tempo ordinario
Commento al Vangelo di domenica 2 Ottobre

Commento al Vangelo di domenica 2 Ottobre

29. settembre, 2022News, tempo ordinarioNo comments


L’atto di fede

 

 

 


Atto di amore, di servizio e di gratuità 

 

Che trova la gratitudine di Dio 

 

 

Dal Vangelo secondo Luca  (17, 5-10)
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 

MEDITAZIONE

Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa (Catechismo della Chiesa Cattolica, 27). Il Vangelo di questa domenica inizia con i discepoli che hanno un desiderio, questo loro desiderio che esprimono pregando Gesù è: la fede. Il Catechismo della Chiesa Cattolica sopra citato esprime questo desiderio di ogni uomo. Dio ci attira! La fede pertanto è dono perché è richiesta a Dio, il primo atto di fede perciò risulta essere la preghiera, ma, Dio, ci attira? Abbiamo questo desiderio della fede – oserei aggiungere della vera fede – e desiderio di Dio? Perché, così come continua il Catechismo della Chiesa Cattolica: questo «intimo e vitale legame con Dio» può essere dimenticato, misconosciuto e perfino esplicitamente rifiutato dall’uomo (Catechismo della Chiesa cattolica, 29).

 

Un “granello” di fede

C’è un perché i discepoli chiedono a Gesù di aumentare la loro fede; nel passo prima di questo testo Gesù aveva detto di perdonare fino a settanta volte sette, cioè sempre. Questa, come tanti altri atti della fede, sembra un’impresa immane, così come sradicare un gelso. Infatti il gelso ha delle radici molto profonde e ramificate, cosicché è difficilissimo sradicare un gelso e piantarlo da un’altra parte. Il granello di senape è così piccolo da perdersi nelle mani stesse di chi lo tiene… Perciò non è importante la quantità della fede, la fede non si può misurare, quindi neanche aumentare e diminuire: non è una questione di quantità ma di qualità di fede. L’atto di fede più grande è perciò il perdono e, questo, riguarda il cuore. La Misericordia – come dice la radice stessa della parola cor – è una questione di atto di fede fatto con il cuore. Perciò nel salmo responsoriale (sal 94) Dio stesso esorta: Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere
Siamo chiamati a chiedere la fede come dono piccolo ma capace di perdonare, che a volte sembra la cosa più utopica, ma è l’atto più grande: la fede, come un granellino di senape, germoglia se il terreno del nostro cuore non è pietroso ma tenero. Il terreno fertile della fede è dunque un cuore puro, un cuore dilatato aperto da amare oltre ogni aspettativa, addirittura fino al perdono. Ecco perché il sacerdote, all’inizio della messa prega così: che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia.

 

 

L’atto di fede si fa servizio

La fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri (Catechismo della Chiesa Cattolica, 166). Dunque, la fede, non è finalizzata a noi stessi, almeno non soltanto… Ma è la risposta a Dio che si mette in atto nella testimonianza di fede che viene messa in pratica innanzitutto attraverso l’amore. Crediamo non per sentirci meglio, almeno non solo, ne tanto meno solo per avere ad alienare il pensiero della morte, quanto invece per poter far sì di essere strumenti di Dio! Gesù usa una parola sul Vangelo, più volte in queste domeniche, che è quella del servo, del servizio.  L’atto di fede si fa servizio nell’amore al prossimo! Ma chi serviamo? Se non serviamo Dio serviamo altre realtà, altre situazioni, altre persone e cose… Così il profeta Abacuc ammoniva nella prima lettura: Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede.  Spesso oggi aver fede rimane un atto aleatorio di sola, non spiritualità, ma quasi una esperienza onirica seppur fatta di pratiche religiose devote, preghiere altisonanti di lodi e scrutatio profetiche evanescenti: tutto a servizio di noi stessi e del nostro benessere psico fisico. La vera spiritualità della fede porta al servizio gratuito. I verbi del servizio dell’atto di fede, nel nostro Vangelo, sono all’imperativo proprio per dare consistenza al discorso: Prepara… stríngiti le vesti ai fianchi e sérvi… Cosa ne avrò? La gratitudine di Dio!

 

Servi senza salario

Siamo servi inutili, non significa che ciò che facciamo non serve a niente…  ma dal greco del Vangelo che: siamo servi senza salario, senza ritorno, senza un profitto psicologico ed esterno a noi, che ci ripaghi di quanto abbiamo fatto. Se il servizio è estensione dell’atto di fede che è atto di amore, la gratuità ne è la sua garanzia. La Chiesa è il “luogo” dove vivere questo generoso servizio del fare ciò che serve e non troppo ciò che voglio… Spesso nella Chiesa il servizio è determinato da ciò che noi vogliamo fare o ci “sentiamo” di fare. Questo atto di fede e di amore fa si che la missione della Chiesa sia autentica, cioè attiri…; Papa Francesco lo ha ben definito nella Enciclica Evangelii gaudium:  I cristiani hanno il dovere di annunciarlo (il Vangelo) senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione (n. 14). San Paolo nella seconda lettura ricorda, che ci sono state imposte le mani, abbiamo ricevuto i sacramenti e continuiamo a riceverli, e, ci esorta incoraggiandoci a testimoniare il Vangelo di Cristo, la buona novella che Lui stesso portò con il “veicolo” dell’amore. Essere servi senza salario può portarci, nella Chiesa, alla delusione che è un po’ il risultato di vivere nella gratuità. Nella Chiesa è dunque necessario vivere ed agire secondo la comunione che porta lo Spirito santo e non la chiesa dei gruppi chiusi in se stessi, degli animi appagati da devozionismi o volontarismi, della chiesa secondo me, secondo tizio o secondo caio… C’è bisogno di conoscere veramente Chi è la Chiesa e, vorrei terminare, citando Dietrich Bonhoeffer: «Perché Dio possa farci conoscere la comunità cristiana autentica, bisogna che noi pure siamo delusi, delusi degli altri, delusi di noi stessi […]. Dio non è un Dio di emozioni sentimentali, ma un Dio di verità. E il motivo per cui solamente la comunità, che non teme la delusione che inevitabilmente proverà, prendendo coscienza di tutte le sue tare, potrà cominciare ad essere come Dio la vuole e cogliere con la fede la promessa che le è fatta» (D. BONHOEFFER, La vita comunitaria dei cristiani).

Commento al Vangelo di domenica 25 Settembre

Commento al Vangelo di domenica 25 Settembre

22. settembre, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Chiamati all’atto di fede

 

dall’egoismo alla solidarietà 

 

Dal Vangelo secondo Luca  (Lc 16, 19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 

MEDITAZIONE

Vangelo e la la liturgia della Parola di questa settimana: ci pone davanti al comandamento dell’Amore. Il celebrante, nella preghiera di inizio, cosiddetta colletta, prega Dio per come Lui stesso si è rivelato agli uomini: … riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. Il perdono riguarda la nostra “remissione dei debiti” per coloro che hanno peccato contro di noi; la Misericordia, invece – che include anche il perdono -, è qualcosa di più grande perché Dio si è rivelato in Gesù Cristo prediligendo chi è misero.  E chi è il misero? Il povero, sicuramente l’indigente ma anche il povero di spirito, il miserabile perché umiliato, dimenticato, scartato, derubato e destinatario del nulla, cioè della indifferenza degli altri! Il salmo responsoriale (sal 145), vuole infondere speranza ai miseri perché il Signore si rivolge e si china su di loro. È Lui il soggetto sempre al “dativo” per coloro che sono soli, vittime dell’indifferenza, di cui nessuno si prende cura: Il Signore rimane fedele… Il Signore libera i prigionieri. Il Signore ridona… il Signore rialza… il Signore ama… il Signore protegge… Egli sostiene… Il Signore regna… Il Suo Regno è Regno di amore, di carità, di gratuità… Gratuità sembra davvero oggi essere fuori luogo dal vocabolario del modo di vivere ma: la gratuità è più connaturata di quanto si possa pensare… Ma l’altruismo sociale non si risolve in un’elemosina (S. Natoli).

 

 

La decadenza dell’Egoismo

Il ricco Epulone della parabola, sicuramente non lo sentiamo essere noi, a primo acchito mi viene di dire: io non sono come Lui. Il problema della parabola, almeno al suo inizio è la questione fondamentale di Lazzaro il povero: chi si prende cura di me? Egli riceveva solo ciò che cadeva dalla tavola del ricco, sicuramente un’elemosina o un rovistare nel suo “secchio dell’organico” o nel cassonetto “dei vestiti usati, ma ancora in buono stato, lavati anche in lavatrice”… L’altruismo davvero non si risolve nell’elemosina e, per il Cristiano, anche se ancora ne facciamo un nostro modus agendi caritativo: non è completamente Cristiano. La prima lettura ci aiuta a comprendere che non c’è bisogno dell’elemosina, almeno non soltanto, quanto invece del prendersi cura del misero, di qualsiasi genere esso sia… Non è spiegato perché il Lazzaro della parabola era povero: nato povero? Forse un malvivente rinnegato? Uno caduto nell’indigenza per sua stessa colpa?  Uno caduto in disgrazia? Non importa! Non ci importa! Il misero è tale perciò bisogna animarsi, alzarsi e prendersi cura di lui… È egoismo restare nel nostro “mondo” trascurando la cura del prossimo ( cfr. Amos 1,4-6): Guai agli spensierati…  e a quelli che si considerano sicuri… Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano … Canterellano… bevono il vino… ma della rovina … non si preoccupano. Gli egoisti non si preoccupano del prossimo, al massimo, fanno qualche gesto “elemosinatorio”.

 

Abbi pietà di me

Un mondo fondato sull’ “ego” è un mondo dove: ogni uomo è un lupo per un altro uomo, come il filosofo Hobbes ha citato Platone per spiegare quella che per lui è la principale caratteristica dell’uomo: l’egoismo. Dove alla fine si perde il senso di umanità che è estroverso nella solidarietà, cioè, del prendersi cura gli uni degli altri. L’egoismo, mascherato di macchinazioni menzognere che riescono a far mentire anche a noi  stessi, non fa altro che farci cadere quando noi, come il ricco della parabola viene tormentato dalla fiamma infernale, siamo tormentati fino a chiedere: abbi pietà di me. Ma quella noncuranza, quel l’egoismo che separava il ricco dal povero, non fa altro che tenere l’umanità separata: … tra noi e voi è stato fissato un grande abisso.  Come Cristo buon samaritano siamo chiamati a prenderci cura del bisognoso, del prossimo, sia sul piano della solidarietà, che della società che della comunità. Spesso ripeto che, nella Chiesa, siamo chiamati a fare quello di cui c’è bisogno invece di fare quello che ci piace fare mettendo da parte: il nostro “edonismo” ecclesiale, le nostre voglie spirituali e pastorali. Senza questa gratuità e libertà da se stessi, da ciò che ci sentiamo di essere, da ciò che siamo e rappresentiamo e da ciò che abbiamo in testa o in tasca: non riusciamo a superare l’egoismo! Ed è quest’ultimo, nemico della solidarietà, a creare la divisione nel mondo e nella vita. Una rilettura del card. Angelo Comastri ci dona la suggestione e la spinta a riflettere su questo: Ma dove agonizza Gesù in questo tempo? La divisione del mondo in zone di benessere e in zone di miseria… è l’agonia di Cristo oggi.
Il mondo infatti è composto di due stanze:in una stanza si spreca e nell’altra si crepa; in una si muore di abbondanza e nell’altra si muore di indigenza; in una si teme l’obesità e nell’altra si invoca la carità. 
Perché non apriamo una porta? Perché non formiamo una sola mensa? Perché non capiamo che i poveri sono la terapia dei ricchi? Perché? Perché? Perché siamo così ciechi?Signore Gesù, l’uomo che vive per accumulare Tu l’hai chiamato stolto! Sì, è stolto chi pensa di possedere qualcosa, perché uno solo è il Proprietario del mondo.

Signore Gesù,
il mondo è tuo, soltanto tuo. E Tu l‘hai donato a tutti affinché la terra sia una casa che tutti nutre e tutti protegge. 
Accumulare, pertanto, è rubare se il cumulo inutile impedisce ad altri di vivere. Signore Gesù, fa finire lo scandalo che divide il mondo in ville e baracche. Signore, rieducaci alla fraternità! (Angelo Comastri, via crucis al Colosseo 2006, commento alla IX stazione).

L’atto di fede

Comunque, tutti, siamo un po’ il ricco Epulone, presi dal nostro egoismo, ma anche siamo Lazzaro il povero, cioè spesso soli e poveri “elemosinando” un po’ di “positività” in giro… Facciamo fatica a prenderci cura del prossimo ma anche sentiamo, a volte o spesso, che nessuno si prende cura di noi… Il Vangelo termina con la testimonianza di Cristo risorto – non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti – che ci annuncia la vita oltre la morte e oltre ogni morte… Perciò, l’amore del Cristiano verso il prossimo, diventa non soltanto elemosina ma l’atto di fede. Spesso viviamo una fede disincarnata, solo mentale o sentimentale, una fede concettuale e pregata ma, la fede è fatta di “atti di fede”… La fede in atto è proprio l’amore che ci spinge a vincere il nostro egoismo e a prenderci cura del nostro prossimo.  San Paolo, nella prima lettera a Timoteo (seconda lettura), ben lo esplica: Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Mettere in atto la fede è un combattimento interiore, un bel cammino, anche se difficile,  per raggiungere la vita eterna! Noi abbiamo ricevuto la testimonianza che Cristo è risorto e, aver fede in questa professione di fede, ci chiama all’atto di fede che è atto di amore, che si esplicita prendendoci cura gli uni degli altri perché, nella fede, Egli – Dio – ha cura di noi (1 Pt 5,6).

 

Commento al Vangelo di domenica 18 Settembre

Commento al Vangelo di domenica 18 Settembre

15. settembre, 2022News, tempo ordinarioNo comments

 Lodate per i doni di Dio!

 

La carità ed il perdono

sanano la collera e le contese

 

Dal Vangelo secondo Luca   (Lc 16, 1-13 )

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
[ Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
]

 

 

 

MEDITAZIONE

Mi sembra importante, per capire il Vangelo di questa domenica, partire da due numeri della enciclica Fratelli tutti  (n. 33 e 34)  di Papa Francesco: Il mondo avanzava implacabilmente verso un’economia che, utilizzando i progressi tecnologici, cercava di ridurre i “costi umani”, e qualcuno pretendeva di farci credere che bastava la libertà di mercato perché tutto si potesse considerare sicuro. Ma il colpo duro e inaspettato di questa pandemia fuori controllo ha obbligato per forza a pensare agli esseri umani, a tutti, più che al beneficio di alcuni. Oggi possiamo riconoscere che «ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità. Abbiamo cercato il risultato rapido e sicuro e ci troviamo oppressi dall’impazienza e dall’ansia. Prigionieri della virtualità, abbiamo perso il gusto e il sapore della realtà». Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza. Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella. Viene  alla mente il celebre verso del poeta Virgilio che evoca le lacrimevoli vicende umane.

 

La “espropriazione”

Nella parabola, l’ uomo ricco, rappresenta Dio e, l’amministratore, l’umanità. L’amministratore viene  espropriato della sua amministrazione perché si è messo al posto del padrone.  Non è una punizione divina, ma è, come scrive Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti: la realtà stessa che geme e si ribella… Il Vangelo ci annuncia che il comportamento umano di sperperare i beni di Dio è cosa contro la stessa natura umana, contro la realtà. La cultura del possesso e dei soli diritti non porta alla crescita umana, anzi a lacrimevoli vicende umane. Facciamo fatica ad accettare che quanto abbiamo, a fondamento della nostra vita – la vita stessa, il creato, l’amore, l’amicizia e quant’altro … – non è un nostro possesso ma è dono di Dio! Il Vangelo ci chiama a fare un percorso interiore di “espropriazione” per liberarci dalla cultura del possesso. Accettare che siamo soltanto “amministratori” della e nella nostra vita fatta di rapporti e di scelte, ci “spiazza”, ci fa sentire depauperati di qualcosa che pensiamo sia nostro. Allora ecco le due parole diagnostiche, quando la realtà ci mette davanti al fatto che non possiamo possedere la vita, gli altri e quant’altro: la debolezza e la vergogna. Due sentimenti che invadono l’amministratore licenziato della parabola e che invadono il nostro cuore quando la realtà ci rivela che la cultura del possesso è fallimentare. Ma da questo fallimento, come ogni fallimento, la genialità sta proprio nell’affrontare la debolezza, nel passare attraverso la vergogna per fare un percorso di liberazione interiore.

 

Qualcuno mi accolga in casa sua

Affinché si passi dalla cultura del possesso a quella dell’accoglienza c’è da accettare che siamo ospiti di questo mondo che, c’era prima di noi e ci sarà anche dopo di noi… Questo amministratore della parabola passa dal sentirsi possessore di ciò che non è suo, a cercare ospitalità nella casa di altri. Il Vangelo allora si sposta dai valori del possesso al valore Cristiano del perdono: rimette ai debitori quanto devono per avere la sua parte nelle dimore eterne. Il padrone loda l’amministratore perché capisce che quello che doveva fare era ridurre i debiti dei debitori, usa i beni del padrone per usare Misericordia. Solo i beni usati per amore sono usati veramente. Nelle dimore eterne si entra perché si è usata carità verso le persone: L’uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri ». La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza (catechismo della chiesa cattolica, n. 2404). Siamo amministratori dei beni della provvidenza condividendoli con chi ci è prossimo e i doni primari sono nell’ordine dell’amore: Dio ci perdona allora noi perdoniamo, Dio ci dona lo Spirito santo allora noi lo condividiamo, Dio ci dona il prossimo allora ce ne prendiamo carico…

 

Non potete servire Dio e la ricchezza

Il Vangelo allora, proprio nelle ultime righe, ci pone la domanda esistenziale: la nostra sicurezza sono le ricchezze che possediamo – sia sul livello dei rapporti umani che sui beni materiali – oppure è Dio la nostra sicurezza? La prima lettura tratta dal libro del profeta Amos (8,4) esorta con forza: Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese. Lasciamo “spiegare” da Papa Paolo VI questo concetto: Riempite la terra e assoggettatela”: la bibbia, fin dalla prima pagina, ci insegna che la creazione intera è per l’uomo, cui è demandato il compito d’applicare il suo sforzo intelligente nel metterla in valore e, col suo lavoro, portarla a compimento, per così dire, sottomettendola al suo servizio. Se la terra è fatta per fornire a ciascuno i mezzi della sua sussistenza e gli strumenti del suo progresso, ogni uomo ha dunque il diritto di trovarvi ciò che gli è necessario… Se qualcuno, in possesso delle ricchezze che offre il mondo, vede il suo fratello nella necessità e chiude a lui le sue viscere, come potrebbe l’amore di Dio abitare in lui?” Si sa con quale fermezza i padri della chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: “Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola, ” il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento della utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei padri della chiesa e dei grandi teologi” (Popolorum progressio, n. 22 e 23).

I doni di Dio

Vivendo con libertà e con amore, con carità,  la nostra vita, ci fa ritrovare uno stato di grazia e di lode per quanto abbiamo… Ringraziando Dio per ciò che siamo e abbiamo… Ecco perché il salmo 112 prorompe in un canto di gioia: Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore… Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra? Nella vita spirituale la preghiera di lode e di richiesta ci aiuta a non assolutizzare la cultura del possesso che finisce per portare a collera e contese (1 Tm 2,8 – seconda lettura)! Ma, come prega il celebrante con la orazione colletta all’inizio della messa: nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge… La vita spirituale, portatrice dell’amore vero, dell’Amore di Dio che è lo Spirito santo, ci invita a guardare alla vita eterna molto più grande delle cose o delle persone di cui ne assolutizziamo l’importanza. Possa questo Vangelo farci sperimentare e vivere che: assolutizzare ciò che abbiamo o anche ciò che non abbiamo porta a collera e contese, apriamoci allo Spirito di Dio per spostare invece il nostro sguardo sui doni che Dio ci ha fatto e sul dono più grande che è lo Spirito santo.

 

 

Commento al Vangelo di domenica 11 Settembre

Commento al Vangelo di domenica 11 Settembre

7. settembre, 2022News, tempo ordinarioNo comments

La potenza di Dio è la Misericordia 

 

Da una religione incentrata sul peccato

ad una fede fondata sulla comunione 

 

Dal Vangelo secondo Luca  (15, 1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
 

 

 

MEDITAZIONE

Questa domenica la liturgia della Parola ci mette davanti ad una realtà che una religiosità farisaica e stantia fanno fatica ad accettare: Dio perdona! Ma ci mette davanti anche ad una realtà umana che spesso l’umanità stessa fa fatica ad accettare: la fragilità e la perdizione. Accostarsi a questa Parola è veramente una grazia che il Signore vuole farci sperimentare, perché è una grazia che il mondo spesso mette da parte, ma è la cosa più forte che possa esistere: la Misericordia di Dio. Ma a cosa serve sperimentare la Misericordia di Dio? Nella preghiera di inizio messa cosiddetta colletta, così il sacerdote legge: fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio. La Misericordia di Dio è veramente un atto di potenza, Suo, gratuito… Ma a che serve sperimentarlo se già lo sappiamo? Per dedicarci con tutte le forze al suo servizio. Spesso non riuscivamo a servire il Signore nella Chiesa non perché crediamo che Lui non ci perdoni, anzi, sappiamo bene che eterna è la sua Misericordia; quanto invece perché questa Misericordia non riusciamo a sperimentarla.

Il Perdono

Il Vangelo ci narra di tre storie che parlano di perdita, perdizione. La prima a perdersi nel Vangelo è una pecora. Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Potremmo rispondere a Gesù: nessuno. Nessuno lascia novantanove pecore nel deserto rischiando per una… Perdonare è sempre rischioso! Quando qualcuno viene tradito e perdona sa che è compromessa la fiducia. Ma Gesù ha fiducia delle novantanove pecore, cioè del suo popolo, perché sa che esse capiscono che le lascia nel deserto per trovare quella perduta. Questa azione di Gesù Pastore, non è tanto una metodologia pastorale, ma è la spiegazione dell’atto del perdono di Dio… Se ti sei perduto sappi che il Signore ti sta cercando per riportarti sul sentiero del Vangelo. Così come la moneta, che indica un valore importante, spinge la donna ad una ricerca esasperata: quanto grande è la sua gioia quanto l’ha trovata! Così il Padre misericordioso al ritorno del figlio prodigo, non gli rimprovera nulla, sembra non ascolti neanche la sua confessione – padre ho peccato contro il cielo e contro di te – ma lo abbraccia, lo bacia, gli di ridona la dignità di figlio è fa festa. La chiave di lettura per comprendere il Perdono di Dio nel Vangelo che abbiamo ascoltato è proprio all’inizio: si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Credo ci sia poco da spiegare di questo capoverso se non impegnarsi per una mentalità ed una Chiesa che non metta al centro di tutto e intorno al tutto il peccato, quanto invece la comunione con Dio è la grazia, perché l’umanità è fragile, volubile, vulnerabile e prova vergogna…

 

Il perduto

Una umanità senza Dio è una umanità perduta… L’uomo e la donna possono perdersi per tanti motivi: a volte come la pecora che involontariamente non comprende neanche che si è allontanata dal gregge e dal pastore, oppure come la moneta della donna che cade a terra e rotola via per la caduta, oppure come chi da Dio prende le distanze come il figlio prodigo. In tutte e tre i casi: l’istinto involontario, una caduta che ci trascina lontano o prendere le distanze da Dio, non c’è impossibilità di essere perdonati. Dio ci accetta sempre! Noi ci siamo o ci sentiamo perduti, Dio non ci ha mai perso di vista… Ma spesso, l’orgoglio umano, vorrebbe superare la Misericordia di Dio non accettando che senza Dio mancano dei punti di riferimento importanti della vita, ancor di più manca il punto di riferimento fondamentale che è il senso della vita stessa. Per orgoglio o vittimismo, quando ci perdiamo involontariamente come la pecora, non cerchiamo di ritrovare il sentiero, semplicemente ci lasciamo andare nello smarrimento e in una vita spensierata oppure preoccupata. Poi se cadiamo in un peccato gravissimo facciamo come la moneta, restiamo a terra, ormai è finita: il senso di colpa ci fa rotolare sul “pavimento” e ci annienta, allora diventiamo intrattabili, irosi, chiusi, tristi e diamo la colpa agli altri per come siamo… E ci capita di essere anche come quel figlio della terza parabola che ha voluto emanciparsi dal padre: come individui e società abbiamo cercato e trovato l’emancipazione da Dio, ma poi, quando arriva la “carestia”, quando ci manca il “nutrimento” vitale ci accorgiamo che l’uomo è fragile, che la natura è fragile, che la vita è fragile. Quando siamo dispersi o naufraghi nella tempesta perdiamo il senso di appartenenza. Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti lo spiega: Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego, sempre preoccupati della propria immagine ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella benedetta appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli (FT 32). Scoprire e sperimentare la Misericordia di Dio non può che farci riscoprire il nostro prossimo come fratello e sorella.

 

Il pacificato

Il padre misericordioso della parabola, emblematico di Dio Padre misericordioso: è l’annuncio di Gesù del Perdono di Dio. Non a caso il primo paragrafo di questa meditazione è sul perdono ed il secondo sul perduto… Perché il Perdono Dio ce lo ha ottenuto nel Figlio Gesù Cristo morto sulla croce. Come se il perdono di Dio fosse previo al peccato perdizione umana… L’uomo e la donna perduti nei peccati, possono abbracciare la Misericordia di Dio e sperimentarne la potenza se cambiano modo di vedere, cioè se non assolutizzano ciò che li fa perdere… Cosa ci fa perdere la testa? Cosa ci fa perdere: la calma, l’autocontrollo, il dominio sulle cattive abitudini…? Cosa ci fa perdere l’immagine di Dio? Cosa ci fa perdere la pace con chi ci sta intorno? L’umanità lontana da Dio può vivere bene ma può perdersi nelle assolutizzazioni della vita, allora finisce la pace: il cuore comincia a “pulsare” più forte e dobbiamo sfogare in qualche modo e con qualcuno magari in forme offensive o peggio violente… Il figlio prodigo è un “eroe” di umanità perché riesce a tornare in se stesso per avere uno sguardo più ampio della sua vita. Ma cosa ci sto a fare qui? Mio padre che credevo non mi voleva bene comunque non mi faceva mancare niente…e, dice il testo: ritornò in se. Comincia a far pace con se stesso, con le sue fragilità, con la vergogna di presentarsi di nuovo al padre e comincia nel suo cuore, a far pace con il padre… E decide ti tornare alla casa del Padre. Questa si chiama conversione: rientrare in se stessi e ritornare all’alleanza con Dio. Ritornare a Dio è sempre ritornare in “famiglia”, nella pace con il prossimo, nella pace comunitaria e sociale. Ricercare la pace con noi stessi, con il prossimo e con Dio è un bilancino a tre piattelli: stanno in equilibrio nel fulcro dell’amore. Tornare a Dio è tornare alla pace nostra e con il nostro prossimo… Poi ci saranno gli screzi, ancora i diverbi, gli scatti d’ira… Ma dopo la conversione del cuore restano a se stanti, vengono superati… Come Dio già ha superato i nostri peccati con il suo perdono: tornate, tornate a Lui, perché anche se ci sentiamo grandi siamo “piccola cosa” e, Dio, lo sa!

 

 

Commento al Vangelo di Domenica 4 Settembre

Commento al Vangelo di Domenica 4 Settembre

3. settembre, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Seguire Gesù

 

 la vera libertà e l’eredità eterna 

 


Dal Vangelo secondo Luca
(Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».


MEDITAZIONE

Questa domenica il Signore ci invita a seguirlo alla sua sequela di libertà e di vita eterna, così come  il celebrante prega all’inzio della messa con la preghiera colletta : …perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. La prima lettura ci sprona a cercare di comprendere la volontà di Dio, la Sua Sapienza: Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi… (Sir 9,13-14).  Noi spesso crediamo di aver capito tutto, di avere in mano la verità, almeno sulle cose di cui ci occupiamo o delle idee che portiamo avanti o delle cause per cui lottiamo… Problema? Spesso assolutizziamo la nostra idea, i nostri conti, i nostri ragionamenti e perfino i nostri giudizi. Abbiamo bisogno dell’umiltà per riconoscere che i nostri ragionamenti sono “timidi”: è poca cosa, non possiamo presumere di aver capito tutto, anzi… allora abbiamo bisogno di Dio, della sua Sapienza, del suo discernimento che si ottiene, dopo il primo passaggio dell’umiltà, con l’invocazione alla discesa dello Spirito santo.

L’Amore che libera l’amore

Nel testo del Vangelo ci sono dei punti, dei passaggi che siamo chiamati a dover fare per seguire autenticamente Gesù. Sono delle scelte che rendono l’essere umano più umano e libero. Chi assolutizza l’amore per qualcuno è – e Gesù addirittura pone quello della famiglia, che sarebbero gli affetti più cari – come impossibilitato a seguirlo. Il Vangelo è una esperienza umana per arrivare al divino e, lo stesso Vangelo, offre un “trattato” di umanesimo allo stato puro. Assolutizzare un altro significa non fare scelte libere. Come se nel matrimonio si pregiudicasse quello che è alla fonte dell’amore sponsale: per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gen 2,24). Questo abbandono richiesto per seguire il Signore, ma anche in altre grandi scelte di vita, non è, come siamo tentati di leggerlo a prima vista, qualcosa di penitenziale, o masochista e nemmeno una privazione religiosa; è la fonte della libertà! L’amore vero non incatena e non si lascia incatenare, ma libera chi lo dona e lo riceve…

 

Noi crocefissi dietro al crocefisso

Seguire il Signore non è aspettarsi che Egli risolva tutti i nostri problemi, ci liberi dalle sofferenze e tutto ciò che esprimiamo, giustamente, nelle invocazioni (che dobbiamo continuare ad elevare a Dio). SeguirLo non è aspettarsi che tutti i patimenti spariscano dietro ad un miracolismo esasperato ed illusorio. Seguire Gesù è stare dietro di Lui anche nella via della croce, la via crucis. Il nostro rapporto con Dio è cammino, cammino dietro Gesù che porta la croce per consacrare la sofferenza e renderla salvifica; Lui non ci toglie la croce dalle spalle, ma ci indica il sentiero, faticoso spesso, per poter arrivare alla Presenza di Dio. La nostra vita ci mette sulle spalle delle croci, spesso più pesanti e altre volte più leggere, il sentiero della via crucis spesso, la via della vita, diventa più faticosa e altre volte più leggera. Seguire Gesù con la nostra croce significa guardare Lui e ricevere la forza per portare le nostre croci “guardandolo”, significa guardare al traguardo del sentiero della vita, al senso della nostra vita,  che è la resurrezione. Non siamo soli nelle nostre vie crucis, ma c’è Lui e ci sono i fratelli e le sorelle. Se guardassimo alla comunità vedendo gli altri con le loro croci sperimenteremmo la forza di andare avanti e crescerebbe la solidarietà che è radice e frutto della resurrezione.

 

 

Il discernimento che costruisce e vince

Oggi siamo tutti presi a “costruire” qualcosa nella nostra vita e a vincere quelle sfide che incontriamo sul nostro cammino di essere umani, ma, essere più umani significa: essere più cristiani. Occuparci di costruire anche un rapporto solido con il Signore, di vincere le nostre assolutizzazioni umanoidi per fare di Dio il senso della nostra vita. Quante volte ci accaniamo e ci sforziamo di costruire “torri” che non servono a niente e di vincere vittorie che sono alla fine poco utili o addirittura inutili. E quanto sforzo mettiamo nelle nostre “costruzioni” e “vittorie”, mettendo Dio tra le scelte minori! Scegliere di seguire Gesù non significa vivere disincarnati dal mondo, ma, anzi: comprendere, discernere, capire, quanto ci stiamo impegnando e lottando per cercare di seguire il Signore crocefisso, morto e risorto. Se seguiamo il Signore come scelta oculata e fondamentale, ci accorgiamo spesso che dissipiamo molte forze a “costruire torri inutili” ed a intraprendere “lotte e guerre” esasperanti che alla fine servono a poco e a niente… Il Vangelo ci insegna a cercare ciò che veramente è assoluto: Dio.

 

 

La rinuncia agli averi!

Un altro grande insegnamento del Vangelo è di neanche assolutizzare ciò che abbiamo… Questo è mio, quello è tuo… Non significa buttare tutto per diventare poveri… Ma comprendere che la cultura dell’avere, del possesso, del prendersi o arrogarsi diritti che sembrano per noi giusti,  non porta l’umanità alla felicità e alla libertà! Vivere, come diceva il Vangelo di domenica scorsa, come se fossimo invitati a vivere, invitati a fare parte della Chiesa ed invitati al banchetto eterno, vivere non da padroni ma da invitati: questo ci rende liberi e felici… Forse oggi, più delle altre scelte nel seguire il Signore, questa lotta interiore contro la cultura del possesso che abbiamo dentro di noi: è quella più difficile… La separazione di cui parla s. Paolo nella seconda lettura ci apre alla visione che ciò che non riteniamo nostro, il Signore ce lo ridona migliore, purificato e salvato.

 

 

 

Commento al Vangelo di domenica 28 Agosto

Commento al Vangelo di domenica 28 Agosto

25. agosto, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Beati gli invitati  

 

 

Il fallimento dei privilegiati e la gratuità del Cristiano  

 

 

 

Dal Vangelo secondo   (Lc 14, 1. 7-14)
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
 

 

MEDITAZIONE

Anche il Vangelo di questa domenica, con tutte le altre letture della liturgia della Parola, ci annuncia la chiamata ad essere pienamente cristiani, a vivere realmente da cristiani. Ci mette davanti all’invito che il Signore ci fa di partecipare alla sua mensa: beati gli invitati alla cena del Signore; questa parola che si rifà alla mensa del Signore, a quella eucaristica, si rifà al Suo Regno! Siamo chiamati a partecipare al Regno di Dio: è una nostra responsabilità scegliere per il si o per il no. Non si tratta di scegliere, almeno non soltanto, tra il bene ed il male, quanto invece di far sviluppare in noi lo Spirito che abbiamo ricevuto nel Battesimo. Ecco perché il celebrante, nella preghiera di inizio messa chiamata colletta, a nome di tutti, così prega: si sviluppi in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza.

 

Beati gli invitati

Gesù è invitato a casa di un fariseo, religioso del tempo, sicuramente in un contesto di conoscenza ma anche di chiarimento della dottrina di Gesù di nazareth; perciò tutti lo osservavano e, Lui, osservava loro. Questo brano, l’evangelista Luca, lo riporta anche e sopratutto per la comunità cristiana, come deve essere, come deve scegliere, quale è il suo stile di vita, di scelta, diverso da quello del mondo. Sei beato perché sei invitato, ma se sei invitato il posto non è il tuo! La Chiesa non è il luogo dei privilegiati, tanto meno il luogo in cui lo stile è quello dei privilegi! La società oggi spesso cade su questa “buccia di banana” perché si sfoggiano, credendo di averne, dei privilegi… Il più folle e alto fallimento di oggi è proprio nello sfoggiare “chi sono e quanto conto” per poi scivolare nel fallimento e incattivire contro gli altri. Approposito: se per qualcuno sei fastidioso e ti insulta, lascialo perdere, sta in silenzio perché, evidentemente, lui o lei crede di avere un potere su di te,  che di fatto non ha e, lui o lei, lo riconosce a te e lo rende nervoso… Nella Chiesa, come anche nella vita, siamo solo degli invitati! La politica del possesso, del “questo è il mio posto” è fallimentare in tutti o sensi e porta all’inasprimento degli animi e alla depressione; vista con gli occhi della saggezza umana e del Vangelo, la vita è meglio viverla come invitati a vivere, invitati a far parte, in punta di piedi… Oggi come non mai il mondo è spesso rovinato, sia globalmente che nei rapporti, dai deliri di onnipotenza firmati su distintivo: questo sono io… Il tuo posto, se credi, non è quello che ti scegli tu, ma quello che Dio ha pensato per te e, il posto d’eccellenza è la croce!

 

vergogna

La vergogna prodotta in chi è chiamato a scalare di posto dalla realtà, è veramente grande! Spesso la vita ci mette in condizioni di vergogna, oggi ci vergogniamo anche di essere malati… Oggi è celebrata la “forza” umana in qualsivoglia modo o moda si esprima, ma questa celebrazione antagonista di oggi, dove bisogna primeggiare e fare bella figura con gli altri,  non fa che portare alla celebrazione del “funerale del cuore”. Quando invece è il mondo a farci vergognare, cioè ad umiliarci, qui è la vera forza: restare umili perché così ci si salva dal “funerale del cuore”. La celebrazione salvifica è quella dell’apparenza fallimento che si cela nel segno della croce! Solo il mite è veramente forte, perché sa accusare i colpi e maturare nella vita nuova ed entrare nel Regno di Dio. La prima lettura ci parla di questo rapporto con Dio che ci rende realmente chi siamo, realizzando realmente noi stessi senza fare giochi di forza, ma con la mitezza, perché: ai miti Dio rivela i suoi segreti. Guardando alla croce di Cristo ci accorgiamo che la vergogna va affrontata a testa alta, cioè con la mitezza… Solo  così, si sviluppa in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza. 

 

 

 

beato se inviti o paghi per chi non ha da ricambiarti

Oggi ci fa vergogna anche ricevere il dono, per quello che è: dono. Abbiamo l’ansia di contraccambiare. La scelta della mitezza di Gesù è proprio quella degli ultimi, cioè di dare con gratuità e saper ricevere  il dono con libertà senza sentirsi in debito. Il Vangelo passa dall’insegnamento che depista chi si sente privilegiato e possessore di un “posto”, all’insegnamento più profondo di guardare agli ultimi. Chi è l’ultimo? Chiunque! Non c’è una classifica degli ultimi… Siamo chiamati ad osservare, come gli occhi di Gesù in quella mensa, chi ha bisogno e di cosa… Ma non parliamo solo dei poveri, dei malati, degli anziani, ecc…. speriamo che almeno con questi riconosciamo il fatto che sono ultimi ed hanno bisogno di noi e noi di loro perché in loro si “nasconde” il Signore. Ci sono anche gli ultimi di tutti i giorni, quelli con cui ci incontriamo e ci scontriamo, il nostro prossimo! L’amore che dona e perdona è l’amore di chi comprende che l’altro, con tutta la sua vergogna che spesso esprime nella cattiveria, ha bisogno di Dio, ha bisogno di amore… Amore oggi una parola sentimentale…  Ma l’amore è più concreto nel Vangelo di usando pensiamo,  metterlo in pratica in gesti di totale gratuità, in gesti che mettono da parte il nostro EGO e, ci portano, a fare scelte per il prossimo. Queste scelte fatte con Cristo ci realizzano davvero! È nell’amore che si fa carne nella gratuità delle scelte che l’evangelizzazione della Chiesa diventa credibile! Speriamo che chi si avvicina alla Chiesa alla ricerca del senso della vita è di Dio possa trovare una comunità che porti Cristo, come nella seconda lettura l’autore della lettera agli Ebrei annuncia: Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente!

 

 

 

Commento al Vangelo del 21 Agosto

Commento al Vangelo del 21 Agosto

19. agosto, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Gesù passa nel suo Insegnamento

 

 

 

Tra le vicende del mondo 

la siano fissi i nostri cuori

dove è la vera gioia.

 

Dal Vangelo secondo Luca   (Lc 13, 22-30)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
 

 

MEDITAZIONE

La liturgia di questa domenica ci chiama ad essere disponibili, come Maria, alla chiamata del Signore. Ma a cosa ci chiama il Signore? Ognuno di noi ha una vocazione che è comune a tutti gli uomini e, la prima lettura, così come il Vangelo nelle ultime righe: aprono questa chiamata a tutti! Non ci sono dei destinatari prelibati, dei migliori, degli esperti, ma la chiamata di Cristo è per tutti gli uomini e le donne… Tutti siamo chiamati alla salvezza! Siamo stati creati per vivere nella gioia, ma quella piena, quella vera, sarà nel Paradiso. Tra le vicende del mondo – così prega il sacerdote questa domenica con la preghiera colletta all’inizio della messa – la siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia. Quali sono le vicende del mondo? Quali vicende noi stiamo vivendo? Come spesso ripetiamo: non assolutizziamo queste vicende, ma orientiamo i nostri cuori fissandoli verso Dio, custode e donatore della vera gioia.

 

il Maestro passa…

Gesù Maestro passava e insegnava, ora potremmo dire: Gesù, passa attraverso il suo insegnamento e imparando da Lui, dal suo Vangelo, Gesù passa nella nostra vita… Gesù passa nella nostra vita realmente, quando sentiamo il suo insegnamento. Egli è presente nella chiesa che ascolta in religioso ascolto della parola di Dio (Concilio Vaticano II, Dei Verbum 1). Mi viene in mente una canzone di Renato Zero, appunto intitolata “il Maestro”, che ben ci stimola, prendendone le parole e facendole nostre, a gioire per questo passaggio del Maestro che è qua, nel suo Insegnamento, nel suo Vangelo, spronandoci: Il maestro è qua ti benedirà puoi esibirti. Sbizzarrirti. È il momento tuo. Lanciati così. Butta fuori il meglio adesso sì. L’anima ce l’hai. Conta su di lei (Renato Zero, il Maestro). Veramente abbiamo l’anima! Abbiamo la capacità di comprendere l’insegnamento del Maestro, l’anima ce l’abbiamo! Non restiamo con gli occhi fissati sulle vicende di questo mondo: l’anima può farci incontrare il Maestro Gesù Cristo nel nostro cuore attraverso il suo insegnamento, attraverso il Vangelo! Isaia nella prima lettura lo annuncia: io verrò a radunare tutte le genti di tutte le lingue: essi verranno e vedranno la mia gloria (Is 66,18b). Gesù Maestro ci chiama singolarmente a far parte di un popolo, di una comunità, di un gruppo di accolto, perché, l’Ascolto del Maestro, non è mai cosa solo privata, ma comunitaria: ci stringiamo ogni domenica intorno a Gesù che passa con il suo insegnamento, attraverso il Vangelo e, si fa presente nell’Eucaristia. Un tale gli chiese – come per rompere questo passaggio incantato del Maestro – sono pochi quelli che si salvano? (Lc 13,23).

 

Il Maestro corregge…

La domanda di questo tale – sono pochi quelli che si salvano? – da occasione a Gesù Maestro, di non illudere chi lo ascolta… La vita è dura, spesso, altre volte è inaccettabile così come può essere piena di successi e di gioie, ma: tra le vicende del mondo, dove sono fissi i nostri cuori? Sforzarsi di entrare per la porta stretta (Lc 13,25) cosa significa se non: … dovremo scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile (come la J.K. Rowling fa dire a Silente in una saga…). Non è facile oggi metterci all’ascolto di un maestro, specialmente e, stranamente, proprio quando questo Maestro è Dio! In questo Occidente fatto di professionisti opinionisti e opinionisti non professionali, in questo Occidente dove albergano i sacrosanti diritti ma poco la responsabilità: il Vangelo lascia a noi la responsabilità della scelta di salvarci. Ma, la scelta di salvarci, come il Vangelo ci insegna, non è facile, è come una porta stretta… Oggi ci illudiamo di conoscere, come gli illusi della parabola del Vangelo, ma non conosciamo; il Vangelo ci sprona ad una responsabilità di scegliere per il Maestro! Quello vero, quello che parla di vita eterna e dona la resurrezione! E, proprio quando le vicende del mondo, del nostro mondo, sembrano esserci avverse e, farci scegliere ciò che è facile da ciò che è giusto, l’autore della seconda lettura traduce queste “vicende” come momenti di correzione,  momenti di crescita: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da Lui: perché il Signore corregge colui che Egli ama (Eb 12,5-6).

 

il Maestro ama e salva

Solo chi sceglie di obbedire, ob-audire, cioè ascoltare da giù di sotto il Suo Alto insegnamento che si rivolge alla nostra anima: siederà a mensa nel regno di Dio (Lc 13,29). Ascoltare da “giù di sotto” significa farsi “ultimi” e non “primi”… Quanto desiderio di primazia c’è oggi tra le vicende del nostro mondo! Quanto desiderio di vincere facile, di essere i primi anche travestiti di santa umiltà! A volte la vita ci rende ultimi, altre volte gli altri ci fanno sentire “ultimi”! Ma gli ultimi si salvano secondo la giustizia di Dio. Il discorso è serio perché il Giudizio Universale, così avverso nella nostra epoca,  non trova come giudice Dio, ma le nostre stesse scelte di primeggiare oppure no! Di seguire l’insegnamento del Vangelo oppure no. L’insegnamento di questo Vangelo ci mette davanti a Gesù Maestro che con forza vuole farci comprendere… perché ci ama e vuole salvarci,  cioè donarci la vera gioia!

 

 

Commento al Vangelo del 15 Agosto

Commento al Vangelo del 15 Agosto

13. agosto, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Un segno glorioso apparve nel cielo

 

 

Una donna vestita di sole…

 

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-56)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

 

 

MEDITAZIONE

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle
. (Ap 11,19.12,16). L’apertura del tempio di Dio che narra il libro dell’Apocalisse nella seconda lettura della solennità dell’Assunzione, annuncia a tutti gli uomini che Dio si è pienamente rivelato al mondo intero, non c’è più l’arca dell’alleanza che ne racchiudeva la sua Presenza, ma ora, grazie a Maria, nuova arca dell’alleanza: la Presenza di Dio è venuta nel mondo! Il segno grandioso è proprio la Presenza di Dio che viene portata da una donna degna, rivestita di sole, cioè piena di Dio; questa donna così follemente grande per il suo Si detto alla chiamata di Dio, perché senza peccato, ha portato in se l’autore della vita, il Verbo eterno e, non poteva, Lei, Maria, non essere la prima tra i redenti – la luna sotto i suoi piedi, ormai non è più nello spazio e nel tempo ma nella gloria di Dio – dopo il Cristo risorto! E la sua corona sono le dodici stelle: primizia di Israele con le sue dodici tribù, nonché prefigurazione della Chiesa che ha Maria a suo modello.

 

Beato chi ascolta la Parola di Dio

Nel Vangelo della messa vespertina si spiega perché Maria intona il canto della felicità nel Vangelo del giorno: Lei ha ascoltato la Parola di Dio, Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano (Lc 11,28)! La fonte della felicità è la Parola di Dio. Se potessimo fare dell’ascolto e della meditazione di essa il centro della nostra esistenza, allora anche dal nostro cuore sgorgherebbe il canto del Magnificat, il canto della felicità in Dio! Tutti cerchiamo la felicità ovunque come così anche le piccole cose ci tolgono quel poco di felicità che abbiamo… ma la Parola di Dio è l’unica che ci rende beati. Benedetta sei tu, Benedetto sei tu se scruti, se ascolti, se mediti e metti in pratica le Sacre scritture perché Gesù è Parola, è Verbo di Dio. Maria, in un certo senso, la sentiamo distante da noi, ma Lei è così vicina che neanche ce ne accorgiamo e, ci porta, sempre, il Verbo di Dio: la Scrittura ne diventa il veicolo primario.

 

 

la vita nel magnificat

Vivere la Parola dopo averla ascoltata e meditata, ci rende prossimi alla felicità che sarà piena nel paradiso. Maria non è felice perché Dio gli ha tolto tutti i problemi, ma lo è perché ha fatto esperienza della Presenza di Dio nella sua vita, così tanto che prende forma mortale in Lei. L’ascolto al Signore che ci invita a seguirlo, come Maria ha detto il suo Si, rende la gioia del canto del Magnificat perché, ci accorgiamo, che Dio opera attraverso di noi: Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente… Beato veramente chi crede che la Parola di Dio si compie! 
La felicità del Vangelo non è la felicità spesso che l’uomo e la donna di ogni tempo e di ogni dove si aspettano, è fatta di piccole cose, di piccoli gesti, come il bambino che sussulta nel grembo della cugina Elisabetta… Una felicità diversa da quella che l’umanità tenta di costruirsi e capacitarsi che esista, sempre che sia possibile vivere una vita felice, in pienezza, senza Dio. Ma da dove parte questo ascolto della Parola? Perché non ci viene spontaneo o automatico metterci all’ascolto di Dio? Perché troviamo questa difficoltà nel fare quel piccolo passo in avanti nella nostra spiritualità, cioè nel nostro rapporto con Dio? La risposta è nella domanda: come ha fatto Maria a rendersi disponibile alla sua chiamata a qualcosa di così enorme, anzi divino?

 

l’amore verso l’umanità

Maria, senza peccato, ha detto si, perché ascoltava Dio, ascoltava Dio, per il suo grande amore per l’umanità! Questo porta ad elevarci verso Dio, a trascenderci: l’amore verso l’umanità! Dobbiamo convertire la nostra umanità ad un amore pieno per essa… L’umanità, come dice spesso Papa Francesco, vive questa orfananza: non si sente amata. Spesso noi, umanità, siamo le vittime delle nostre stesse scelte fatte di mancanza di Misericordia verso chi non gliela fa… Viviamo di superbia, e non lo riconosciamo; ci sentiamo potenti nei nostri “troni”, ma non li rovesciamo; l’umiltà per noi è essere fessi ed essere ricchi è essere sicuri… Insomma dimentichiamo che siamo stati creati e perché siamo stati creati.  Maria ci ricorda che la creazione è un atto di amore di Dio così come lo è la redenzione. Misericordia è la prova del grande amore verso l’umanità, Misericordia, che come troviamo nel canto della gioia del Magnificat, va oltre lo spazio ed il tempo perché è lo status del rapporto di Dio nei nostri confronti! Eterna è la sua Misericordia. Possa Maria santissima aiutarci a comprendere di non assolutizzare la nostra storia, ma di ascoltare la Parola di Dio e scoprire che c’è sempre un motivo per cantare il Magnificat; Dio con me, con te, vuole fare grandi cose!

 

Commento al Vangelo di domenica 14 Agosto

Commento al Vangelo di domenica 14 Agosto

12. agosto, 2022News, tempo ordinarioNo comments

La scelta

 

Tra solitudine e sfide 

 


Dal vangelo secondo Luca (Lc 12, 49-57)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?». 

 

MEDITAZIONE

La liturgia della Parola di questa domenica ci apre una pagina di Vangelo ben introdotta dalla prima e dalla seconda lettura… L’esperienza cristiana è frutto della scelta: Dio ti ha scelto per primo e tu, scegli Lui? Il sacerdote, nella preghiera all’inizio della celebrazione eucaristica, prega proprio per  proprio questo: … amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio (colletta). Perciò scegliere per Dio è ottenere i beni promessi che sono eterni, che riguardano l’eternità, amando Dio in ogni situazione e al di sopra di tutto! La scelta è al di sopra di tutto! Certo che finché i beni “promessi” per noi sono nell’ordine umano più che trascendente, la scelta diventa improbabile…

 

il fuoco sulla terra 

Leggiamo sul Vangelo un Gesù impetuoso, sempre più chiaro: il suo obiettivo è portare il “fuoco” sulla terra… Ma di quale fuoco si tratta? Di un fuoco che verrà appicciato dopo il “suo battesimo” – quello con Giovanni il Battista era già avvenuto tre anni prima – cioè dopo la Sua passione, morte e resurrezione. La presenza dello Spirito santo, il “fuoco”, è l’elemento vitale che scaturisce dalla morte e resurrezione di Cristo e, da questo kerigma ricevuto, siamo chiamati a convertirci, cioè a scegliere.  Non è possibile vivere un cristianesimo come un hobby, o soltanto uno stile di vita: essere cristiani risulta dal Vangelo: aver fatto una scelta radicale vivendo con l’obiettivo del Regno dei cieli…  La religiosità Cristina per quanto operi e preghi per la pace, nel portare la verità che è impregnata dello a Spirito santo, non può che provocare incendi interiori, relazionali e sociali. Cosicché, la Chiesa, non risulta essere un’oasi felice e pacifica tra il mondo esterno buono o brutto o cattivo, quanto un “luogo” dove si vive la lotta interiore dei singoli, nelle relazioni e nella società. Scegliere per Cristo non è accendere i fuochi di artificio che facciano successo nel mondo, quanto invece essere chiari e veritieri secondo il Vangelo che spesso innesca incendi nei comportamenti irosi del mondo… Il Cristiano non assoggetta la verità del Vangelo per amor di pace, quanto invece la annuncia come scelta radicale con tutti i valori e i temi che dal Vangelo ne escono…

 

 

la solitudine di chi evangelizza

Nella scelta per il Vangelo non può che lasciarci troppo spesso nella società, ma anche nella propria famiglia e tra i propri amici: nella solitudine. La prima lettura che lo narra in Geremia che addirittura viene gettato in una cisterna perché ha parlato secondo la verità di Dio (Ger 38,4-6). Un brano attualissimo in cui quando oggi dici una verità evangelica incarnata nelle scelte del mondo, fai la fine di Geremia perché pensano: questo uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male. L’annuncio del Vangelo di verità incarnato nelle scelte del mondo, provoca una sensazione di malessere, chi lo annuncia viene tacciato come colui o colei che vuole il male del popolo. Ormai nella società dei sacrosanti diritti, mancano completamente gli altrettanti sacrosanti doveri… C’è solo l’io voglio, la miglioria, il benessere: una riflessione più alta è cassata nel suo nascere. Vogliamo tutto di fretta e senza pensarci troppo ritenendoci dei geni, ma senza dirlo perché ci mostriamo umili ma forti, senza pensare che la scelta del Vangelo è cosa seria e ci spinge a riflessioni serie calate in ogni genere e grado di scelte!
Chi segue seriamente Gesù finisce per diventare come Lui: segno di contraddizione per molti. Tutto questo  non può che finire con collisioni familiari e sociali… Provoca evangelizzatori sempre più soli ed una Chiesa sempre più sola.

 

Il giudizio del discernimento

L’autore della lettera agli ebrei, nella seconda lettura, ci consola: non perdetevi d’animo (Eb 12,1-4)! Gesù, nelle ultime righe del nostro vangelo esorta con molta forza a giudicare questo tempo, a giudicare il proprio tempo, a giudicare il periodo storico: a fare cioè un discernimento, con il Vangelo alla mano, dei fatti che succedono. Il vangelo richiede una riflessione profonda fatta con la mente e con il cuore, ma l’egoismo, l’individualismo,  non possono che chiudere gli occhi alla visione reale delle cose… Siamo nella società che ingigantisce i problemini e vive di lamentazioni inutili, siamo nel tempo in cui la facciamo pagare al prossimo, se non riusciamo con la Giustizia, con la gogna mediatica. In questa società che vuole tutto e subito aumentano gli ignoranti che si sentono laureati in tutte le materie… Basterebbe il buon senso del Vangelo per farci dilatare il cuore e la mente facendoci fare un discernimento pieno e reale su ciò che viviamo.

 

 

Commento al Vangelo di domenica 7 Agosto

Commento al Vangelo di domenica 7 Agosto

6. agosto, 2022News, tempo ordinarioNo comments

Cercare di capire il Signore

 

 

La beatitudine è la libertà da ogni assolutizzazione 

 

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,32-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 

 

MEDITAZIONE

Il Vangelo di questa domenica ci aiuta a guardare a Dio, a come seguirlo. È una pagina che ci sprona a comprendere che nella nostra vita c’è molto di più di quanto noi pensiamo e vediamo… Intanto Dio sceglie i piccoli, il gregge dei piccoli, chiamato piccolo gregge, cioè, chi vive l’umiltà (umiliazione). Cosa o chi ci rende “piccoli”? Umiliati? Per questo siamo scelti da Dio! Ci ha scelti per farci un dono,  il Regno di Dio è un dono di Dio,  non una conquista umana. Sei piaciuto, sei piaciuta a Dio! Allora ha deciso di regalarti il Regno. Ti interessa? La carità, va oltre qualcosa che facciamo per il prossimo, è uno stato innanzitutto di bontà interiore che viene dallo Spirito santo e che riversiamo agli altri in ogni modo…  è vivere con la “borsa” interiore che ha molto di più di ciò che sentiamo di avere. Dove è il tuo cuore? Da cosa è preso? Distoglilo! Perché c’è molto di più !!! C’è molto di più per te stesso, per te stessa e quindi anche per gli altri…

 

NELLA NOSTRA VITA: C’È MOLTO DI PIÙ!

Tenere lo sguardo su Dio, non rimanere chiusi su ciò che abbiamo o ciò che ci manca: ci annuncia che in noi, nella nostra vita attuale, c’è molto di più! Gesù esorta: siate pronti e con le vesti strette e le lampade accese: significa rivestirsi della novità della fede che la fede stessa sempre apporta: la fede ci fa vedere sempre novità nella nostra vita…. E tenere questa lampada accesa significa aprirsi a questo sguardo divino. L’attesa è – in un tempo storico in cui l’umanità occidentale non sa aspettare – è  propria dell’uomo e della donna di fede. Chi crede sa che la vita passa attraverso fasi belle e brutte. Offrirle al Signore significa aspettare e rispettare i suoi tempi di intervento. Cosa mi aspetto da Dio?Gesù è alla porta e bussa (come dice Apocalisse): se qualcuno mi apre io starò con lui e dimorerò con Lui. Gesu, come alle persone a cui parla in questo Vangelo, è alla porta: sta a noi aprirgli e farlo entrare oppure lasciarlo fuori, sarebbe ben triste, quanto facile, aprire e lasciarlo sulla porta. Il rapporto con Dio include tutta la nostra vita e la realizza!  Gesù, in questa nostra pagina di Vangelo, presenta una beatitudine. “Beato” significa (dal greco) felice. Felice è chi resta sveglio, cioè chi resta nella veglia della fede. La felicità in Dio la si cerca e trova tenendo accesa la lampada della fede: quanto perseverante è la mia fede, specialmente nei momenti tenebrosi? Gesù ci fa suoi commensali e ci da la dignità. Questo è dono già donato: la fede ci rende coscienti di questo.  Nella “notte” del dolore o del “peccato”, nell’ “Alba” della gioia e nei momenti sereni: come vivo la mia fede?

 

CERCATE DI CAPIRE IL SIGNORE

Capire il giorno, comprendere il tempo, significa entrare nella felicità secondo Dio. È un invito forte di Gesù: cercate di capire! Cercare di capire: farsi entrare nella mente, nel cuore, in tutto me stesso (cfr Dt 6,4ss); farne uno stile di vita, anzi la meta della vita stessa… Noi spesso protestiamo o ci allontaniamo da Dio perché evinciamo che Lui non ci capisce. Ci sono delle ore, nella nostra vita, in cui stiamo male e ci lamentiamo, e nel vittimismo, in cui spesso ci gongoliamo, ci piangiamo addosso dicendo: nessuni mi capisce… neanche Dio. Ma quanto cerco io di capire il Signore? Quanto cerco la sua volontà? Nell’ora della prova sperimentiamo che Dio non ci capisce… Ma come possiamo noi tentare di capire Lui, in quell’ora della prova? L’ora che non immaginiamo implica questo lasciarsi andare alla volontà di Dio: operare le scelte ma anche saper aspettare che la natura delle cose sia accompagnata dalla Presenza di Dio. Viene il Figlio dell’uomo. Non assolutizzare la nostra ora è il segreto per confidare in Dio: non assolutizzare il male, la paura, i problemi … intanto: il mondo e ancor più Dio, c’erano già prima che noi ci fossimo e ci saranno anche dopo! Non assolutizziamo ne assolutizziamoci!

 

GRATITUDINE UMANA E DIVINA

Non bisogna quindi assolutizzare noi stessi, i nostri problemi, le nostre vittorie perché siamo amministratori (custodi e guardiani) di un avere che non ci appartiene: la vita e la grazia. Per chi vale quello che Dio dice? Della vita ne siamo solo amministratori, nessuno sceglie di nascere ne quando morire. Non dipende da noi… Siamo chiamati a vivere con la gratitudine nel cuore. Fiducia e prudenza sono due parole dell’uomo e della donna grata. Chi è grato vive la carità, cioè da’  la razione di cibo a suo tempo al prossimo per riceverne la grazia da Dio. Nessuno conosce il giorno e l’ora: per quanto vogliamo e cerchiamo di calcolare e gestire… non ci riusciamo: resta l’affidarci a Dio e cercare che cosa sia la “Volontà” di Dio… La conoscenza della volontà di Dio passa attraverso la preghiera e la Parola di Dio. Questa conoscenza di Dio trasfigura la responsabilità… Disporsi ed agire secondo la Parola di Dio riceve percosse, non da Dio, ma ci si mette in uno stato di sofferenza e non senso … Le percosse della vita sono spesso causa di accusa a Dio o agli altri ma, molto spesso, sono causate dalle nostre assolutizzazioni! Quello che ci è affidato è la nostra stessa vita, il prossimo, l’evangelizzazione, la chiesa, la famiglia e quanto di più possiamo pensare… ma la nostra vita, come una borsa senza fondo, ha in se ancor tanto di più… Ci è donato molto, molto ci è richiesto nell’ordine della conoscenza e della gratitudine di Dio, molto ci è richiesto: il Vangelo ci impegni a questa crescita spirituale, a questa responsabilità che diventa effettiva nelle nostre scelte quotidiane e ci eleva a non assolutizzare noi stessi, i nostri mali e le nostre vittorie, ma a cercare di conoscere Dio e vivere la carità verso gli altri. 

INFORMAZIONI
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La chiesa è aperta:
dalle 8 alle 12 e dalle 17 alle 19,30

LA SEGRETERIA È APERTA
La mattina: il lunedì, venerdì e sabato dalle 10 alle 12.
Il pomeriggio: Lunedì, martedì, mercoledì e venerdì dalle ore 17 alle ore 19.
Giovedì e domenica chiusa.
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