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LA SCELTA: LA SPINTA DELLO SPIRITO DI DIO  OPPURE LA TENTAZIONE DEL MALE

LA SCELTA: LA SPINTA DELLO SPIRITO DI DIO OPPURE LA TENTAZIONE DEL MALE

15. febbraio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 18 FEBBRAIO 2018 – Ia DI QUARESIMA (b)

 

Vangelo   Mc 1,12-15

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

LA SPINTA DELLO SPIRITO

Gesù era da poco stato Battezzato nel fiume da Giovanni il Battista, che vide lo Spirito scendere su d Lui come colomba… Il fatto che Gesù sia figlio di Dio gli da questa connotazione: Lui fa la volontà del Padre, perciò è lo Spirito che lo guida. Gesù sa che la sua realizzazione e la sua conseguente missione sono guidate dallo Spirito, consacrate da Dio. La via di Gesù di Nazareth è tutta dedicata a Dio – come lo sarà anche per i suoi discepoli – e realizzata nella piena umanità.

Anche noi,  figli di Dio nel Figlio Gesù Cristo, siamo chiamati ad essere condotti dallo Spirito… San Paolo ai Romani (capitolo 8,14-15) lo aveva ben sintetizzato: Poiché tutti quelli che sono condotti (o guidati) dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Voi infatti non avete ricevuto uno spirito di schiavitú per cadere nuovamente nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione per il quale gridiamo: «Abba, Padre» Lo Spirito stesso rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio.

La contrapposizione Cristo contro Satana, nel cristiano, diventa una scelta fondamentale: o viviamo da figli di Dio oppure restiamo schiavi… Lo Spirito di Dio conduce, spinge nella e con la Libertà, la tentazione di satana invece dal di dentro dell’uomo vuole schiavizzarci. La Quaresima è tempo di grazia nel deserto dell’anima per poter comprendere questa differenza: o scegliamo di essere spinti da Dio con lo Spirito santo, oppure scegliamo di lasciarci andare dalla tentazione che viene dal di dentro dell’uomo; la scoperta in questo versante è che lasciarci spingere, condurre dallo Spirito di Dio ci rende figli e quindi liberi, il contrario ci lascia alle schiavitù dettate dal termine “tentazione”. La spinta dello Spirito viene dalla volontà Dio, la tentazione viene dentro l’uomo.

Siamo chiamati a seguire Cristo nel deserto, nel silenzio, lasciando sicurezze e quant’altro per riscoprire che c’è lo Spirito che ci spinge, ci guida e perciò siamo chiamati a fidarci di Dio, qualunque cosa succeda… Questo scoprirci figli di Dio ci fa comprendere che dal Battesimo la nostra vita è consacrata a Lui, la tentazione viene dalle voglie umane che ci rendono schiavi. Solo nel tempo di deserto scopriamo di essere schiavi: di cosa o di chi…

 

IL TEMPO E’ COMPIUTO

Una frase in cui Gesù vuole dire tanto… Il tempo è compiuto, è colmo, è maturo per ricevere la presenza del Regno di Dio. Il Regno di Dio – senza tempo perché eterno – irrompe nel regno dell’uomo – che è determinato – e dargli un’altra connotazione. Cosicché il cristiano non è più “schiavo” del tempo, ma vive il tempo in modo diverso da chi cristiano non è! Come vivo io il rapporto con il tempo che passa?

Il tempo è compiuto significa urgenza: non c’è più tempo, bisogna convertirsi e credere, bisogna evangelizzare… Testimoniare Cristo come se fosse l’ultimo giorno della storia dell’umanità: perché questo urge prima di tante altre chiacchiere… Noi siamo nel tempo ultimo: tra la resurrezione e Pentecoste e, la fine dei tempi del ritorno del Signore dalla gloria che non sappiamo quando avverrà: ogni ora, ogni minuto è prezioso per prendere coscienza che il Regno di Dio è vicino  e testimoniarlo agli altri. Mi accorgo della preziosità del tempo da dedicare a Dio e a testimoniare il Vangelo? Questa è l’ora giusta, questo il momento di scegliere ancora per il Vangelo!

 

IL REGNO DI DIO è VICINO

Il  Regno di Dio non è di questo mondo, ma con la venuta di Cristo vero uomo e vero Dio, irrompe nella storia dell’umanità. Il Regno di Dio non è soltanto vicino, ma è realtà che ha raggiunto gli uomini, che li raggiunge ma che, spesso, non se ne accorgono. Il Regno misterioso di Dio ha penetrato l’umanità nel tempo e nello spazio. Cristo ci ha lasciato lo Spirito santo per poterlo accogliere ed entrarci: la comunità cristiana, la Parola di Dio, i Sacramenti sono il Regno di Dio in mezzo agli uomini, Dio si fa presente per amore nella vita degli uomini così gli uomini sono chiamati ad amare il mondo per trasmettere questo Regno. Un Regno di Amore, non emozionale o sentimentale, quanto invece concreto: il Vangelo è questa lettera scritta e vissuta dell’Amore di Dio, per questo, per questo siamo chiamati a vivere il Vangelo, a chiederci: Gesù cosa ne pensa…? Il Vangelo cosa mi dice…? Il Regno di Dio vicino e irrompente nell’umanità annuncia perciò che: il Mistero divino si è reso accessibile e che si incarna nella testimonianza di un amore concreto. Ma perché rimaniamo spesso a distanza da questo Regno di Dio vicino? Cosa dobbiamo fare?

 

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Convertitevi, conversione: una parola dal duplice significato biblico.

Innanzitutto conversione dall’ebraico shub: tornare all’alleanza con Dio. La fede non è la nostra scelta nel credere in Dio o no, nel credere in uno o nell’altro dio; quanto invece è Dio che ci chiama a fare alleanza con Lui e la fede ne è la risposta positiva. Vivere un’alleanza con Dio è cosa personale ma anche di popolo, individuale ma anche comunitaria. Se il Regno è di Dio: è importante oppure no stipulare o progredire un’alleanza con Lui? Spesso diciamo di credere in Dio, lo professiamo, ma viviamo non da alleati, non da credenti ma da utenti… Se riconosciamo la presenza di Dio, a Dio spetta tutta la dignità e l’autorevolezza, nonché la fiducia, che la parola “Dio” richieda anzi esiga…

Conversione dal greco metànoia: tornare in se stessi. Accogliere Dio e abbracciarne la sua presenza ci fa ritrovare l’umanità che è in noi, dice a noi stessi chi siamo noi e chi è il mio prossimo… Il Vangelo è Rivelazione di Dio ma allo stesso tempo rivelazione dell’umanità vera! E’ profezia all’umanità! Convertirsi al Vangelo è sperimentare la Presenza di Dio nella nostra vita e avere dentro di noi i valori che il Vangelo stesso ci propone. Il Vangelo è chiaro, semplice, lucido nei valori cosiddetti cristiani, da cui spesso la società di discosta perché pensa di trovare l’umanesimo altrove! Il Vangelo ci dice: che cosa ci sta succedendo… Ma chi meglio di Dio – che ci ha creati e si è fatto uomo – sa dirci cosa è vero bene o vero male nelle scelte piccole e grandi della nostra vita?

Il tempo è “compiuto”: seguitemi!

Il tempo è “compiuto”: seguitemi!

23. gennaio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 21 GENNAIO 2018 – III DEL TEMPO ORDINARIO (b)

 

Vangelo  Mc 1, 14-20

Dal vangelo secondo Marco

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 

LA MISSIONE DI GESU’, LA MISSIONE DI OGNI CRISTIANO…

Finisce la missione di Giovanni Battista, che chiude la porta alle antiche profezie e, giunge il tempo messianico, il tempo in cui Dio in Gesù Cristo, si fa incontrare dagli uomini. Gesù Messia, Maestro, Cristo: comincia e continua la sua missione nella vita quotidiana: camminando, proclamando una buona novella – il Vangelo – la Buona notizia.

L’Evangelista Marco, figlio di Maria la titolare del cenacolo, presso Roma, ha scritto il suo Vangelo, ascoltando le testimonianze di Pietro, nel 50-60 d.C.;  proprio vivendo una Chiesa in movimento nell’evangelizzare, nonostante le persecuzioni… Una Chiesa in continuo cammino che come il suo Maestro e Signore portava agli uomini di quel tempo la Buona notizia, il Vangelo di Gesù Cristo. Come se anche l’evangelista vuole dire alla sua comunità cristiana di non stare fermi, ma nel contatto tu per tu con le persone – come faceva Gesù – di testimoniare il Vangelo. Una missione che anche per noi oggi continua nell’incontro con chi è fuori dalla “vigna del Signore”…

Quanto mi sento missionario o missionaria del Vangelo di Gesù Cristo alle persone che incontro?

 

IL TEMPO E’ COMPIUTO

Una frase in cui Gesù vuole dire tanto… Il tempo è compiuto, è colmo, è maturo per ricevere la presenza del Regno di Dio. Il Regno di Dio – senza tempo perché eterno – irrompe nel regno dell’uomo – che è determinato – e dargli un’altra connotazione. Cosicché il cristiano non è più “schiavo” del tempo, ma vive il tempo in modo diverso da chi cristiano non è! Come vivo io il rapporto con il tempo che passa?

Il tempo è compiuto significa urgenza: non c’è più tempo, bisogna convertirsi e credere, bisogna evangelizzare… Testimoniare Cristo come se fosse l’ultimo giorno della storia dell’umanità: perché questo urge prima di tante altre chiacchiere… Noi siamo nel tempo ultimo: tra la resurrezione e Pentecoste e, la fine dei tempi del ritorno del Signore dalla gloria che non sappiamo quando avverrà: ogni ora, ogni minuto è prezioso per prendere coscienza che il Regno di Dio è vicino  e testimoniarlo agli altri. Mi accorgo della preziosità del tempo da dedicare a Dio e a testimoniare il Vangelo? Questa è l’ora giusta, questo il momento di scegliere ancora per il Vangelo!

 

IL REGNO DI DIO è VICINO

Il  Regno di Dio non è di questo mondo, ma con la venuta di Cristo vero uomo e vero Dio, irrompe nella storia dell’umanità. Il Regno di Dio non è soltanto vicino, ma è realtà che ha raggiunto gli uomini, che li raggiunge ma che, spesso, non se ne accorgono. Il Regno misterioso di Dio ha penetrato l’umanità nel tempo e nello spazio. Cristo ci ha lasciato lo Spirito santo per poterlo accogliere ed entrarci: la comunità cristiana, la Parola di Dio, i Sacramenti sono il Regno di Dio in mezzo agli uomini, Dio si fa presente per amore nella vita degli uomini così gli uomini sono chiamati ad amare il mondo per trasmettere questo Regno. Un Regno di Amore, non emozionale o sentimentale, quanto invece concreto: il Vangelo è questa lettera scritta e vissuta dell’Amore di Dio, per questo, per questo siamo chiamati a vivere il Vangelo, a chiederci: Gesù cosa ne pensa…? Il Vangelo cosa mi dice…? Il Regno di Dio vicino e irrompente nell’umanità annuncia perciò che: il Mistero divino si è reso accessibile e che si incarna nella testimonianza di un amore concreto. Ma perché rimaniamo spesso a distanza da questo Regno di Dio vicino? Cosa dobbiamo fare?

 

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO

Convertitevi, conversione: una parola dal duplice significato biblico.

Innanzitutto conversione dall’ebraico shub: tornare all’alleanza con Dio. La fede non è la nostra scelta nel credere in Dio o no, nel credere in uno o nell’altro dio; quanto invece è Dio che ci chiama a fare alleanza con Lui e la fede ne è la risposta positiva. Vivere un’alleanza con Dio è cosa personale ma anche di popolo, individuale ma anche comunitaria. Se il Regno è di Dio: è importante oppure no stipulare o progredire un’alleanza con Lui? Spesso diciamo di credere in Dio, lo professiamo, ma viviamo non da alleati, non da credenti ma da utenti… Se riconosciamo la presenza di Dio, a Dio spetta tutta la dignità e l’autorevolezza, nonché la fiducia, che la parola “Dio” richieda anzi esiga…

Conversione dal greco metànoia: tornare in se stessi. Accogliere Dio e abbracciarne la sua presenza ci fa ritrovare l’umanità che è in noi, dice a noi stessi chi siamo noi e chi è il mio prossimo… Il Vangelo è Rivelazione di Dio ma allo stesso tempo rivelazione dell’umanità vera! E’ profezia all’umanità! Convertirsi al Vangelo è sperimentare la Presenza di Dio nella nostra vita e avere dentro di noi i valori che il Vangelo stesso ci propone. Il Vangelo è chiaro, semplice, lucido nei valori cosiddetti cristiani, da cui spesso la società di discosta perché pensa di trovare l’umanesimo altrove! Il Vangelo ci dice: che cosa ci sta succedendo… Ma chi meglio di Dio – che ci ha creati e si è fatto uomo – sa dirci cosa è vero bene o vero male nelle scelte piccole e grandi della nostra vita?

 

SEGUITEMI, LASCIARONO LE RETI E… LO SEGUIRONO

Questa introduzione di Marco di fa carne, si compie concretamente nella chiamata ai discepoli. Cristo prende iniziativa, Cristo ti dice: seguimi! L’iniziativa è sua, a noi sta la risposta. Seguitemi al plurale perché Cristo è presente nella comunità, dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono li in mezzo a loro… La domanda è secca ed esplicita, non richiede tempi di riflessione o calcoli se non fidarsi di Lui, fidarsi di Dio. Non dice dove seguirlo ma di cominciare, o continuare, a seguirlo. L’uomo occidentale di oggi vorrebbe sapere dove va… verso dove è diretto… quanto costa in termini di tempo o di spazio… Ma la richiesta di Gesù è cominciare in qualche modo a stargli dietro e poi le cose, come per i discepoli del Vangelo, vengono da se come Dio di volta in volta si presenta. Quante volte diciamo: vorrei fare questo o quello, ma è ciò che vuole Dio? Tu comincia a seguirlo sul serio e la sua “vocazione” si dispiega davanti a noi concretamente nel tempo che è ormai vissuto come tempo di grazia e per grazia.

Lasciarono tutto e lo seguirono… Immaginiamo i primi discepoli che pescatori si ritrovano con le loro famiglie a seguire Gesù… La sequela del cristiano, se la fede è vera, è radicale; progressiva ma radicale. Bisogna lasciare qualcosa o qualcuno per seguirlo! In cosa credo in Signore mi stia chiedendo di seguirlo? Cosa devo lasciare per seguirlo seriamente?

I discepoli del Vangelo ci testimoniano questa radicalità della sequela, perché hanno fiducia che la vita con Cristo è vita felice e vissuta in pienezza. Ma quanto difficile è essere radicali nella scelta? E… perché?

Seguire Cristo, Maestro di vita

Seguire Cristo, Maestro di vita

11. gennaio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 14 GENNAIO 2018 – II DEL TEMPO ORDINARIO (B)

 

Vangelo  Gv 1,35-42

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbi – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui: erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.

 

LO SGUARDO

L’Evangelista sembra dare allo “sguardo” un movimento dell’anima verso Cristo e viceversa; come se Giovanni che scrive il Vangelo, abbia voluto dire alla sua comunità – e riecheggia per noi – quello che è scritto nel Salmo 26,8: di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco.  Anzi, questo versetto del salmista potrebbe diventare la nostra preghiera incessante, che sgorga dal cuore seguendo i suoi battiti e la nostra respirazione, che scaturisce da questo Vangelo: il tuo volto, Signore, io cerco. Giovanni Battista fissa lo sguardo di Gesù, Gesù osservò essi che lo seguivano, e li invita a venire e vedere; poi Gesù fissò lo sguardo su Simone. Questi sguardi che fissano, che osservano, che scoprono: sono condizioni essenziali umane nel rapporto con Dio e con il prossimo. Lo sguardo, spesso, dice più di tante parole; è sullo sguardo, con gli occhi del cuore e della fede, che siamo chiamati a vedere, osservare, fissare, quello che ci succede intorno, per trasfigurarlo dentro di noi e vederlo con gli occhi di credente, come il Battista. L’uomo, come per il Battista, deve fissare lo sguardo – cioè fermarsi alquanto e rimanere in uno stato di osservazione e adorazione – sulla Presenza di Dio nella propria vita, per accorgersi che Dio è presente! Se nell’antico testamento l’uomo non poteva vedere lo sguardo di Dio e rimanere vivo, in questo brano Dio si mostra in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Giovanni il Battista vede un “vero uomo”, ma il cuore e la fede gli fanno vedere in quel volto, in Gesù di Nazareth: il vero Dio. Dio finalmente si mostra, ma non come nell’antico testamento con teofanie e segni grandiosi quanto “scenografici”, invece si mostra nel volto di Cristo. Dio si fa vedere, si fa incontrare ma, senza uno sguardo che osserva e fissa, è difficile se non impossibile vederlo presente nell’umanità. Fermatevi! Osservate! Gustate e vedete quanto è bello (buono) il Signore (Sal 33,9). Quei discepoli del Battista lo avevano capito, ascoltano Giovanni e mettono in pratica Isaia (55,6): cercate il Signore mentre si fa trovare. Perché Dio, se lo cerchiamo, si fa trovare, ci fa vedere “dove abita” e comprendiamo allora di essere beati, di essere felici: beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi (Sal 83,5)!

 

ECCO L’AGNELLO DI DIO

Già nel brano precedente a questo Giovanni aveva indicato annunciando Gesù al mondo: ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! Una frase originale per venire da un ebreo quanto eloquente che: Lui porta su di se i nostri peccati per espiarli, per perdonarci. Chi ottiene oggi la sua misericordia? Chi si vuole accorgere di Lui, lo cerca e lo segue… Nella celebrazione eucaristica  il sacerdote – come il Battista – elevando l’Ostia consacrata lo mostra: ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo. Oggi, la sua presenza reale, da adorare, da fissare, da osservare: è qui, nell’Eucaristia! Da qui traiamo la forza dal cuore per riconoscerlo presente nella nostra vita e seguirlo, da qui riceviamo la misericordia sconfinata di Dio, perché: eterna è la sua misericordia, come recita il Salmo 35 al versetto 1, il salmo della pasqua dell’agnello ebraico che profetizza il vero agnello pasquale che è Cristo.

 

VENITE E VEDRETE: L’ATTO DI FEDE

La fede è ricerca, è dubbio, è aspirazione a trovare la Presenza misteriosa ma concreta di Dio; la fede è risposta a Dio che si mostra ma allo stesso tempo domanda a Dio di mostrarsi sempre di più… Un vangelo enigmatico fatto di domande che la fede stessa ci pone, domande su cui soffermarci tanto, tanto e vederne le diverse sfaccettature e questioni che ci pongono: che cosa cercate? Domanda Gesù. I discepoli rispondono con un’altra domanda: dove dimori? Una domanda esistenziale, la prima, che Dio rivolge a noi: che cosa cercate? Perché mi seguite? Quale è il senso della tua vita? Perché andiamo in Chiesa? Perché prego…? Quali le motivazioni profonde della mia vita e della mia fede… E possiamo coniugare questa domanda, riflettendoci, in tanti altri modi.

La seconda la domanda che è una preghiera da rivolgere a Dio affinché si mostri, si riveli nella nostra vita: dove dimori? Dio, dove sei? Dove posso trovarti? Mostrati Signore, manifestati!… E in quanti altri modi possiamo porre a Dio questa richiesta!

La risposta è un atto di fede: Gesù non dice ai seguaci il posto ma gli chiede di seguirlo e basta, dove, non lo sanno. Venite e vedrete: dice un movimento, dice scelte concrete, dice camminare fisicamente forse anche tanto e stancarsi, dice lasciare qualcosa a qualcuno dietro, dice movimento concreto e movimento dell’anima, dice: lasciati andare e segui Dio!

 

 

SIMON PIETRO

Gesù onniveggente, fissa lo sguardo su Simone, lo vede dentro: Dio ci vede anche dentro, fissa lo sguardo laddove pensiamo che siamo soli e nel segreto, Lui vede tutto! Vede che Simone, quel semplice pescatore di Cafarnao, diventerà Cèfa, la Pietra su cui fonderà la sua Chiesa. Simone al momento sicuramente non avrà capito, dopo qualche mese Gesù sarà più chiaro… Gesù lo fissa e lo chiama. Dio non guarda dentro con occhio di giudizio, ma con una prospettiva di comprensione e di vocazione.

Non cambia il nome a Simone, ma aggiunge il nome Pietro. Dio non viene a cambiare la nostra vita chiedendoci chissà quale sacrificio difficile e inattuabile, quanto invece seguirlo viene ad aggiungere… Il nome nella cultura ebraica dice l’essenza della persona, la sua storia, il suo carattere, le sue aspirazioni, il suo temperamento, le sue tendenze… Dio ci chiama per nome, così come siamo! Così gli andiamo bene, così gli piacciamo… il resto lo cambieremo noi secondo noi stessi cammin facendo dietro di Lui, perché la vita è in continua mutazione… Dio aggiunge un “di più” alla nostra esistenza, gli da una consistenza forte, quella della pietra, della roccia; cosicché per coloro che vivono intorno a noi diventiamo, in nome di Dio, una roccia su cui ancorarci, diventiamo una “pietra” forte che da sicurezza e quindi consolazione e affidamento in Dio! Simon Pietro è segno e modello della nostra chiamata a seguire Cristo nella fede, a provare – nonostante i dubbi, le incertezze e, le nostre negatività – che Dio scrive dritto sulle righe storte degli uomini…

Questo Vangelo ci sprona a fermarci ad osservare, guardare, fissare la nostra vita a Dio e, poi, metterci con fiducia in cammino dietro di Lui per vie che non conosciamo. Egli non sconvolge la nostra vita quanto invece aggiunge la fortezza della fede per viverla con un senso.

Gesù, vero Dio e vero uomo, fa che sia Tu il nostro Maestro di vita!

Tutto passa, Dio resta

Tutto passa, Dio resta

1. dicembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 3 DICEMBRE 2017 – PRIMA DI AVVENTO (B)

Vangelo  Mc 13, 33-37

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Iniziamo un nuovo anno liturgico
Iniziamo con il tempo di Avvento un nuovo anno liturgico in cui ci accompagnerà il vangelo di Marco; il brano evangelico che apre il ciclo in preparazione al Natale del Signore in questo Anno B è la conclusione del capitolo 13 (vv. 33-37), la piccola apocalisse di Marco, in cui predomina il termine vegliare. Il testo ha degli agganci con il racconto della passione che segue subito dopo (Mc 14), e chiude un discorso con chiari riferimento all’apocalittica giudaica (in particolare al testo di Daniele), ma anche a temi importanti in questo vangelo; vi ritroviamo in particolare la Cristologia di Marco, con l’utilizzo del titolo Figlio dell’uomo.
Come sempre l’Avvento, che ci prepara alla celebrazione e sul ricordo della venuta nella carne di Gesù, inizia il percorso con uno sguardo verso il futuro, ossia verso la venuta gloria del Cristo risorto alla fine dei tempi; solo con la seconda domenica di Avvento lo sguardo si pone all’interno della storia, con i testi relativi a Giovanni il Precursore.
L’invito pressante rivoltoci in questa prima domenica è allora quello di vegliare, perché “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32).

Fate attenzione, vegliate…

Siamo alla conclusione del discorso escatologico che nel vangelo di Marco occupa tutto il capitolo 13; esso inizia al v. 5 dove Gesù risponde alla domanda di un piccolo gruppo di discepoli (vedi Mc 13,3-4); l’esortazione finale però, come vedremo al v. 37, è valida per ogni discepoli di Cristo.
Non prendiamo in considerazione tutto il discorso ma solo questi versetti finali in cui predomina l’imperativo vegliate (gregoreite), ripreso praticamente ad ogni versetto, che presentano chiari rimandi anche al racconto della passione (vedi Mc 14,34.37.40).

Nel versetto 33 il verbo vegliare è in coppia con l’altro verbo tipico di questo capitolo, fate attenzione (blepete), o state attenti,state svegli, che pure ricorre diverse volte (vedi vv. 5.9.23) e poiché al v. 32 l’evangelista ha appena messo sulla bocca di Gesù la sorprendente affermazione “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre“, se ne capisce l’importanza: il modo migliore per vivere il presente, per un credente, è la vigilanza.
Ma di quale giorno si sta parlando? Della venuta finale di Cristo risorto e del giudizio che concluderà la storia? Come tutti i testi di genere apocalittico anche questo è rivolto ad una comunità che soffre persecuzione e a cui si ricordano i motivi di speranza e insieme a cui si vuol recare consolazione. In esso non si possono facilmente dividere i diversi piani che si intersecano, ossia il presente, il futuro (la venuta finale del Cristo glorioso) e la rovina storica di Gerusalemme (rivolto al giudaismo). Essere svegli e vigili significa in qualche modo vivere coscientemente… vivere prendendo coscienza – ponendo lo sguardo fuori dall’Io – per recuperare momenti di meditazione nella preghiera. Il fermarci, come la “sentinella”, per vedere ciò che ci succede intorno e dentro, è fondamentale per vivere bene, ancor di più per vivere da Cristiani. Quando meditiamo nella preghiera, recuperiamo il senso per cui siamo nati, allora tutto il resto sfuma… Spesso ci sentiamo nella confusione o ancor peggio angosciati: ci manca veramente qualcosa, o il nostro sistema di valutazione è sbagliato? Le cose sono tali per il valore ed il significato che diamo loro… la vigilanza evangelica, meditazione e preghiera, ci aiutano a dare la giusta importanza alle “cose”.

Non sappiamo quando avverrà: la sfida enigmatica del tempo

Ancora una volta il “tempo” (Kairòs) è la grande sfida enigmatica dell’umanità. Non sapevano quando Cristo fosse morto e risorto, così come le persecuzioni dei primi cristiani sarebbero terminate. Non sapevano e non sappiamo quando sarà la fine del mondo o semplicemente la fine della propria vita. Ecco perché l’Evangelista usa la parola “tempo” non cronologico (Krònos) ma tempo vissuto in pienezza (Kairòs). Come Cristo ascendendo al cielo è partito per questo viaggio, ma tornerà…, così non sappiamo quanto tempo abbiamo…Non sprechiamo il tempo con Dio! Vivere il tempo per il Vangelo è viverlo in pienezza, vivere ogni istante come dono, non dando per scontato che la fine è lontana, né facendo previsioni profetiche che rasentano l’idolatria e la bestemmia… Non sappiamo né quando finisce la nostra vita, n quando finisce il mondo. Ecco perché l’evangelista ci “mette addosso” l’urgenza di rivalutare il nostro rapporto con il fattore “tempo”. Dobbiamo imparare a dire addio a tutto ciò che non è attuale nella nostra vita! A guardare avanti con prudenza ed attesa. Prudenza per poter vivere in pienezza come dono un “ora” che non mi sarà più data indietro… Nell’attesa perché non sappiamo quando giungerà la nostra ora né quando il Signore ritornerà.

La speranza

Il cristiano vive in questa attesa dell’ultimo viaggio e della venuta del Salvatore, non in modo drammatico – nonostante la tristezza che può recarci la “divisione” del tempo e della morte… Quanto invece nella speranza certa che viviamo per attendere la “terra promessa”, il Paradiso che Cristo ci ha guadagnato sulla Croce!

34 È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35 Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36 fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Ecco la piccola parabola (in coppia con quella del fico che occupa i vv. 28-29 dove l’attenzione è posta sui segni dei tempi); qui abbiamo un racconto per alcuni versi vicino all’incipit della parabola dei talenti di Matteo (Mt 25,14-15) o delle monete d’oro in Luca (Lc 19,12-13), ma con un diverso intento. Poiché il padrone ha dato un compito preciso a ciascun servo ognuno deve stare attento per poter ricevere un giudizio positivo al suo ritorno.

Tutto questo vale anche per noi cristiani di oggi, chiamati a tenere viva la speranza e il riferimento al ritorno glorioso di Gesù Signore e a vivere con impegno il nostro presente; un invito quanto mai appropriato all’inizio di un nuovo anno liturgico e del cammino che ci prepara al Natale.

 

Rendete a Dio quel che è di Dio

Rendete a Dio quel che è di Dio

19. ottobre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 22 OTTOBRE 2017 – XXIX DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Vangelo  Mt 22,15-21

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

UNA TRAPPOLA UMANA: CONSENSO E DENARO, IL POTERE

Cogliere il fallo Gesù: questo i Farisei escogitano contro di Lui. Una trappola. Una trappola di cui sono vittime loro stessi, una trappola che coglie in fallo ogni uomo nella tentazione del potere; potere di ogni tipo e livello. Dal potere psicologico: fare del tutto affinché gli altri la pensino come me e facciano come io penso, al potere della coscienza che si vuole impossessare della mente degli altri, al potere personale che ci rende orgogliosi per ciò che riusciamo a vincere, al potere materiale, a quello dei soldi dove ogni “cosa” si può comprare… il potere! Il potere che tenta di fa cogliere in fallo il nostro prossimo o lo fa cadere anche quando non lo vogliamo. Il potere: pura illusione dell’uomo di ogni tempo che crede di possedere chissà chi o chissà cosa, ma di fatto possiede un vuoto esistenziale. Questi Farisei, amanti del gioco di potere, vogliono cogliere in fallo Gesù mettendolo in discussione proprio sul potere nella sua stessa definizione, mettersi contro o il consenso della folla o l’autorità romana. Ma Gesù non cade in trappola perché non vive la sua esperienza di Messia nell’orda del potere.

E’ lecito o no…? Dietro questa richiesta si cela una trappola interessante ed interessata nell’ordine umano: tra legge di stato e “legge divina”, di cui i Farisei erano attenti e puntiglio, nonostante pagavano il tributo a Cesare. Non c’è una legge divina. Gesù non risponde a questa questione ma neanche la elude perché non si pone a differenza la legge statale umana dalla volontà divina che riguarda altre cose… L’una non invade e, evidentemente non invada, il campo dell’altra… Il Cristianesimo non si riconosce come religione teocratica, né la società statale può mettersi al posto di Dio… Come vivo la parola “potere”?

CRISTO: TRASPARENZA E LEALTA’

Non ti curi di nessuno … non guardi in faccia nessuno: Gesù è riconosciuto come trasparente e leale. Parla con chiarezza davanti a tutti: non guarda in faccia nessuno, appunto. Un modo di dire anche oggi di chi le cose le dice chiaramente davanti ai diretti interessati per quel che sono. Dovremmo imparare da Cristo questa cultura della trasparenza e della lealtà: che poi è cultura della libertà! Chi è trasparente e leale non ha da temere nulla e, Gesù, dice la verità non guardando in faccia nessuno; ma Cristo trasparente e leale, come ha detto la Verità? Oggi c’è un equivoco: parlare in faccia è si sintomo di trasparenza e lealtà, ma troppo spesso il modo con cui si dice la Verità non è evangelico. Il fine non giustifica i mezzi! Gesù dice la Verità con trasparenza e lealtà: con la carità dell’uomo di Dio e con la saggezza del Dio fatto uomo. E noi, come diciamo la verità? Adoperiamo la carità e la saggezza per essere leali e trasparenti? Promuoviamo intorno a noi e in noi stessi una cultura della trasparenza, della lealtà e della onestà (che sono effetti della carità cristiana)?

LA CHIESA ESPERTA DI UMANITA’

SERVIZIO CONTRO L’INTERESSE PERSONALE

Rendete a Cesare quel che è di cesare e a Dio quel che è di Dio? Dio non compete con Cesare, né Cesare ha possibilità di competere con Dio…Ma questa frase chiarisce il fatto che a “Cesare”, alla società umana, possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo. La Chiesa non vive sotto una “campana di vetro” fregandosene della società, perché fregarsene della società sarebbe fregarsene dell’umanità. Alla Chiesa, a noi cristiani, c’è spesso richiesto aiuto… “Noi, quali “esperti in umanità… Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso”1. Noi siamo impegnati nel migliorare la “città degli uomini” perché Dio si è fatto uomo. Come vivo il mio impegno di servire l’umanità nella promezio e dei valori umani in una società spesso disumanizzata?

Ma questo servizio del cristiano per l’umana società molte volte scade nel vacuo interesse personale, da quello ideologico ed appariscente a quello meramente pecuniale mascherato di volontariato e servizio sociale… Le nostre parrocchie spesso ne sono intrise; abbiamo spesso riempito le nostre sale di attività, ma svuotato i cuori… “Stringiamoci a Cristo e che sia la conoscenza e la sequela di Lui il cuore di ogni programma pastorale! Questo vuol dire che la comunità non si costruisce sull’efficienza della sua macchina organizzativa, non si riduce a spazio aggregativo per bambini e per anziani…”2, la parrocchia rimane no profit come il nostro servizio per la Chiesa e nella società umana! Quale profitto dal mio servizio nella società umana o nella Chiesa di Dio? Come vivo il valore fondamentale della gratuità?

IL PUNTO DI VISTA DI DIO: LA MERAVIGLIA

La risposta di Gesù li sorprende. Oltre l’alternativa posta da loro, c’è un’altra possibilità. La trappola, che hanno teso a Lui, è in realtà la trappola nella quale loro stessi si trovano. Il livello della risposta di Gesù è un altro ed era impensabile… Dio è al di sopra di tutto. La risposta di Gesù lascia senza parole perché fa della religione una fede che trascende l’ordine delle cose umane… Tutto avviene sotto lo sguardo di Dio, anche il potere di Cesare è sotto lo sguardo di Dio; ricordiamo la risposta di Gesù a Pilato durante il processo: non avresti nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto… Meraviglioso è l’annuncio che c’è dietro: l’uomo di fede vive nel mondo ma sa che Dio veglia su di lui, Dio veglia sul mondo: è Signore della vita e della morte – infatti il continuo di questo vangelo sarà il tema della resurrezione dai morti – è l’unico a cui dare ciò di cui ne è il vero destinatario: l’adorazione. I primi cristiani perseguitati pagavano il tributo a Cesare, ma non adoravano Cesare! Adorare – rendere culto, pregare, contemplare – è ciò che è dovuto a Dio e di cui nessuno ne è il destinatario nel mondo! Quanti idoli ancora abbiamo, dall’altra faccia della medaglia! Spesso ribaltiamo la questione: diamo a Dio un “tributo” e adoriamo “cesare” (qualcosa o qualcuno)… E’ Dio l’unico destinatario della mia adorazione (culto, preghiera, speranza, contemplazione)? Mi dà serenità il fatto che Dio sia al di sopra di tutto e di tutti e che: tutto avviene sotto il suo sguardo d’amore e di libertà?

1 Dal discorso di Paolo VI all’ONU, 4 Ottobre 1965.

2 Dal discorso del Vicario al termine del convegno diocesano 2017, citando Evangelii Gaudium di Papa Francesco.

 

Fare la volontà del Padre

Fare la volontà del Padre

30. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 1 OTTOBRE 2017 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO (A)

  • Vangelo  Mt 21, 28-32

    Dal vangelo secondo Matteo
    In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo».
    E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
    E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».
     

CHI FECE LA VOLONTA’ DEL PADRE?

La chiave che apre al messaggio profetico di questa parabola – che è una risposta ferma di Gesù alla questione circa la sua missione – ruota come fulcro intorno alla domanda: chi fece la volontà del Padre? “La parabola – perciò – è costruita sul confronto tra due fratelli. Il confronto diventa paradossale, addirittura scandaloso, nella conclusione, dove si afferma che le persone palesemente ingiuste sono da preferire a quelle ritenute giuste. Queste infatti non sentono alcun bisogno di conversione”1. La fede autentica non è fare la propria volontà, o peggio abbassare Dio alle nostre, seppur giuste, volontà o peggio ancora voglie… Quanto invece chiederci: ma Dio cosa vuole da me? Chi vuole “chi io sia”? Cosa vuole “che io faccia”? “Nelle parabole ci sono spesso due figure contrastanti, – come nella parabola del figlio prodigo – che si illuminano a vicenda. Sono in realtà una sola persona: sono io che leggo, anche se penso di essere sempre una terza persona! Infatti sono il fratello minore di Lc 15,11ss che trasgredisce, ma invidia con nostalgia le sicurezze del maggiore; e sono anche il maggiore che obbedisce, ma invidia con rancore la libertà del minore. In realtà i due fratelli sono uguali: hanno la stessa immagine del padre, ritenuto un padrone esigente al quale ribellarsi o piegarsi. Devo cambiare la mia idea su di Lui. E questo è possibile solo se, oltre l’esperienza di ribellione o di schiavitù, scopro che Lui amore e libertà. In questa parabola io sono quello che dice sì a parole, ma non con i fatti: non voglio fare la volontà del Padre, proprio come quello che dice no. Ma solo se lo so, posso pentirmi e cambiare” 2.

UNA MALATTIA DELLA FEDE: DIO PADRE O PADRONE?

Sembrerà un paradosso, ma per quanto sia bello pensare a Dio come Padre amorevole e misericordioso: l’umanità vive sempre il rapporto con Lui come fosse un Padrone… a cui rivolgerci per chiedergli la grazia… ciò che vogliamo… Indicatori di una fede malata sono molti che ci fanno vivere questo rapporto come se Dio fosse un padrone, oppure un Padre padrone: una eccessiva enfasi della propria appartenenza religiosa, una religiosità ossessiva che diventa scrupolosità, o che diventa un entusiasmo proselitista, o carità squilibrata, o trattare i libri sacri come libri magici, peggio ancora l’eccessiva fissazione sul diavolo o la ricerca sfrenata di emozioni che sembrano “estasi” o peggio ancora lo shopping religioso che se sfrenato diventa feticismo…3.

LA COSCIENZA DEL SI E DEL NO

Si Signore, ma non andò. La risposta del primo esprime un rapporto difficile con il padre, lo vive come padre-padrone. Si Signore!. E’ un rapporto che esclude ogni libertà ma che apre alla disobbedienza. Fa bella figura davanti al padre perché dice: si Signore. L’apparenza lo acceca di essere bravo davanti al padre, ma di fatto recalcitra. Le scelte della fede non vanno fatte perché Dio è padre-padrone, non si segue Dio per apparenza alla comunità, ai catechisti, ai sacerdoti o a chissà chi! La fede è un atto libero di affidamento, una risposta, un SI ad una domanda, che però preclude la LIBERTA’. Senza la libertà l’atto di fede non è tale, ma è condanna. Seguo Dio nella libertà oppure solo per precetto o peggio ancora per apparenza?

Non ne ho voglia, ma poi pentitosi, andò. Il secondo fratello è libero nel parlare con il padre, pedr lui anche forse è un po’ padre-padrone, ma almeno è sincero: non è li per apparenza è per sudditanza precettualista. Il suo SI, parte dal pentimento che non è una presa di responsabilità soltanto, ma un movimento del cuore. Lo faccio, ci vado, anche se non ne ho voglia, se questo mi costa sacrificio: perché ho un cuore, ho una coscienza. La fede è questo: scegliere per Dio Padre. Sapere che, nonostante forse non ne ho voglia, il cuore, la coscienza mi fa chiedere: cosa mi chiede Dio? A cosa devo obbedire? Fare la volontà di Dio scomoda sempre, cosi come fare la carità! La coscienza ci fa vivere con il cuore la nostra scelta del SI, se questo scegliere per la fede ci scomoda. Il cammino di fede non si da nella comodità, nella sicurezza, nell’ovatta! Si da nella soddisfazione di un SI da dire a Dio per fiducia e per amore. Lui è tuo Padre! Lui è mio Padre! Quale padre darà al figlio un sasso se gli chiede un pane oppure uno scorpione…? Il mio cammino di fede, fatto di interiorità ed esteriorità, va cercando comodità e sicurezza, oppure è fiducia in Dio che è Padre?

Giovanni Battista, non ascoltato e non sopportato dai credenti del tempo, Gesù peggio è morto in croce… perché il popolo religioso vedeva soltanto gli uomini da contestare, come noi vediamo la gerarchia della Chiesa o chi in essa ha dei carismi… Tutto è contestabile: ma bisogna poter riconoscere nella Chiesa la Presenza di Dio dentro le persone che la contengono. Dio non si dà nell’astrazione della preghiera e dei dogmi ideali, quanto invece nel rapporto – anche difficile – vicendevole con i fratelli, i presbiteri, i vescovi ecc… Non accettare che Dio è presente in questo è, come essere, i rimproverati da Gesù nella spiegazione della parabola.

Sicuro dobbiamo sentirci semplici, ultimi, peccatori, cioè: preferiti da Dio per poterci sentire scelti e destinatari di una scelta, di una promessa e di una alleanza.

1 SILVANO FAUSTI, Una comunità legge Matteo, Bologna 1998, p. 448.

2 Ibid, p. 449.

3 G. CREA, L.J. FRANCIS, F. MASTROFINI, D. VISALLI, Le malattie della fede, Bologna 2014.

 

L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo

L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo

22. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017 – XXV DEL TEMPO ORDINARIO

Vangelo  Mt 20, 1-16

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

L’OCCHIO E’ LA FINESTRA DEL CUORE1

La “chiave” di questa parabola è nel versetto 15, tradotto male dal greco: o il tuo occhio (oftàlmos) è cattivo perché io sono buono. “L’occhio buono dice evidentemente un atteggiamento fondamentale dell’amore del prossimo che ispira generosità nei suoi riguardi. L’occhio cattivo al contrario indica un atteggiamento fondamentale di egoismo che vorrebbe tutto accaparrare, niente dare agli altri e può generare invidia, gelosia ed egoismo. Del Signore della parabola si può dire che il suo occhio è buono. In Lui c’è l’amore del prossimo e quando l’occasione si è presentata quest’amore si è manifestato nei riguardi degli ultimi. I primi hanno l’occhio cattivo perché il loro egoismo li chiude nelle strettezze di una giustizia di cui sono centro essi stessi. Se il loro fondamentale atteggiamento fosse stato di amore disinteressato per gli altri, essi avrebbero raggiunto il padrone sul terreno della carità. Anche senza rallegrarsi per la situazione accordata agli ultimi l’avrebbero almeno accettata senza lamentele”2. L’occhio dei farisei che si scagliavano contro Gesù, non accettavano a giuste ragioni – come giusto era il salario pattuito dal padrone con i suoi operai alla vigna – l’apertura di Gesù stesso verso i peccatori e addirittura verso i pagani. Con gli ebrei Dio aveva fatto un patto – come il padrone della vigna con gli operai aveva un contratto – ma con i peccatori ed i pagani non c’era stato: è lo sguardo d’amore, l’occhio di Gesù, che si rivolge agli ultimi. Il proprietario della vigna non è venuto meno al patto con i suoi operai, ha solo elargito quanto non pattuito con quelli assoldati dopo, senza patto… Nella vigna del Signore, nel Popolo di Dio, nella Chiesa ancora c’è questo fariseismo della gelosia, della invidia, dell’odio – anche se diciamo di no…, guardando agli altri a volte come dei “privilegiati” scelti erroneamente dalla Chiesa – un egoismo di chi crede di aver capito giustamente tutto e si erige a “sindacalista” – dice il vangelo – brontolando… Nella onestà davanti a Dio come mi pongo davanti a questi sentimenti? Mi riconosco nel brontolio?

LA MATEMATICA DEGLI ULTIMI E DEI PRIMI

Nessun compenso pattuito con gli ultimi, eppure ricevono quanto i primi! I conti non tornano! E proprio dagli ultimi il padrone comincia, facendosi liberamente vedere dai primi… ULTIMI perché inoperosi, perché nessuno li ha assoldati. ULTIMI perché agli occhi di chi passa o di chi resta risultano ZERO: “piccoli eroi maltrattati, lasciati soli in un angolo oscuro, Mentre vanno cercando una strada una luce, un riparo, una guida ecco che si ritrovano sempre fra le grinfie dell’ultimo Giuda. Gli ultimi… Sono gli ultimi in fondo alla lista sono lì e non li vede nessuno di cui la sola speranza non basta… Sono loro che chiudono il cerchio di un destino fin troppo scontato che ti stampa indelebile un marchio. Sono grato agli zeri del mondo per la loro assoluta pazienza perché vogliono, osano, credono rispettando la loro coscienza3. Su questi ultimi umili lo sguardo di Gesù si posa con amore, li fa partecipi della sua “vigna eterna” non tra gli altri: ma come primi! Perché buoni, non brontolano, ma rispettano la loro coscienza: questi nel mondo, anche se non fanno parte della Chiesa, ci passeranno avanti nel Regno dei cieli. Circa gli ultimi, poveri, “rispetto a qualche anno fa, rispetto al vecchio mondo come era prima della globalizzazione, abbiamo certo un po più di cose materiali, ma stiamo perdendo una cosa fondamentale. Stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini. La SPERANZA. Perché il fantasma della povertà è un fantasma che …possiamo respingere… Nella grande famiglia delle idee il MERCATISMO… la fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto negli ultimi anni, ha un antenato molto illustre: L’ILLUMINISMO”4. L’illusione che l’uomo può farcela da solo e quel che ha conquistato può venderlo o barattarlo… Si baratta tutto: idee, comportamenti e tanto tanto altro… Perché l’uomo ormai dall’illuminismo al mercatismo, si sente il proprietario del mondo, il proprietario della storia, della vita, della chiesa, dell’altro… Riconosco questa condizione generale che è in tutti – oggi – di uomini e donne ammalate di “mercatismo”? La bontà, il non brontolare, la carità: sono ancora valori non negoziabili, gratuiti, che anche non danno soddisfazione a volte?

IL TEMPO: URGE AMARE!

L’occhio del padrone della Parabola è presente per tutto il TEMPO, dentro e fuori dalla Vigna. Come l’occhio di Dio è presente: dentro e fuori la sua Chiesa… Ma nella parabola emerge una urgenza: il padrone va in giro ad assoldare gente che entri nella vigna, nel Regno dei cieli. Li assolda con amore, con gratuità! Oggi è urgente amare, non c’è più tempo per amare, il tempo passa, il problema è rimasto lo stesso: AMARSI. E’ urgente oggi tornare veramente ad amare; bisogna ridare all’amore il suo tempo che è: dialogo, scambio, tenerezza, perdono, pazienza, attesa orante, bontà, e quant’altro… l’amore abbisogna per gustare il frutto della vigna, per gustare il frutto del Regno di Dio. Oggi amiamo male, troppo poco o troppo tardi: ma verremo giudicati sull’amore! Quando viviamo usiamo l’ “occhio” dell’amore! Ci accorgiamo che non bastiamo a noi stessi, che c’è bisogno di rimettere al centro l’amore che Gesù di Nazareth ci ha predicato, con la sua vita, con la sua passione morte e resurrezione. L’amore poi non riguarda troppo “il fare” per chi amiamo, ma l’ “essere”: l’ “esserci” con e per amore.

1 SILVANO FAUSTI, Una comunità legge Matteo, 1998, Bologna.

2 J. DUPLACY, Le maitre genereux et les ouvries egoistes, in BVC 44 (1962) 21-22.

3 RENATO ZERO, Tutti gli zeri del mondo, tratti del testo della canzone.

4 G. TREMONTI, La Paura e la Speranza, 2008, Milano, p. 8.

 

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

15. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017 – XXIV DEL T.O.

Vangelo  Mt 18, 21-35

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMETTERE COLPE: IL PECCATO

Gesù ancora una volta sovverte il senso del “peccato” e del “perdono” rispetto all’antico Israele. Per il nuovo testamento il peccato non è una contravvenzione ad una regola di cui bisogna pagare pegno, quanto, detto con la lingua originale greca con cui il testo è stato scritto, il peccato è: amastèsei, hamartèsei, tradotto con commettere colpe, ma alla lettera: MANCARE IL BERSAGLIO!

Al tempo di Gesù i midrash, gli antichi interpreti della legge dell’antico testamento, avevano regolato una quantità di volte per cui il peccato poteva essere perdonato, a seconda del peccato che si commetteva. Ma Gesù sposta questo discorso morale e di colpevolezza alla grandezza e alla gratuità del Regno di Dio – vero “bersaglio” dell’uomo – stravolgendo la matematica del perdono ebraico ed inaugurando una nuova cultura del perdono. Inaugura questo perdono di settanta volte sette che significa sempre e comunque, ma lo fa tornando alla Genesi del perdono, a Genesi capitolo 4, versetto 24: Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette (errore di traduzione sulla bibbia mette settantasette). Cosicché il peccato non è un debito su qualcosa di giusto o sbagliato che commettiamo od omettiamo, quanto invece il non renderci conto del “bersaglio”, del Regno dei cieli: di quanto Dio ci ha dato e di cosa siamo destinatari! Ecco che il peccato non ci fa riconoscere Dio e quanto Egli ci ha donato… a cominciare dalla vita… come quel Re della parabola creditore di diecimila talenti (che soltanto un re potente può avere). Un talento è circa 6000 giornate lavorative, 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di salari quotidiani; per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare 200.000 anni senza mangiare… Erode il grande aveva un budget di 900 talenti, tutta la Galilea nel 4 a.C. aveva un gettito fiscale non superiore a 200 talenti… Una cifra esagerata dunque che dà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Che cosa mi ha dato Dio? Il Regno dei cieli è il “bersaglio”, l’obiettivo della mia vita? Ci sentiamo in “debito” con Dio?

LA COMPASSIONE DEL RE

Non era ne usanza ne legalità, neanche per un Re, al tempo di Gesù nell’Impero romano: vendere le persone o percuoterle… se non nel caso dell’usuraio, anche oggi esistente… nel caso di debitore. Allora la violenza di cui era destinatario il debitore della parabola non è un aspetto legale per ripagare il debito, ma è la qualificazione dell’indegnità umana davanti al dono di Dio, indegnità che a sua volta si fa violenta. La preghiera del debitore è la richiesta esasperata della pazienza, di una Macro Pazienza, di una enorme pazienza che soltanto Dio può avere. Il debitore – illude e si illude (come il peccato) – si impegna a restituire, a riparare ma, la sorpresa grande è il condono totale da parte del Re. Mosso a compassione è una frase forte, Dio muove le sue viscere materne, gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione fa compassione! Cerco un modo per espiare il mio peccato oppure mi rimetto alla misericordia di Dio che realmente mi cambia la vita? Che rapporto ho con il “senso di colpa”?

LA RISPOSTA DEL CONDONATO AI SUOI DEBITORI

Il debitore del Re, condonato per compassione, suo malgrado aveva dei debitori che lo pregavano allo stesso modo di come lui pregava il Re quando era debitore: abbi pazienza con me e restituirò. Ma lui non decide di fare come il Re che gli ha condonato, quanto invece di mandare in prigione i suoi debitori. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona non è amore. Non perdonare significa “mettere in prigione”, non perdonare è farla pagare a chi ci fa o ha fatto del male, fosse anche la “prigione” dell’indifferenza… e’ una condizione interiore il perdono che, sapendoci perdonati da Dio, proviamo compassione per chi ci fa del male e non rispondiamo al male con il male, non imprigioniamo l’amore anche laddove non è possibile riconciliarsi: ma se il fratello torna e chiede perdono: il perdono gli è dovuto! Il perdono gli è dovuto! Abbi pazienza con me! Sappiamo perdonare chi ci chiede perdono?

PERDONARE DAI NOSTRI CUORI COME IL PADRE

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. In questa frase c’è tutto l’amore ricevuto e donato nel per-dono. Il perdono è la vittoria costante dell’amore, la vittoria di Dio nella nostra vita per la nostra fede autentica e credibile. La comunità fraterna nasce nel perdono reciproco: ognuno perdona come è e, perché, è perdonato. Se non vivo da fratello non vivo da figlio e, se non vivo da figlio: sono morto. Il peccato porta alla morte perché è l’amore è di Dio, anzi Dio è amore. Se continuamente dell’altro ricordo il suo errore, il perdono è davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe più respirare (Sal 130,3).

Se non riesco a perdonare cosa devo fare? Invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei “diecimila talenti” di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai cento denari che l’altro mi deve. Perché: l’amore, l’amicizia, la familiarità, la compagnia e quant’altro ci fa bene nella nostra vita, non si compra con il nostro fare, tanto meno con i nostri denari; cosi come il perdono non si ottiene con l’espiazione fatta di preghiere, atti di elemosineria e quant’altro: quanto invece prendendo coscienza dell’amore di Dio

CRISTO ESPIATORE HA PAGATO IL NOSTRO DEBITO

I mio, il tuo peccato: è espiato perché Dio ha mandato il suo Figlio a morire in Croce per noi. Lo “aguzzino” della parabola, che si chiama “morte”: si è abbattuto su Cristo per redimerci: felice colpa, che merito un così grande salvatore, felice colpa! Così ci viene annunciata la Pasqua nella notte santa. E se Cristo è morto per espiare i nostri peccati e liberarci dall’aguzzino della morte, chi siamo noi per tenere in “prigione” l’amore che scaturisce nella sua realtà più profonda, piena e credibile, nel perdono? Ma ci sentiamo in debito con Dio? Il Suo Regno da senso alla nostra vita?

 

La cultura della Riconciliazione

La cultura della Riconciliazione

8. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 10 SETTEMBRE 2017 – XIII DEL T.O.

Vangelo   Mt 18, 15-20

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

FRA TE E LUI SOLTANTO

Il comandamento dell’amore che Gesù annuncia sempre nel Vangelo implica il perdono; poi, se possibile, dal perdono si passa alla riconciliazione. Nella comunità cristiana, L’Evangelista Matteo, dà per scontato che avvengano dissidi, peccati, divisioni e che qualcuno addirittura si metta fuori dalla comunione della Chiesa, deragliando dalla via dei comandamenti… L’insegnamento di Gesù come espressione del comandamento dell’amore, in questo testo, si estende fino a saper assumere il male di colui o colei che ci fa il male per poterlo ricondurre a noi, per poterlo ricondurre a Cristo. Ricondurre a Cristo è la vera Riconciliazione che si esplica concretamente nel dialogo faccia a faccia. Nulla a che vedere con il “chiarimento” – che spesso sa più di processo – di cui oggi tanto il mondo si riempie la bocca, quanto in un colloquio spirituale dove la correzione significa perdono dialogato con parole dette amorevolmente e docilmente, senza rabbia e senza odio… una dialogo che sappia porre domande prima che affermazioni: bisogna ritrovare urgentemente questa qualità di dialogo cristiano, non fatto di asserti ma di apertura a cercar di capire; se ci poniamo, con chi ci offende o fa del male, subito in modo aggressivo, questo dialogo riconciliante cristiano non funzionerà mai!

PRENDI CON TE TESTIMONI POI LA COMUNITA’

La comunità non scomunica il peccatore, ma gli fa capire che già si è posto fuori dalla comunione, in modo che possa tornare. Trattare un peccatore pubblico da pagano non significa escluderlo, quanto invece ricominciare da capo ad evangelizzarlo. Dargli sempre un’altra possibilità! La responsabilità dalla comunità è grande, anzi è sacramentale. La comunione, che in tutti e sette i sacramenti, special modo nell’Eucaristia, è mistero di unità richiede la conciliazione e la riconciliazione. Ciò non significa assecondare tutte le richieste o i desideri di chi devia, quanto invece sempre annunciare nella carità la Verità che è rivelata.

Quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli: la comunità ha questa capacità misteriosa di assumere chi è scelto per il Regno dei cieli. Rompere la comunione con il nostro prossimo, che spesso facciamo per giuste ragioni, a buon motivo, è capovolgere questo messaggio del guadagnare il fratello e la sorella che non sono come te, che non sono come me… che la pensano diversamente da te, che la pensano diversamente da me. La differenza delle idee non può dividere le persone, come spesso succede nelle nostre comunità. Ci si può battere, discutere e anche litigare per le idee, ma senza rompere la comunione; perché la comunione è Divina, è sacramentale, è garanzia della Presenza alta di Dio nella comunità.

L’ammonizione o correzione fraterna ci interpella sulla modalità con cui ci rapportiamo con colui o colei con cui crediamo che sbagli… E se avesse ragione lui, e se avesse ragione lei…? La modalità con cui correggiamo o ammoniamo il nostro prossimo trova almeno una possibilità di essere ascoltati, tanto quanto il nostro intervento è credibile: è fatto con carità e in “punta di piedi”… senza presupporre di aver per forza ragione… Il mio modo di correggere e ammonire il prossimo, è credibile? Mi accorgo che spesso rimango inascoltato o inascoltata perché il mio modo di correggere e di ammonire è “sbagliato”? Nell’ammonire o correggere il prossimo, mi chiedo innanzitutto: Dio come la pensa? Cristo cosa vorrebbe? Ma quanto spesso rompiamo la comunione con il nostro prossimo solo per cose superflue che diventano vere e proprie fissazioni? Non è forse più importante la comunione con il mio prossimo più che fissarmi su ciò che ritengo sia importante?

IL CAPOVOLGIMENTO DELLA RICONCILIAZIONE CRISTIANA

La Riconciliazione è benedizione! Cristo ci dona un modo: parlarne tu per tu, poi davanti a due e tre testimoni e alla fine con la comunità. Oggi nel nostro occidente, dove l’informazione corre sull’onda del secondo, questo modello evangelico è completamente capovolto. Oggi si è fatta della calunnia e della diffamazione, anche mediaticamente, un normale strumento di vendetta pensando che corregga, in realtà incattivisce ancora di più… Siamo nel mondo dove conta l’opinione e non la Verità: e per noi la Verità è Cristo. Siamo in un mondo che chi sbaglia, almeno in modo presunto o sconosciuto, viene subito scomunicato e messo alla pubblica gogna dei mass media, al secondo su internet. Questa gogna e scomunica, metodo completamente contrario al Vangelo, è maledizione, per un cristiano è bestemmia! Bestemmia perché il calunniato non si puo’ difendere e chi è esposto alla gogna non può più redimersi da una etichetta ormai impressa su di lui. Il Vangelo ragiona al contrario perché chiunque può redimersi; la parola REDENZIONE è il contrario della UMILIAZIONE MEDIATICA fatta anche “giustamente” sul livello umano. Quanto è più facile ma quanto più vigliacco è smascherare il nemico in sua assenza! Il Vangelo in un altro passo pone l’accento addirittura su questo: mettiti presto d’accordo con il tuo nemico… prega per i tuoi persecutori… ama i tuoi nemici…

Siamo chiamati a promuovere una cultura della riconciliazione, della tolleranza delle idee diverse, del tenere per noi gli scandali che vediamo senza amplificarli con le chiacchiere anche se fatte nelle stanze più segrete, a scoprire la bellezza della riconciliazione con chi abbiamo dei dissidi anche enormi… E se l’altro non ti ascolta? Sia per te come un pagano: cioè bisogna pregare per lui e testimoniargli di nuovo il Vangelo.

LA BELLEZZA DELLA COMUNIONE LEGATA

Quanto può essere bella la pace con chi non credevamo si possa stare in pace?! L’Eucaristia che celebriamo è vincolo di questo legame con il nostro prossimo. E’ inevitabile che succedano scandali e litigi, è inevitabile avere idee diverse anche su grandi cose… Ma quanto è bello stare insieme nonostante la diversità di vedute! Quanto è belle parlare tu per tu, faccia a faccia – nella carità – con la persona con cui abbiamo litigato o correggerla e ammonirla se è nello scandalo. Quanto è bello vincere le guerre fredde che spesso si istaurano tra le persone sapendo che dove due o tre sono riunite nel Suo nome Cristo è in mezzo a loro! Soltanto allora gusteremo quel pane Eucaristico che tutti unisce, che tutti ci fa fratelli e sorelle, che tutti ci fa figli di Dio e destinatari della misericordia del Padre. Correggere e ammonire significa trasmettere quella misericordia che Dio ha donato a me…Quanto è importante sentirci imperfetti davanti a Dio e al prossimo: perché questo ci riporta al posto che occupiamo nell’ordine delle “cose”… Vi lascio la pace vi do la mia pace, non come fa il mondo, Gesù dichiara nell’ultima cena: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.

 

Il Regno dei cieli comincia qui sulla terra

Il Regno dei cieli comincia qui sulla terra

21. luglio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 23 LUGLIO 2017 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO

 

  • Vangelo Mt 13, 24-43  (Forma breve Mt 13,24-30).

    Dal vangelo secondo Matteo
    [ In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece ri! ponètelo nel mio granaio”».  ]
    Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
    Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
    Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
    «Aprirò la mia bocca con parabole,
    proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
    Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

 

La zizzania

Per meglio capire la parabola, dobbiamo ben comprendere che cosa è, la pianta della zizzania, per capire Gesù a cosa vuol far riferimento.

Il Lolium temulentum (L.) (o loglio ubriacante, più conosciuto come zizzania), è una specie botanica annua del genere Lolium, spontanea e infestante fra le messi, con fiori a spiga rossa. La pericolosità di questa pianta infestante è ben nota fin dai tempi antichi, soprattutto per l’alto potere intossicante. Infatti, il termine temulentum (ubriacante) è riferito agli effetti derivanti dall’ingestione di farine contaminate da funghi del genere Claviceps, produttori di alcaloidi tossici, che possono provocare forti emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista. Tali effetti sono dovuti alla presenza di un micelio fungino che invade la pianta durante lo sviluppo. L’eliminazione della zizzania dai campi di cereali è resa difficoltosa dal fatto che le sue cariossidi sono simili a quelle del frumento.

Dio permette che nel campo della sua Chiesa, il Maligno, semini anche la zizzania; cosicché la Chiesa, seminata da Cristo, cresce insieme al frutto del maligno che è infestante e spontaneo. Di per se, la zizania come pianta, non viene seminata: ma nasce spontaneamente quindi… Allora Gesù fa riferimento a tutto ciò che nella Chiesa, nonostante abbia seminato Dio in persona la sua Parola: intossica il campo della Chiesa o peggio ancora la rende allucinata (la zizzania è allucinogena). Per cui la zizzania evangelica non rievoca solamente le maldicenze e le mormorazioni, quanto invece ciò che intossica e illude dal di dentro il “campo” della Chiesa. Sette intossicazioni o allucinazioni che possono invadere come la zizzania il campo della Chiesa sono ben chiare dall’inizio della storia cristiana: le chiacchiere, il giudizio, la negatività, le lamentazioni, le scuse, le menzogne e le fissazioni dogmatiste…

 

Dio sa aspettare

Siccome la Zizzania si maschera della piantagione buona seminata, l’agricoltore non ha alternativa: non può estirpare la zizzania sennò rischia di estirpare anche la pianta buona… Così Gesù ha preso questo segno della zizzania per dirci la Pazienza di Dio: Dio sa aspettare. Noi vorremmo una estirpazioni delle “zizzanie” che crescono nella nostra vita: subito. Ma Dio sa e deve aspettare. L’Attesa diventa anche l’atteggiamento dell’uomo e della donna credente… Lasciar correre, lasciar crescere anche la zizzania laddove si rischia di rovinare tutto… La fine dei tempi, che oggi desta poco interesse come inizio della nuova creazione, è il momento della separazione della zizzania dalla piantagione buona… LA Chiesa esiste per aspettare la fine dei tempi… La Chiesa è CAMPO SEMINATO DA DIO, nonostante la zizzania, che cresce di un “ecosistema” spirituale che Dio permette che le cose vadano come vadano…

 

Seme e lievito

La Chiesa è campo seminato da Dio chiamato ad espandersi per sua natura, la sua espansione si chiama missione. La missione della chiesa non avviene per proselitismo, o convincendo le persone o peggio ancora incastrandole pian piano… Quanto invece siamo chiamati a morire come il seme in un terreno senza Dio per poter far nascere un po di “Cristo” nel cuore dell’uomo. Inserire la Parola di Dio nelle nostre parole è già una semina efficace, ma che va fatta entrando nella vita delle persone: con amore. Cosi anche il lievito è un altro modello di missione per dire la stessa cosa… Siamo chiamati a starci… sapendo che il cristiano è portatore della presenza di Dio!. Lasciarci mescolare nella vita del mondo – in senso buono – per poter portare la presenza di Cristo.

Sia la semina che la lievitazione però richiamano di nuovo ad un verbo fondamentale: l’attendere. L’attesa del Cristiano che prima o poi quel seme germoglierà, cosi come quel lievito fermenterà la pasta… Bisgona aver rispetto, come l’agricoltore e il “lievitatore”, che ogni cosa, ogni persona, ogni situazione ha il suo tempo. Agire si ma rispettando i tempi di Dio e degli uomini.

 

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