo da me? Come illumina i miei stati d’animo, in cosa mi accompagna e in cosa mi consola? Cosa Dio vuole io scelga e faccia per la mia felicità? Si, il Vangelo è antico, ma siccome è ciò che Dio ha detto ed ha fatto quando è stato presente in Cristo nel mondo: è come uno scrigno antico da cui ricevere “cose nuove”.

Il Regno di Dio è bellezza, è gioia vera: decidersi di “giocarsi” la vita per questo significa trovare il senso profondo alla nostra storia e ad ogni storia, significa ricevere la Presenza dello Spirito, significa conoscere Dio e non smettere di cercare di conoscerlo e questo ci fa vivere bene la vita! Il Regno di Dio, il più piccolo di tutti i semi, spesso insignificante, che sembra a noi così lontano, è ciò per cui ne vale veramente la pena decidersi e desiderarlo!


Dio si rivela a chi lo accoglie

Omelia XXI domenica del tempo ordinario

L’Io-sono chiede: chi sono?

“Si dice” che tu sia questo o quest’alto profeta. La questione che pone Gesù su se stesso non è un conoscere l’opinione della folla, ma far rendere conto che i discepoli non sono più “folla”. Il Vangelo di questa domenica mentre in contrapposizione – “ma” voi chi dite che io sia? – l’opinione della folla con la fede di chi segue Gesù, diremmo con il dogma. Il dogma è rivelato e accolto dall’uomo di fede, l’opinione invece porta a ciascuno di ritenere giusta la propria idea. Secondo me è così… oppure peggio ancora imporla. Il relativismo di cui molto ha parlato papa Benedetto XVI è proprio questa verità non verità frantumata per ciascuno che messa insieme non forma niente …

La domanda di Gesù è profonda: chi sono io per te? L’uomo si incontra spesso e, ancor più spesso, si scontra, con questa realtà: l’Io-sono, il Dio vivente… Se seguiamo realmente Gesù sarà il Padre stesso a rivelarci il Figlio, a donarci lo Spirito santo a ad illuminarci sull’umanità…

Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente

Pietro, come per quando chiese di camminare sulle acque, eccede nel dire ma non azzecca la verità: è il Padre a rivelargliela! Ma siccome Pietro lotta e si sforza con tutto se stesso a seguire Gesù, il suo cuore è pronto a ricevere la rivelazione di Dio. Riconosce in Gesù la presenza stessa di Dio! Il rapporto con il Tu Gesù lo mette in grado di essere capace di sentirne la presenza di Dio. La mia sequela dietro Gesù , mi rivela la presenza di Dio? Quando seguiamo veramente Gesù sentiamo la beatitudine, una gioia profonda, la risposta che ha in se le risposte a tutte le nostre domande, che si incarna nel nostro cuore.

A te darò le Chiavi del Regno

Chi riceve le chiavi? Il padrone di casa, i figli, chi è degno della piena fiducia! Cristo dona all’uomo e alla donna che lo segue le chiavi di “casa sua”, del suo Regno. Le chiavi in tutti i sensi: per entrare, per leggere (le chiavi di lettura dei misteri della vita), per custodire e fare da guardiano alla sua Presenza. Dio ti ha scelto per darti le chiavi della sua casa, della sua Rivelazione, del suo cuore…

Edificherò la mia Chiesa

La Chiesa è la “casa” di Dio tra gli uomini. È questa “casa”, la Chiesa, dove Dio lega a se gli uomini e le donne… La Chiesa è il santuario dove custodiamo e celebriamo la presenza di Dio, dove riceviamo le chiavi di lettura per comprendere le sue profezie scritte sulla Bibbia, dove apriamo il nostro cuore ai nostri fratelli e sorelle, specialmente ai più bisognosi: apriamo la porta del nostro cuore!

La Chiesa è si umana, è si peccatrice, ma ha in se il Mistero della Presenza di Dio, lega l’umanità alla divinità! Che posto occupa questo nella nostra vita?

Le porte degli inferi non prevarranno

È la promessa di Gesù: il bene trionferà sul male, la vita vincerà sulla morte, la misericordia sul peccato! Questo ci annuncia che seguire Gesù nella Chiesa è una lotta! Come è spesso una “lotta” con noi stessi, con gli altri e con il dolore della vita stessa. Siamo chiamati ad essere dentro noi stessi dei combattenti contro le forze che, interiori o esteriori, ci allontanano da Dio, che non ci fanno seguire Gesù, che non ci fanno sentire lo Spirito santo presente. La vita in Cristo è una lotta, ma l’annuncio è che al nostro sforzo e alla nostra fatica di seguire Gesù viene data la “corona della Gloria” già conquistata da Cristo per noi; viene data la beatitudine!

Omelia XX domenica del tempo ordinario

Gesù sconfina

Gesù con i suoi discepoli sconfina, va in territorio pagano dove un israelita non poteva ne predicare ne celebrare il suo culto. Gli ebrei al tempo di Gesù – così come anche il Vangelo di questa domenica ci dice – erano chiamati “cani”. Un contesto locale veramente “fuori” dalla religiosità di Israele e della nuova comunità che Cristo aveva appena formato. Ma Gesù esce e sconfina, all’inizio sembra anche Lui tentennare sul l’incontro con la donna pagana, ma poi la esaudisce. I discepoli, all’urlo insistente di richiesta di aiuto della donna cananea, differentemente dalla traduzione italiana che dice “esaudiscila”, in greco gli dicono: <<congedala, mandala via…>>. La Chiesa del risorto affronterà questo tema è accoglierà con molte lotte interne, anche i non circoncisi di Israele, cioè anche i pagani che si convertono al cristianesimo. Perciò la Chiesa, come il Papa ha scritto nel documento Evangelii Gaudium, è “Chiesa in uscita”. Siamo chiamati anche noi, Chiesa di oggi, a varcare i confini della mostra sicurezza, andare oltre il paganesimo del mondo e annunciare il Vangelo. Tra i pagani ci sono molti bisognosi di Cristo! La nostra Chiesa si chiama “cattolica” per questa apertura alle diversità e alle differenze di provenienza di e da ogni tipo.

Il grido

La preghiera della donna è la forza del suo grido insistente! La preghiera gli esce dalle viscere e grida insistentemente perché è disperata. Nonostante non è una credente nel Dio di Israele prega nella disperazione ed in modo disperato. Spesso noi credenti invece quando entriamo nella disperazione non preghiamo più, ma entriamo in un vittimismo sterile: intanto Dio non mi ascolta, sono inabitabile, inconsolabile, ci allontaniamo da Dio… Questa donna pagana prega e prega anche bene: Signore, aiutami. Non gli chiede qualcosa di mirato, gli racconta la situazione drammatica e gli chiede aiuto. Non gli chiede qualcosa di espressivamente chiaro, ma gli chiede di aiutarla, come Pietro domenica scorsa: Signore, salvami; adesso la donna: Signore, aiutami!

Il pane dei figli

Poi il tema si sposta improvvisamente sul “pane dei figli”. Anzi sembra che il destino di questo brano sia proprio quello di esplicitare a chi è destinato il “pane dei figli”. Ma perché proprio il pane? Gesù aveva moltiplicato da poco i pani e così profetizzato il pane dell’Eucaristia. Ma certamente non può essere chiuso in se come argomento ma porta tutto ciò che il pane implica nel Vangelo e nella Chiesa apostolica. Veramente l’Eucaristia è il pane specialmente dei disperati! La Chiesa ha in se questi sacramento più grande di tutto: il Pane consacrato per i figli di Dio. Ci doni l’Eucaristia la grazia di più non disperare. Sul Vangelo di questa domenica è scritto che Gesù compie questo miracolo a distanza, guarisce la figlia della donna pur essendo assente alla figlia… Ma gli dà il pane della guarigione. Nel pane eucaristico sentiamo l’assenza di Gesù tra noi, ma sappiamo che Lui a distanza agisce, ci salva, ci aiuta. La messa è il “grido”  di questa donna che rappresenta anche la Chiesa, che affida a Cristo la sua causa, i suoi motivi di disperazione e di speranze e, aspetta con trepidazione, il Pane dei figli di Dio, vero aiuto del Signore.

Io sono: prendete coraggio !

Omelia del 9 agosto 2020

Gesù si propone guida della vita.

Dopo la moltiplicazione dei pani – segno e profezia della Eucaristia presenza reale di Cristo nella Chiesa – Gesù si propone come punto di riferimento. Costringe i discepoli ad andare in barca verso un altro approdo, congeda le folle e sale sul monte a pregare il Padre.

La barca Chiesa

La Chiesa, dopo l’ascensione di Gesù al cielo, è come la barca dei discepoli del Vangelo: sembra che Dio è assente, sembra senza Cristo… La barca di Cristo che è la Chiesa, in cui sembra assente, va verso l’approdo della fine dei tempi. La barca è distante da Gesù che è sul monte, che è con il Padre. La barca Chiesa nell’assenza di Cristo si vede nella notte della sofferenza e dell’abbandono, agitata dalle onde mondane e dal vento contrario di tante opinioni, scandali e persecuzioni interne ed esterne. Ma Gesù raggiunge la barca, Gesù risorto raggiunge la Chiesa: non è un fantasma, è l’Io Sono, è Dio presente nello Spirito santo dei sacramenti, delle Scritture e dell’amore Cristiano. Non è un fantasma: è Dio!

La sequela eccessiva

Pietro osa, avanza questa richiesta eccessiva, impossibile, divina, a Gesù di camminare sulle acque; Gesù eccessivo, impossibile e divino lo invita: vieni! Pietro, nonostante la notte del terrore, nonostante il moto ondoso ed il vento contrario si spinge a questo eccesso, impossibile e divino di camminare sul mare della “morte”, sul mare di ogni morte. Dio ci chiama ad essere eccessivi nella fede e nella sequela di Cristo…

Per cosa dubiti?

Ma ad un certo punto Pietro – e noi come Lui – fissa lo sguardo non più su Gesù ma su altro, e … affonda. Affonda, come me e come te, nell’insicurezza, nel disagio, nella non accettazione di se; affonda per la malattia, per le preoccupazioni, per la diversità, per la povertà, per i litigi, per i pianti inconsolabili, per la fatica, per la persona amata che manca, affonda nell’abisso della vissuta insignificanza  dell’indifferenza degli altri… affonda per il vuoto dentro di noi, per la solitudine, per il pensiero di farla finita… Senza cielo sulle nostre teste e senza terra sotto i piedi! Senza fede nel cielo si affonda nel grido sordo, sotto acqua, che solo Cristo può sentire quando “l’acqua ci giunge alla gola”. Resta solo una preghiera: Signore, salvami!

Il braccio teso e salvatore di Gesù

Pietro invoca Cristo perché alla fine sa di essere amato da Dio. Noi, come Pietro, quando affondiamo dobbiamo prendere coscienza che dietro la nostra paura ed i nostri dubbi, nell’affondare: siamo oggetto dell’amore di Dio e della attenzione personale della Chiesa. Pietro risale dall’acqua e nella barca della Chiesa, perché il suo ed il nostro posto è nella Chiesa che celebra, non un fantasma, ma il Dio che sembra assente ma che c’è! La Chiesa celebra: l’Io-sono che salva nella morte, da ogni “morte”. L’Io-sono ci fa camminare sulle acque delle nostre morti verso l’approdo sicuro del Regno di Dio. L’Io-sono fa navigare la Chiesa anche nelle tempeste per raggiungere l’approdo del Paradiso.

Date loro voi stessi da mangiare

Omelia del 2 Agosto 2020

La barca, il deserto ed il ritiro

Il Vangelo di questa domenica è il proseguo della decapitazione di Giovanni il battista, l’uomo che gridava nel deserto l’annuncio dell’arrivo del messia. Gesù viene a saperlo e si ritira sulla barca in un luogo deserto… Sappiamo bene che fin dalla nascita della Chiesa la barca rappresenta la Chiesa stessa. Gesù si ritira con la Chiesa , si mette in disparte non per motivi sentimentali, almeno non solo, ma per motivi spirituali: discernere la volontà di Dio. Ora Dio cosa vorrà? Giovanni Battista è morto, quale è il prossimo “passo” da fare? La Chiesa è innanzitutto stare con Gesù e gli altri discepoli, innanzitutto in ritiro, con Lui, in privato… Dobbiamo riscoprire come Chiesa che nonostante le nostre diversità: Gesù ci invita a stare insieme con Lui per ritirarci, per comprendere la nostra vita, per discernere le nostre scelte, per “digerire” quello che ci succede…

La Compassione di Dio e la cura di Gesù Cristo

Ma la Chiesa di Gesù è come disturbata da questo inseguimento continuo delle folle: la gente ha bisogno di Gesù! Come Chiesa siamo chiamati a “dare noi stessi da ma mangiare”, a portare la compassione di Dio e la cura di Cristo. Qui non si tratta di moltiplicare il “pane” solo per un servizio pastorale o caritativo, ma si tratta di amare! Amare la folla! D’altro canto siamo noi stessi anche folla, abbiamo bisogno di farci la domanda: perché seguiamo Gesù? Abbiamo bisogno del suo amore compassionevole e curante, oppure lo seguiamo solo perché abbiamo delle richieste che speriamo Dio miracoli o per inerzia tradizionale religiosa? Siamo nella barca con Gesu o siamo la folla che insegue ed aspetta? Siamo la Chiesa o inseguiamo la Chiesa? Siamo con Gesù oppure lo seguiamo da lontano e colmati i nostri bisogni ce ne andiamo? Siamo Chiesa o siamo folla?

Il mangiare e il tempo

Gesù si prende cura dei malati, predica il regno, compie questa missione con la folla ma emerge un doppio problema umano: il mangiare ed il tempo. Il cibo è un problema per i poveri o per chi è in difficoltà, ma lo è anche per i ricchi sulla mancata generosità. Qualcuno mette tutto quel che aveva: cinque pani e due pesci, da tutto e avviene il miracolo. La solidarietà nel dare non il superfluo ma tutto noi stessi, anche se ci sembra insufficiente, fa sì che il “pane” si molteplichi. Se nella vita delle fede mettiamo tutto noi stessi allora vediamo i miracoli nascosti ed eloquenti che Dio compie…

Ma si fa sera, non c’è più tempo, bisogna tornare a casa… Bisogna congedare la folla… Fidarsi di Gesù e regalare il nostro tempo a Dio è l’atto di fede più bello che possiamo fare. Se restiamo con Lui donandogli il tempo allora vedere il miracolo… Chi va via perché non si è portato da mangiare o chi va via perché non ha tempo, purtroppo, non vedrà il miracolo.

Pensiamo al cuore di Gesù, pieno di compassione, che si prende cura della folla affinché che la folla comprenda  di fidarsi di Lui che ci fa passare come in un esodo: dal deserto all’erba, dal deserto alla terra promessa, dalla tristezza alla croce portata con gioia, dalla morte alla vita eterna…

Le le dodici ceste piene e il Pane del miracolo

Se prima la Chiesa era quella barca con pochi discepoli e Gesù sopra, ritirata in un luogo deserto, ora, la Chiesa è un popolo, non più folla ma comunità alimentata dal Pane di Gesù, da questo miracolo che profetizza e predica l’Eucaristia. Dodici ceste rappresenta proprio il fatto che la Chiesa ha la pienezza della presenza di Cristo nella Eucaristia! L’Eucaristia che: prima di essere un rito, un precetto, prima di essere una riunione, una festa, prima di essere un’assemblea che prega e un impianto di preghiere e simboli è il DONO DI DIO ALL’UMANITÀ! Questo Pane di cui ci cibiamo a Messa è il dono della comunione con Dio, di cui s. Paolo predica e loda Dio nella seconda lettura: niente potrà separarci dall’amore in Gesù Cristo nostro Signore. Per questo, speriamo, seguiamo ed inseguiamo il Signore nella Chiesa: per essere strettamente uniti a Lui, per essere tutt’uno con Dio, per essere Comunione con Cristo e con i fratelli, per essere ricolmi dello Spirito santo che è Signore e da la vita.

Ciò che veramente conta…

Omelia 5 Luglio 2020

La scelta di Dio

Il brano di questa domenica ci pone nel rapporto tra Gesù e suo Padre, chiamato Abba’, cioè papà. Gesù ci insegna questa confidenza con Dio e ancor di più esulta perché ha deciso di farsi conoscere agli uomini. È davvero un privilegio – per quanto possiamo – conoscere Dio! In effetti forse l’unico vero privilegio che conta è questo… L’umanità è spesso presa dall’ambizione spropositata di sentirsi privilegiata, di sentirsi additata come intelligente e geniale, di sentirsi importante non nell’avere un ruolo ma “il ruolo”… Quante volte tutti cadiamo in questa tentazione iniqua, perché crediamo che il privilegio ci venga dagli uomini invece che da Dio! Bene Matteo ribadisce alla sua comunità che la scelta di Dio e’ per i piccoli, alla lettera per gli infanti. Ma in che senso? L’infante è colui che non è saccente, non si sente o non mira ad essere chissà chi se non a crescere… Gesù prende questa figura del piccolo, dell’infante, perché rappresenta anche tutti coloro che non hanno voce in capitolo, che non gli viene data voce, non vengono ascoltati perché non sono prepotenti… Che cosa brutta la prepotenza! Che cosa orrenda pensare che la nostra felicità dipenda dal privilegio che ci danno gli uomini senza cercare quello di Dio! Un complimento fa sempre piacere ma il cercare il potere ed il privilegio è l’illusione che sicuramente ci procurerà la delusione della solitudine. Dio si è fatto uomo non solo sporcandosi le mani, ma lasciandosele inchiodare su un patibolo infame come uno dei peggiori malfattori; i suoi piedi non solo hanno camminato molto per fare del bene, ma sono stati inchiodati alla croce. Come se Matteo esortasse la comunità Cristiana a ricordarsi di non cercare privilegi, di aspirare ai carismi più alti – direbbe San Paolo – facendo esperienza di Cristo nei compiti più umili. Di quanta umiltà c’è bisogno nella Chiesa!

L’esultanza di Gesù: conoscere e far conoscere il Padre

Quando una persona incontra un’altra persona, o degli amici, o una realtà che lo appaga nell’amore, la sua soddisfazione diventa comunicarlo a chi ama! Gesù ama l’umanità e gode nel far conoscere Dio Padre a noi! La conoscenza di Dio è la prima cosa che ci dovrebbe entusiasmare e affascinare di questo mistero insondabile ma allo stesso tempo così vicino a noi tanto da chiamarlo Abba’, cioè papà. Non si tratta di una sapienza umana, di una scoperta mentale, né di farci dotti delle”cose di Dio”. La conoscenza di Dio non è uno sforzo umano ma è iniziativa di Dio. Lui decide di rivelarsi in Cristo, a chi si fa umile e sa che di Dio ha bisogno. Non il bisogno di una cosa o dell’altra, di un miracolo o dell’altro, ma innanzitutto che Dio si manifesti. La più bella preghiera che ho sentito da un sofferente mi colpì: <<manifestati a me Signore, manifestati a me>>! Non chiedeva miracoli, neanche la forza, ma la manifestazione di Dio, la sua conoscenza. Matteo esorta la sua comunità, quindi anche noi, a non fare della fede un giogo di regole e ritualismi pesanti! La fede è risposta a Dio che ci si rivela. Ma come cogliere la sua rivelazione? Innanzitutto nella preghiera silenziosa e nell’ascolto del Figlio suo, Parola del Dio vivente.

Il ristoro di Dio

Quel malato che citavo aveva capito che conoscere Dio era il miracolo ed il ristoro più certo e potente che poteva esistere al mondo. Gettiamo in lui ogni nostra stanchezza, ogni nostra oppressione: Egli ha cura di noi! È Padre e Madre: lasciamo che si prenda cura di noi!  Confidiamo non nel ristoro che possono darci gli uomini, che è comunque bello ma limitato, quanto invece confidiamo nel ristoro che Dio può darci! Lui ci ha creato e Lui conosce il modo per donarci il ristoro nella stanchezza e nella oppressione. L’atto di fede che ci è richiesto è proprio questo: affidarci e fidarci di Dio!

Il mio giogo è leggero

La fede non può essere un pesante giogo di regole e ritualismi, di cerimonie e fardelli da portare… Matteo, ebreo convertito al cristianesimo, di quello che ha detto Gesù sottolinea proprio questo: uscire da una religiosità pesante per abbracciare la fede in Cristo. Forse questa epidemia ci ha insegnato, come Chiesa, di tornare a ciò che è veramente essenziale, di tornare a ciò che conta: la famiglia, il valore dell’Eucaristia, l’ascolto silenzioso e orante della Parola di Dio, la riflessione ed il pensiero … La fede deve poterci alleggerire e non appesantire! Seguire Gesù, se ci crediamo veramente, è si impegnativo ma è leggero! Quante pesantezze ancora affliggono il nostro rapporto con Dio! Semplicità! Questo Vangelo è lo stesso che viene proclamato il 4 ottobre per la festa di San Francesco: l’uomo che semplicemente ha deciso di seguire la semplicità del Vangelo! Sia la nostra vita una lode a Dio e una esperienza di conoscenza reale del Padre attraverso il Vangelo di Gesu’ Cristo nel quale ci dona lo Spirito santo.


Ascolta! Gesù parla al tuo cuore e dona il Suo Spirito

Omelia del 12 luglio 2020

Il seme

Il Vangelo di questa domenica narra di Gesù che, uscendo di casa, sedette e predicò sulla riva del mare ad una folla enorme: la parabola del seminatore. Predica dalla barca perché la barca, per i padri apostolici, è la Chiesa. La Chiesa è  – o spesso meglio dire dovrebbe essere – la “predica” di Dio al mondo: Gesù predica nella e dalla “barca di Pietro”, Gesù predica nella e dalla Chiesa… Lui stesso è seminatore uscito per seminare la Parola di Dio, ma lui stesso è il Seme che Dio ha mandato nel mondo: messaggero e messaggio Lui stesso del Padre. Noi siamo seme per la nostra testimonianza, come Lui… E, il seme, per germogliare, crescere e dare frutto deve morire, deve diventare un tutt’uno con la terra… Allora la Parola di Dio è viva, come dice la prima lettura (Is 55,10-11), Lui la manda e ha sicuramente effetto! Come il seme che il seminatore sparge con generosità… La Parola di Dio è perciò un seme vero e proprio, non solo una pulce nell’orecchio, perché il Verbo Dio, Gesù parola del Dio vivente: è morto su questa terra, facendo nascere una vita nuova nella terra stessa e il frutto della resurrezione. L’evangelizzazione ci richiede sempre questo essere nella terra! Questo morire per la terra!

La terra, quella buona

Ma come ricevere questo seme della Parola di Dio senza sprecarlo? Prima di ogni modo di pregare e riflettere sulla Parola di Dio, bisogna essere, come dice il Vangelo (in greco): <<terra, quella buona>>. E, se abbiamo a che fare un po’ con un orto o un giardino, la terra buona è quella fertilizzata, quella che è mischiata nello stabbio, quella che – in qualche modo ci siamo capiti – non manda il “buon odore”… Allora, intanto bisogna essere uomini e donne della terra, ed essere terra quella buona. Non basta essere terra ma essere terra quella buona. L’essere fertili, perché la Parola di Dio ci salvi, cambi la nostra vita e quella del prossimo: richiede il processo della concimazione. La parola umiltà è declinata anche da humus, terra… L’umile, prima di essere sinonimo di mitezza e dei suoi simili – disse Papa Francesco ad una messa a s. Marta – è colui o colei che è umiliato e umiliata dalla vita: gli altri, le situazioni, le malattie e, quanto altro, ci butta “a terra”, ci rende un tutt’uno con la terra… È l’umiliazione. Umile è chi porta in se l’umiliazione.  E più la vita ci umilia, più – detto con parole più raffinate – ci sentiamo nello “stabbio”… Ecco perché San Paolo nella secondo lettura di oggi arriva a dire: <<la creazione infatti è stata sottoposta alla caducità… La creazione geme e soffre le doglie del parto… Gemiamo interiormente aspettando….>>… In questo senso diventiamo terra, quella buona, perché la vita ci “fertilizza” con le umiliazioni; altre volte siamo chiamati noi stessi ad essere disponibili a diventare terra, quella buona, facendo scelte di vita.

Chi ha orecchi ascolti

Dunque l’ascolto e la lettura della Parola di Dio, non sono solo un fatto umano, ma è Dio che fa… La Parola di Dio agisce comunque, sta a noi essere terreno fertile… Sta a noi scegliere una vita di “ascolto” della parola di Dio e di capirla non soltanto con la testa ma anche con il cuore: sapendo che quando leggiamo o ascoltiamo già opera dentro di noi e nel nostro prossimo. C’è il mistero della presenza di Dio, come il seme piccolo ha in se tutt’a la potenza della vita, in qualsiasi parola della Bibbia! A noi la scelta di essere terreno fertile ancor più di essere ascoltatori veri e autentici della Parola di Dio Padre che porta in se: forza, motivazioni, fede, nuovi modi di vedere la vita…, ma, ancor di più, porta la Presenza di Cristo seme, morto e risorto.

Chiediamo allo Spirito santo di “irrigare” la nostra vita! Chiediamo a Dio il coraggio r la costanza per un ascolto responsabile della sua Parola… Ascoltare con onestà perché c’è il rischio che l’idolatria di inserisca nella nostra fede esulando dalla Rivelazione. Non ignoriamo quindi la Presenza di Dio nella Sua Parola donata nel mondo, doniamoci spazi e tempi di lettura, di ascolto, di meditazione del testo Sacro da cui possiamo, come da uno scrigno antico, trarne cose antiche e energie nuove.

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