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Chiamati a seguire Cristo

Chiamati a seguire Cristo

18. aprile, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 22 APRILE 2018 – IVa DI PASQUA (b)

 

Vangelo  Gv 10, 11-18

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

Dietro ad un solo pastore, verso un solo pascolo…

C’è il rischio di sapersi ed essere sicuri di essere cristiani, come c’è il rischio che questa nostra sicurezza sia una fede illusoria, una fede “ci chi scavalca” il recinto e neanche se ne accorge, una fede patologica che neanche sa di essere malata… Si può stare nella Chiesa e non seguire veramente Cristo, illudendoci di farlo. Diamo degli indicatori della patologia della fede[1]:

  1. Una forte enfasi del farsi forte della propria esperienza esibita anche in modo narcisistico.
  2. Una religione intesa come una presenza continua e spropositata della persona.
  • La scrupolosità nelle azioni e nei pensieri diventando ossessione
  1. Esitamento di responsabilità dei propri comportamenti: è colpa di altri o del diavolo…
  2. L’eccessiva emotività sregolata che finge un inesistente misticismo e si apre al feticismo religioso.
  3. L’entusiasmo indiscriminato ed esasperato di chi vuole convincere tutti…
  • Una Carità verso gli altri sempre disponibile e generosa, ma che nasconde il proprio interesse psicologico o ancor peggio concreto…

Il Pastore della Chiesa è solo Cristo e i sacramenti ne sono la sequela effettiva ed efficace. Il pascolo è solo uno: quello a cui ci porta il Signore e solo Lui sa dove… In tutto questo è importante riscoprire che l’esperienza di fede è seguire la Chiesa per quel che è…, pastore e gregge. Non si da cattolicesimo senza un ministro pastorale dell’unico Pastore, non si da cattolicesimo senza gregge, senza comunità…

 

Essere riconoscenti con Dio!

Vivere i questa gratitudine, con questo senso della riconoscenza interiore al Signore, significa vivere noi e rendere gli altri: felici. Dalla gratitudine di ciò che abbiamo dipende oggi la nostra riconoscenza, il nostro esser grati… Il pensiero mercenario dell’occidente contemporaneo, che tutti abbiamo dentro, è di vedere quello che non va, di soffermarci sulle nostre ferite e su chi ce le ha procurate; il mercenario di oggi è dentro il “recinto” della Chiesa e ci illude lasciandoci guardare sempre e soltanto: quello che non va,  il come dovrebbe andare… Il mercenario è fissato solo a vedere le pecore e attuare il suo piano che non è salvifico ma lo sembra. Il mercenario è illusionista e finge di essere il Pastore, ci illude che a lui dobbiamo obbedienza e fedeltà perché il mercenario è forte! Ci spira fiducia perché è travestito da pastore. Come vivo la mia obbedienza a Cristo? Possiamo anche noi metterci in mano al mercenario “che non salva”. Il Pastore, alla fine dei tempi, separerà le pecore e le chiamerà a se nella vita eterna, a differenza dei capri destinati alla morte eterna (cfr. Mt 25,31-46). Una grande esortazione evangelica che non ci vuole mettere paura apocalittica, quanto invece all’esortazione nella carità. Senza la VERA CARITA’ la nostra fede è mercenaria. Non illudiamoci di vivere la carità come elemosina e aiuto bello e concreto agli altri, se poi non riusciamo ad entrare – perché non vogliamo – nella “porta del cuore” del nostro prossimo, anche di quello che prossimo non vorremmo. La mia carità è veramente cristiana? Cerco di entrare nel cuore del “mio prossimo” anche se non lo vorrei come “mio prossimo”?

Noi conosciamo Cristo!

Non siamo sconosciuti a Cristo! Se noi forse siamo lontani da Lui, Lui non è lontano da noi… Ci segue sempre, ci vede, ci ascolta e, sente, sente le nostre gioie e le nostre sofferenze. Dio ci conosce, sa come siamo fatti nel più profondo di noi stessi, anzi ci conosce più di noi stessi. Vivere la fede significa conoscere Dio e sapere che Lui ci conosce, cioè anche ci capisce, ci giustifica, prova dolore e gioia per noi… Siamo noi che, molto spesso, non lo conosciamo e diamo per scontato qualche convinzione e qualche idea di Lui. Dio ha fatto, in Gesù di Nazareth, la nostra stessa esperienza umana: capisce i nostri bisogni, le nostre crisi, i nostri insuccessi così come ciò che ci rende felici e soddisfatti. Lui sa – perché ci ha creati – cosa è veramente bene per noi e bisognerebbe avere uno sguardo dal “campo visivo” molto amplio e un cuore molto grande per sentirci conosciuti da Dio. Ma tutto avviene sotto il Suo sguardo e, se viviamo la fede: questo diventa la nostra forza e anche la nostra consolazione. Gesù non si scorda di te! E tu?

La bontà

Il Buon pastore. Cosa significa questa parola così discussa e un po sembra essere passata di moda nella morale? La bontà non è buonismo. Il “buono” non è colui o colei che accontenta tutti, che sa accontentare tutti… Il concetto di bontà, nel giudaismo, si riconduce al concetto di giustizia. Il buono è giusto, la giustizia di Dio è la misericordia, la bontà significa avere la misericordia di Dio ed operarla con il prossimo. Aprire rapporti nuovi, riaprire i vecchi rapporti chiusi ed entrare nel cuore dell’altro, nel cuore dell’altra…Guardare il prossimo per quel che è e, non, per come vorremmo esso sia. In poche parole: entrare in questa bontà nuova, in un nuovo battesimo dell’innocenza.

[1] G. Crea, L.J. Francis, F. Mastrofini, D. Visalli, Le malattie della fede, Bologna 2014, EDB, pp.30-32.

Che cosa è accaduto a Cefa, la Roccia?

Che cosa è accaduto a Cefa, la Roccia?

22. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 25 MARZO 2018 – DOMENICA DELLE PALME (b)

 

Dal Vangelo secondo Marco (capitolo 14e15)

12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono 13e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo”.

15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: “Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?”. Egli rispose: “Non lo sono”. 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”. 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

 

 

  • Pietro, perché d’improvviso Gesù ti è diventato estraneo?

“Il gallo canta per la seconda volta, e le lacrime di Pietro cadono al suolo. Che cosa è accaduto a Cefa, la Roccia? Ha rinnegato il suo Redentore, non una, non due, ma tre volte. Come la sua fede vacillò quando cercò di camminare sull’acqua, così ancora una volta, Pietro rivela la sua debolezza. Aveva avventatamente promesso di morire, piuttosto che rinnegare il suo Maestro. Ma, alla fine, basta una giovane serva perché egli si vergogni della sua amicizia con Gesù”[1].

“Si vede che Pietro entra in questa prova quasi senza accorgersene, comincia a capire sempre meno il Maestro: perché non si difende?  Però segue lo stesso Gesù, senza ben sapere perché, senza neanche la decisione di intervenire a suo favore; forse ci sperava, ma non sa neanche lui cosa fare”[2]. Rimane stralunato, perde la fiducia in quel “potente” ora “impotente” Messia… Rimane deluso e stralunato come quando ebbe quell’intuizione geniale alla domanda di Gesù: “la gente chi dice che io sia? – la risposta di Pietro fu luminosa – Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Beato te Simone figlio di Giona – rispose Gesù – perché né la carne né il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli… tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa…” (cfr. Mt 16,15-19). Ma pochi momenti dopo questa solenne professione di fede di Pietro e la “beatificazione di Gesù”, la “roccia” della fede di Pietro si sgretola fino a far dire a Gesù la frase più sgradevole: “vai indietro satana”. Che cosa sgretola così tanto la fede di chi segue Gesù da vicino come Pietro? Che cosa – o forse chi – “sgretola” la roccia della mia fede di cristiano? Bisogna innanzitutto far pace con questa considerazione: la nostra fede può sgretolarsi! Le ragioni della nostra fede – e quindi della nostro seguire il Signore – possono venir meno! “Una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone. Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr. Mt 5,13-16)”[3].

 

  • Pietro, quale sogno si è infranto con la Passione di Cristo?

E’ deprimente il fatto che tutta la missione di Gesù, la sua vita pubblica durata tre anni con i suoi discepoli: tutte le conversioni, le guarigioni, le liberazioni, le chiamate… Sembra tutto essere andato perso. Tempo perso? Si  chiede Pietro a questo punto! E Pietro che poi credeva di risolvere tutto! Diceva infatti a Gesù: <<morirò per te, non permetterò che accada la passione…>>. Ma i sogni infranti di Pietro lo portano ad un altro “gradino di salita” importante nella sua vita: una sorta di seconda conversione. Il sogno infranto di Pietro è di non essere indispensabile, di sentirsi inadeguato ed ora anche estraneo al Signore. Pietro crede di essere felice ma si accorge di essere deluso da Dio, dai suoi amici, dalla sua famiglia… Si ritrova solo…

Ora siamo giovani, abbiamo delle grandi aspettative dalla vita, la stiamo progettando, la stiamo spingendo per progredire sempre di più… Abbiamo dei sogni che a quest’età – anzi ad ogni età – bisogna avere. E Dio, cosa centra con i miei sogni? Potrebbe essere come per Pietro: prima un modo per vivere “più a pieno” la sua vita, ora nella passione di Gesù, una vuota illusione che non è così più tanto importante. Ma Dio non vuole infrangere il sogno di Pietro, anzi Pietro – dopo la Resurrezione – farà i conti con la sua incredulità e vedrà il Maestro risorto e ancor più potente: ha distrutto la morte! L’esperienza di fede, l’esperienza della vita vissuta con Dio è orientare il nostro sguardo verso di Lui proprio come Pietro anche nel momento in cui si sente – e lo segue – da lontano.

 

  • Pietro, perché queste negazioni?

“Certamente per paura… non riuscivo più ad essere discepolo di un uomo tanto umiliato… mi aveva deluso… In me c’era in fondo la non accettazione della volontà di Dio che si manifestava in tale umiliazione, la non accettazione di un Dio che si coinvolge con l’uomo al punto da lasciarsi annientare nella persona di Gesù. Mi era chiesto un salto di qualità di cui non ero capace”[4], risponderebbe Pietro. Pietro deve convertirsi all’umiltà e all’umiliazione della sofferenza. Questa è la sottomissione, l’obbedienza, che Pietro non riesce ad accettare… Questo è lo scandalo cristiano della croce che spesso non riusciamo a portare. Come Pietro siamo chiamati a convertirci all’umiltà e all’umiliazione della sofferenza, che attentano allo sgretolamento della nostra fede; “la sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio”[5].

 

 

 

  • Pietro, perché dopo il gallo del canto hai pianto amaramente?

Risponderebbe: <<lo sguardo di Gesù mi ha toccato il cuore, facendomi capire a che punto ero arrivato>>. Quello stesso sguardo di Gesù (emblèpo – in greco) del primo incontro con Pietro (cfr. Lc 22,61a): uno sguardo di compassione, di comprensione, di perdono[6]. Bisogna riconoscere che abbiamo bisogno dello sguardo di Cristo, del volto della sua presenza, questo è lo scopo della nostra vita: cercare e far trovare il volto, lo sguardo di Cristo! E’ insieme una contemplazione e una missione. Vivere la vita nel suo aspetto contemplativo, riflessivo, meditativo… Questo realizza la nostra vita interiore! Pietro aveva realizzato la sua vita esteriore, e religiosa esteriore: ora è chiamato a vivere l’amicizia con Dio facendo esperienza che la vita va vissuta innanzitutto interiormente, cioè gustare e capire con la mente ed il cuore la presenza di Dio. Quando incrocia lo sguardo di Gesù cambia qualcosa in lui: viene toccato dal di dentro, cioè capisce che la presenza di Dio è troppo importante nella sua vita e si accorge che il peccato è questo rinnegarlo. Questo è il peccato: rinnegare Dio!

“Ma appena lo sguardo di Gesù incrocia lo sguardo di Pietro, l’Apostolo riconosce il proprio triste errore. Umiliato, piange e chiede perdono a Dio. Forte è la lezione di Pietro: persino i più intimi offenderanno Gesù con il peccato. Il canto del gallo non sarà mai più lo stesso per il principe degli Apostoli: gli ricorderà per sempre la sua paura e la sua fragilità

ORAZIONE

Signore,
donaci un cuore umile e contrito.
Fa’ che sappiamo versare lacrime per le nostre colpe,
per ritornare al tuo amorevole abbraccio
ogni volta che ti abbiamo voltato le spalle.
Fa’ che impariamo da Pietro
a non ritenere per scontata la nostra fede
né a presumere di essere migliori degli altri.
Aiutaci a conoscere noi stessi come siamo veramente,
fragili, peccatori,
costantemente bisognosi del tuo perdono.
A te, Gesù,
che guardi l’amico con volto sereno,
la lode e la gloria
con il Padre e con lo Spirito,
nei secoli eterni. .Amen”[7].

[1] Via Crucis al Colosseo 2002, statio IV.

[2] C. M. Martini, Il coraggio della passione, Casale Monferrato (AL), Piemme, 2008, p.82.

[3] Benedetto XVI,  La porta della fede, p. 5.

[4] C. M. Martini, Il coraggio della passione, p. 82-83.

[5] Robert Spaemann, in Dio oggi, con Lui o senza di Lui cambia tutto, p. 62.

[6] Cfr. C. M. Martini, Il coraggio della passione, p. 83.

[7] Via Crucis al Colosseo 2002, statio IV.

 

LA META DELLA NOSTRA FEDE: LA CONTEMPLAZIONE DI DIO

LA META DELLA NOSTRA FEDE: LA CONTEMPLAZIONE DI DIO

16. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 11 MARZO 2018 – Va DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo  Gv 12,20-33

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

VOGLIAMO VEDERE GESU’

Questi greci del Vangelo, pagani quindi non della religiosità ebraica, quindi “fuori” dalla logica dell’annuncio evangelico: chiedono di vedere Gesù. E’ la richiesta più nobile di una fede autentica: vogliamo vedere Gesù! Vogliamo vedere Gesù? Perché la nostra fede potrebbe non includere questo elemento di ricerca che è il fulcro intorno a cui ruota tutta la nostra scelta cristiana… La motivazione fondamentale della nostra fede è questa contemplazione del volto di Cristo, perché alla fine, al termine della vita, saremo chiamati a contemplare la Presenza di Dio! Forse, questi Greci convertiti, volevano vedere Gesù per curiosità, ma anche questa potrebbe bastare per incontrarlo.

Chiediamo a Dio uno spirito aperto alla contemplazione: al cercare e vedere la Presenza di Cristo risorto nella nostra vita, contemplando la sua Presenza vivremo questo rapporto di fede con amore, che così si chiama “adorazione”. Come questi Greci siamo chiamati a farci ricercatori di questa Presenza nascosta ma preziosa nella nostra vita; perché la fede è risposta al Dio che ci si rivela, allora dobbiamo cercare i segni attraverso cui Egli si rivela: la fede si fa ricerca, visione, risposta e adorazione. Questa è l’unica cosa e la meta di tutto il cammino cristiano: la contemplazione del volto di Dio nell’amore.

 

IL CHICCO DI GRANO

Gesù in qualche modo risponde alla richiesta dei discepoli che si fanno ambasciatori di quei greci, annunciando la sua morte e resurrezione. Come se volesse dire che la visione del suo vero volto è e sarà in quel volto sfigurato dai segni della passione, ma anche glorificato dalla resurrezione. Allora Gesù di Nazareth vero Dio e vero uomo è quel seme che il Padre ha “gettato” nel “terreno” dell’umanità. In se il seme ha tutta la potenza della vita, nonostante la sua piccolezza… Ma deve morire nella terra per poter dare la vita più grande… La morte e la resurrezione sono questo percorso che Dio ha compiuto in Cristo e che, diventa percorso, di ogni cristiano.

La vicenda della morte – di ogni tipo di morte – vede la triste esperienza dell’assenza perché, il “seme”, viene sotterrato e muore. E’ dalla morte che nasce una nuova vita sconosciuta al seme stesso che è seme proprio per questo… Ogni nostra morte se vissuta con questa fede è “creazione” o “ricreazione” della vita… E’ propria dell’esistenza del seme che era Cristo e che siamo noi, essere predestinati a questo passaggio (Pasqua). Morte intesa anche sul livello interiore, sul livello del sacrificio per amore, sul livello della tolleranza e di lasciar “morire” le proprie aspettative e le proprie rivendicazioni. Come vivo questo passaggio? Vivere la vita a volte è anche saper perdere, perché la scelta autentica a volte fa perdere… ma sembra una perdita nei confronti del “godersi” la vita, invece è un conquistare la vita piena su questa terra e quella eterna del Paradiso. Oggi c’è la grande paura del “perdere”, del lasciare, del lasciar correre, dello scegliere per cristo prima di tante altre cose… ma scegliere per Cristo è conquistare la vita.

 

IL SERVIZIO PER IL REGNO DI DIO

La sequela di Cristo poi porta al servizio. Cristo si è fatto servo dell’umanità cioè: non padrone! Perché sapeva che è il Padre il vero “padrone” del mondo. Nella Chiesa riscopriamo questo amore comunitario se viviamo con questo spirito di servizio; che sia il servizio della preghiera, che sia il servizio della catechesi o della carità: il servizio non è volontariato ma volontà di Dio, il servizio è vocazione. La vocazione al servizio, comune ad ogni cristiano, non è un diritto né un dovere: ma chiamata all’umiltà ad essere e diventare ciò che Dio ha pensato al meglio per noi. Siamo tutti “servi” fedeli del suo Regno: gli attriti, le incomprensioni nascono quando non accettiamo questo essere servitori ed avanziamo diritti e doveri in una comunità che non vive di diritti e doveri ma solo di chiamata da parte del Padre. Vivo l’esperienza di Chiesa come servizio alla comunità e al Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa?

 

LA PAROLA DEL PADRE

Si sente la voce del padre, una frase, una promessa: la glorificazione del Figlio! La resurrezione è il grande annuncio esplicito di questo Vangelo. Resurrezione in greco è anastas, cioè: alzarsi, rialzarsi. La glorificazione, se siamo autenticamente cristiani, noi figli nel Figlio di Dio, la viviamo attraverso la morte, attraverso ogni nostra morte. Siamo chiamati all’ascolto della Parola del Padre che ci indica il percorso del vissuto di fede che passa sempre attraverso la passione, la morte e la resurrezione. Ascoltare Dio Padre è ascolto da figli, fiduciale, fedele, sapendo che se viviamo la fede attendiamo la realizzazione della promessa del Padre: la glorificazione. Che cos’è la gloria? Una gioia piena, una gioia che appartiene a Dio e non all’uomo, ma che Dio, per amore, ha deciso di condividere con l’umanità.

LA CROCE, IL MISTERO E LA FEDE: LA SALVEZZA DELL’UMANITA’

LA CROCE, IL MISTERO E LA FEDE: LA SALVEZZA DELL’UMANITA’

8. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 11 MARZO 2018 – IVa DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo Gv 3,14-21

    Dal vangelo secondo Giovanni
    In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
    «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
    Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
    E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

IL DIALOGO DEI CUORI

Nessuno avrebbe mai pensato che un dottore della legge, fariseo membro del Sinedrio, alzasse la “bandiera” del buon senso e facesse l’unica cosa che gli uomini possano fare, tra loro, quando hanno dei problemi: parlare da soli e con il cuore. Se, come l’evangelista Giovanni, ci facciamo presenti alla scena del Vangelo, vedremmo qualcosa che commuove: un fariseo e Gesù che parlano nella carità. Che grande testimonianza di Nicodemo! Rompere il muro dell’omertà e del pregiudizio, per andare a parlare direttamente e con calma con il diretto interessato dei problemi che erano sorti a Gerusalemme… Il loro è un dialogo tra uomini, ma anche tra l’uomo ed il suo Dio. Infatti avviene in modo solitario, col cuore ed in un amore che si sta conquistando…E in questo dialogo Gesù gli rivela delle verità enormi su se stesso, su Dio, sulla morte, sulla resurrezione… Nicodemo non le capisce ma finirà per seguirlo. Nicodemo accetta il mistero di Dio, cerca di penetrarlo con la mente, non lo capisce, ma ci mette il cuore: allora lo comprende e lo segue. Quante domande abbiamo anche noi su Dio, sulla fede, sulla sofferenza, sulla morte… C’è bisogno della preghiera che è questo dialogo del nostro cuore con quello di Dio. Accetto che nella fede la conoscenza non può essere totale, ma è il cuore che si apre pian piano alla comprensione del mistero? La preghiera è per me anche un dialogo cuore a cuore con Dio?

 

 

IL FIGLIO DI DIO INNALZATO SULLA CROCE

Come Dio fece erigere a Mosè dei serpenti di rame per salvarsi dai serpenti di una piaga che fu inflitta al popolo d’Israele nel deserto, così Gesù viene eretto sulla croce per salvare il mondo dall’antico serpente del peccato e dalla morte. L’annuncio di Gesù è clamoroso: il Figlio unigenito di Dio verrà innalzato sulla croce e, la divinità, verrà abbassata fino nella profondità umana che è la morte. L’innalzamento del Figlio di Dio sta in questo totale e complessivo abbassamento, in termini teologici si chiama: Kènosi. La fede nel Dio uomo crocefisso è la garanzia dell’uomo di essere risuscitato dalla morte e partecipare alla vita eterna. Questo mistero della croce, che è la più grande umiliazione, riguarda anche l’uomo: ogni croce umana è abbassamento, è fare esperienza delle profondità più basse, di cui la più profonda esperienza è la morte… La vita in Cristo, per l’uomo e per la donna di fede, fa vivere in questa comprensione della croce. La croce non ha spiegazione, è mistero perché è salvifica: la croce va compresa nella vita, cioè portata con fede perché è mistero di salvezza. Contemplo l’emblema della croce come atto di amore di Dio per salvarmi dal peccato e dalla morte? Vivo le mie croci come questo abbassamento e umiliazione, portandole come “altare” del mio sacrificio per la salvezza?

 

L’AMORE DI DIO PER L’UMANITA’

L’annuncio di Gesù spiega perché il Padre abbia scelto nell’immagine del Figlio di Dio crocefisso l’emblema del suo messaggio salvifico: per amore. Nicodemo non sapeva di questo amore di Dio per l’umanità… Un amore per cui Dio sacrifica il Figlio unigenito per sconfiggere la nostra morte. Un amore che fa di Dio non un giudice – come nel fariseismo si insegnava – quanto invece un Dio misericordioso. Ma bisogna credere! Credere in Dio e vivere la fede… Da questo brano la vita eterna è annunciata non come una conquista dell’uomo, quanto invece un dono di Dio messo a disposizione di ogni uomo nella sua misericordia. La misericordia non sembra essere un automa: quanti invece un mistero che va abbracciato attraverso la fede ed i suoi atti di fede vissuta. La misericordia è lì, nel segno della croce, emblema della nostra salvezza ma, questo emblema va abbracciato con la scelta del credere: fede creduta e fede vissuta! La fede che professo, coincide con la fede che vivo? In che consiste la vita di fede se non nella preghiera e nell’amore verso i fratelli? La salvezza non è un fatto legalista – come i farisei pensavano – quanto invece un mistero d’amore!

 

LA SCELTA PER LA VERITA’ E PER LA FEDE IN CRISTO

Ma quante volte questa fede è negata per la malvagità umana! Quante volte la fede è negata per pigrizia di immergersi nella domanda di senso: che senso ha la mia vita?

Alla fine il Vangelo richiede una scelta radicale di vita: la luce o le tenebre. Scegliere per Dio, vivere la fede, è una provocazione continua su quale sia la Verità! L’uomo di oggi è fortemente preso da tante cose o peggio da tante verità… Vivere nella fede autentica è vivere illuminati, sapendo che la luce di Dio non ci fa capire con la mente tutto ciò che avviene, quanto invece ci fa comprendere con il cuore la nostra vita e anche la nostra morte. Oggi, spesso, preferiamo vivere né nella luce della fede, né nell’oscurità delle tenebre: ma in una penombra che rattrista la vita più che realizzarla. Cosa realizza veramente la vita di ogni essere umano? Non è vero forse che la trasparenza che la vita di fede ci dona, ci fa vivere nella verità e nella libertà?

LA PRESENZA DI DIO E’ PER GRAZIA DONATA

LA PRESENZA DI DIO E’ PER GRAZIA DONATA

1. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 4 MARZO 2018 – IIIa DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo Gv 2,13-25

Dal vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

 

IL SACRIFICIO RITUALE PER LA PASQUA

Un pellegrinaggio alla città santa, al Tempio di Gerusalemme, in occasione della Pasqua (ebraica): la festa che Israele celebra ogni anno nel plenilunio di primavera come memoriale dell’esodo dall’Egitto, l’azione salvifica con cui il Signore ha creato il suo popolo santo. Gesù, salito a Gerusalemme in occasione di questa festa, entra nel tempio (ierón), il luogo dell’incontro con Dio, della sua Presenza (Shekinah). Gesù, presenza reale di Dio nel mondo, riconosceva nel Tempio di Gerusalemme: “la casa del Padre”, la casa di Dio.

La Quaresima cristiana è questo pellegrinaggio verso la Pasqua, stavolta di passione, morte e resurrezione di Cristo, momento fonte e culmine della Presenza di Dio nella vita del cristiano. Al centro di questo Vangelo quindi c’è la “Presenza di Dio” che, motiva le azioni, le parole, i movimenti,  le cose… che avvengono nel testo. Oggi non c’è più un tempio unico della Presenza di Dio, ma ciascuno di noi è tempio dello Spirito santo!. Il cammino quaresimale è innanzitutto in noi stessi, dentro di noi siamo chiamati a compiere questo pellegrinaggio verso la presenza di Dio. La Chiesa ne è il tempio in quanto non edificio materiale, ma spirituale: adorerete Dio in Spirito e verità, aveva detto Gesù alla donna samaritana. Perciò la reale Shekinah, luogo della Presenza di Dio, è dentro di noi come parte di un tempio più grande che è la Chiesa.

Perciò vale la pena, in tutto l’ “andirivieni” del “tempio”, il caos che vi ruota intorno: cercare, trovare e far trovare la Presenza di Dio! Come, ogni giorno, compio questo pellegrinaggio interiore personale ed ecclesiale, di ricerca della Presenza di Dio? Prima di cominciare a pregare, penso che: incontrerò il Signore?

 

IL “MERCATISMO” DELLA RELIGIONE

In quelle bancarelle del tempio di Gerusalemme, si vendevano gli animali per il sacrificio rituale: le persone compravano l’animale, il ricavato andava in parte ai venditori ed in parte ai sacerdoti del tempio e, nel santuario l’animale veniva sacrificato. Cristo si scaglia contro questa prassi per un doppio scopo: il primo spirituale e teologico, il secondo meramente umano.

Il primo motivo verrà compreso dai suoi discepoli solo dopo la sua passione morte e resurrezione. L’unico sacrificio che salva è quello di Cristo in Croce e si ottiene gratuitamente senza nulla pagare o restituire a Dio. L’Evangelista Giovanni evidentemente ricorda alla comunità cristiana del primo secolo che la grazia di Dio è gratis, che il “pagamento” per il nostro riscatto dal peccato e della morte lo ha già fatto Dio Padre e, che, non c’è nessun animale sacrificato ma il Figlio unigenito del Padre che ha dato la sua vita per noi. In una religiosità naturale, che è tentazione dell’uomo di fede, si offre a Dio per ricevere qualcosa sia anche il perdono; nella vita in Cristo  non dobbiamo niente a Dio ma è Lui e per grazia ci dona il perdono ed il suo Regno… Lui è a disposizione: sta a noi abbracciare la sua Presenza. Sono consapevole che la tentazione di una religiosità naturale sempre imperversa? Che le nostre domande e crisi di fede spesso sono su questo ordine di idee: perché Dio ha fatto questo nonostante ciò…? Dopo l’illuminismo che nonostante tante risorse negative ha portato in alcuni frangeti di pensiero alla negazione di Dio, è avvenuto il “mercatismo”: non si fa più niente per niente, l’uomo fa solo ciò che lo realizza, ci si convince che non è così ma che di fatto il do tu des è imperante nell’uomo occidentale. Siamo chiamati a riscoprire le parole valori propri del vangelo: gratuità, servizio, vocazione, tolleranza, il dono.

 

Sul livello sociale spesso le nostre Chiese si sono accollate richieste esterne ad esse che, mascherandosi da cristianesimo, traggono profitto (di qualsiasi genere) all’interno della comunità stessa. Bisogna riscoprire che il valore supremo della comunità è la GRATUITA’, in cui nessuno può trarne vantaggio o profitto di alcun genere tanto meno denaroso. Si impone la scelta: o Dio o mammona! Bisogna denunciare e combattere nelle nostre parrocchie quelle situazioni ormai stagnanti da tempo in cui si riscuote un profitto. La comunità parrocchiale resta e rimane NO PROFIT! Ciò che entra nelle offerte serve per il pagamento delle utenze, la manutenzione e l’aiuto ai poveri! Il discorso non scende così in basso, ma anzi diventa così concreto perché la Chiesa gioca su questo la sua Credibilità evangelica nei confronti del mondo. Fare i propri interessi e quelli degli altri nella Chiesa, utilizzandola pensando a scopo positivo, non è comunque evangelico! Lo zelo per la tua casa mi divora: è la denuncia rimproverante di Gesù verso il Tempio di Dio oggi che è la sua Chiesa! Preferisco una chiesa povera vicina ai poveri, così esortava Papa Francesco… Preghiamo per la Chiesa, la nostra comunità affinché non si lasci andare al compromesso evangelicamente sterile dei conti e dei tornaconti!

Tornare alla credibilità è tornare alla grazia di Dio gratuita, che non si vende né entra in compromessi economici seppur con giustificate finalizzazioni… Il Corpo di Cristo è la sua presenza di Risorto, l’unica grande realtà per cui ne vale la pena camminare.

LA PREGHIERA CHE CAMBIA LA VITA

LA PREGHIERA CHE CAMBIA LA VITA

23. febbraio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 25 FEBBRAIO 2018 – IIa DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo  Mc 9,2-10

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

PIETRO CHE COSA TI ASPETTI DALLA PREGHIERA INSIEME A GESÙ?

Pietro contento, insieme ai discepoli chiamati a fare le esperienze più particolari con Gesù – Giacomo e Giovanni – sale sul Tàbor… Sicuramente Gesù avrà più volte pregato con i suoi apostoli, ma stavolta succede una cosa eclatante, potremmo dire anche un po’ traumatica, tanto che caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore; il testo in greco dice che: svennero, persero i sensi dalla paura. Perché? Perché Egli fu trasfigurato davanti a loro, cosa significa, cosa hanno visto che li ha così tanto spaventati? Perché il “mistero” di Dio, che tanto è ambito dagli uomini con dei segni, spaventa? Pietro risponderebbe che ha visto Gesù trasfigurato – verbo al passivo – da Qualcun altro, dal Padre! Trentanni dopo Pietro rievocherà questo momento chiamandolo: spettacoli della grandezza di Lui.  Sarà il testamento di Pietro – nella sua seconda lettera – alla comunità di Roma: questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo!

Una esperienza vissuta nella preghiera che diventa una visione fortemente soprannaturale in cui i cinque sensi non reggono perché neanche contano più. La preghiera vera non è aspettarsi delle sensazioni fisiche o delle veggenze particolari. Ma è fare esperienza della vita di Dio nella mia vita: esperienza del Dio creatore, onnipotente, redentore nella mia storia.

Anche noi come Pietro saliamo sul monte della trasfigurazione che è la preghiera: esperienza soprannaturale quanto umana, della mia vita che si incontra con quella di Dio!

 

 

LA TRASFIGURAZIONE: “METAMORFOSI”

I termini che usa l’evangelista – brillò come il sole, le vesti candide… – non riescono ad esprimere questa trasfigurazione che anche in italiano – “trasfigurazione” – non rende come parola…Il greco usa una parola che in italiano rende di più: metamorfosi, che significa: trasformazione chimica, fisica, morale, psicologica, ecc… una vita che muta in qualche altra cosa. Ma la preghiera è capace di tale cosa? Sì, quando si sale sul “monte” faticoso e bello della preghiera stessa. L’incontro della NATURA umana che si incontra con il MISTERO DIVINO, trasfigura! Cambia la vita! Fa vedere poi le cose in modo diverso, e Gesù si trasfigura per annunciare in qualche modo anche la sua resurrezione. Ma ci crediamo che la preghiera concentrata, fatta con la mente e con cuore e anche col corpo: muta il nostro essere e gli dona i poteri di Dio, i poteri dell’Amore? Che cosa mi dice la parola “preghiera”? Che esperienza faccio di Dio nella preghiera? E tu, cosa desideri da Dio nella preghiera? Cos’è per te “preghiera autentica”?

Gesù e gli apostoli in questa grande visione gli appaiono due figure dal “regno dei morti” – anzi dal regno di Dio – Mosè ed Elìa che portano con la loro presenza tre messaggi profetici molto forti agli apostoli presenti con Gesù:

  1. La morte del credente è una metamorfosi, la natura umana si trasforma nel mistero di Dio;
  2. Gesù è veramente il Messia tanto atteso nei secoli: annunciato dall’antica alleanza di Mosè ed Israele e proclamato con forza dai profeti ed il primo ne du Elìa;
  • Mosè ed Elìa, due persone che fanno per loro disponibilità un’esperienza meravigliosa della Presenza di Dio nella loro vita normale e indegna tanto più disinteressa.

 

 

PIETRO, COSA HAI PENSATO QUANDO HAI VISTO MOSÈ ED ELÌA?

Erano morti! Ma parlavano con Gesù… Mosè ed Elìa i cardini del fondamento di tutta la religiosità ebraica. Pietro viveva da ebreo questa dissidenza di Gesù dalla vita rituale e religiosa del Tempio, sapeva che l’anticonformismo religioso si Gesù non stava bene a molti scribi e farisei… Si sarà chiesto Pietro, come anche volte spesso noi: ma questo Gesù Cristo, che si è detto Messia, creduto come Vero Dio e Vero uomo, è una esperienza autentica oppure frutto solo di rivoluzionarismo religioso e poi nella chiesa come impalcatura umana? Quello che Gesù di Nazareth ha detto ed ha fatto è soltanto qualcosa di valido per gli abitanti di 2000 anni fa circa oppure è un messaggio certo e fondamentale per chi vuole seguire Dio? L’esperienza con Gesù è privata almeno solo di gruppo oppure riguarda un popolo? La presenza di Mosè ed Elìa testimoniano a Pietro e gli altri che Gesù di Nazareth, la persona di cui loro stavano facendo esperienza è l’ebraismo vero, quello essenziale. La realtà che questi due personaggi vengono a testimoniare è che ad essere dissidente con la religione non era Gesù, ma i dottori del tempio invece erano ormai diventati dissidenti con Dio! Dissidenti con Dio e diffidenti con le antiche profezie. La fede riguardava le loro pratiche private che li faceva sentire bene, non era più un fatto di popolo… Gesù riporta la Presenza di Dio al centro dell’ebraismo, Lui è il Messia, il Figlio di Dio certificato! E l’esperienza di fede ebraica e poi cristiana, non è esperienza privata ma di popolo, di comunità! La fede non è per star bene noi e la nostra famiglia e basta, ma esperienza interiore forte cercata e ricercata, anche nel dolore. La profezia antica che Vangelo – per noi oggi che qui preghiamo e meditiamo – è esperienza base e siamo diffidenti e dissidenti con ciò che è scritto sul Vangelo? La fede di Pietro gli fa capire che Dio si rivela in Cristo: il vangelo è per me la Rivelazione di dio in Cristo, oppure solo un testo sapienziale antico per certe cose anche passate? La verità rivelata da Dio, anche se la rivelazione profetica è antica, è sempre valida. Almeno perché Dio è sempre lo stesso e l’ultimo profeta è Giovanni il Battista!

 

PIETRO, COSA HAI SENTITO DURANTE LA PREGHIERA?

Si sente dalla nube una voce: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!. La comunione con Gesù, l’esperienza del mistero di Dio che trasforma la NATURA UMANA con il MISTERO DI DIO parte dall’ascolto: l’ascolto della sua Parola. In essa c’è un messaggio di Dio per me, per chi mi sta intorno, per la mia comunità, la mia famiglia. Allora l’incontro con Dio che prima spaventava diventa avvincente: facciamo delle tende – dice Pietro – preso dalla gioia dell’incontro naturale fatto con il mistero divino.

L’esperienza della voce di Dio, che parla nell’intimo dei cuori, non è possibile se non si vive un rapporto con “Gesù quotidiano” e la Presenza di Cristo risorto nella celebrazione eucaristica domenicale! Tutto diventa relativo senza la “voce di Dio”! Tutto entra sotto l’egida del: secondo me… se me la sento… a mi vedere, a mio avviso… La voce di Dio è Dogma! E’ rivelata sul vangelo e si infrange nell’eco delle nostre orecchie per entrare con la ragione nel nostro cuore… Pietro esce da una religiosità discussa e discutibile ebraica del tempo, del Tempio e della sinagoga ed oggi, e adesso, entra in un altro rapporto, si accorge che: Dio parla! Dio parla…

L’esperienza dell’ascolto diventa esperienza dell’obbedienza: dal latino ob-audire, ascoltare da sotto. Noi, da sotto il “cielo”, ascoltiamo la Parola di Dio, la sua Profezia imperitura: Dio non cambia idea! La voce di Dio è una voce reale, ma dobbiamo entrare in contatto, anzi meglio, in comunione con Lui.

Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazareth per parlarci e salvarci. La “storia” di Cristo – vero Dio e vero uomo – che è scritta sui vangeli e testimoniata specialmente nel Nuovo Testamento, non è lettera antica e morta; ma siccome sono gesti e detti del Dio fattosi uomo, valgono sempre! Pietro questo ha capito ed accettato con umiltà: questa obbedienza a Dio, questo ascoltarlo da “sotto”! Cosa è il Vangelo per te – con tutto ciò che ha fatto Gesù vero Dio e vero uomo – profezia perenne perché divina o lettera morta? Accetti che la Rivelazione di Dio da delle verità a cui obbedire, a cui non si può prescindere e per cui non si può discutere? Sei aperto a questa ricerca della Sua “voce”?

 

PIETRO COME TI SEI SENTITO DOPO QUESTA ESPERIENZA SPIRITUALE E ILLUMINANTE?

Eravamo come in “catalessi ormai”, come se fossimo in uno spazio e tempo non più definiti, alla fine Gesù si avvicinò e, toccatici, disse: Alzatevi e non temete. Gesù ci ha come risvegliato da quello stato di ebbrezza interiore, ci ha toccati! Si è avvicinato e ci ha toccati! Come lo abbiamo visto trasfigurato, lo abbiamo visto Dio – direbbe Pietro – così quel uomo che abbiamo capito essere vero Dio: si è avvicinato e ci ha toccati! Dopo la preghiera autentica si fa esperienza che Gesù si è avvicinato e ti ha toccato! Non è solo il “tocco” fisico di Gesù di Nazareth, di un uomo, ma è l’avvicinarsi ed il tocco di Dio! Cosi come i sacramenti della Chiesa – custode dello Spirito di Cristo – e in primis la celebrazione eucaristica domenicale, non sono il tocco solo di un rito e della chiesa: ma l’avvicinarsi e il tocco di Dio! Vivi i sacramenti – la celebrazione eucaristica domenicale in primis – come l’avvicinarsi ed il tocco di Dio?

 

Paolo VI, chiamato ad essere “Pietro” della Chiesa…

Ora quanto io vedo con gli occhi, mi dà la definizione completa del Signore? I tre Apostoli sono rimasti a fissare la visione: ed hanno notato la trasparenza: nella persona di Gesù c’è un’altra vita, c’è un’altra  natura: oltre quella umana, la natura divina.

Gesù è un tabernacolo in movimento: è l’Uomo che porta dentro di Sé l’ampiezza del Cielo; è il Figlio di Dio fatto uomo; è il miracolo che passa sui sentieri della nostra terra. Gesù è davvero l’Unico, il Buono, il Santo. Se lo avessimo ad incontrare anche noi; se fossimo così privilegiati come Pietro, Giacomo e Giovanni.

Orbene, questa fortuna figlioli miei, l’avremo. Non sarà sensibile come nella Trasfigurazione luminosa, che ha colpito la vista e la mente degli Apostoli; ma la sua realtà sarà largita anche a noi, oggi. Occorre saper trasfigurare, attraverso lo sguardo della fede, i segni con cui il Signore si presenta a noi; non per alimentare la nostra fantasia profilandoci un mito, un fantasma, l’immaginazione. No: ma per contemplare la realtà, il mistero, ciò che veramente è…

Io vi dico, con la Parola di Pietro, che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Pensate a questo: lasciate che tali parole si colpiscano nelle vostre anime. Credete alla realtà ch’esse intendono trasmettere dentro di voi. E sappiate che non si tratta di un suono che passa e si spegne; non di cosa esteriore, che poco interessa. Senta ognuno e ripeta: è la mia vita, è il mio destino, è la mia definizione, giacché anch’io sono cristiano, anch’io sono figlio di Dio. La Rivelazione di Gesù svela a me stesso ciò che io sono. E’ qui l’inizio della beatitudine, il destino soprannaturale, già ora inaugurato e attivo nel nostro essere. (Paolo VI, 14 Marzo 1965).

LA SCELTA: LA SPINTA DELLO SPIRITO DI DIO  OPPURE LA TENTAZIONE DEL MALE

LA SCELTA: LA SPINTA DELLO SPIRITO DI DIO OPPURE LA TENTAZIONE DEL MALE

15. febbraio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 18 FEBBRAIO 2018 – Ia DI QUARESIMA (b)

 

Vangelo   Mc 1,12-15

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

LA SPINTA DELLO SPIRITO

Gesù era da poco stato Battezzato nel fiume da Giovanni il Battista, che vide lo Spirito scendere su d Lui come colomba… Il fatto che Gesù sia figlio di Dio gli da questa connotazione: Lui fa la volontà del Padre, perciò è lo Spirito che lo guida. Gesù sa che la sua realizzazione e la sua conseguente missione sono guidate dallo Spirito, consacrate da Dio. La via di Gesù di Nazareth è tutta dedicata a Dio – come lo sarà anche per i suoi discepoli – e realizzata nella piena umanità.

Anche noi,  figli di Dio nel Figlio Gesù Cristo, siamo chiamati ad essere condotti dallo Spirito… San Paolo ai Romani (capitolo 8,14-15) lo aveva ben sintetizzato: Poiché tutti quelli che sono condotti (o guidati) dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Voi infatti non avete ricevuto uno spirito di schiavitú per cadere nuovamente nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione per il quale gridiamo: «Abba, Padre» Lo Spirito stesso rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio.

La contrapposizione Cristo contro Satana, nel cristiano, diventa una scelta fondamentale: o viviamo da figli di Dio oppure restiamo schiavi… Lo Spirito di Dio conduce, spinge nella e con la Libertà, la tentazione di satana invece dal di dentro dell’uomo vuole schiavizzarci. La Quaresima è tempo di grazia nel deserto dell’anima per poter comprendere questa differenza: o scegliamo di essere spinti da Dio con lo Spirito santo, oppure scegliamo di lasciarci andare dalla tentazione che viene dal di dentro dell’uomo; la scoperta in questo versante è che lasciarci spingere, condurre dallo Spirito di Dio ci rende figli e quindi liberi, il contrario ci lascia alle schiavitù dettate dal termine “tentazione”. La spinta dello Spirito viene dalla volontà Dio, la tentazione viene dentro l’uomo.

Siamo chiamati a seguire Cristo nel deserto, nel silenzio, lasciando sicurezze e quant’altro per riscoprire che c’è lo Spirito che ci spinge, ci guida e perciò siamo chiamati a fidarci di Dio, qualunque cosa succeda… Questo scoprirci figli di Dio ci fa comprendere che dal Battesimo la nostra vita è consacrata a Lui, la tentazione viene dalle voglie umane che ci rendono schiavi. Solo nel tempo di deserto scopriamo di essere schiavi: di cosa o di chi…

 

IL TEMPO E’ COMPIUTO

Una frase in cui Gesù vuole dire tanto… Il tempo è compiuto, è colmo, è maturo per ricevere la presenza del Regno di Dio. Il Regno di Dio – senza tempo perché eterno – irrompe nel regno dell’uomo – che è determinato – e dargli un’altra connotazione. Cosicché il cristiano non è più “schiavo” del tempo, ma vive il tempo in modo diverso da chi cristiano non è! Come vivo io il rapporto con il tempo che passa?

Il tempo è compiuto significa urgenza: non c’è più tempo, bisogna convertirsi e credere, bisogna evangelizzare… Testimoniare Cristo come se fosse l’ultimo giorno della storia dell’umanità: perché questo urge prima di tante altre chiacchiere… Noi siamo nel tempo ultimo: tra la resurrezione e Pentecoste e, la fine dei tempi del ritorno del Signore dalla gloria che non sappiamo quando avverrà: ogni ora, ogni minuto è prezioso per prendere coscienza che il Regno di Dio è vicino  e testimoniarlo agli altri. Mi accorgo della preziosità del tempo da dedicare a Dio e a testimoniare il Vangelo? Questa è l’ora giusta, questo il momento di scegliere ancora per il Vangelo!

 

IL REGNO DI DIO è VICINO

Il  Regno di Dio non è di questo mondo, ma con la venuta di Cristo vero uomo e vero Dio, irrompe nella storia dell’umanità. Il Regno di Dio non è soltanto vicino, ma è realtà che ha raggiunto gli uomini, che li raggiunge ma che, spesso, non se ne accorgono. Il Regno misterioso di Dio ha penetrato l’umanità nel tempo e nello spazio. Cristo ci ha lasciato lo Spirito santo per poterlo accogliere ed entrarci: la comunità cristiana, la Parola di Dio, i Sacramenti sono il Regno di Dio in mezzo agli uomini, Dio si fa presente per amore nella vita degli uomini così gli uomini sono chiamati ad amare il mondo per trasmettere questo Regno. Un Regno di Amore, non emozionale o sentimentale, quanto invece concreto: il Vangelo è questa lettera scritta e vissuta dell’Amore di Dio, per questo, per questo siamo chiamati a vivere il Vangelo, a chiederci: Gesù cosa ne pensa…? Il Vangelo cosa mi dice…? Il Regno di Dio vicino e irrompente nell’umanità annuncia perciò che: il Mistero divino si è reso accessibile e che si incarna nella testimonianza di un amore concreto. Ma perché rimaniamo spesso a distanza da questo Regno di Dio vicino? Cosa dobbiamo fare?

 

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Convertitevi, conversione: una parola dal duplice significato biblico.

Innanzitutto conversione dall’ebraico shub: tornare all’alleanza con Dio. La fede non è la nostra scelta nel credere in Dio o no, nel credere in uno o nell’altro dio; quanto invece è Dio che ci chiama a fare alleanza con Lui e la fede ne è la risposta positiva. Vivere un’alleanza con Dio è cosa personale ma anche di popolo, individuale ma anche comunitaria. Se il Regno è di Dio: è importante oppure no stipulare o progredire un’alleanza con Lui? Spesso diciamo di credere in Dio, lo professiamo, ma viviamo non da alleati, non da credenti ma da utenti… Se riconosciamo la presenza di Dio, a Dio spetta tutta la dignità e l’autorevolezza, nonché la fiducia, che la parola “Dio” richieda anzi esiga…

Conversione dal greco metànoia: tornare in se stessi. Accogliere Dio e abbracciarne la sua presenza ci fa ritrovare l’umanità che è in noi, dice a noi stessi chi siamo noi e chi è il mio prossimo… Il Vangelo è Rivelazione di Dio ma allo stesso tempo rivelazione dell’umanità vera! E’ profezia all’umanità! Convertirsi al Vangelo è sperimentare la Presenza di Dio nella nostra vita e avere dentro di noi i valori che il Vangelo stesso ci propone. Il Vangelo è chiaro, semplice, lucido nei valori cosiddetti cristiani, da cui spesso la società di discosta perché pensa di trovare l’umanesimo altrove! Il Vangelo ci dice: che cosa ci sta succedendo… Ma chi meglio di Dio – che ci ha creati e si è fatto uomo – sa dirci cosa è vero bene o vero male nelle scelte piccole e grandi della nostra vita?

Il tempo è “compiuto”: seguitemi!

Il tempo è “compiuto”: seguitemi!

23. gennaio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 21 GENNAIO 2018 – III DEL TEMPO ORDINARIO (b)

 

Vangelo  Mc 1, 14-20

Dal vangelo secondo Marco

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 

LA MISSIONE DI GESU’, LA MISSIONE DI OGNI CRISTIANO…

Finisce la missione di Giovanni Battista, che chiude la porta alle antiche profezie e, giunge il tempo messianico, il tempo in cui Dio in Gesù Cristo, si fa incontrare dagli uomini. Gesù Messia, Maestro, Cristo: comincia e continua la sua missione nella vita quotidiana: camminando, proclamando una buona novella – il Vangelo – la Buona notizia.

L’Evangelista Marco, figlio di Maria la titolare del cenacolo, presso Roma, ha scritto il suo Vangelo, ascoltando le testimonianze di Pietro, nel 50-60 d.C.;  proprio vivendo una Chiesa in movimento nell’evangelizzare, nonostante le persecuzioni… Una Chiesa in continuo cammino che come il suo Maestro e Signore portava agli uomini di quel tempo la Buona notizia, il Vangelo di Gesù Cristo. Come se anche l’evangelista vuole dire alla sua comunità cristiana di non stare fermi, ma nel contatto tu per tu con le persone – come faceva Gesù – di testimoniare il Vangelo. Una missione che anche per noi oggi continua nell’incontro con chi è fuori dalla “vigna del Signore”…

Quanto mi sento missionario o missionaria del Vangelo di Gesù Cristo alle persone che incontro?

 

IL TEMPO E’ COMPIUTO

Una frase in cui Gesù vuole dire tanto… Il tempo è compiuto, è colmo, è maturo per ricevere la presenza del Regno di Dio. Il Regno di Dio – senza tempo perché eterno – irrompe nel regno dell’uomo – che è determinato – e dargli un’altra connotazione. Cosicché il cristiano non è più “schiavo” del tempo, ma vive il tempo in modo diverso da chi cristiano non è! Come vivo io il rapporto con il tempo che passa?

Il tempo è compiuto significa urgenza: non c’è più tempo, bisogna convertirsi e credere, bisogna evangelizzare… Testimoniare Cristo come se fosse l’ultimo giorno della storia dell’umanità: perché questo urge prima di tante altre chiacchiere… Noi siamo nel tempo ultimo: tra la resurrezione e Pentecoste e, la fine dei tempi del ritorno del Signore dalla gloria che non sappiamo quando avverrà: ogni ora, ogni minuto è prezioso per prendere coscienza che il Regno di Dio è vicino  e testimoniarlo agli altri. Mi accorgo della preziosità del tempo da dedicare a Dio e a testimoniare il Vangelo? Questa è l’ora giusta, questo il momento di scegliere ancora per il Vangelo!

 

IL REGNO DI DIO è VICINO

Il  Regno di Dio non è di questo mondo, ma con la venuta di Cristo vero uomo e vero Dio, irrompe nella storia dell’umanità. Il Regno di Dio non è soltanto vicino, ma è realtà che ha raggiunto gli uomini, che li raggiunge ma che, spesso, non se ne accorgono. Il Regno misterioso di Dio ha penetrato l’umanità nel tempo e nello spazio. Cristo ci ha lasciato lo Spirito santo per poterlo accogliere ed entrarci: la comunità cristiana, la Parola di Dio, i Sacramenti sono il Regno di Dio in mezzo agli uomini, Dio si fa presente per amore nella vita degli uomini così gli uomini sono chiamati ad amare il mondo per trasmettere questo Regno. Un Regno di Amore, non emozionale o sentimentale, quanto invece concreto: il Vangelo è questa lettera scritta e vissuta dell’Amore di Dio, per questo, per questo siamo chiamati a vivere il Vangelo, a chiederci: Gesù cosa ne pensa…? Il Vangelo cosa mi dice…? Il Regno di Dio vicino e irrompente nell’umanità annuncia perciò che: il Mistero divino si è reso accessibile e che si incarna nella testimonianza di un amore concreto. Ma perché rimaniamo spesso a distanza da questo Regno di Dio vicino? Cosa dobbiamo fare?

 

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Convertitevi, conversione: una parola dal duplice significato biblico.

Innanzitutto conversione dall’ebraico shub: tornare all’alleanza con Dio. La fede non è la nostra scelta nel credere in Dio o no, nel credere in uno o nell’altro dio; quanto invece è Dio che ci chiama a fare alleanza con Lui e la fede ne è la risposta positiva. Vivere un’alleanza con Dio è cosa personale ma anche di popolo, individuale ma anche comunitaria. Se il Regno è di Dio: è importante oppure no stipulare o progredire un’alleanza con Lui? Spesso diciamo di credere in Dio, lo professiamo, ma viviamo non da alleati, non da credenti ma da utenti… Se riconosciamo la presenza di Dio, a Dio spetta tutta la dignità e l’autorevolezza, nonché la fiducia, che la parola “Dio” richieda anzi esiga…

Conversione dal greco metànoia: tornare in se stessi. Accogliere Dio e abbracciarne la sua presenza ci fa ritrovare l’umanità che è in noi, dice a noi stessi chi siamo noi e chi è il mio prossimo… Il Vangelo è Rivelazione di Dio ma allo stesso tempo rivelazione dell’umanità vera! E’ profezia all’umanità! Convertirsi al Vangelo è sperimentare la Presenza di Dio nella nostra vita e avere dentro di noi i valori che il Vangelo stesso ci propone. Il Vangelo è chiaro, semplice, lucido nei valori cosiddetti cristiani, da cui spesso la società di discosta perché pensa di trovare l’umanesimo altrove! Il Vangelo ci dice: che cosa ci sta succedendo… Ma chi meglio di Dio – che ci ha creati e si è fatto uomo – sa dirci cosa è vero bene o vero male nelle scelte piccole e grandi della nostra vita?

 

SEGUITEMI, LASCIARONO LE RETI E… LO SEGUIRONO

Questa introduzione di Marco di fa carne, si compie concretamente nella chiamata ai discepoli. Cristo prende iniziativa, Cristo ti dice: seguimi! L’iniziativa è sua, a noi sta la risposta. Seguitemi al plurale perché Cristo è presente nella comunità, dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono li in mezzo a loro… La domanda è secca ed esplicita, non richiede tempi di riflessione o calcoli se non fidarsi di Lui, fidarsi di Dio. Non dice dove seguirlo ma di cominciare, o continuare, a seguirlo. L’uomo occidentale di oggi vorrebbe sapere dove va… verso dove è diretto… quanto costa in termini di tempo o di spazio… Ma la richiesta di Gesù è cominciare in qualche modo a stargli dietro e poi le cose, come per i discepoli del Vangelo, vengono da se come Dio di volta in volta si presenta. Quante volte diciamo: vorrei fare questo o quello, ma è ciò che vuole Dio? Tu comincia a seguirlo sul serio e la sua “vocazione” si dispiega davanti a noi concretamente nel tempo che è ormai vissuto come tempo di grazia e per grazia.

Lasciarono tutto e lo seguirono… Immaginiamo i primi discepoli che pescatori si ritrovano con le loro famiglie a seguire Gesù… La sequela del cristiano, se la fede è vera, è radicale; progressiva ma radicale. Bisogna lasciare qualcosa o qualcuno per seguirlo! In cosa credo in Signore mi stia chiedendo di seguirlo? Cosa devo lasciare per seguirlo seriamente?

I discepoli del Vangelo ci testimoniano questa radicalità della sequela, perché hanno fiducia che la vita con Cristo è vita felice e vissuta in pienezza. Ma quanto difficile è essere radicali nella scelta? E… perché?

Seguire Cristo, Maestro di vita

Seguire Cristo, Maestro di vita

11. gennaio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 14 GENNAIO 2018 – II DEL TEMPO ORDINARIO (B)

 

Vangelo  Gv 1,35-42

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbi – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui: erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.

 

LO SGUARDO

L’Evangelista sembra dare allo “sguardo” un movimento dell’anima verso Cristo e viceversa; come se Giovanni che scrive il Vangelo, abbia voluto dire alla sua comunità – e riecheggia per noi – quello che è scritto nel Salmo 26,8: di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco.  Anzi, questo versetto del salmista potrebbe diventare la nostra preghiera incessante, che sgorga dal cuore seguendo i suoi battiti e la nostra respirazione, che scaturisce da questo Vangelo: il tuo volto, Signore, io cerco. Giovanni Battista fissa lo sguardo di Gesù, Gesù osservò essi che lo seguivano, e li invita a venire e vedere; poi Gesù fissò lo sguardo su Simone. Questi sguardi che fissano, che osservano, che scoprono: sono condizioni essenziali umane nel rapporto con Dio e con il prossimo. Lo sguardo, spesso, dice più di tante parole; è sullo sguardo, con gli occhi del cuore e della fede, che siamo chiamati a vedere, osservare, fissare, quello che ci succede intorno, per trasfigurarlo dentro di noi e vederlo con gli occhi di credente, come il Battista. L’uomo, come per il Battista, deve fissare lo sguardo – cioè fermarsi alquanto e rimanere in uno stato di osservazione e adorazione – sulla Presenza di Dio nella propria vita, per accorgersi che Dio è presente! Se nell’antico testamento l’uomo non poteva vedere lo sguardo di Dio e rimanere vivo, in questo brano Dio si mostra in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Giovanni il Battista vede un “vero uomo”, ma il cuore e la fede gli fanno vedere in quel volto, in Gesù di Nazareth: il vero Dio. Dio finalmente si mostra, ma non come nell’antico testamento con teofanie e segni grandiosi quanto “scenografici”, invece si mostra nel volto di Cristo. Dio si fa vedere, si fa incontrare ma, senza uno sguardo che osserva e fissa, è difficile se non impossibile vederlo presente nell’umanità. Fermatevi! Osservate! Gustate e vedete quanto è bello (buono) il Signore (Sal 33,9). Quei discepoli del Battista lo avevano capito, ascoltano Giovanni e mettono in pratica Isaia (55,6): cercate il Signore mentre si fa trovare. Perché Dio, se lo cerchiamo, si fa trovare, ci fa vedere “dove abita” e comprendiamo allora di essere beati, di essere felici: beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi (Sal 83,5)!

 

ECCO L’AGNELLO DI DIO

Già nel brano precedente a questo Giovanni aveva indicato annunciando Gesù al mondo: ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! Una frase originale per venire da un ebreo quanto eloquente che: Lui porta su di se i nostri peccati per espiarli, per perdonarci. Chi ottiene oggi la sua misericordia? Chi si vuole accorgere di Lui, lo cerca e lo segue… Nella celebrazione eucaristica  il sacerdote – come il Battista – elevando l’Ostia consacrata lo mostra: ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo. Oggi, la sua presenza reale, da adorare, da fissare, da osservare: è qui, nell’Eucaristia! Da qui traiamo la forza dal cuore per riconoscerlo presente nella nostra vita e seguirlo, da qui riceviamo la misericordia sconfinata di Dio, perché: eterna è la sua misericordia, come recita il Salmo 35 al versetto 1, il salmo della pasqua dell’agnello ebraico che profetizza il vero agnello pasquale che è Cristo.

 

VENITE E VEDRETE: L’ATTO DI FEDE

La fede è ricerca, è dubbio, è aspirazione a trovare la Presenza misteriosa ma concreta di Dio; la fede è risposta a Dio che si mostra ma allo stesso tempo domanda a Dio di mostrarsi sempre di più… Un vangelo enigmatico fatto di domande che la fede stessa ci pone, domande su cui soffermarci tanto, tanto e vederne le diverse sfaccettature e questioni che ci pongono: che cosa cercate? Domanda Gesù. I discepoli rispondono con un’altra domanda: dove dimori? Una domanda esistenziale, la prima, che Dio rivolge a noi: che cosa cercate? Perché mi seguite? Quale è il senso della tua vita? Perché andiamo in Chiesa? Perché prego…? Quali le motivazioni profonde della mia vita e della mia fede… E possiamo coniugare questa domanda, riflettendoci, in tanti altri modi.

La seconda la domanda che è una preghiera da rivolgere a Dio affinché si mostri, si riveli nella nostra vita: dove dimori? Dio, dove sei? Dove posso trovarti? Mostrati Signore, manifestati!… E in quanti altri modi possiamo porre a Dio questa richiesta!

La risposta è un atto di fede: Gesù non dice ai seguaci il posto ma gli chiede di seguirlo e basta, dove, non lo sanno. Venite e vedrete: dice un movimento, dice scelte concrete, dice camminare fisicamente forse anche tanto e stancarsi, dice lasciare qualcosa a qualcuno dietro, dice movimento concreto e movimento dell’anima, dice: lasciati andare e segui Dio!

 

 

SIMON PIETRO

Gesù onniveggente, fissa lo sguardo su Simone, lo vede dentro: Dio ci vede anche dentro, fissa lo sguardo laddove pensiamo che siamo soli e nel segreto, Lui vede tutto! Vede che Simone, quel semplice pescatore di Cafarnao, diventerà Cèfa, la Pietra su cui fonderà la sua Chiesa. Simone al momento sicuramente non avrà capito, dopo qualche mese Gesù sarà più chiaro… Gesù lo fissa e lo chiama. Dio non guarda dentro con occhio di giudizio, ma con una prospettiva di comprensione e di vocazione.

Non cambia il nome a Simone, ma aggiunge il nome Pietro. Dio non viene a cambiare la nostra vita chiedendoci chissà quale sacrificio difficile e inattuabile, quanto invece seguirlo viene ad aggiungere… Il nome nella cultura ebraica dice l’essenza della persona, la sua storia, il suo carattere, le sue aspirazioni, il suo temperamento, le sue tendenze… Dio ci chiama per nome, così come siamo! Così gli andiamo bene, così gli piacciamo… il resto lo cambieremo noi secondo noi stessi cammin facendo dietro di Lui, perché la vita è in continua mutazione… Dio aggiunge un “di più” alla nostra esistenza, gli da una consistenza forte, quella della pietra, della roccia; cosicché per coloro che vivono intorno a noi diventiamo, in nome di Dio, una roccia su cui ancorarci, diventiamo una “pietra” forte che da sicurezza e quindi consolazione e affidamento in Dio! Simon Pietro è segno e modello della nostra chiamata a seguire Cristo nella fede, a provare – nonostante i dubbi, le incertezze e, le nostre negatività – che Dio scrive dritto sulle righe storte degli uomini…

Questo Vangelo ci sprona a fermarci ad osservare, guardare, fissare la nostra vita a Dio e, poi, metterci con fiducia in cammino dietro di Lui per vie che non conosciamo. Egli non sconvolge la nostra vita quanto invece aggiunge la fortezza della fede per viverla con un senso.

Gesù, vero Dio e vero uomo, fa che sia Tu il nostro Maestro di vita!

Tutto passa, Dio resta

Tutto passa, Dio resta

1. dicembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 3 DICEMBRE 2017 – PRIMA DI AVVENTO (B)

Vangelo  Mc 13, 33-37

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Iniziamo un nuovo anno liturgico
Iniziamo con il tempo di Avvento un nuovo anno liturgico in cui ci accompagnerà il vangelo di Marco; il brano evangelico che apre il ciclo in preparazione al Natale del Signore in questo Anno B è la conclusione del capitolo 13 (vv. 33-37), la piccola apocalisse di Marco, in cui predomina il termine vegliare. Il testo ha degli agganci con il racconto della passione che segue subito dopo (Mc 14), e chiude un discorso con chiari riferimento all’apocalittica giudaica (in particolare al testo di Daniele), ma anche a temi importanti in questo vangelo; vi ritroviamo in particolare la Cristologia di Marco, con l’utilizzo del titolo Figlio dell’uomo.
Come sempre l’Avvento, che ci prepara alla celebrazione e sul ricordo della venuta nella carne di Gesù, inizia il percorso con uno sguardo verso il futuro, ossia verso la venuta gloria del Cristo risorto alla fine dei tempi; solo con la seconda domenica di Avvento lo sguardo si pone all’interno della storia, con i testi relativi a Giovanni il Precursore.
L’invito pressante rivoltoci in questa prima domenica è allora quello di vegliare, perché “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32).

Fate attenzione, vegliate…

Siamo alla conclusione del discorso escatologico che nel vangelo di Marco occupa tutto il capitolo 13; esso inizia al v. 5 dove Gesù risponde alla domanda di un piccolo gruppo di discepoli (vedi Mc 13,3-4); l’esortazione finale però, come vedremo al v. 37, è valida per ogni discepoli di Cristo.
Non prendiamo in considerazione tutto il discorso ma solo questi versetti finali in cui predomina l’imperativo vegliate (gregoreite), ripreso praticamente ad ogni versetto, che presentano chiari rimandi anche al racconto della passione (vedi Mc 14,34.37.40).

Nel versetto 33 il verbo vegliare è in coppia con l’altro verbo tipico di questo capitolo, fate attenzione (blepete), o state attenti,state svegli, che pure ricorre diverse volte (vedi vv. 5.9.23) e poiché al v. 32 l’evangelista ha appena messo sulla bocca di Gesù la sorprendente affermazione “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre“, se ne capisce l’importanza: il modo migliore per vivere il presente, per un credente, è la vigilanza.
Ma di quale giorno si sta parlando? Della venuta finale di Cristo risorto e del giudizio che concluderà la storia? Come tutti i testi di genere apocalittico anche questo è rivolto ad una comunità che soffre persecuzione e a cui si ricordano i motivi di speranza e insieme a cui si vuol recare consolazione. In esso non si possono facilmente dividere i diversi piani che si intersecano, ossia il presente, il futuro (la venuta finale del Cristo glorioso) e la rovina storica di Gerusalemme (rivolto al giudaismo). Essere svegli e vigili significa in qualche modo vivere coscientemente… vivere prendendo coscienza – ponendo lo sguardo fuori dall’Io – per recuperare momenti di meditazione nella preghiera. Il fermarci, come la “sentinella”, per vedere ciò che ci succede intorno e dentro, è fondamentale per vivere bene, ancor di più per vivere da Cristiani. Quando meditiamo nella preghiera, recuperiamo il senso per cui siamo nati, allora tutto il resto sfuma… Spesso ci sentiamo nella confusione o ancor peggio angosciati: ci manca veramente qualcosa, o il nostro sistema di valutazione è sbagliato? Le cose sono tali per il valore ed il significato che diamo loro… la vigilanza evangelica, meditazione e preghiera, ci aiutano a dare la giusta importanza alle “cose”.

Non sappiamo quando avverrà: la sfida enigmatica del tempo

Ancora una volta il “tempo” (Kairòs) è la grande sfida enigmatica dell’umanità. Non sapevano quando Cristo fosse morto e risorto, così come le persecuzioni dei primi cristiani sarebbero terminate. Non sapevano e non sappiamo quando sarà la fine del mondo o semplicemente la fine della propria vita. Ecco perché l’Evangelista usa la parola “tempo” non cronologico (Krònos) ma tempo vissuto in pienezza (Kairòs). Come Cristo ascendendo al cielo è partito per questo viaggio, ma tornerà…, così non sappiamo quanto tempo abbiamo…Non sprechiamo il tempo con Dio! Vivere il tempo per il Vangelo è viverlo in pienezza, vivere ogni istante come dono, non dando per scontato che la fine è lontana, né facendo previsioni profetiche che rasentano l’idolatria e la bestemmia… Non sappiamo né quando finisce la nostra vita, n quando finisce il mondo. Ecco perché l’evangelista ci “mette addosso” l’urgenza di rivalutare il nostro rapporto con il fattore “tempo”. Dobbiamo imparare a dire addio a tutto ciò che non è attuale nella nostra vita! A guardare avanti con prudenza ed attesa. Prudenza per poter vivere in pienezza come dono un “ora” che non mi sarà più data indietro… Nell’attesa perché non sappiamo quando giungerà la nostra ora né quando il Signore ritornerà.

La speranza

Il cristiano vive in questa attesa dell’ultimo viaggio e della venuta del Salvatore, non in modo drammatico – nonostante la tristezza che può recarci la “divisione” del tempo e della morte… Quanto invece nella speranza certa che viviamo per attendere la “terra promessa”, il Paradiso che Cristo ci ha guadagnato sulla Croce!

34 È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35 Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36 fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Ecco la piccola parabola (in coppia con quella del fico che occupa i vv. 28-29 dove l’attenzione è posta sui segni dei tempi); qui abbiamo un racconto per alcuni versi vicino all’incipit della parabola dei talenti di Matteo (Mt 25,14-15) o delle monete d’oro in Luca (Lc 19,12-13), ma con un diverso intento. Poiché il padrone ha dato un compito preciso a ciascun servo ognuno deve stare attento per poter ricevere un giudizio positivo al suo ritorno.

Tutto questo vale anche per noi cristiani di oggi, chiamati a tenere viva la speranza e il riferimento al ritorno glorioso di Gesù Signore e a vivere con impegno il nostro presente; un invito quanto mai appropriato all’inizio di un nuovo anno liturgico e del cammino che ci prepara al Natale.

 

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