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IL SACRIFICIO DI ABRAMO NOSTRO PADRE NELLA FEDE

IL SACRIFICIO DI ABRAMO NOSTRO PADRE NELLA FEDE

16. novembre, 2018Senza categoriaNo comments

Catechesi ai giovani

L’Eucaristia celebrata ed adorata

già prefigurata nell’Antico Testamento

 

IL SACRIFICIO DI ABRAMO

NOSTRO PADRE NELLA FEDE

DAL LIBRO DELLA GENESI (CAPITOLO 22)____________________________________

1 Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. 2Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”.

3Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5Allora Abramo disse ai suoi servi: “Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi”.

6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme.  7Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: “Padre mio!”. Rispose: “Eccomi, figlio mio”. Riprese: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. 8Abramo rispose: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!”. Proseguirono tutt’e due insieme; 9così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. 10Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. 12L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”. 13Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 14Abramo chiamò quel luogo: “Il Signore provvede”, perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede”. 15Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

 

 

 

MEDITIAMO_______________________________________________________________

<<Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: mediante Isacco avrai una tua discendenza…>> (Eb 11,17s). Ai tempi di Abramo, la benedizione di Dio era la discendenza. Abramo avanti nell’età, con una moglie sterile non poteva avere una discendenza e, come sappiamo, Dio invece interviene miracolosamente facendo nascere un figlio suo da sua moglie Sara; la discendenza di Abramo – secondo la promessa del Signore – è di un grande popolo…

Tutta la storia di Abramo, la sua volontà di partire dalla sua terra chiamata Carran (Gen 12,4ss), il coraggio di attraversare il deserto, la speranza fatta certezza di una terra che prometteva benessere e gli interventi che Dio fa nel suo cammino, vengono tutti da un fatto interiore a lui: si sente chiamato da Dio. Tutto ciò che succede ad Abramo scaturisce dalla sua vita interiore, dall’amicizia con Dio: dalla fede! Una fede in Dio che gli fa avere in modo miracoloso il figlio che mai avrebbe potuto avere: Isacco; una fede che a suo tempo gli imponeva di offrire però – sacrificandolo, uccidendolo per il Signore – il primogenito. Ai tempi dell’Antico testamento infatti, sia nella religiosità che quest’ultimo descrive che nelle religiosità fuori dalla bibbia, il rapporto con Dio trovava il suo culmine nel Sacrificio: cioè si offriva a Dio – a secondo dei luoghi e delle epoche – la primizia per ricevere in cambio da Lui la benedizione; il sacrificio poteva essere cruento (animali o in alcuni casi il figlio primogenito) oppure incruento (i frutti della terra e del lavoro dell’uomo). Abramo si ritrova – per il suo tempo storico – ad offrire il primogenito figlio, quel figlio tanto desiderato, sospirato e voluto: ma Dio annulla quel sacrificio cruento umano e gli fa offrire un ariete. Il sacrificio di Abramo diventa prefigurazione – profezia – del Sacrificio di Cristo. Il figlio di Abramo, Isacco, è stato risparmiato, invece il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è morto sulla croce. L’Agnello di Dio, Cristo Gesù, è l’ultimo sacrificio cruento: dopo di Lui non c’è più bisogno di offrire a Dio piante od animali, oggetti o cose, perché Cristo con il suo Sacrificio sulla croce ci ha donato la Sua presenza nell’Eucaristia. Perciò la Messa è l’unico grande Sacrificio – che significa offerta – tra Dio e gli uomini. Infatti noi offriamo, con il pane ed il vino: tutto ciò che ci fa soffrire e gioire, la nostra salute e le nostre malattie, la nostra fiducia e la nostra aridità… Ecco perché il sacerdote dice: pregate perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre onnipotente. Abramo ha offerto a Dio la vita di suo figlio e Dio gliela ha ridonata rinnovando la promessa, noi offriamo a Dio il pane ed il vino e quanto “abbiamo nel nostro cuore”, e Dio nell’Eucaristia si offre a noi donandoci la salvezza e la forza dello Spirito. Nell’Eucaristia quindi c’è tutto il Sacrificio di Cristo morto e risorto per noi, nell’Eucaristia c’è quanto noi offriamo a Lui di quanto più ci sta a cuore! Viviamo la Messa come offerta a Dio di quanto “abbiamo nel nostro cuore”? Spesso viviamo la Messa come un atto dovuto, di precetto; invece dovremmo, come Abramo, vederla come la celebrazione del Sacrificio in cui mettiamo nelle mani di Dio quanto ci succede di bello e di brutto, quanto viviamo dentro di buono e di cattivo sapendo che sarà Lui, il Signore, a far sì che succeda il meglio per noi! Abramo chiamò quel luogo: “Il Signore provvede”; anche noi dovremmo uscire dalla Celebrazione Eucaristica dicendo certi: “Il Signore provvede”! Ecco perché adoriamo l’Eucaristia, perché è il grande dono di Dio all’umanità, è, quell’ostia consacrata esposta nell’ostensorio l’annuncio a noi – che stiamo bene o stiamo male – che “Il Signore provvede”! Adoriamo l’Eucaristia perché sappiamo che da Essa scaturisce “il miracolo”, la forza di Dio per portare le nostre croci, la nostra lode per quanto di più bello ci succede… Sì, l’Eucaristia è l’annuncio e l’effettivo avverarsi che: “Il Signore provvede”!

Abramo è arrivato a questo rapporto di amicizia con Dio liberamente: nessuno lo ha spinto! E noi cerchiamo “spinte” da altri per poter diventare suoi amici”? Non dobbiamo aspettare che qualcuno ci inviti, siamo noi nella nostra libertà che dobbiamo seguire il Signore. Abramo è arrivato a questo rapporto di amicizia con Dio liberamente e liberandosi anche di quanto lo teneva legato a non avere un rapporto totale con Dio, e allora parte lasciando la sua terra, le sue sicurezze, la sua famiglia, il suo tempo…. Anche a noi la fede – se vogliamo viverla autenticamente – ci richiede questo lasciare, di tanto in tanto, quanto ci tiene a debita distanza da Dio (e a volte sono le cose più semplici di tutti i giorni….). Allora il grande invito è RINNOVARE LA NOSTRA FEDE, insieme ad Abramo, ripartendo dall’Eucaristia celebrata nella Santa Messa e adorata nell’ostensorio, sapendo che Qui c’è la garanzia della nostra salvezza e che “Il Signore provvede”!

La consolazione del soffio di Dio

La consolazione del soffio di Dio

17. maggio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 20 MAGGIO 2018 – PENTECOSTE


Prima Lettura  At 2, 1-11

Dagli atti degli apostoli
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Quel giorno

Nell’ebraismo lo Shavuot, o festa delle settimane, detta in greco antico Πεντηκοστή (Pentecoste), è una delle tre festività, dette Shalosh regalim (tre pellegrinaggi), denotanti feste di pellegrinaggio – a Gerusalemme. Viene celebrata sette settimane dopo La Pasqua ebraica, cominciando a contare dal secondo giorno di Pasqua, il 16 di Nisan. Celebra la rivelazione di Dio sul Monte Sinai, dove ha donato al popolo ebraico la Torah. È legata alle primizie del raccolto. Le sette settimane corrispondono al periodo dell’Omer, un periodo di lutto in memoria di disgrazie accadute al popolo di Israele che termina con la festa di Lag Ba Omer, e Shavuot vuole essere una festa gioiosa per il dono della Torah.I discepoli di Gesù, ebrei, celebravano perciò questa festa di ringraziamento per il dono di Dio della Legge e dei Profeti scritti nella Torah e per il dono della vita delle primizie del raccolto. Ma cadeva in domenica, primo giorno della settimana, in cui Gesù più volte gli era apparso vivo e la domenica prima asceso al cielo. E nel giorno del Signore, dies Domini, domenica, Pasqua della settimana ricevono il dono dello Spirito di Dio, la terza persona della Santissima Trinità… Ogni domenica si perpetua e si rinnova questo dono dello Spirito alla comunità riunita in preghiera nell’ascolto della Parola e nella Eucaristia. Vivo la domenica come il giorno del Signore? E’ suo…!

Chiuse le porte

Hanno paura gli apostoli, chiusa è la loro porta del cenacolo, ma aperto il loro cuore. La preghiera unanime con Maria provoca la presenza del Risorto che dona lo Spirito santo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro (At 2). Per accogliere lo Spirito santo è necessaria la preghiera, aprire il cuore a Dio, così si dissipa ogni paura… Una tentazione è aver paura che Dio non agisca, che Dio non si presenti, come forse era anche questa la paura dei discepoli di Gesù dopo che Lui è asceso al cielo. Ma la loro preghiera unanime provoca il cuore di Dio all’ultima apparizione di Gesù sulla terra, al dono dello Spirito santo. Il mio cuore è pronto ed aperto a ricevere lo Spirito santo? Cosa significa pregare? Viene il tempo di aprire, spalancare la porta del cuore allo Spirito, a lasciar fare a Dio, al di la delle nostre paure e delle nostre chiusure. Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo, alla sua salvifica potestà (Giovanni Paolo II, discorso di inizio pontificato). Un cuore aperto dilatato perché Dio manifesta la sua presenza nella comunità, dove lo Spirito è realmente presente per i sacramenti… Dilatare il cuore sapendo che non abbiamo più solo una famiglia, solo degli amici, ma una comunità, un legame universale con  tutti. Questo significa: “cattolici”.

Pace a voi

Il primo dono di Cristo risorto è il dono della Pace. Lo Spirito santo è chiamato “il Consolatore” perché porta la pace del cuore. La presenza di Dio ci dona la pace, il nostro aprire il cuore al suo Spirito che abbiamo ricevuto e riceviamo nei sacramenti e che, è presente nei nostri cuori. Chiamo consolazione spirituale il prodursi nell’anima di qualche movimento intimo con cui essa resti infiammata nell’amore del suo Creatore e Signore; come pure quando non riesce ad amare per se stessa nessuna cosa creata sulla faccia della terra, ma solamente in relazione al Creatore di tutto. Così pure, quando la persona versa lacrime che la spingono all’amore del suo Signore, o a causa

del dolore dei propri peccati, o per la Passione di Cristo nostro Signore, o a causa di altre cose, direttamente indirizzate al suo servizio e lode. Infine chiamo consolazione ogni aumento di speranza, di fede e di carità, e ogni tipo d’intima letizia che sollecita e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, rasserenandola e pacificandola nel proprio Creatore e Signore. (s. Ignazio di Lodola, esercizi spirituali, n° 316). Chiediamo a Dio questa serenità e pacificazione interiore.

Missionari

Lo Spirito santo non è una realtà da tenere per se stessi, ma ci dona un mandato, una missione: come Gesù mandò i discepoli ad effondere questo Spirito al mondo. Lo Spirito è presente nella Chiesa che lo trasmette di generazione in generazione, attraverso i Sacramenti. Siamo chiamati ad uscire dal cenacolo della Chiesa ed a prendere consapevolezza che per nostra natura siamo portatori sani, contagiosi – direbbe san Filippo Neri – della gioia di aver incontrato Dio. Come i discepoli parlano e tutti li capiscono, lo Spirito santo ci rende comprensibili agli uomini e donne di questo tempo, di ogni tempo, anche se a noi non sembra…I discepoli cominciano a parlare sotto l’azione dello Spirito: con il cuore. La trasmissione della fede avviene così: il mondo ci comprende se siamo discepoli di cuore, se abbiamo un cuore dilatato, se parliamo e agiamo con il cuore, ciascuno con i diversi carismi (1 Cor 12) ricevuti da Dio. Sento di avere un carisma per questo mondo per la comunità? La gente che mi incontra sente il mio essere “speciale” perché investito dello Spirito di Dio?

Il soffio dello Spirito

Spirito dal greco pneuma, dall’ebraico ruah: respiro, alito. Quanto importante è respirare, perché respirare ci fa stare in vita. Quanto importante è “respirare” la Presenza di Dio. Ci donò nella creazione il suo soffio, il soffio della vita! Oggi a Pentecoste ci dona il Soffio dell’amore. Tornare a respirare la vitalità di Dio ed il suo Amore, a contemplare la sua presenza, a lasciarci plasmare da Lui, ad affidare la nostra vita a Dio. Allora respiriamo veramente! Allora vivremo pienamente! Allora ameremo di vero cuore!

 

La Redenzione

Il primo dono di Cristo risorto nello Spirito in pentecoste dicevamo è la pace. Pace fra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini sancita in questo atto di Misericordia. Dio perdona i nostri peccati: per grazia! Così per noi la misericordia per il prossimo non rimane uno sforzo morale, quanto invece un effetto sacramentale. Se non riusciamo a perdonare qualcuno, significa che dobbiamo avvicinarci ancora di più al Dio della Misericordia. Redenzione è il formidabile dono dello Spirito che permette addirittura – se consegnati noi stessi a Lui – di dare un senso anche ai nostri peccati, anche a quelli peggiori. La redenzione ridona all’uomo la sua dignità di essere uomo, figlio, fratello… Redenzione è l’opera dello Spirito santo: come possiamo essere anche noi “redentori”?

Rimanete nell’Amore di Dio

Rimanete nell’Amore di Dio

3. maggio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 6 APRILE 2018 – VIa DI PASQUA (b)

 

  • Vangelo Gv 15, 9-17

    Dal vangelo secondo Giovanni

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
    Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
    Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

RIMANETE: LA PERMANENZA NEL RAPPORTO CON DIO E LA COMUNITA’

Gesù continua la sua predicazione sviluppando l’idea dalla permanenza in lui come modo e mezzo di vita per il discepolo. Dopo avere utilizzato la similitudine della vite ed i tralci (GV 15,1-8), chiarisce ora che tale permanenza non è inattività pietistica né abbandono della propria iniziativa: la permanenza esige attuazione dei suoi comandamenti, l’amore si esprime nell’obbedienza puntuale ed è fonte di allegria piena. E siccome il comandamento nasce dall’amore che Dio ha per noi, si
riferisce anche all’amore che dobbiamo avere mutualmente. Questo amore, imposto da chi ce lo ha insegnato, non ha limite, neanche la propria vita, perché bisogna essere disposti a donarla per gli amici. Chi ubbidisce non è servo, bensì amico dell’Amante. Non vi è maggiore felicità. Il cristiano che non si sente amato, difficilmente potrà amare né sentirsi felice. Si è amati da Dio non perché lo invochiamo, neanche perché lo desideriamo, ma bensì perché facciamo il suo volere, amando il prossimo senza limiti, con tutta la vita. Giovanni che scrive per la sua comunità sa per Rivelazione che l’amore di Dio per gli uomini non cambia, “rimane”… Cosicché soltanto nel vincolo dello “rimanere” in Dio nella comunità cristiana, l’uomo, può fare esperienza di questo amore: imperfetto su questa terra, perfetto nel Paradiso. Dopo la discesa dello Spirito santo, Gesù risorto, non è più apparso su questa terra e, il suo Amore, è mediato dalla comunità cristiana che celebra i sacramenti e ascolta la sua Parola, sempre in quella imperfezione di questo mondo; ecco perché negli Atti degli apostoli e nelle lettere del nuovo testamento si fa sempre riferimento all’essere assidui, all’essere permanenti, perseveranti… Come vivo la tentazione del non rimanere?

L’AMORE VERO RIMANE: E’ STABILE PER SEMPRE

L’amore, origine e principio della relazione Padre-Figlio (Gv 3,35; 5,20; 10,17) è il motivo ed il termine di paragone nella relazione che deve esistere tra Gesù ed i suoi discepoli (Gv 15,9). Il Padre è la fonte dell’amore che Cristo ha per i suoi, quell’amore è, in realtà, riflesso ed imitazione, dell’amore con il quale Cristo si sente amato. La permanenza in quella relazione amorosa, intradivina, si ottiene con un’obbedienza concreta (Gv 15,10), come quella del Figlio. La stessa cosa che è per Cristo (Gv 14,31), è per il cristiano: amare ed osservare i comandamenti è la stessa cosa (Gv 14,15.21.23). Il parallelismo della formulazione potenzia l’audacia dell’affermazione: osservare il volere di Gesù, concretizzato nei suoi comandamenti, è visto come amore. Cristo rimane nell’amore del Padre, perché osserva i suoi comandamenti; quello che è meta ottenuta in Cristo, è per il cristiano obiettivo da raggiungere; l’attuazione del Figlio è stimolo e fonte di quella dei credenti. Se non fosse perché abbiamo sentito parlare del mandato dell’amore fraterno con troppa frequenza, ci risulterebbe scomoda, quasi insopportabile, l’esigenza di Gesù nel vangelo di oggi: “Questo vi comando che vi amiate gli uni gli altri“. Perché, guardando bene, chi di noi crede che sia possibile, che sia esigibile, amare il suo prossimo? Sembra che man mano che avanziamo nella vita, ci facciamo un’altra idea più che accumulare delusioni in questo campo. E non è che non contiamo sull’amore di quanti non conosciamo o che diamo per naturale l’indifferenza degli sconosciuti; è che neanche riusciamo ad amare coloro che ci amano, come essi si meritano, come avevamo promesso loro. Né ci sentiamo amati da essi come desideriamo ed abbiamo perfino chiesto loro qualche volta. Gli innamorati promettono o esigono amore fedele. Se l’amore al parente, al conoscente, all’amico, è tanto impensabile, come è possibile che Gesù ci imponga l’amore al prossimo, allo sconosciuto, al non amato?
Bisognerebbe accorgersi di questo: dobbiamo amarci, perché siamo stati oggetto di amore. Come il Padre mi ha amato, così anche io vi ho amati; rimanete nel mio amore. Prima di dover cercare il prossimo da amare, Cristo è venuto a cercarci, si è avvicinato, ci ha scelti col suo amore: non siete voi che avete scelto me; sono io che ho scelto voi. Venendo al nostro incontro, avendoci eletti come persone da amare, Gesù ci ha facilitato il compimento di suo volere: ci basterebbe rimanere nel suo amore. “È l’amore quello che fa osservare i suoi precetti o è l’osservanza dei suoi precetti quello che genera l’amore? si domandò Sant’Agostino – E rispondeva: “Colui che non ama non ha motivi per osservare i precetti… Noi osserviamo i suoi precetti affinché egli ci ami, perché, se egli non ci ama, non possiamo osservare le sue parole”. Non fummo scelti perché eravamo già buoni, siamo amati affinché riusciamo ad esserlo. L’amore umano è imperfetto fino al più vile del deludere: il tradimento. Ma chi ama in Dio sa portare la croce perché comprende che l’amore richiede il Sacrificio: richiede il dare la vita.

LA MISSIONE DEL CRISTIANO: AMARE PORTA GIOIA VERA

La gioia, bene messianico, che Gesù, ubbidiente ed amato, sente sua sarà, allora, patrimonio completo dei discepoli docili (Gv 15,11). Davanti ad un Cristo che deve assentarsi, i cristiani sapranno conservare la gioia se si amano: l’obbedienza dovuta al Signore si identifica con l’amore reciproco (Gv 15,12; 13,34); la gioia di vivere accompagna la vita fraterna, fino al ritorno del Signore. La misura di quell’amore fraterno che non è libero ma oggetto di mandato, non è all’arbitrio del discepolo: l’amore del cristiano ha l’amore di Cristo come norma e limite. Consegnare la propria vita allude alla morte volontaria di Gesù (Gv 15,15.24). Egli come dell’amore di Cristo sostenta l’obbligatorietà del suo mandato e stabilisce le sue frontiere. Questo amore, pertanto, “è distinto da quello con il quale si amano gli uomini come uomini” (Sant’Agostino): finché ha vita, il cristiano dovrà amare il suo fratello e può, perfino perdere la vita pur di non smettere di amarlo (Gv 15,12-13. 1; Cor 13,3; Rom 5,6-8). La disponibilità per fare la volontà del Padre può portare, dunque, fino a dare la propria vita per gli amici. La gioia vissuta per obbedienza non è mai illusoria, neanche davanti alla propria morte.
Qui, senza dubbio, sta la radice della nostra incapacità di amare. Non sappiamo amare, crediamo impossibile l’amore per altri, perché non ci sappiamo amati da Dio, perché, sinceramente, non crediamo possibile che Egli, Dio, ci ami. O non ci andrebbero diversamente le cose, pensiamo, se gli importassimo qualcosa, se ci amasse almeno un po’? Questa domanda che tante volte ci siamo fatti, questo dubbio tanto normale, è in realtà una reazione sconsiderata verso Dio. E siccome ci immaginiamo l’amore di Dio secondo quello che da Lui desideriamo e con le forme che crediamo ci convengano, non stiamo sperimentando quanto Egli ci vuole bene, quanto è grande il suo amore; solo perché non capiamo o non accettiamo il suo modo di amarci, ci stiamo privando di sentirci amati. E chi non si sente amato, è inabile ad amare.

Rimanete in me

Rimanete in me

26. aprile, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 29 APRILE 2018 – Va DI PASQUA (b)

 

Vangelo  Gv 15, 1-8

Dal vangelo secondo Giovanni
1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

LA PAROLA DEL RISORTO

Nel vangelo secondo Giovanni ci sono parole di Gesù alle quali purtroppo siamo abituati e che dunque ascoltiamo o leggiamo in modo superficiale. In verità confesso che queste parole mi sembrano folli, mi sembrano pretese assurde, che un uomo equilibrato non può avanzare. Solo quando le leggo o le ascolto quali parole del Risorto vivente, del Kýrios, del Signore in mezzo alla sua chiesa (cf. Gv 20,19.26), mi sento di accoglierle come parole di verità e di vita. Ma allora mi danno quasi le vertigini e mi fanno sentire inadeguato di fronte alla rivelazione del mistero… I brani giovannei che ascoltiamo nel tempo pasquale e che innanzitutto testimoniano – come si vedeva domenica scorsa – le affermazioni di Gesù “Io sono…”, possono urtarci, possono sembrare incomprensibili… eppure sono parole del Signore!

 

CRISTO VERA VITE

La pagina odierna è tratta dai “discorsi di addio” (cf. Gv 13,31-16,33), parole – lo ripeto – del Risorto. Gesù afferma: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore, il vignaiolo”. Per un ebreo credente la vite è una pianta familiare, che insieme al grano e all’olivo contrassegna la terra di Israele; è la pianta da cui si trae “il vino, che rallegra il cuore umano” (Sal 104,15). Proprio la vite era diventata l’immagine del popolo di Israele, della comunità del Signore: vite scelta, strappata all’Egitto e trapiantata (cf. Sal 80,9-12), coltivata con cura e amore dal Signore, che da essa attende frutti (cf. Is 5,4). Gesù, rivelando di essere lui la vite vera (alethiné) – come Geremia proclama di Israele: “Ti ho piantato come vite vera (alethiné)” (Ger 2,21) – si definisce l’Israele autentico, piantato da Dio, dunque pretende di rappresentare tutto il suo popolo. Egli è la vite vera e Dio, chiamato con audacia “Padre”, è il vignaiolo, colui che la coltiva. I profeti nella loro predicazione si erano più volte serviti di questa immagine per parlare dei credenti: Dio è il vignaiolo che ama la sua vigna ma da essa è frustrato (cf. Is 5,1-7; Ger 2,21; 5,10; 6,9; 8,13); Dio è il vignaiolo che piange la sua vigna, un tempo rigogliosa ma ora bruciata (cf. Os 10,1; Ez 15,1-8); Dio è il vignaiolo invocato in soccorso della sua vigna devastata e recisa (cf. Sal 80,13-17). Sì, Gesù, il Messia di Israele, è la vigna che ricapitola in sé tutta la storia del popolo di Dio, assumendo i suoi peccati e le sue sofferenze.

 

LA CHIESA “VIGNA”

Gesù però è anche la vigna che è la sua comunità, la chiesa, e – come dice Paolo servendosi della metafora del corpo che, seppur formato dal capo e dalle membra è uno solo (cf. Rm 12,4-8; 1Cor 12,12-27) – egli è la pianta e i credenti in lui sono i tralci: ma la pianta della vite è sempre una! Il Padre vignaiolo, avendo cura di questa vite e desiderando che faccia frutti abbondanti, interviene non solo lavorando la terra ma anche con la potatura, operazione che il contadino fa d’inverno, quando la vite non ha foglie e sembra morta. Conosciamo bene la potatura necessaria affinché la vite possa aumentare la linfa e così produrre non fogliame, non tralci vuoti, ma grappoli grandi, nutriti fino alla maturazione. Quando il contadino pota, allora la vite “piange” dove è tagliata, fino a quando la ferita guarisce e si cicatrizza. La potatura tanto necessaria è pur sempre un’operazione dolorosa per la vite, e molti tralci sono tagliati e gettati nel fuoco…

Gesù non ha paura di dire che anche suo Padre, Dio, deve compiere tale potatura, che la vita che egli è deve essere mondata e che dunque deve sentire nel suo stesso corpo le ferite. È la parola di Dio che compie questa potatura, perché essa è anche giudizio che separa; del resto, non era stata proprio la parola di Dio a mondare la comunità di Gesù, con l’uscita dal cenacolo di Giuda il traditore, la sera precedente la passione (cf. Gv 13,30)? Per i discepoli di Gesù c’è la necessità di rimanere tralci della vite che egli è, di rimanere (verbo méno) in Gesù (facendo rimanere in loro le sue parole) come lui rimane in loro. Rimanere non è solo restare, dimorare, ma significa essere comunicanti in e con Gesù a tal punto da poter vivere, per la stessa linfa, di una stessa vita. Ognuno di noi discepoli di Gesù è un tralcio che, se non porta frutto, viene separato dalla vite e può solo seccare ed essere gettato nel fuoco; ma se resta un tralcio della vite, allora dà frutto e, per la potatura ricevuta dal Padre, darà frutto buono e abbondante!

Ma in questa parola di Gesù ci viene anche ricordato che non spetta né alla vigna né alla vite potare, e dunque separare, staccare i tralci: solo Dio lo può fare, non la chiesa, vigna del Signore, non i tralci. E non va dimenticato che, se anche la vigna a volte può diventare rigogliosa e lussureggiante, resta però sempre esposta al rischio di fare fogliame e di non dare frutto. Per questo è assolutamente necessario che nella vita dei credenti sia presente la parola di Dio con tutta la sua potenza e la sua signoria: la Parola che monda (verbo kathaíro) chiesa e comunità; la Parola che, come spada a doppio taglio (cf. Eb 4,12), taglia il tralcio sterile, pota il tralcio rigoglioso e prepara una vendemmia abbondante e buona.

 

ALLO SPIRITO SANTO (Santa Caterina da Siena)

Spirito Santo, vieni nel mio cuore, e per la tua potenza attiralo a te, o Dio, e dammi carità con timore.
Preservami, o Cristo, da ogni cattivo pensiero, riscaldami e infiammami del tuo santissimo amore, cosicché ogni pena mi sembri leggera.
Santo mio Padre e dolce mio Signore, aiutami in ogni mia occupazione.
Cristo amore. Cristo amore. Amen.

Chiamati a seguire Cristo

Chiamati a seguire Cristo

18. aprile, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 22 APRILE 2018 – IVa DI PASQUA (b)

 

Vangelo  Gv 10, 11-18

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

Dietro ad un solo pastore, verso un solo pascolo…

C’è il rischio di sapersi ed essere sicuri di essere cristiani, come c’è il rischio che questa nostra sicurezza sia una fede illusoria, una fede “ci chi scavalca” il recinto e neanche se ne accorge, una fede patologica che neanche sa di essere malata… Si può stare nella Chiesa e non seguire veramente Cristo, illudendoci di farlo. Diamo degli indicatori della patologia della fede[1]:

  1. Una forte enfasi del farsi forte della propria esperienza esibita anche in modo narcisistico.
  2. Una religione intesa come una presenza continua e spropositata della persona.
  • La scrupolosità nelle azioni e nei pensieri diventando ossessione
  1. Esitamento di responsabilità dei propri comportamenti: è colpa di altri o del diavolo…
  2. L’eccessiva emotività sregolata che finge un inesistente misticismo e si apre al feticismo religioso.
  3. L’entusiasmo indiscriminato ed esasperato di chi vuole convincere tutti…
  • Una Carità verso gli altri sempre disponibile e generosa, ma che nasconde il proprio interesse psicologico o ancor peggio concreto…

Il Pastore della Chiesa è solo Cristo e i sacramenti ne sono la sequela effettiva ed efficace. Il pascolo è solo uno: quello a cui ci porta il Signore e solo Lui sa dove… In tutto questo è importante riscoprire che l’esperienza di fede è seguire la Chiesa per quel che è…, pastore e gregge. Non si da cattolicesimo senza un ministro pastorale dell’unico Pastore, non si da cattolicesimo senza gregge, senza comunità…

 

Essere riconoscenti con Dio!

Vivere i questa gratitudine, con questo senso della riconoscenza interiore al Signore, significa vivere noi e rendere gli altri: felici. Dalla gratitudine di ciò che abbiamo dipende oggi la nostra riconoscenza, il nostro esser grati… Il pensiero mercenario dell’occidente contemporaneo, che tutti abbiamo dentro, è di vedere quello che non va, di soffermarci sulle nostre ferite e su chi ce le ha procurate; il mercenario di oggi è dentro il “recinto” della Chiesa e ci illude lasciandoci guardare sempre e soltanto: quello che non va,  il come dovrebbe andare… Il mercenario è fissato solo a vedere le pecore e attuare il suo piano che non è salvifico ma lo sembra. Il mercenario è illusionista e finge di essere il Pastore, ci illude che a lui dobbiamo obbedienza e fedeltà perché il mercenario è forte! Ci spira fiducia perché è travestito da pastore. Come vivo la mia obbedienza a Cristo? Possiamo anche noi metterci in mano al mercenario “che non salva”. Il Pastore, alla fine dei tempi, separerà le pecore e le chiamerà a se nella vita eterna, a differenza dei capri destinati alla morte eterna (cfr. Mt 25,31-46). Una grande esortazione evangelica che non ci vuole mettere paura apocalittica, quanto invece all’esortazione nella carità. Senza la VERA CARITA’ la nostra fede è mercenaria. Non illudiamoci di vivere la carità come elemosina e aiuto bello e concreto agli altri, se poi non riusciamo ad entrare – perché non vogliamo – nella “porta del cuore” del nostro prossimo, anche di quello che prossimo non vorremmo. La mia carità è veramente cristiana? Cerco di entrare nel cuore del “mio prossimo” anche se non lo vorrei come “mio prossimo”?

Noi conosciamo Cristo!

Non siamo sconosciuti a Cristo! Se noi forse siamo lontani da Lui, Lui non è lontano da noi… Ci segue sempre, ci vede, ci ascolta e, sente, sente le nostre gioie e le nostre sofferenze. Dio ci conosce, sa come siamo fatti nel più profondo di noi stessi, anzi ci conosce più di noi stessi. Vivere la fede significa conoscere Dio e sapere che Lui ci conosce, cioè anche ci capisce, ci giustifica, prova dolore e gioia per noi… Siamo noi che, molto spesso, non lo conosciamo e diamo per scontato qualche convinzione e qualche idea di Lui. Dio ha fatto, in Gesù di Nazareth, la nostra stessa esperienza umana: capisce i nostri bisogni, le nostre crisi, i nostri insuccessi così come ciò che ci rende felici e soddisfatti. Lui sa – perché ci ha creati – cosa è veramente bene per noi e bisognerebbe avere uno sguardo dal “campo visivo” molto amplio e un cuore molto grande per sentirci conosciuti da Dio. Ma tutto avviene sotto il Suo sguardo e, se viviamo la fede: questo diventa la nostra forza e anche la nostra consolazione. Gesù non si scorda di te! E tu?

La bontà

Il Buon pastore. Cosa significa questa parola così discussa e un po sembra essere passata di moda nella morale? La bontà non è buonismo. Il “buono” non è colui o colei che accontenta tutti, che sa accontentare tutti… Il concetto di bontà, nel giudaismo, si riconduce al concetto di giustizia. Il buono è giusto, la giustizia di Dio è la misericordia, la bontà significa avere la misericordia di Dio ed operarla con il prossimo. Aprire rapporti nuovi, riaprire i vecchi rapporti chiusi ed entrare nel cuore dell’altro, nel cuore dell’altra…Guardare il prossimo per quel che è e, non, per come vorremmo esso sia. In poche parole: entrare in questa bontà nuova, in un nuovo battesimo dell’innocenza.

[1] G. Crea, L.J. Francis, F. Mastrofini, D. Visalli, Le malattie della fede, Bologna 2014, EDB, pp.30-32.

Che cosa è accaduto a Cefa, la Roccia?

Che cosa è accaduto a Cefa, la Roccia?

22. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 25 MARZO 2018 – DOMENICA DELLE PALME (b)

 

Dal Vangelo secondo Marco (capitolo 14e15)

12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono 13e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo”.

15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: “Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?”. Egli rispose: “Non lo sono”. 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”. 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

 

 

  • Pietro, perché d’improvviso Gesù ti è diventato estraneo?

“Il gallo canta per la seconda volta, e le lacrime di Pietro cadono al suolo. Che cosa è accaduto a Cefa, la Roccia? Ha rinnegato il suo Redentore, non una, non due, ma tre volte. Come la sua fede vacillò quando cercò di camminare sull’acqua, così ancora una volta, Pietro rivela la sua debolezza. Aveva avventatamente promesso di morire, piuttosto che rinnegare il suo Maestro. Ma, alla fine, basta una giovane serva perché egli si vergogni della sua amicizia con Gesù”[1].

“Si vede che Pietro entra in questa prova quasi senza accorgersene, comincia a capire sempre meno il Maestro: perché non si difende?  Però segue lo stesso Gesù, senza ben sapere perché, senza neanche la decisione di intervenire a suo favore; forse ci sperava, ma non sa neanche lui cosa fare”[2]. Rimane stralunato, perde la fiducia in quel “potente” ora “impotente” Messia… Rimane deluso e stralunato come quando ebbe quell’intuizione geniale alla domanda di Gesù: “la gente chi dice che io sia? – la risposta di Pietro fu luminosa – Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Beato te Simone figlio di Giona – rispose Gesù – perché né la carne né il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli… tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa…” (cfr. Mt 16,15-19). Ma pochi momenti dopo questa solenne professione di fede di Pietro e la “beatificazione di Gesù”, la “roccia” della fede di Pietro si sgretola fino a far dire a Gesù la frase più sgradevole: “vai indietro satana”. Che cosa sgretola così tanto la fede di chi segue Gesù da vicino come Pietro? Che cosa – o forse chi – “sgretola” la roccia della mia fede di cristiano? Bisogna innanzitutto far pace con questa considerazione: la nostra fede può sgretolarsi! Le ragioni della nostra fede – e quindi della nostro seguire il Signore – possono venir meno! “Una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone. Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr. Mt 5,13-16)”[3].

 

  • Pietro, quale sogno si è infranto con la Passione di Cristo?

E’ deprimente il fatto che tutta la missione di Gesù, la sua vita pubblica durata tre anni con i suoi discepoli: tutte le conversioni, le guarigioni, le liberazioni, le chiamate… Sembra tutto essere andato perso. Tempo perso? Si  chiede Pietro a questo punto! E Pietro che poi credeva di risolvere tutto! Diceva infatti a Gesù: <<morirò per te, non permetterò che accada la passione…>>. Ma i sogni infranti di Pietro lo portano ad un altro “gradino di salita” importante nella sua vita: una sorta di seconda conversione. Il sogno infranto di Pietro è di non essere indispensabile, di sentirsi inadeguato ed ora anche estraneo al Signore. Pietro crede di essere felice ma si accorge di essere deluso da Dio, dai suoi amici, dalla sua famiglia… Si ritrova solo…

Ora siamo giovani, abbiamo delle grandi aspettative dalla vita, la stiamo progettando, la stiamo spingendo per progredire sempre di più… Abbiamo dei sogni che a quest’età – anzi ad ogni età – bisogna avere. E Dio, cosa centra con i miei sogni? Potrebbe essere come per Pietro: prima un modo per vivere “più a pieno” la sua vita, ora nella passione di Gesù, una vuota illusione che non è così più tanto importante. Ma Dio non vuole infrangere il sogno di Pietro, anzi Pietro – dopo la Resurrezione – farà i conti con la sua incredulità e vedrà il Maestro risorto e ancor più potente: ha distrutto la morte! L’esperienza di fede, l’esperienza della vita vissuta con Dio è orientare il nostro sguardo verso di Lui proprio come Pietro anche nel momento in cui si sente – e lo segue – da lontano.

 

  • Pietro, perché queste negazioni?

“Certamente per paura… non riuscivo più ad essere discepolo di un uomo tanto umiliato… mi aveva deluso… In me c’era in fondo la non accettazione della volontà di Dio che si manifestava in tale umiliazione, la non accettazione di un Dio che si coinvolge con l’uomo al punto da lasciarsi annientare nella persona di Gesù. Mi era chiesto un salto di qualità di cui non ero capace”[4], risponderebbe Pietro. Pietro deve convertirsi all’umiltà e all’umiliazione della sofferenza. Questa è la sottomissione, l’obbedienza, che Pietro non riesce ad accettare… Questo è lo scandalo cristiano della croce che spesso non riusciamo a portare. Come Pietro siamo chiamati a convertirci all’umiltà e all’umiliazione della sofferenza, che attentano allo sgretolamento della nostra fede; “la sottomissione incondizionata alla volontà di Dio, che si rivela in ciò che accade e in ciò che noi non possiamo modificare, è l’atteggiamento fondamentale di tutti coloro che credono in Dio”[5].

 

 

 

  • Pietro, perché dopo il gallo del canto hai pianto amaramente?

Risponderebbe: <<lo sguardo di Gesù mi ha toccato il cuore, facendomi capire a che punto ero arrivato>>. Quello stesso sguardo di Gesù (emblèpo – in greco) del primo incontro con Pietro (cfr. Lc 22,61a): uno sguardo di compassione, di comprensione, di perdono[6]. Bisogna riconoscere che abbiamo bisogno dello sguardo di Cristo, del volto della sua presenza, questo è lo scopo della nostra vita: cercare e far trovare il volto, lo sguardo di Cristo! E’ insieme una contemplazione e una missione. Vivere la vita nel suo aspetto contemplativo, riflessivo, meditativo… Questo realizza la nostra vita interiore! Pietro aveva realizzato la sua vita esteriore, e religiosa esteriore: ora è chiamato a vivere l’amicizia con Dio facendo esperienza che la vita va vissuta innanzitutto interiormente, cioè gustare e capire con la mente ed il cuore la presenza di Dio. Quando incrocia lo sguardo di Gesù cambia qualcosa in lui: viene toccato dal di dentro, cioè capisce che la presenza di Dio è troppo importante nella sua vita e si accorge che il peccato è questo rinnegarlo. Questo è il peccato: rinnegare Dio!

“Ma appena lo sguardo di Gesù incrocia lo sguardo di Pietro, l’Apostolo riconosce il proprio triste errore. Umiliato, piange e chiede perdono a Dio. Forte è la lezione di Pietro: persino i più intimi offenderanno Gesù con il peccato. Il canto del gallo non sarà mai più lo stesso per il principe degli Apostoli: gli ricorderà per sempre la sua paura e la sua fragilità

ORAZIONE

Signore,
donaci un cuore umile e contrito.
Fa’ che sappiamo versare lacrime per le nostre colpe,
per ritornare al tuo amorevole abbraccio
ogni volta che ti abbiamo voltato le spalle.
Fa’ che impariamo da Pietro
a non ritenere per scontata la nostra fede
né a presumere di essere migliori degli altri.
Aiutaci a conoscere noi stessi come siamo veramente,
fragili, peccatori,
costantemente bisognosi del tuo perdono.
A te, Gesù,
che guardi l’amico con volto sereno,
la lode e la gloria
con il Padre e con lo Spirito,
nei secoli eterni. .Amen”[7].

[1] Via Crucis al Colosseo 2002, statio IV.

[2] C. M. Martini, Il coraggio della passione, Casale Monferrato (AL), Piemme, 2008, p.82.

[3] Benedetto XVI,  La porta della fede, p. 5.

[4] C. M. Martini, Il coraggio della passione, p. 82-83.

[5] Robert Spaemann, in Dio oggi, con Lui o senza di Lui cambia tutto, p. 62.

[6] Cfr. C. M. Martini, Il coraggio della passione, p. 83.

[7] Via Crucis al Colosseo 2002, statio IV.

 

LA META DELLA NOSTRA FEDE: LA CONTEMPLAZIONE DI DIO

LA META DELLA NOSTRA FEDE: LA CONTEMPLAZIONE DI DIO

16. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 11 MARZO 2018 – Va DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo  Gv 12,20-33

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

VOGLIAMO VEDERE GESU’

Questi greci del Vangelo, pagani quindi non della religiosità ebraica, quindi “fuori” dalla logica dell’annuncio evangelico: chiedono di vedere Gesù. E’ la richiesta più nobile di una fede autentica: vogliamo vedere Gesù! Vogliamo vedere Gesù? Perché la nostra fede potrebbe non includere questo elemento di ricerca che è il fulcro intorno a cui ruota tutta la nostra scelta cristiana… La motivazione fondamentale della nostra fede è questa contemplazione del volto di Cristo, perché alla fine, al termine della vita, saremo chiamati a contemplare la Presenza di Dio! Forse, questi Greci convertiti, volevano vedere Gesù per curiosità, ma anche questa potrebbe bastare per incontrarlo.

Chiediamo a Dio uno spirito aperto alla contemplazione: al cercare e vedere la Presenza di Cristo risorto nella nostra vita, contemplando la sua Presenza vivremo questo rapporto di fede con amore, che così si chiama “adorazione”. Come questi Greci siamo chiamati a farci ricercatori di questa Presenza nascosta ma preziosa nella nostra vita; perché la fede è risposta al Dio che ci si rivela, allora dobbiamo cercare i segni attraverso cui Egli si rivela: la fede si fa ricerca, visione, risposta e adorazione. Questa è l’unica cosa e la meta di tutto il cammino cristiano: la contemplazione del volto di Dio nell’amore.

 

IL CHICCO DI GRANO

Gesù in qualche modo risponde alla richiesta dei discepoli che si fanno ambasciatori di quei greci, annunciando la sua morte e resurrezione. Come se volesse dire che la visione del suo vero volto è e sarà in quel volto sfigurato dai segni della passione, ma anche glorificato dalla resurrezione. Allora Gesù di Nazareth vero Dio e vero uomo è quel seme che il Padre ha “gettato” nel “terreno” dell’umanità. In se il seme ha tutta la potenza della vita, nonostante la sua piccolezza… Ma deve morire nella terra per poter dare la vita più grande… La morte e la resurrezione sono questo percorso che Dio ha compiuto in Cristo e che, diventa percorso, di ogni cristiano.

La vicenda della morte – di ogni tipo di morte – vede la triste esperienza dell’assenza perché, il “seme”, viene sotterrato e muore. E’ dalla morte che nasce una nuova vita sconosciuta al seme stesso che è seme proprio per questo… Ogni nostra morte se vissuta con questa fede è “creazione” o “ricreazione” della vita… E’ propria dell’esistenza del seme che era Cristo e che siamo noi, essere predestinati a questo passaggio (Pasqua). Morte intesa anche sul livello interiore, sul livello del sacrificio per amore, sul livello della tolleranza e di lasciar “morire” le proprie aspettative e le proprie rivendicazioni. Come vivo questo passaggio? Vivere la vita a volte è anche saper perdere, perché la scelta autentica a volte fa perdere… ma sembra una perdita nei confronti del “godersi” la vita, invece è un conquistare la vita piena su questa terra e quella eterna del Paradiso. Oggi c’è la grande paura del “perdere”, del lasciare, del lasciar correre, dello scegliere per cristo prima di tante altre cose… ma scegliere per Cristo è conquistare la vita.

 

IL SERVIZIO PER IL REGNO DI DIO

La sequela di Cristo poi porta al servizio. Cristo si è fatto servo dell’umanità cioè: non padrone! Perché sapeva che è il Padre il vero “padrone” del mondo. Nella Chiesa riscopriamo questo amore comunitario se viviamo con questo spirito di servizio; che sia il servizio della preghiera, che sia il servizio della catechesi o della carità: il servizio non è volontariato ma volontà di Dio, il servizio è vocazione. La vocazione al servizio, comune ad ogni cristiano, non è un diritto né un dovere: ma chiamata all’umiltà ad essere e diventare ciò che Dio ha pensato al meglio per noi. Siamo tutti “servi” fedeli del suo Regno: gli attriti, le incomprensioni nascono quando non accettiamo questo essere servitori ed avanziamo diritti e doveri in una comunità che non vive di diritti e doveri ma solo di chiamata da parte del Padre. Vivo l’esperienza di Chiesa come servizio alla comunità e al Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa?

 

LA PAROLA DEL PADRE

Si sente la voce del padre, una frase, una promessa: la glorificazione del Figlio! La resurrezione è il grande annuncio esplicito di questo Vangelo. Resurrezione in greco è anastas, cioè: alzarsi, rialzarsi. La glorificazione, se siamo autenticamente cristiani, noi figli nel Figlio di Dio, la viviamo attraverso la morte, attraverso ogni nostra morte. Siamo chiamati all’ascolto della Parola del Padre che ci indica il percorso del vissuto di fede che passa sempre attraverso la passione, la morte e la resurrezione. Ascoltare Dio Padre è ascolto da figli, fiduciale, fedele, sapendo che se viviamo la fede attendiamo la realizzazione della promessa del Padre: la glorificazione. Che cos’è la gloria? Una gioia piena, una gioia che appartiene a Dio e non all’uomo, ma che Dio, per amore, ha deciso di condividere con l’umanità.

LA CROCE, IL MISTERO E LA FEDE: LA SALVEZZA DELL’UMANITA’

LA CROCE, IL MISTERO E LA FEDE: LA SALVEZZA DELL’UMANITA’

8. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 11 MARZO 2018 – IVa DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo Gv 3,14-21

    Dal vangelo secondo Giovanni
    In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
    «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
    Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
    E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

IL DIALOGO DEI CUORI

Nessuno avrebbe mai pensato che un dottore della legge, fariseo membro del Sinedrio, alzasse la “bandiera” del buon senso e facesse l’unica cosa che gli uomini possano fare, tra loro, quando hanno dei problemi: parlare da soli e con il cuore. Se, come l’evangelista Giovanni, ci facciamo presenti alla scena del Vangelo, vedremmo qualcosa che commuove: un fariseo e Gesù che parlano nella carità. Che grande testimonianza di Nicodemo! Rompere il muro dell’omertà e del pregiudizio, per andare a parlare direttamente e con calma con il diretto interessato dei problemi che erano sorti a Gerusalemme… Il loro è un dialogo tra uomini, ma anche tra l’uomo ed il suo Dio. Infatti avviene in modo solitario, col cuore ed in un amore che si sta conquistando…E in questo dialogo Gesù gli rivela delle verità enormi su se stesso, su Dio, sulla morte, sulla resurrezione… Nicodemo non le capisce ma finirà per seguirlo. Nicodemo accetta il mistero di Dio, cerca di penetrarlo con la mente, non lo capisce, ma ci mette il cuore: allora lo comprende e lo segue. Quante domande abbiamo anche noi su Dio, sulla fede, sulla sofferenza, sulla morte… C’è bisogno della preghiera che è questo dialogo del nostro cuore con quello di Dio. Accetto che nella fede la conoscenza non può essere totale, ma è il cuore che si apre pian piano alla comprensione del mistero? La preghiera è per me anche un dialogo cuore a cuore con Dio?

 

 

IL FIGLIO DI DIO INNALZATO SULLA CROCE

Come Dio fece erigere a Mosè dei serpenti di rame per salvarsi dai serpenti di una piaga che fu inflitta al popolo d’Israele nel deserto, così Gesù viene eretto sulla croce per salvare il mondo dall’antico serpente del peccato e dalla morte. L’annuncio di Gesù è clamoroso: il Figlio unigenito di Dio verrà innalzato sulla croce e, la divinità, verrà abbassata fino nella profondità umana che è la morte. L’innalzamento del Figlio di Dio sta in questo totale e complessivo abbassamento, in termini teologici si chiama: Kènosi. La fede nel Dio uomo crocefisso è la garanzia dell’uomo di essere risuscitato dalla morte e partecipare alla vita eterna. Questo mistero della croce, che è la più grande umiliazione, riguarda anche l’uomo: ogni croce umana è abbassamento, è fare esperienza delle profondità più basse, di cui la più profonda esperienza è la morte… La vita in Cristo, per l’uomo e per la donna di fede, fa vivere in questa comprensione della croce. La croce non ha spiegazione, è mistero perché è salvifica: la croce va compresa nella vita, cioè portata con fede perché è mistero di salvezza. Contemplo l’emblema della croce come atto di amore di Dio per salvarmi dal peccato e dalla morte? Vivo le mie croci come questo abbassamento e umiliazione, portandole come “altare” del mio sacrificio per la salvezza?

 

L’AMORE DI DIO PER L’UMANITA’

L’annuncio di Gesù spiega perché il Padre abbia scelto nell’immagine del Figlio di Dio crocefisso l’emblema del suo messaggio salvifico: per amore. Nicodemo non sapeva di questo amore di Dio per l’umanità… Un amore per cui Dio sacrifica il Figlio unigenito per sconfiggere la nostra morte. Un amore che fa di Dio non un giudice – come nel fariseismo si insegnava – quanto invece un Dio misericordioso. Ma bisogna credere! Credere in Dio e vivere la fede… Da questo brano la vita eterna è annunciata non come una conquista dell’uomo, quanto invece un dono di Dio messo a disposizione di ogni uomo nella sua misericordia. La misericordia non sembra essere un automa: quanti invece un mistero che va abbracciato attraverso la fede ed i suoi atti di fede vissuta. La misericordia è lì, nel segno della croce, emblema della nostra salvezza ma, questo emblema va abbracciato con la scelta del credere: fede creduta e fede vissuta! La fede che professo, coincide con la fede che vivo? In che consiste la vita di fede se non nella preghiera e nell’amore verso i fratelli? La salvezza non è un fatto legalista – come i farisei pensavano – quanto invece un mistero d’amore!

 

LA SCELTA PER LA VERITA’ E PER LA FEDE IN CRISTO

Ma quante volte questa fede è negata per la malvagità umana! Quante volte la fede è negata per pigrizia di immergersi nella domanda di senso: che senso ha la mia vita?

Alla fine il Vangelo richiede una scelta radicale di vita: la luce o le tenebre. Scegliere per Dio, vivere la fede, è una provocazione continua su quale sia la Verità! L’uomo di oggi è fortemente preso da tante cose o peggio da tante verità… Vivere nella fede autentica è vivere illuminati, sapendo che la luce di Dio non ci fa capire con la mente tutto ciò che avviene, quanto invece ci fa comprendere con il cuore la nostra vita e anche la nostra morte. Oggi, spesso, preferiamo vivere né nella luce della fede, né nell’oscurità delle tenebre: ma in una penombra che rattrista la vita più che realizzarla. Cosa realizza veramente la vita di ogni essere umano? Non è vero forse che la trasparenza che la vita di fede ci dona, ci fa vivere nella verità e nella libertà?

LA PRESENZA DI DIO E’ PER GRAZIA DONATA

LA PRESENZA DI DIO E’ PER GRAZIA DONATA

1. marzo, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 4 MARZO 2018 – IIIa DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo Gv 2,13-25

Dal vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

 

IL SACRIFICIO RITUALE PER LA PASQUA

Un pellegrinaggio alla città santa, al Tempio di Gerusalemme, in occasione della Pasqua (ebraica): la festa che Israele celebra ogni anno nel plenilunio di primavera come memoriale dell’esodo dall’Egitto, l’azione salvifica con cui il Signore ha creato il suo popolo santo. Gesù, salito a Gerusalemme in occasione di questa festa, entra nel tempio (ierón), il luogo dell’incontro con Dio, della sua Presenza (Shekinah). Gesù, presenza reale di Dio nel mondo, riconosceva nel Tempio di Gerusalemme: “la casa del Padre”, la casa di Dio.

La Quaresima cristiana è questo pellegrinaggio verso la Pasqua, stavolta di passione, morte e resurrezione di Cristo, momento fonte e culmine della Presenza di Dio nella vita del cristiano. Al centro di questo Vangelo quindi c’è la “Presenza di Dio” che, motiva le azioni, le parole, i movimenti,  le cose… che avvengono nel testo. Oggi non c’è più un tempio unico della Presenza di Dio, ma ciascuno di noi è tempio dello Spirito santo!. Il cammino quaresimale è innanzitutto in noi stessi, dentro di noi siamo chiamati a compiere questo pellegrinaggio verso la presenza di Dio. La Chiesa ne è il tempio in quanto non edificio materiale, ma spirituale: adorerete Dio in Spirito e verità, aveva detto Gesù alla donna samaritana. Perciò la reale Shekinah, luogo della Presenza di Dio, è dentro di noi come parte di un tempio più grande che è la Chiesa.

Perciò vale la pena, in tutto l’ “andirivieni” del “tempio”, il caos che vi ruota intorno: cercare, trovare e far trovare la Presenza di Dio! Come, ogni giorno, compio questo pellegrinaggio interiore personale ed ecclesiale, di ricerca della Presenza di Dio? Prima di cominciare a pregare, penso che: incontrerò il Signore?

 

IL “MERCATISMO” DELLA RELIGIONE

In quelle bancarelle del tempio di Gerusalemme, si vendevano gli animali per il sacrificio rituale: le persone compravano l’animale, il ricavato andava in parte ai venditori ed in parte ai sacerdoti del tempio e, nel santuario l’animale veniva sacrificato. Cristo si scaglia contro questa prassi per un doppio scopo: il primo spirituale e teologico, il secondo meramente umano.

Il primo motivo verrà compreso dai suoi discepoli solo dopo la sua passione morte e resurrezione. L’unico sacrificio che salva è quello di Cristo in Croce e si ottiene gratuitamente senza nulla pagare o restituire a Dio. L’Evangelista Giovanni evidentemente ricorda alla comunità cristiana del primo secolo che la grazia di Dio è gratis, che il “pagamento” per il nostro riscatto dal peccato e della morte lo ha già fatto Dio Padre e, che, non c’è nessun animale sacrificato ma il Figlio unigenito del Padre che ha dato la sua vita per noi. In una religiosità naturale, che è tentazione dell’uomo di fede, si offre a Dio per ricevere qualcosa sia anche il perdono; nella vita in Cristo  non dobbiamo niente a Dio ma è Lui e per grazia ci dona il perdono ed il suo Regno… Lui è a disposizione: sta a noi abbracciare la sua Presenza. Sono consapevole che la tentazione di una religiosità naturale sempre imperversa? Che le nostre domande e crisi di fede spesso sono su questo ordine di idee: perché Dio ha fatto questo nonostante ciò…? Dopo l’illuminismo che nonostante tante risorse negative ha portato in alcuni frangeti di pensiero alla negazione di Dio, è avvenuto il “mercatismo”: non si fa più niente per niente, l’uomo fa solo ciò che lo realizza, ci si convince che non è così ma che di fatto il do tu des è imperante nell’uomo occidentale. Siamo chiamati a riscoprire le parole valori propri del vangelo: gratuità, servizio, vocazione, tolleranza, il dono.

 

Sul livello sociale spesso le nostre Chiese si sono accollate richieste esterne ad esse che, mascherandosi da cristianesimo, traggono profitto (di qualsiasi genere) all’interno della comunità stessa. Bisogna riscoprire che il valore supremo della comunità è la GRATUITA’, in cui nessuno può trarne vantaggio o profitto di alcun genere tanto meno denaroso. Si impone la scelta: o Dio o mammona! Bisogna denunciare e combattere nelle nostre parrocchie quelle situazioni ormai stagnanti da tempo in cui si riscuote un profitto. La comunità parrocchiale resta e rimane NO PROFIT! Ciò che entra nelle offerte serve per il pagamento delle utenze, la manutenzione e l’aiuto ai poveri! Il discorso non scende così in basso, ma anzi diventa così concreto perché la Chiesa gioca su questo la sua Credibilità evangelica nei confronti del mondo. Fare i propri interessi e quelli degli altri nella Chiesa, utilizzandola pensando a scopo positivo, non è comunque evangelico! Lo zelo per la tua casa mi divora: è la denuncia rimproverante di Gesù verso il Tempio di Dio oggi che è la sua Chiesa! Preferisco una chiesa povera vicina ai poveri, così esortava Papa Francesco… Preghiamo per la Chiesa, la nostra comunità affinché non si lasci andare al compromesso evangelicamente sterile dei conti e dei tornaconti!

Tornare alla credibilità è tornare alla grazia di Dio gratuita, che non si vende né entra in compromessi economici seppur con giustificate finalizzazioni… Il Corpo di Cristo è la sua presenza di Risorto, l’unica grande realtà per cui ne vale la pena camminare.

LA PREGHIERA CHE CAMBIA LA VITA

LA PREGHIERA CHE CAMBIA LA VITA

23. febbraio, 2018News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 25 FEBBRAIO 2018 – IIa DI QUARESIMA (b)

 

  • Vangelo  Mc 9,2-10

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

PIETRO CHE COSA TI ASPETTI DALLA PREGHIERA INSIEME A GESÙ?

Pietro contento, insieme ai discepoli chiamati a fare le esperienze più particolari con Gesù – Giacomo e Giovanni – sale sul Tàbor… Sicuramente Gesù avrà più volte pregato con i suoi apostoli, ma stavolta succede una cosa eclatante, potremmo dire anche un po’ traumatica, tanto che caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore; il testo in greco dice che: svennero, persero i sensi dalla paura. Perché? Perché Egli fu trasfigurato davanti a loro, cosa significa, cosa hanno visto che li ha così tanto spaventati? Perché il “mistero” di Dio, che tanto è ambito dagli uomini con dei segni, spaventa? Pietro risponderebbe che ha visto Gesù trasfigurato – verbo al passivo – da Qualcun altro, dal Padre! Trentanni dopo Pietro rievocherà questo momento chiamandolo: spettacoli della grandezza di Lui.  Sarà il testamento di Pietro – nella sua seconda lettera – alla comunità di Roma: questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo!

Una esperienza vissuta nella preghiera che diventa una visione fortemente soprannaturale in cui i cinque sensi non reggono perché neanche contano più. La preghiera vera non è aspettarsi delle sensazioni fisiche o delle veggenze particolari. Ma è fare esperienza della vita di Dio nella mia vita: esperienza del Dio creatore, onnipotente, redentore nella mia storia.

Anche noi come Pietro saliamo sul monte della trasfigurazione che è la preghiera: esperienza soprannaturale quanto umana, della mia vita che si incontra con quella di Dio!

 

 

LA TRASFIGURAZIONE: “METAMORFOSI”

I termini che usa l’evangelista – brillò come il sole, le vesti candide… – non riescono ad esprimere questa trasfigurazione che anche in italiano – “trasfigurazione” – non rende come parola…Il greco usa una parola che in italiano rende di più: metamorfosi, che significa: trasformazione chimica, fisica, morale, psicologica, ecc… una vita che muta in qualche altra cosa. Ma la preghiera è capace di tale cosa? Sì, quando si sale sul “monte” faticoso e bello della preghiera stessa. L’incontro della NATURA umana che si incontra con il MISTERO DIVINO, trasfigura! Cambia la vita! Fa vedere poi le cose in modo diverso, e Gesù si trasfigura per annunciare in qualche modo anche la sua resurrezione. Ma ci crediamo che la preghiera concentrata, fatta con la mente e con cuore e anche col corpo: muta il nostro essere e gli dona i poteri di Dio, i poteri dell’Amore? Che cosa mi dice la parola “preghiera”? Che esperienza faccio di Dio nella preghiera? E tu, cosa desideri da Dio nella preghiera? Cos’è per te “preghiera autentica”?

Gesù e gli apostoli in questa grande visione gli appaiono due figure dal “regno dei morti” – anzi dal regno di Dio – Mosè ed Elìa che portano con la loro presenza tre messaggi profetici molto forti agli apostoli presenti con Gesù:

  1. La morte del credente è una metamorfosi, la natura umana si trasforma nel mistero di Dio;
  2. Gesù è veramente il Messia tanto atteso nei secoli: annunciato dall’antica alleanza di Mosè ed Israele e proclamato con forza dai profeti ed il primo ne du Elìa;
  • Mosè ed Elìa, due persone che fanno per loro disponibilità un’esperienza meravigliosa della Presenza di Dio nella loro vita normale e indegna tanto più disinteressa.

 

 

PIETRO, COSA HAI PENSATO QUANDO HAI VISTO MOSÈ ED ELÌA?

Erano morti! Ma parlavano con Gesù… Mosè ed Elìa i cardini del fondamento di tutta la religiosità ebraica. Pietro viveva da ebreo questa dissidenza di Gesù dalla vita rituale e religiosa del Tempio, sapeva che l’anticonformismo religioso si Gesù non stava bene a molti scribi e farisei… Si sarà chiesto Pietro, come anche volte spesso noi: ma questo Gesù Cristo, che si è detto Messia, creduto come Vero Dio e Vero uomo, è una esperienza autentica oppure frutto solo di rivoluzionarismo religioso e poi nella chiesa come impalcatura umana? Quello che Gesù di Nazareth ha detto ed ha fatto è soltanto qualcosa di valido per gli abitanti di 2000 anni fa circa oppure è un messaggio certo e fondamentale per chi vuole seguire Dio? L’esperienza con Gesù è privata almeno solo di gruppo oppure riguarda un popolo? La presenza di Mosè ed Elìa testimoniano a Pietro e gli altri che Gesù di Nazareth, la persona di cui loro stavano facendo esperienza è l’ebraismo vero, quello essenziale. La realtà che questi due personaggi vengono a testimoniare è che ad essere dissidente con la religione non era Gesù, ma i dottori del tempio invece erano ormai diventati dissidenti con Dio! Dissidenti con Dio e diffidenti con le antiche profezie. La fede riguardava le loro pratiche private che li faceva sentire bene, non era più un fatto di popolo… Gesù riporta la Presenza di Dio al centro dell’ebraismo, Lui è il Messia, il Figlio di Dio certificato! E l’esperienza di fede ebraica e poi cristiana, non è esperienza privata ma di popolo, di comunità! La fede non è per star bene noi e la nostra famiglia e basta, ma esperienza interiore forte cercata e ricercata, anche nel dolore. La profezia antica che Vangelo – per noi oggi che qui preghiamo e meditiamo – è esperienza base e siamo diffidenti e dissidenti con ciò che è scritto sul Vangelo? La fede di Pietro gli fa capire che Dio si rivela in Cristo: il vangelo è per me la Rivelazione di dio in Cristo, oppure solo un testo sapienziale antico per certe cose anche passate? La verità rivelata da Dio, anche se la rivelazione profetica è antica, è sempre valida. Almeno perché Dio è sempre lo stesso e l’ultimo profeta è Giovanni il Battista!

 

PIETRO, COSA HAI SENTITO DURANTE LA PREGHIERA?

Si sente dalla nube una voce: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!. La comunione con Gesù, l’esperienza del mistero di Dio che trasforma la NATURA UMANA con il MISTERO DI DIO parte dall’ascolto: l’ascolto della sua Parola. In essa c’è un messaggio di Dio per me, per chi mi sta intorno, per la mia comunità, la mia famiglia. Allora l’incontro con Dio che prima spaventava diventa avvincente: facciamo delle tende – dice Pietro – preso dalla gioia dell’incontro naturale fatto con il mistero divino.

L’esperienza della voce di Dio, che parla nell’intimo dei cuori, non è possibile se non si vive un rapporto con “Gesù quotidiano” e la Presenza di Cristo risorto nella celebrazione eucaristica domenicale! Tutto diventa relativo senza la “voce di Dio”! Tutto entra sotto l’egida del: secondo me… se me la sento… a mi vedere, a mio avviso… La voce di Dio è Dogma! E’ rivelata sul vangelo e si infrange nell’eco delle nostre orecchie per entrare con la ragione nel nostro cuore… Pietro esce da una religiosità discussa e discutibile ebraica del tempo, del Tempio e della sinagoga ed oggi, e adesso, entra in un altro rapporto, si accorge che: Dio parla! Dio parla…

L’esperienza dell’ascolto diventa esperienza dell’obbedienza: dal latino ob-audire, ascoltare da sotto. Noi, da sotto il “cielo”, ascoltiamo la Parola di Dio, la sua Profezia imperitura: Dio non cambia idea! La voce di Dio è una voce reale, ma dobbiamo entrare in contatto, anzi meglio, in comunione con Lui.

Dio si è fatto uomo in Gesù di Nazareth per parlarci e salvarci. La “storia” di Cristo – vero Dio e vero uomo – che è scritta sui vangeli e testimoniata specialmente nel Nuovo Testamento, non è lettera antica e morta; ma siccome sono gesti e detti del Dio fattosi uomo, valgono sempre! Pietro questo ha capito ed accettato con umiltà: questa obbedienza a Dio, questo ascoltarlo da “sotto”! Cosa è il Vangelo per te – con tutto ciò che ha fatto Gesù vero Dio e vero uomo – profezia perenne perché divina o lettera morta? Accetti che la Rivelazione di Dio da delle verità a cui obbedire, a cui non si può prescindere e per cui non si può discutere? Sei aperto a questa ricerca della Sua “voce”?

 

PIETRO COME TI SEI SENTITO DOPO QUESTA ESPERIENZA SPIRITUALE E ILLUMINANTE?

Eravamo come in “catalessi ormai”, come se fossimo in uno spazio e tempo non più definiti, alla fine Gesù si avvicinò e, toccatici, disse: Alzatevi e non temete. Gesù ci ha come risvegliato da quello stato di ebbrezza interiore, ci ha toccati! Si è avvicinato e ci ha toccati! Come lo abbiamo visto trasfigurato, lo abbiamo visto Dio – direbbe Pietro – così quel uomo che abbiamo capito essere vero Dio: si è avvicinato e ci ha toccati! Dopo la preghiera autentica si fa esperienza che Gesù si è avvicinato e ti ha toccato! Non è solo il “tocco” fisico di Gesù di Nazareth, di un uomo, ma è l’avvicinarsi ed il tocco di Dio! Cosi come i sacramenti della Chiesa – custode dello Spirito di Cristo – e in primis la celebrazione eucaristica domenicale, non sono il tocco solo di un rito e della chiesa: ma l’avvicinarsi e il tocco di Dio! Vivi i sacramenti – la celebrazione eucaristica domenicale in primis – come l’avvicinarsi ed il tocco di Dio?

 

Paolo VI, chiamato ad essere “Pietro” della Chiesa…

Ora quanto io vedo con gli occhi, mi dà la definizione completa del Signore? I tre Apostoli sono rimasti a fissare la visione: ed hanno notato la trasparenza: nella persona di Gesù c’è un’altra vita, c’è un’altra  natura: oltre quella umana, la natura divina.

Gesù è un tabernacolo in movimento: è l’Uomo che porta dentro di Sé l’ampiezza del Cielo; è il Figlio di Dio fatto uomo; è il miracolo che passa sui sentieri della nostra terra. Gesù è davvero l’Unico, il Buono, il Santo. Se lo avessimo ad incontrare anche noi; se fossimo così privilegiati come Pietro, Giacomo e Giovanni.

Orbene, questa fortuna figlioli miei, l’avremo. Non sarà sensibile come nella Trasfigurazione luminosa, che ha colpito la vista e la mente degli Apostoli; ma la sua realtà sarà largita anche a noi, oggi. Occorre saper trasfigurare, attraverso lo sguardo della fede, i segni con cui il Signore si presenta a noi; non per alimentare la nostra fantasia profilandoci un mito, un fantasma, l’immaginazione. No: ma per contemplare la realtà, il mistero, ciò che veramente è…

Io vi dico, con la Parola di Pietro, che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Pensate a questo: lasciate che tali parole si colpiscano nelle vostre anime. Credete alla realtà ch’esse intendono trasmettere dentro di voi. E sappiate che non si tratta di un suono che passa e si spegne; non di cosa esteriore, che poco interessa. Senta ognuno e ripeta: è la mia vita, è il mio destino, è la mia definizione, giacché anch’io sono cristiano, anch’io sono figlio di Dio. La Rivelazione di Gesù svela a me stesso ciò che io sono. E’ qui l’inizio della beatitudine, il destino soprannaturale, già ora inaugurato e attivo nel nostro essere. (Paolo VI, 14 Marzo 1965).

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