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Rendete a Dio quel che è di Dio

Rendete a Dio quel che è di Dio

19. ottobre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 22 OTTOBRE 2017 – XXIX DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Vangelo  Mt 22,15-21

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

UNA TRAPPOLA UMANA: CONSENSO E DENARO, IL POTERE

Cogliere il fallo Gesù: questo i Farisei escogitano contro di Lui. Una trappola. Una trappola di cui sono vittime loro stessi, una trappola che coglie in fallo ogni uomo nella tentazione del potere; potere di ogni tipo e livello. Dal potere psicologico: fare del tutto affinché gli altri la pensino come me e facciano come io penso, al potere della coscienza che si vuole impossessare della mente degli altri, al potere personale che ci rende orgogliosi per ciò che riusciamo a vincere, al potere materiale, a quello dei soldi dove ogni “cosa” si può comprare… il potere! Il potere che tenta di fa cogliere in fallo il nostro prossimo o lo fa cadere anche quando non lo vogliamo. Il potere: pura illusione dell’uomo di ogni tempo che crede di possedere chissà chi o chissà cosa, ma di fatto possiede un vuoto esistenziale. Questi Farisei, amanti del gioco di potere, vogliono cogliere in fallo Gesù mettendolo in discussione proprio sul potere nella sua stessa definizione, mettersi contro o il consenso della folla o l’autorità romana. Ma Gesù non cade in trappola perché non vive la sua esperienza di Messia nell’orda del potere.

E’ lecito o no…? Dietro questa richiesta si cela una trappola interessante ed interessata nell’ordine umano: tra legge di stato e “legge divina”, di cui i Farisei erano attenti e puntiglio, nonostante pagavano il tributo a Cesare. Non c’è una legge divina. Gesù non risponde a questa questione ma neanche la elude perché non si pone a differenza la legge statale umana dalla volontà divina che riguarda altre cose… L’una non invade e, evidentemente non invada, il campo dell’altra… Il Cristianesimo non si riconosce come religione teocratica, né la società statale può mettersi al posto di Dio… Come vivo la parola “potere”?

CRISTO: TRASPARENZA E LEALTA’

Non ti curi di nessuno … non guardi in faccia nessuno: Gesù è riconosciuto come trasparente e leale. Parla con chiarezza davanti a tutti: non guarda in faccia nessuno, appunto. Un modo di dire anche oggi di chi le cose le dice chiaramente davanti ai diretti interessati per quel che sono. Dovremmo imparare da Cristo questa cultura della trasparenza e della lealtà: che poi è cultura della libertà! Chi è trasparente e leale non ha da temere nulla e, Gesù, dice la verità non guardando in faccia nessuno; ma Cristo trasparente e leale, come ha detto la Verità? Oggi c’è un equivoco: parlare in faccia è si sintomo di trasparenza e lealtà, ma troppo spesso il modo con cui si dice la Verità non è evangelico. Il fine non giustifica i mezzi! Gesù dice la Verità con trasparenza e lealtà: con la carità dell’uomo di Dio e con la saggezza del Dio fatto uomo. E noi, come diciamo la verità? Adoperiamo la carità e la saggezza per essere leali e trasparenti? Promuoviamo intorno a noi e in noi stessi una cultura della trasparenza, della lealtà e della onestà (che sono effetti della carità cristiana)?

LA CHIESA ESPERTA DI UMANITA’

SERVIZIO CONTRO L’INTERESSE PERSONALE

Rendete a Cesare quel che è di cesare e a Dio quel che è di Dio? Dio non compete con Cesare, né Cesare ha possibilità di competere con Dio…Ma questa frase chiarisce il fatto che a “Cesare”, alla società umana, possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo. La Chiesa non vive sotto una “campana di vetro” fregandosene della società, perché fregarsene della società sarebbe fregarsene dell’umanità. Alla Chiesa, a noi cristiani, c’è spesso richiesto aiuto… “Noi, quali “esperti in umanità… Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso”1. Noi siamo impegnati nel migliorare la “città degli uomini” perché Dio si è fatto uomo. Come vivo il mio impegno di servire l’umanità nella promezio e dei valori umani in una società spesso disumanizzata?

Ma questo servizio del cristiano per l’umana società molte volte scade nel vacuo interesse personale, da quello ideologico ed appariscente a quello meramente pecuniale mascherato di volontariato e servizio sociale… Le nostre parrocchie spesso ne sono intrise; abbiamo spesso riempito le nostre sale di attività, ma svuotato i cuori… “Stringiamoci a Cristo e che sia la conoscenza e la sequela di Lui il cuore di ogni programma pastorale! Questo vuol dire che la comunità non si costruisce sull’efficienza della sua macchina organizzativa, non si riduce a spazio aggregativo per bambini e per anziani…”2, la parrocchia rimane no profit come il nostro servizio per la Chiesa e nella società umana! Quale profitto dal mio servizio nella società umana o nella Chiesa di Dio? Come vivo il valore fondamentale della gratuità?

IL PUNTO DI VISTA DI DIO: LA MERAVIGLIA

La risposta di Gesù li sorprende. Oltre l’alternativa posta da loro, c’è un’altra possibilità. La trappola, che hanno teso a Lui, è in realtà la trappola nella quale loro stessi si trovano. Il livello della risposta di Gesù è un altro ed era impensabile… Dio è al di sopra di tutto. La risposta di Gesù lascia senza parole perché fa della religione una fede che trascende l’ordine delle cose umane… Tutto avviene sotto lo sguardo di Dio, anche il potere di Cesare è sotto lo sguardo di Dio; ricordiamo la risposta di Gesù a Pilato durante il processo: non avresti nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto… Meraviglioso è l’annuncio che c’è dietro: l’uomo di fede vive nel mondo ma sa che Dio veglia su di lui, Dio veglia sul mondo: è Signore della vita e della morte – infatti il continuo di questo vangelo sarà il tema della resurrezione dai morti – è l’unico a cui dare ciò di cui ne è il vero destinatario: l’adorazione. I primi cristiani perseguitati pagavano il tributo a Cesare, ma non adoravano Cesare! Adorare – rendere culto, pregare, contemplare – è ciò che è dovuto a Dio e di cui nessuno ne è il destinatario nel mondo! Quanti idoli ancora abbiamo, dall’altra faccia della medaglia! Spesso ribaltiamo la questione: diamo a Dio un “tributo” e adoriamo “cesare” (qualcosa o qualcuno)… E’ Dio l’unico destinatario della mia adorazione (culto, preghiera, speranza, contemplazione)? Mi dà serenità il fatto che Dio sia al di sopra di tutto e di tutti e che: tutto avviene sotto il suo sguardo d’amore e di libertà?

1 Dal discorso di Paolo VI all’ONU, 4 Ottobre 1965.

2 Dal discorso del Vicario al termine del convegno diocesano 2017, citando Evangelii Gaudium di Papa Francesco.

 

Fare la volontà del Padre

Fare la volontà del Padre

30. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 1 OTTOBRE 2017 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO (A)

  • Vangelo  Mt 21, 28-32

    Dal vangelo secondo Matteo
    In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo».
    E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
    E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».
     

CHI FECE LA VOLONTA’ DEL PADRE?

La chiave che apre al messaggio profetico di questa parabola – che è una risposta ferma di Gesù alla questione circa la sua missione – ruota come fulcro intorno alla domanda: chi fece la volontà del Padre? “La parabola – perciò – è costruita sul confronto tra due fratelli. Il confronto diventa paradossale, addirittura scandaloso, nella conclusione, dove si afferma che le persone palesemente ingiuste sono da preferire a quelle ritenute giuste. Queste infatti non sentono alcun bisogno di conversione”1. La fede autentica non è fare la propria volontà, o peggio abbassare Dio alle nostre, seppur giuste, volontà o peggio ancora voglie… Quanto invece chiederci: ma Dio cosa vuole da me? Chi vuole “chi io sia”? Cosa vuole “che io faccia”? “Nelle parabole ci sono spesso due figure contrastanti, – come nella parabola del figlio prodigo – che si illuminano a vicenda. Sono in realtà una sola persona: sono io che leggo, anche se penso di essere sempre una terza persona! Infatti sono il fratello minore di Lc 15,11ss che trasgredisce, ma invidia con nostalgia le sicurezze del maggiore; e sono anche il maggiore che obbedisce, ma invidia con rancore la libertà del minore. In realtà i due fratelli sono uguali: hanno la stessa immagine del padre, ritenuto un padrone esigente al quale ribellarsi o piegarsi. Devo cambiare la mia idea su di Lui. E questo è possibile solo se, oltre l’esperienza di ribellione o di schiavitù, scopro che Lui amore e libertà. In questa parabola io sono quello che dice sì a parole, ma non con i fatti: non voglio fare la volontà del Padre, proprio come quello che dice no. Ma solo se lo so, posso pentirmi e cambiare” 2.

UNA MALATTIA DELLA FEDE: DIO PADRE O PADRONE?

Sembrerà un paradosso, ma per quanto sia bello pensare a Dio come Padre amorevole e misericordioso: l’umanità vive sempre il rapporto con Lui come fosse un Padrone… a cui rivolgerci per chiedergli la grazia… ciò che vogliamo… Indicatori di una fede malata sono molti che ci fanno vivere questo rapporto come se Dio fosse un padrone, oppure un Padre padrone: una eccessiva enfasi della propria appartenenza religiosa, una religiosità ossessiva che diventa scrupolosità, o che diventa un entusiasmo proselitista, o carità squilibrata, o trattare i libri sacri come libri magici, peggio ancora l’eccessiva fissazione sul diavolo o la ricerca sfrenata di emozioni che sembrano “estasi” o peggio ancora lo shopping religioso che se sfrenato diventa feticismo…3.

LA COSCIENZA DEL SI E DEL NO

Si Signore, ma non andò. La risposta del primo esprime un rapporto difficile con il padre, lo vive come padre-padrone. Si Signore!. E’ un rapporto che esclude ogni libertà ma che apre alla disobbedienza. Fa bella figura davanti al padre perché dice: si Signore. L’apparenza lo acceca di essere bravo davanti al padre, ma di fatto recalcitra. Le scelte della fede non vanno fatte perché Dio è padre-padrone, non si segue Dio per apparenza alla comunità, ai catechisti, ai sacerdoti o a chissà chi! La fede è un atto libero di affidamento, una risposta, un SI ad una domanda, che però preclude la LIBERTA’. Senza la libertà l’atto di fede non è tale, ma è condanna. Seguo Dio nella libertà oppure solo per precetto o peggio ancora per apparenza?

Non ne ho voglia, ma poi pentitosi, andò. Il secondo fratello è libero nel parlare con il padre, pedr lui anche forse è un po’ padre-padrone, ma almeno è sincero: non è li per apparenza è per sudditanza precettualista. Il suo SI, parte dal pentimento che non è una presa di responsabilità soltanto, ma un movimento del cuore. Lo faccio, ci vado, anche se non ne ho voglia, se questo mi costa sacrificio: perché ho un cuore, ho una coscienza. La fede è questo: scegliere per Dio Padre. Sapere che, nonostante forse non ne ho voglia, il cuore, la coscienza mi fa chiedere: cosa mi chiede Dio? A cosa devo obbedire? Fare la volontà di Dio scomoda sempre, cosi come fare la carità! La coscienza ci fa vivere con il cuore la nostra scelta del SI, se questo scegliere per la fede ci scomoda. Il cammino di fede non si da nella comodità, nella sicurezza, nell’ovatta! Si da nella soddisfazione di un SI da dire a Dio per fiducia e per amore. Lui è tuo Padre! Lui è mio Padre! Quale padre darà al figlio un sasso se gli chiede un pane oppure uno scorpione…? Il mio cammino di fede, fatto di interiorità ed esteriorità, va cercando comodità e sicurezza, oppure è fiducia in Dio che è Padre?

Giovanni Battista, non ascoltato e non sopportato dai credenti del tempo, Gesù peggio è morto in croce… perché il popolo religioso vedeva soltanto gli uomini da contestare, come noi vediamo la gerarchia della Chiesa o chi in essa ha dei carismi… Tutto è contestabile: ma bisogna poter riconoscere nella Chiesa la Presenza di Dio dentro le persone che la contengono. Dio non si dà nell’astrazione della preghiera e dei dogmi ideali, quanto invece nel rapporto – anche difficile – vicendevole con i fratelli, i presbiteri, i vescovi ecc… Non accettare che Dio è presente in questo è, come essere, i rimproverati da Gesù nella spiegazione della parabola.

Sicuro dobbiamo sentirci semplici, ultimi, peccatori, cioè: preferiti da Dio per poterci sentire scelti e destinatari di una scelta, di una promessa e di una alleanza.

1 SILVANO FAUSTI, Una comunità legge Matteo, Bologna 1998, p. 448.

2 Ibid, p. 449.

3 G. CREA, L.J. FRANCIS, F. MASTROFINI, D. VISALLI, Le malattie della fede, Bologna 2014.

 

L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo

L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo

22. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 24 SETTEMBRE 2017 – XXV DEL TEMPO ORDINARIO

Vangelo  Mt 20, 1-16

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

L’OCCHIO E’ LA FINESTRA DEL CUORE1

La “chiave” di questa parabola è nel versetto 15, tradotto male dal greco: o il tuo occhio (oftàlmos) è cattivo perché io sono buono. “L’occhio buono dice evidentemente un atteggiamento fondamentale dell’amore del prossimo che ispira generosità nei suoi riguardi. L’occhio cattivo al contrario indica un atteggiamento fondamentale di egoismo che vorrebbe tutto accaparrare, niente dare agli altri e può generare invidia, gelosia ed egoismo. Del Signore della parabola si può dire che il suo occhio è buono. In Lui c’è l’amore del prossimo e quando l’occasione si è presentata quest’amore si è manifestato nei riguardi degli ultimi. I primi hanno l’occhio cattivo perché il loro egoismo li chiude nelle strettezze di una giustizia di cui sono centro essi stessi. Se il loro fondamentale atteggiamento fosse stato di amore disinteressato per gli altri, essi avrebbero raggiunto il padrone sul terreno della carità. Anche senza rallegrarsi per la situazione accordata agli ultimi l’avrebbero almeno accettata senza lamentele”2. L’occhio dei farisei che si scagliavano contro Gesù, non accettavano a giuste ragioni – come giusto era il salario pattuito dal padrone con i suoi operai alla vigna – l’apertura di Gesù stesso verso i peccatori e addirittura verso i pagani. Con gli ebrei Dio aveva fatto un patto – come il padrone della vigna con gli operai aveva un contratto – ma con i peccatori ed i pagani non c’era stato: è lo sguardo d’amore, l’occhio di Gesù, che si rivolge agli ultimi. Il proprietario della vigna non è venuto meno al patto con i suoi operai, ha solo elargito quanto non pattuito con quelli assoldati dopo, senza patto… Nella vigna del Signore, nel Popolo di Dio, nella Chiesa ancora c’è questo fariseismo della gelosia, della invidia, dell’odio – anche se diciamo di no…, guardando agli altri a volte come dei “privilegiati” scelti erroneamente dalla Chiesa – un egoismo di chi crede di aver capito giustamente tutto e si erige a “sindacalista” – dice il vangelo – brontolando… Nella onestà davanti a Dio come mi pongo davanti a questi sentimenti? Mi riconosco nel brontolio?

LA MATEMATICA DEGLI ULTIMI E DEI PRIMI

Nessun compenso pattuito con gli ultimi, eppure ricevono quanto i primi! I conti non tornano! E proprio dagli ultimi il padrone comincia, facendosi liberamente vedere dai primi… ULTIMI perché inoperosi, perché nessuno li ha assoldati. ULTIMI perché agli occhi di chi passa o di chi resta risultano ZERO: “piccoli eroi maltrattati, lasciati soli in un angolo oscuro, Mentre vanno cercando una strada una luce, un riparo, una guida ecco che si ritrovano sempre fra le grinfie dell’ultimo Giuda. Gli ultimi… Sono gli ultimi in fondo alla lista sono lì e non li vede nessuno di cui la sola speranza non basta… Sono loro che chiudono il cerchio di un destino fin troppo scontato che ti stampa indelebile un marchio. Sono grato agli zeri del mondo per la loro assoluta pazienza perché vogliono, osano, credono rispettando la loro coscienza3. Su questi ultimi umili lo sguardo di Gesù si posa con amore, li fa partecipi della sua “vigna eterna” non tra gli altri: ma come primi! Perché buoni, non brontolano, ma rispettano la loro coscienza: questi nel mondo, anche se non fanno parte della Chiesa, ci passeranno avanti nel Regno dei cieli. Circa gli ultimi, poveri, “rispetto a qualche anno fa, rispetto al vecchio mondo come era prima della globalizzazione, abbiamo certo un po più di cose materiali, ma stiamo perdendo una cosa fondamentale. Stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini. La SPERANZA. Perché il fantasma della povertà è un fantasma che …possiamo respingere… Nella grande famiglia delle idee il MERCATISMO… la fede illusoria in cui tantissimi hanno creduto negli ultimi anni, ha un antenato molto illustre: L’ILLUMINISMO”4. L’illusione che l’uomo può farcela da solo e quel che ha conquistato può venderlo o barattarlo… Si baratta tutto: idee, comportamenti e tanto tanto altro… Perché l’uomo ormai dall’illuminismo al mercatismo, si sente il proprietario del mondo, il proprietario della storia, della vita, della chiesa, dell’altro… Riconosco questa condizione generale che è in tutti – oggi – di uomini e donne ammalate di “mercatismo”? La bontà, il non brontolare, la carità: sono ancora valori non negoziabili, gratuiti, che anche non danno soddisfazione a volte?

IL TEMPO: URGE AMARE!

L’occhio del padrone della Parabola è presente per tutto il TEMPO, dentro e fuori dalla Vigna. Come l’occhio di Dio è presente: dentro e fuori la sua Chiesa… Ma nella parabola emerge una urgenza: il padrone va in giro ad assoldare gente che entri nella vigna, nel Regno dei cieli. Li assolda con amore, con gratuità! Oggi è urgente amare, non c’è più tempo per amare, il tempo passa, il problema è rimasto lo stesso: AMARSI. E’ urgente oggi tornare veramente ad amare; bisogna ridare all’amore il suo tempo che è: dialogo, scambio, tenerezza, perdono, pazienza, attesa orante, bontà, e quant’altro… l’amore abbisogna per gustare il frutto della vigna, per gustare il frutto del Regno di Dio. Oggi amiamo male, troppo poco o troppo tardi: ma verremo giudicati sull’amore! Quando viviamo usiamo l’ “occhio” dell’amore! Ci accorgiamo che non bastiamo a noi stessi, che c’è bisogno di rimettere al centro l’amore che Gesù di Nazareth ci ha predicato, con la sua vita, con la sua passione morte e resurrezione. L’amore poi non riguarda troppo “il fare” per chi amiamo, ma l’ “essere”: l’ “esserci” con e per amore.

1 SILVANO FAUSTI, Una comunità legge Matteo, 1998, Bologna.

2 J. DUPLACY, Le maitre genereux et les ouvries egoistes, in BVC 44 (1962) 21-22.

3 RENATO ZERO, Tutti gli zeri del mondo, tratti del testo della canzone.

4 G. TREMONTI, La Paura e la Speranza, 2008, Milano, p. 8.

 

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

Il Perdono: il tuo “debito” è condonato

15. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017 – XXIV DEL T.O.

Vangelo  Mt 18, 21-35

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMETTERE COLPE: IL PECCATO

Gesù ancora una volta sovverte il senso del “peccato” e del “perdono” rispetto all’antico Israele. Per il nuovo testamento il peccato non è una contravvenzione ad una regola di cui bisogna pagare pegno, quanto, detto con la lingua originale greca con cui il testo è stato scritto, il peccato è: amastèsei, hamartèsei, tradotto con commettere colpe, ma alla lettera: MANCARE IL BERSAGLIO!

Al tempo di Gesù i midrash, gli antichi interpreti della legge dell’antico testamento, avevano regolato una quantità di volte per cui il peccato poteva essere perdonato, a seconda del peccato che si commetteva. Ma Gesù sposta questo discorso morale e di colpevolezza alla grandezza e alla gratuità del Regno di Dio – vero “bersaglio” dell’uomo – stravolgendo la matematica del perdono ebraico ed inaugurando una nuova cultura del perdono. Inaugura questo perdono di settanta volte sette che significa sempre e comunque, ma lo fa tornando alla Genesi del perdono, a Genesi capitolo 4, versetto 24: Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette (errore di traduzione sulla bibbia mette settantasette). Cosicché il peccato non è un debito su qualcosa di giusto o sbagliato che commettiamo od omettiamo, quanto invece il non renderci conto del “bersaglio”, del Regno dei cieli: di quanto Dio ci ha dato e di cosa siamo destinatari! Ecco che il peccato non ci fa riconoscere Dio e quanto Egli ci ha donato… a cominciare dalla vita… come quel Re della parabola creditore di diecimila talenti (che soltanto un re potente può avere). Un talento è circa 6000 giornate lavorative, 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di salari quotidiani; per pagare questo debito uno dovrebbe lavorare 200.000 anni senza mangiare… Erode il grande aveva un budget di 900 talenti, tutta la Galilea nel 4 a.C. aveva un gettito fiscale non superiore a 200 talenti… Una cifra esagerata dunque che dà una pallida idea di ciò che Dio mi ha dato. Che cosa mi ha dato Dio? Il Regno dei cieli è il “bersaglio”, l’obiettivo della mia vita? Ci sentiamo in “debito” con Dio?

LA COMPASSIONE DEL RE

Non era ne usanza ne legalità, neanche per un Re, al tempo di Gesù nell’Impero romano: vendere le persone o percuoterle… se non nel caso dell’usuraio, anche oggi esistente… nel caso di debitore. Allora la violenza di cui era destinatario il debitore della parabola non è un aspetto legale per ripagare il debito, ma è la qualificazione dell’indegnità umana davanti al dono di Dio, indegnità che a sua volta si fa violenta. La preghiera del debitore è la richiesta esasperata della pazienza, di una Macro Pazienza, di una enorme pazienza che soltanto Dio può avere. Il debitore – illude e si illude (come il peccato) – si impegna a restituire, a riparare ma, la sorpresa grande è il condono totale da parte del Re. Mosso a compassione è una frase forte, Dio muove le sue viscere materne, gli facciamo una pena infinita con i nostri sensi di colpa e di espiazione. La sua passione fa compassione! Cerco un modo per espiare il mio peccato oppure mi rimetto alla misericordia di Dio che realmente mi cambia la vita? Che rapporto ho con il “senso di colpa”?

LA RISPOSTA DEL CONDONATO AI SUOI DEBITORI

Il debitore del Re, condonato per compassione, suo malgrado aveva dei debitori che lo pregavano allo stesso modo di come lui pregava il Re quando era debitore: abbi pazienza con me e restituirò. Ma lui non decide di fare come il Re che gli ha condonato, quanto invece di mandare in prigione i suoi debitori. Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona non è amore. Non perdonare significa “mettere in prigione”, non perdonare è farla pagare a chi ci fa o ha fatto del male, fosse anche la “prigione” dell’indifferenza… e’ una condizione interiore il perdono che, sapendoci perdonati da Dio, proviamo compassione per chi ci fa del male e non rispondiamo al male con il male, non imprigioniamo l’amore anche laddove non è possibile riconciliarsi: ma se il fratello torna e chiede perdono: il perdono gli è dovuto! Il perdono gli è dovuto! Abbi pazienza con me! Sappiamo perdonare chi ci chiede perdono?

PERDONARE DAI NOSTRI CUORI COME IL PADRE

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. In questa frase c’è tutto l’amore ricevuto e donato nel per-dono. Il perdono è la vittoria costante dell’amore, la vittoria di Dio nella nostra vita per la nostra fede autentica e credibile. La comunità fraterna nasce nel perdono reciproco: ognuno perdona come è e, perché, è perdonato. Se non vivo da fratello non vivo da figlio e, se non vivo da figlio: sono morto. Il peccato porta alla morte perché è l’amore è di Dio, anzi Dio è amore. Se continuamente dell’altro ricordo il suo errore, il perdono è davvero la peggior vendetta. Se il Signore ricorda le colpe, chi potrebbe più respirare (Sal 130,3).

Se non riesco a perdonare cosa devo fare? Invece di prendermela con l’altro, considero che è un peccato mio di cui chiedo perdono a Dio. Sapere questo cambia già il mio atteggiamento con l’altro: penso ai miei “diecimila talenti” di debito di cui Dio mi fa grazia, non ai cento denari che l’altro mi deve. Perché: l’amore, l’amicizia, la familiarità, la compagnia e quant’altro ci fa bene nella nostra vita, non si compra con il nostro fare, tanto meno con i nostri denari; cosi come il perdono non si ottiene con l’espiazione fatta di preghiere, atti di elemosineria e quant’altro: quanto invece prendendo coscienza dell’amore di Dio

CRISTO ESPIATORE HA PAGATO IL NOSTRO DEBITO

I mio, il tuo peccato: è espiato perché Dio ha mandato il suo Figlio a morire in Croce per noi. Lo “aguzzino” della parabola, che si chiama “morte”: si è abbattuto su Cristo per redimerci: felice colpa, che merito un così grande salvatore, felice colpa! Così ci viene annunciata la Pasqua nella notte santa. E se Cristo è morto per espiare i nostri peccati e liberarci dall’aguzzino della morte, chi siamo noi per tenere in “prigione” l’amore che scaturisce nella sua realtà più profonda, piena e credibile, nel perdono? Ma ci sentiamo in debito con Dio? Il Suo Regno da senso alla nostra vita?

 

La cultura della Riconciliazione

La cultura della Riconciliazione

8. settembre, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 10 SETTEMBRE 2017 – XIII DEL T.O.

Vangelo   Mt 18, 15-20

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

FRA TE E LUI SOLTANTO

Il comandamento dell’amore che Gesù annuncia sempre nel Vangelo implica il perdono; poi, se possibile, dal perdono si passa alla riconciliazione. Nella comunità cristiana, L’Evangelista Matteo, dà per scontato che avvengano dissidi, peccati, divisioni e che qualcuno addirittura si metta fuori dalla comunione della Chiesa, deragliando dalla via dei comandamenti… L’insegnamento di Gesù come espressione del comandamento dell’amore, in questo testo, si estende fino a saper assumere il male di colui o colei che ci fa il male per poterlo ricondurre a noi, per poterlo ricondurre a Cristo. Ricondurre a Cristo è la vera Riconciliazione che si esplica concretamente nel dialogo faccia a faccia. Nulla a che vedere con il “chiarimento” – che spesso sa più di processo – di cui oggi tanto il mondo si riempie la bocca, quanto in un colloquio spirituale dove la correzione significa perdono dialogato con parole dette amorevolmente e docilmente, senza rabbia e senza odio… una dialogo che sappia porre domande prima che affermazioni: bisogna ritrovare urgentemente questa qualità di dialogo cristiano, non fatto di asserti ma di apertura a cercar di capire; se ci poniamo, con chi ci offende o fa del male, subito in modo aggressivo, questo dialogo riconciliante cristiano non funzionerà mai!

PRENDI CON TE TESTIMONI POI LA COMUNITA’

La comunità non scomunica il peccatore, ma gli fa capire che già si è posto fuori dalla comunione, in modo che possa tornare. Trattare un peccatore pubblico da pagano non significa escluderlo, quanto invece ricominciare da capo ad evangelizzarlo. Dargli sempre un’altra possibilità! La responsabilità dalla comunità è grande, anzi è sacramentale. La comunione, che in tutti e sette i sacramenti, special modo nell’Eucaristia, è mistero di unità richiede la conciliazione e la riconciliazione. Ciò non significa assecondare tutte le richieste o i desideri di chi devia, quanto invece sempre annunciare nella carità la Verità che è rivelata.

Quello che legherete sulla terra sarà legato nei cieli: la comunità ha questa capacità misteriosa di assumere chi è scelto per il Regno dei cieli. Rompere la comunione con il nostro prossimo, che spesso facciamo per giuste ragioni, a buon motivo, è capovolgere questo messaggio del guadagnare il fratello e la sorella che non sono come te, che non sono come me… che la pensano diversamente da te, che la pensano diversamente da me. La differenza delle idee non può dividere le persone, come spesso succede nelle nostre comunità. Ci si può battere, discutere e anche litigare per le idee, ma senza rompere la comunione; perché la comunione è Divina, è sacramentale, è garanzia della Presenza alta di Dio nella comunità.

L’ammonizione o correzione fraterna ci interpella sulla modalità con cui ci rapportiamo con colui o colei con cui crediamo che sbagli… E se avesse ragione lui, e se avesse ragione lei…? La modalità con cui correggiamo o ammoniamo il nostro prossimo trova almeno una possibilità di essere ascoltati, tanto quanto il nostro intervento è credibile: è fatto con carità e in “punta di piedi”… senza presupporre di aver per forza ragione… Il mio modo di correggere e ammonire il prossimo, è credibile? Mi accorgo che spesso rimango inascoltato o inascoltata perché il mio modo di correggere e di ammonire è “sbagliato”? Nell’ammonire o correggere il prossimo, mi chiedo innanzitutto: Dio come la pensa? Cristo cosa vorrebbe? Ma quanto spesso rompiamo la comunione con il nostro prossimo solo per cose superflue che diventano vere e proprie fissazioni? Non è forse più importante la comunione con il mio prossimo più che fissarmi su ciò che ritengo sia importante?

IL CAPOVOLGIMENTO DELLA RICONCILIAZIONE CRISTIANA

La Riconciliazione è benedizione! Cristo ci dona un modo: parlarne tu per tu, poi davanti a due e tre testimoni e alla fine con la comunità. Oggi nel nostro occidente, dove l’informazione corre sull’onda del secondo, questo modello evangelico è completamente capovolto. Oggi si è fatta della calunnia e della diffamazione, anche mediaticamente, un normale strumento di vendetta pensando che corregga, in realtà incattivisce ancora di più… Siamo nel mondo dove conta l’opinione e non la Verità: e per noi la Verità è Cristo. Siamo in un mondo che chi sbaglia, almeno in modo presunto o sconosciuto, viene subito scomunicato e messo alla pubblica gogna dei mass media, al secondo su internet. Questa gogna e scomunica, metodo completamente contrario al Vangelo, è maledizione, per un cristiano è bestemmia! Bestemmia perché il calunniato non si puo’ difendere e chi è esposto alla gogna non può più redimersi da una etichetta ormai impressa su di lui. Il Vangelo ragiona al contrario perché chiunque può redimersi; la parola REDENZIONE è il contrario della UMILIAZIONE MEDIATICA fatta anche “giustamente” sul livello umano. Quanto è più facile ma quanto più vigliacco è smascherare il nemico in sua assenza! Il Vangelo in un altro passo pone l’accento addirittura su questo: mettiti presto d’accordo con il tuo nemico… prega per i tuoi persecutori… ama i tuoi nemici…

Siamo chiamati a promuovere una cultura della riconciliazione, della tolleranza delle idee diverse, del tenere per noi gli scandali che vediamo senza amplificarli con le chiacchiere anche se fatte nelle stanze più segrete, a scoprire la bellezza della riconciliazione con chi abbiamo dei dissidi anche enormi… E se l’altro non ti ascolta? Sia per te come un pagano: cioè bisogna pregare per lui e testimoniargli di nuovo il Vangelo.

LA BELLEZZA DELLA COMUNIONE LEGATA

Quanto può essere bella la pace con chi non credevamo si possa stare in pace?! L’Eucaristia che celebriamo è vincolo di questo legame con il nostro prossimo. E’ inevitabile che succedano scandali e litigi, è inevitabile avere idee diverse anche su grandi cose… Ma quanto è bello stare insieme nonostante la diversità di vedute! Quanto è belle parlare tu per tu, faccia a faccia – nella carità – con la persona con cui abbiamo litigato o correggerla e ammonirla se è nello scandalo. Quanto è bello vincere le guerre fredde che spesso si istaurano tra le persone sapendo che dove due o tre sono riunite nel Suo nome Cristo è in mezzo a loro! Soltanto allora gusteremo quel pane Eucaristico che tutti unisce, che tutti ci fa fratelli e sorelle, che tutti ci fa figli di Dio e destinatari della misericordia del Padre. Correggere e ammonire significa trasmettere quella misericordia che Dio ha donato a me…Quanto è importante sentirci imperfetti davanti a Dio e al prossimo: perché questo ci riporta al posto che occupiamo nell’ordine delle “cose”… Vi lascio la pace vi do la mia pace, non come fa il mondo, Gesù dichiara nell’ultima cena: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato.

 

Il Regno dei cieli comincia qui sulla terra

Il Regno dei cieli comincia qui sulla terra

21. luglio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 23 LUGLIO 2017 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO

 

  • Vangelo Mt 13, 24-43  (Forma breve Mt 13,24-30).

    Dal vangelo secondo Matteo
    [ In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece ri! ponètelo nel mio granaio”».  ]
    Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
    Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
    Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
    «Aprirò la mia bocca con parabole,
    proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
    Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

 

La zizzania

Per meglio capire la parabola, dobbiamo ben comprendere che cosa è, la pianta della zizzania, per capire Gesù a cosa vuol far riferimento.

Il Lolium temulentum (L.) (o loglio ubriacante, più conosciuto come zizzania), è una specie botanica annua del genere Lolium, spontanea e infestante fra le messi, con fiori a spiga rossa. La pericolosità di questa pianta infestante è ben nota fin dai tempi antichi, soprattutto per l’alto potere intossicante. Infatti, il termine temulentum (ubriacante) è riferito agli effetti derivanti dall’ingestione di farine contaminate da funghi del genere Claviceps, produttori di alcaloidi tossici, che possono provocare forti emicranie, vertigini, vomito ed oscuramento della vista. Tali effetti sono dovuti alla presenza di un micelio fungino che invade la pianta durante lo sviluppo. L’eliminazione della zizzania dai campi di cereali è resa difficoltosa dal fatto che le sue cariossidi sono simili a quelle del frumento.

Dio permette che nel campo della sua Chiesa, il Maligno, semini anche la zizzania; cosicché la Chiesa, seminata da Cristo, cresce insieme al frutto del maligno che è infestante e spontaneo. Di per se, la zizania come pianta, non viene seminata: ma nasce spontaneamente quindi… Allora Gesù fa riferimento a tutto ciò che nella Chiesa, nonostante abbia seminato Dio in persona la sua Parola: intossica il campo della Chiesa o peggio ancora la rende allucinata (la zizzania è allucinogena). Per cui la zizzania evangelica non rievoca solamente le maldicenze e le mormorazioni, quanto invece ciò che intossica e illude dal di dentro il “campo” della Chiesa. Sette intossicazioni o allucinazioni che possono invadere come la zizzania il campo della Chiesa sono ben chiare dall’inizio della storia cristiana: le chiacchiere, il giudizio, la negatività, le lamentazioni, le scuse, le menzogne e le fissazioni dogmatiste…

 

Dio sa aspettare

Siccome la Zizzania si maschera della piantagione buona seminata, l’agricoltore non ha alternativa: non può estirpare la zizzania sennò rischia di estirpare anche la pianta buona… Così Gesù ha preso questo segno della zizzania per dirci la Pazienza di Dio: Dio sa aspettare. Noi vorremmo una estirpazioni delle “zizzanie” che crescono nella nostra vita: subito. Ma Dio sa e deve aspettare. L’Attesa diventa anche l’atteggiamento dell’uomo e della donna credente… Lasciar correre, lasciar crescere anche la zizzania laddove si rischia di rovinare tutto… La fine dei tempi, che oggi desta poco interesse come inizio della nuova creazione, è il momento della separazione della zizzania dalla piantagione buona… LA Chiesa esiste per aspettare la fine dei tempi… La Chiesa è CAMPO SEMINATO DA DIO, nonostante la zizzania, che cresce di un “ecosistema” spirituale che Dio permette che le cose vadano come vadano…

 

Seme e lievito

La Chiesa è campo seminato da Dio chiamato ad espandersi per sua natura, la sua espansione si chiama missione. La missione della chiesa non avviene per proselitismo, o convincendo le persone o peggio ancora incastrandole pian piano… Quanto invece siamo chiamati a morire come il seme in un terreno senza Dio per poter far nascere un po di “Cristo” nel cuore dell’uomo. Inserire la Parola di Dio nelle nostre parole è già una semina efficace, ma che va fatta entrando nella vita delle persone: con amore. Cosi anche il lievito è un altro modello di missione per dire la stessa cosa… Siamo chiamati a starci… sapendo che il cristiano è portatore della presenza di Dio!. Lasciarci mescolare nella vita del mondo – in senso buono – per poter portare la presenza di Cristo.

Sia la semina che la lievitazione però richiamano di nuovo ad un verbo fondamentale: l’attendere. L’attesa del Cristiano che prima o poi quel seme germoglierà, cosi come quel lievito fermenterà la pasta… Bisgona aver rispetto, come l’agricoltore e il “lievitatore”, che ogni cosa, ogni persona, ogni situazione ha il suo tempo. Agire si ma rispettando i tempi di Dio e degli uomini.

 

Nell’Eucarestia: la nostra pasqua! (1 Cor 5,7)

Nell’Eucarestia: la nostra pasqua! (1 Cor 5,7)

26. giugno, 2017News, Senza categoriaNo comments

DOMENICA 18 GIUGNO 2017 – CORPUS DOMINI

 

DALLA PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI CORINZI 10

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10,14 Perciò, miei cari, state lontani dall’idolatria. 15Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: 16il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

10,31Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. 32Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; 33così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.

11,23Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. 25Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. 26Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

 

 

MEDITIAMO __________________________________________________

San Paolo fonda la comunità di Corinto nel 50d.C. circa. Corinto era una città di scambio commerciale veramente eccezionale, quindi ricca di culture, stranieri e denaro che girava. I cittadini di Corinto erano quindi un popolo pagano che conosceva tante culture, viveva bene perché al centro del “mercato” di diversi regni… Ma era un popolo che viveva non poche dissolutezze morali e san Paolo riesce a fondare una comunità cristiana proprio tra quei pagani immorali. Ecco perché la sua esortazione di fondatore della comunità era sempre quella di resistere alle immoralità, di stare lontani dall’idolatria. La diversità della comunità cristiana e dei suoi fedeli non stà tanto nel fatto di seguire una regola, una legge per non peccare! Giudicate voi stessi quello che dico… Lo stesso san Paolo infatti nella lettera ai Romani si è sforzato, come in tutte le sue lettere, che l’essere cristiani non è uno stile di vita definito da una legge: pienezza della legge infatti è l’amore. Cosicché siamo umani, del mondo, come gli altri ma siamo anche diversi e la nostra diversità la possiamo capire solo come persone intelligenti. Per amore di Dio infatti siamo cristiani: Dio ha preso Corpo nella persona di Cristo, che si è immolato per noi sulla croce, è morto, è risorto e ci ha donato lo Spirito santo; perciò in forza dello stesso Spirito di Dio abbiamo ricevuto quello che a nostra volta ci è stato trasmesso. Cristo nostra Pasqua è stato immolato: dall’ultima cena comincia questa immolazione che terminerà con il dono dello Spirito alla prima Chiesa, trasmesso fino a noi.

 

  • La Pasqua rituale: Giovedì santo

Come san Paolo scrive (11,23-26) è chiaro che la prima Chiesa celebrava la resurrezione di Cristo, la sua presenza reale, nel pane e vino consacrati nel suo Corpo e nel suo Sangue. Non è ripetizione dell’ultima cena, non soltanto, ma di tutto il mistero pasquale, cioè di quel tempo che parte dall’ultima cena, passa per la passione, la morte e la resurrezione di Cristo, fino al dono dello Spirito santo. Nel Giovedì santo questo celebriamo: l’inizio della Pasqua, l’inizio del triduo pasquale. La Messa che celebrava san Paolo, la nostra Messa, non sono riproposizione o racconto mimato dell’ultima cena, ma sono memoriale del mistero pasquale. Gesù nell’ultima cena ha cominciato questa “grande celebrazione” che si concluderà con il dono dello Spirito e sarà ogni s. Messa celebrata dalla sua Chiesa. Pasqua rituale è il giovedì santo: Cristo nel rito della cena pasquale ebraica (=seder) compie ed inizia la sua immolazione. Mentre Lui nell’ultima cena parla e racconta quello che succederà, tutto questo lo vivrà poi nel sacrificio in croce e nella resurrezione. Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Lui si consegna da quel rito, fino alla fine dei tempi, nelle mani della sua comunità, nelle mani della Chiesa. Il giovedì santo perciò attualizziamo quel ricordo dell’ultima cena in cui già c’è “la Pasqua”. Quel corpo e quel sangue di Cristo, ora sono, grazie allo Spirito santo, nel pane e nel vino consacrati: e Dio si è fatto carne e ancora pone la sua dimora in mezzo a noi. Cosicché l’incontro con Lui non è più solo spirituale, ma reale, fisico, concreto. Una grande testimonianza d’amore ci ha dato Dio facendosi uomo, ma dall’ultima cena la testimonianza – anzi l’effusione d’amore – di Lui per noi raggiunge la sua pienezza annunciando di diventare pane per gli uomini: questo “abbassarsi” (=Kènosi) di Dio verso l’umanità è spiegato nel gesto assurdo ma concreto della lavanda dei piedi.

 

  • La Pasqua sacrificale: Venerdì santo

Ma il giovedì santo senza venerdì è mozzato. Nel triduo Pasquale c’è tutta la pasqua, non solo in uno di questi giorni: cioè noi viviamo la Pasqua in tre giorni! Quel pane e quel vino che nell’ultima cena ha annunciato come corpo dato per noi e sangue versato per noi, trovano la loro realizzazione nella sua passione e nella sua morte in Croce. Nulla di romantico in questa scena, niente di grandioso: ma solo un corpo dilaniato dal dolore e morto sul patibolo di una croce: dalle sue piaghe noi siamo stati guariti. Ecco perché dobbiamo fuggire l’idolatria, ecco perché prendere coscienza intelligentemente del dono che ci è dato: Dio si è fatto corpo nella persona di Cristo è si è lasciato torturare e condannare a morte per salvare noi! Gli agnelli uccisi nel tempio ebraico di Gerusalemme non hanno avuto più senso, perché Dio ha sacrificato se stesso per salvarci! Non cambiare vita davanti a un dono così grande significa non comprendere o non accettare pienamente il dono di Dio ha noi, il dono di Dio all’umanità! Il sacrificio, l’olocausto, l’immolazione: tre parole oggi non comprese dalla società, ma uno stato di vita che da salvezza. Il venerdì santo: un giorno di riflessione e comunione profonda con quel Dio che fatto uomo ha sofferto ed è morto per noi; ma non è ancora tutto, il venerdì lascerà il posto al silenzio del sabato santo: un giorno in cui siamo chiamati a riflettere sulla presenza / assenza di Dio nella nostra vita. Se Dio non ci fosse, nella mia vita, cosa cambierebbe? Ma il sabato santo non è l’ultimo giorno, l’ultimo giorno è il giorno di Pasqua

 

  • La Pasqua di resurrezione: veglia e giorno di Pasqua

Ma il sabato santo non è l’ultimo giorno, l’ultimo giorno è il giorno di Pasqua! Un giorno che comincia presto, che comincia nella notte che ci ricorda la tenebre del peccato e della morte. Dalla notte si accende una luce, come quella che accompagnò gli ebrei dall’Egitto alla terra promessa. Quella piccola fiammella del cero che accenderemo è segno che Cristo è risorto. L’evento è grandioso: cioè la morte è sconfitta da Dio! Ma la nostra fede è come quella “fiammella”…

Perciò ogni volta che mangiate questo pane e bevete a questo calice, annunciate la morte del Signore, proclamate la sua resurrezione, finché Egli venga! Perciò la Pasqua per noi non è un giorno, ma è la “sinfonia” di tre giorni (triduo pasquale) celebrati nella fede in Cristo che già è morto ed è risorto. Ogni anno Cristo non muore e risorge, ma noi – con la forza dello Spirito – attingiamo dalla grazia di quel che è successo duemila anni fa circa, per poter credere finché Egli venga.

Finché Egli venga… Due cose aveva in mente san Paolo: la prima, la fine dei tempi, di cui parleremo nell’ultima lectio divina; la seconda: Egli sta venendo. Sì, il Triduo Pasquale che è TUTTO EUCARISTICO, la s. Messa che sempre celebriamo: sono la sua venuta! Cristo viene! Sta venendo! Viene col suo corpo nel nostro corpo, viene col suo sangue nel nostro sangue. Cristo viene ed entra realmente dentro di noi, nonostante noi; Egli viene nonostante il nostro peccato, nonostante la nostra incredulità: Egli viene! Per i nostri dolori, nelle nostre sofferenze fisiche e psichiche: Egli viene!

Ecco perché san Paolo dice: tutto ciò che fate… fatelo nella gloria di Dio! Noi siamo suo corpo, mangiando il suo corpo, e se tutti mangiamo il suo corpo tutti insieme siamo un corpo! La carità non è un pio esercizio di morale, ma è l’efficacia del corpo di Cristo in noi che tutti abbiamo ricevuto e riceviamo.

 

Chiediamo al Signore di poter – in questa solennità del Corpus domini – fare un passaggio sempre più profondo nella comunione con Lui e quindi anche fra di noi… Di celebrare la sua Pasqua domenicale che avviene in ogni s. Messa facendo memoria di tutto questo,  fate questo in memoria di me. Ricordandoci che anche noi dobbiamo poter offrirci a Dio e al nostro prossimo in memoria del mistero pasquale.

Il “soffio” di Dio nella nostra vita

Il “soffio” di Dio nella nostra vita

6. giugno, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 4 GIUGNO 2017 – PENTECOSTE

 

Vangelo  Gv 20, 19-23
Dal vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

 

Quel giorno

Nell’ebraismo lo Shavuot, o festa delle settimane, detta in greco antico Πεντηκοστή (Pentecoste), è una delle tre festività, dette Shalosh regalim (tre pellegrinaggi), denotanti feste di pellegrinaggio – a Gerusalemme. Viene celebrata sette settimane dopo La Pasqua ebraica, cominciando a contare dal secondo giorno di Pasqua, il 16 di Nisan. Celebra la rivelazione di Dio sul Monte Sinai, dove ha donato al popolo ebraico la Torah. È legata alle primizie del raccolto. Le sette settimane corrispondono al periodo dell’Omer, un periodo di lutto in memoria di disgrazie accadute al popolo di Israele che termina con la festa di Lag Ba Omer, e Shavuot vuole essere una festa gioiosa per il dono della Torah.

I discepoli di Gesù, ebrei, celebravano perciò questa festa di ringraziamento per il dono di Dio della Legge e dei Profeti scritti nella Torah e per il dono della vita delle primizie del raccolto. Ma cadeva in domenica, primo giorno della settimana, in cui Gesù più volte gli era apparso vivo e la domenica prima asceso al cielo. E nel giorno del Signore, dies Domini, domenica, Pasqua della settimana ricevono il dono dello Spirito di Dio, la terza persona della Santissima Trinità… Ogni domenica si perpetua e si rinnova questo dono dello Spirito alla comunità riunita in preghiera nell’ascolto della Parola e nella Eucaristia. Vivo la domenica come il giorno del Signore? E’ suo…!

 

Chiuse le porte

Hanno paura gli apostoli, chiusa è la loro porta del cenacolo, ma aperto il loro cuore. La preghiera unanime con Maria provoca la presenza del Risorto che dona lo Spirito santo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro (At 2). Per accogliere lo Spirito santo è necessaria la preghiera, aprire il cuore a Dio, così si dissipa ogni paura… Una tentazione è aver paura che Dio non agisca, che Dio non si presenti, come forse era anche questa la paura dei discepoli di Gesù dopo che Lui è asceso al cielo. Ma la loro preghiera unanime provoca il cuore di Dio all’ultima apparizione di Gesù sulla terra, al dono dello Spirito santo. Il mio cuore è pronto ed aperto a ricevere lo Spirito santo? Cosa significa pregare? Viene il tempo di aprire, spalancare la porta del cuore allo Spirito, a lasciar fare a Dio, al di la delle nostre paure e delle nostre chiusure. Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo, alla sua salvifica potestà (Giovanni Paolo II, discorso di inizio pontificato). Un cuore aperto dilatato perché Dio manifesta la sua presenza nella comunità, dove lo Spirito è realmente presente per i sacramenti… Dilatare il cuore sapendo che non abbiamo più solo una famiglia, solo degli amici, ma una comunità, un legame universale con  tutti. Questo significa: “cattolici”.

 

 

Pace a voi

Il primo dono di Cristo risorto è il dono della Pace. Lo Spirito santo è chiamato “il Consolatore” perché porta la pace del cuore. La presenza di Dio ci dona la pace, il nostro aprire il cuore al suo Spirito che abbiamo ricevuto e riceviamo nei sacramenti e che, è presente nei nostri cuori. Chiamo consolazione spirituale il prodursi nell’anima di qualche movimento intimo con cui essa resti infiammata nell’amore del suo Creatore e Signore; come pure quando non riesce ad amare per se stessa nessuna cosa creata sulla faccia della terra, ma solamente in relazione al Creatore di tutto. Così pure, quando la persona versa lacrime che la spingono all’amore del suo Signore, o a causa

del dolore dei propri peccati, o per la Passione di Cristo nostro Signore, o a causa di altre cose, direttamente indirizzate al suo servizio e lode. Infine chiamo consolazione ogni aumento di speranza, di fede e di carità, e ogni tipo d’intima letizia che sollecita e attrae alle cose celesti e alla salvezza della propria anima, rasserenandola e pacificandola nel proprio Creatore e Signore.

(s. Ignazio di Lodola, esercizi spirituali, n° 316). Chiediamo a Dio questa serenità e pacificazione interiore.

 

Missionari

Lo Spirito santo non è una realtà da tenere per se stessi, ma ci dona un mandato, una missione: come Gesù mandò i discepoli ad effondere questo Spirito al mondo. Lo Spirito è presente nella Chiesa che lo trasmette di generazione in generazione, attraverso i Sacramenti. Siamo chiamati ad uscire dal cenacolo della Chiesa ed a prendere consapevolezza che per nostra natura siamo portatori sani, contagiosi – direbbe san Filippo Neri – della gioia di aver incontrato Dio. Come i discepoli parlano e tutti li capiscono, lo Spirito santo ci rende comprensibili agli uomini e donne di questo tempo, di ogni tempo, anche se a noi non sembra…I discepoli cominciano a parlare sotto l’azione dello Spirito: con il cuore. La trasmissione della fede avviene così: il mondo ci comprende se siamo discepoli di cuore, se abbiamo un cuore dilatato, se parliamo e agiamo con il cuore, ciascuno con i diversi carismi (1 Cor 12) ricevuti da Dio. Sento di avere un carisma per questo mondo per la comunità? La gente che mi incontra sente il mio essere “speciale” perché investito dello Spirito di Dio?

 

Il soffio dello Spirito

Spirito dal greco pneuma, dall’ebraico ruah: respiro, alito. Quanto importante è respirare, perché respirare ci fa stare in vita. Quanto importante è “respirare” la Presenza di Dio. Ci donò nella creazione il suo soffio, il soffio della vita! Oggi a Pentecoste ci dona il Soffio dell’amore. Tornare a respirare la vitalità di Dio ed il suo Amore, a contemplare la sua presenza, a lasciarci plasmare da Lui, ad affidare la nostra vita a Dio. Allora respiriamo veramente! Allora vivremo pienamente! Allora ameremo di vero cuore!

 

La Redenzione

Il primo dono di Cristo risorto nello Spirito in pentecoste dicevamo è la pace. Pace fra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini sancita in questo atto di Misericordia. Dio perdona i nostri peccati: per grazia! Così per noi la misericordia per il prossimo non rimane uno sforzo morale, quanto invece un effetto sacramentale. Se non riusciamo a perdonare qualcuno, significa che dobbiamo avvicinarci ancora di più al Dio della Misericordia. Redenzione è il formidabile dono dello Spirito che permette addirittura – se consegnati noi stessi a Lui – di dare un senso anche ai nostri peccati, anche a quelli peggiori. La redenzione ridona all’uomo la sua dignità di essere uomo, figlio, fratello… Redenzione è l’opera dello Spirito santo: come possiamo essere anche noi “redentori”?

Io sono con voi fino alla fine

Io sono con voi fino alla fine

25. maggio, 2017News, Senza categoriaNo comments

Commento al Vangelo di domenica 28 Maggio – Ascensione del Signore (A)

 

Dagli atti degli apostoli (Capitolo 1)

1Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio 2fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo.

       3Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre «quella, disse, che voi avete udito da me: 5Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».

       6Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». 7Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, 8ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».

       9Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. 10E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n`andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l`avete visto andare in cielo».

       12Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. 13Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C`erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. 14Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui.

 

* * *

 

L’autore dedica il suo libro a Teofilo, teo (=Dio)  fileo (=voler bene): a chiunque voglia bene a Dio. Del resto entriamo nella meditazione della Scrittura solo se riscopriamo la fede in Dio. Quanto è importante per me la fede? Che valore ha Dio nella mia vita (nelle scelte, nei comportamenti, nel quotidiano)?

L’autore del testo degli Atti degli Apostoli comincia proprio così il suo trattato: Nel mio primo libro ho già trattato…Ha già scritto circa ciò che Gesù fece e insegnò dal principio, sarà noto poi sul testo che l’autore è Luca, l’evangelista. Come era finito il Vangelo di Luca? I due di Emmaus riconobbero Gesù risorto nello spezzare il pane, partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, in cui davvero il Signore apparve a Simone; e mentre parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi” (Lc 24,36), diede le ultime istruzioni agli Apostoli e benedicendoli fu assunto in cieloEgli si mostrò ad essi vivo, mangiò con loro, quindi, non era un fantasma ma un corpo vivente e ordinò loro di attendere. Attendere cosa? L’ascensione al cielo e la discesa dello Spirito Santo: la Pentecoste! E’ questa attesa promessa dal Risorto che dà pace agli Apostoli, che li rasserena: pensavano che la loro speranza fosse morta per sempre con la morte di Cristo, ma Egli è risorto ed ha riacceso, di luce nuova, la speranza. C’è un di più che va oltre la sua resurrezione… C’è ancora altro che attende agli Apostoli, qualcosa che fa gonfiare ancor di più la loro speranza. Il cristiano è l’uomo della speranza, l’uomo che sa che il suo Signore è vivo, è presente nella Parola e nell’Eucaristia (ricordate Emmaus?), nei sacramenti e nei poveri. Il cristiano è l’uomo della serenità e della pace perché sa che il suo redentore è vivo (come dice Giobbe nell’antico Testamento nonostante i suoi mali). Vivo nella serenità e nella pace? Vivo nella speranza perché credo che il mio redentore è vivo?

Gli Apostoli, di lì e 40 giorni dalla Sua resurrezione, riceveranno il battesimo dello Spirito: verranno rivestiti di potenza dall’alto (Lc 24,49). Da questa investitura partirà la testimonianza che raggiungerà tutti i confini della terra e i secoli della storia, fino ad arrivare ad oggi. A noi è pervenuta e siamo i destinatari di questa promessa del regno e dell’investitura dello Spirito Santo, siamo stati scelti nello Spirito Santo come gli Apostoli, siamo chiamati ed investiti per una missione speciale, diversa da quella degli altri. C’è una missione da attuare, c’è una vocazione da seguire: è Cristo che ci chiama e ci investe perché di noi ha bisogno e perché ci ama… Viviamo la nostra fede come persone che sanno di essere scelte nello Spirito Santo? Ci sentiamo chiamati da Dio?

Ma quante domande e dubbi assillano la fede di ogni uomo! Anche gli Apostoli chiedono qual è il tempo in cui la grazia di Dio si manifesterà (v.6), vogliono sapere di più di quanto gli è dato di conoscere. In parte hanno ragione, perché li riguarda, quello che sta per succedere… Soltanto dopo la Pentecoste capiranno che l’uomo e la donna di fede sono abbandonati a Dio, sono come consegnati alla Sua: volontà, protezione, misericordia e predestinazione. Rimane come comandamento: mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi,  fu assunto in cielo, nel Regno del Padre. “Un po’ come” fu assunto Elìa con il carro di fuoco, che mentre veniva rapito in cielo lascia al suo discepolo Elisèo il suo mantello (segno della sua protezione) e tre quarti del suo spirito (cfr. 2 Re 2,1-18). Così Gesù ascendendo al cielo ha lasciato ai discepoli la sua protezione e lo Spirito Santo.  Rimangono esterrefatti dell’accaduto e, con gli occhi fissati verso il cielo, a guardare la magnifica ascensione; due uomini splenditi si presentarono a loro.  Chi sono costoro? Certo ci richiamano i due uomini che al sepolcro annunciano alle donne che Cristo è risorto (Lc 24,1-8). Oppure pensiamo siano creature angeliche… Oh, se credessimo ancora che gli angeli di Dio ci stanno accanto, ci proteggono e ci illuminano! Questi due uomini splenditi ci ricordano anche le persone che ci hanno parlato di Cristo, e ci ricordano che noi, per molti increduli, siamo chiamati ad essere splendenti, come loro, per poter annunciare il Regno di Dio. E qual è questo annuncio? Questo Gesù…Tornerà un giorno allo stesso modo in cui l`avete visto andare in cielo. L’annuncio ha come obiettivo una sola parola: l’attesa. Siamo innanzitutto, noi cristiani, uomini e donne dell’attesa di Cristo che viene. Viene con il suo Spirito ogni giorno della nostra vita, e tornerà in persona alla fine dei tempi. La Chiesa ha innanzitutto il compito di accompagnare gli uomini di ogni tempo verso quel giorno della Sua venuta, di rendere viva questa attesa e di ravvivare la fede con il dono dello Spirito, specialmente imitando il gruppo dei discepoli che erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui. Da questo punto parte la comunità apostolica… Quattro termini sono fondamentali per fondare la comunità: assiduità (nonostante tutto…), concordia (superando gli ostacoli relazionali…), preghiera (sempre e comunque…) e insieme (al di la dei disagi…). Come vivo questi quattro termini?

Lasciamoci aiutare da Maria, donna sempre presente nella sua Chiesa, cha ha portanto Cristo all’umanità.

Abbiate fede in Dio!

Abbiate fede in Dio!

12. maggio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 14 MAGGIO 2017 – V DEL TEMPO DI PASQUA – A

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Capitolo 14 )

1 Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via”.
5Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. 6Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
8Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. 9Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.

 

 

ABBIATE FEDE IN DIO!

Cosa significa avere fede in Dio? Come vivere la fede in Dio? Cos’è la fede?  Partendo da queste domande ci accorgiamo della distanza e della difficoltà del “credere”: così come Tommaso e Filippo esprimono a Gesù con le loro richieste: come possiamo conoscere…? Mostraci Dio…! Sono le domande proprio dell’uomo e della donna alla ricerca di Dio. La fede, per la teologia cristiana è: la fede in Dio che si è rivelato. In che modo Dio si è rivelato nella mia vita? Tramite chi? Dove? Soltanto se riconosciamo che Dio si rivela possiamo rispondere… Questa pericope di Vangelo ci annuncia che Dio si è rivelato una volta per tutte in Gesù di Nazareth, il Cristo: in Lui Dio – il Padre – ha detto tutto fino a consumarsi, fino alla morte e alla morte di Croce. Struggendo così la morte, distruggendo così ogni “morte”… Ecco perché Gesù, nel Vangelo, proclama questo congedo ai suoi discepoli: vado e vi preparo un posto. La fede ci fa attraversare attraverso il tunnel del turbamento (tarasso: perdita del senso di ogni cosa, smarrimento totale, svuotamento interiore) – non sia turbato il vostro cuore – per aprire il nostro cuore e la nostra mente a comprendere che la nostra dimora statica ed estatica è altrove, è in Paradiso; per questo siamo stati creati. Senza la fede in Dio regna il nulla dopo la morte ed il nulla davanti alla complessità delle situazioni che succedono nella nostra vita. Non siamo stati creati per nulla e per finire nel nulla. Il nulla è assenza, Dio ci ha dato la vita che è una presenza: non abbiamo dentro “il nulla”. La depressione dei tempi moderni è lo svuotamento di ogni motivazione profonda del: “verso dove andiamo”, “chi siamo”, “cosa facciamo”. Quando sperimentiamo questo senso del nulla, dobbiamo ritrovare e riformulare in qualche modo le nostre motivazioni profonde in ogni ambito della nostra vita. La malattia di oggi è che l’accidia ha la meglio spesso: cioè scegliamo la via più facile, la meno vera che sembra vitale, che è quella di lasciar perdere, di mollare, di non ritrovare le motivazioni esistenziali per qualcosa o qualcuno che ci ha svuotato dentro. Apri la tua bocca la voglio riempire – dice il Signore (Salmo 81). La fede è lasciarsi riempire da Dio, dal suo essere Vita, da Lui che ci ha creato e che Lui solo sa di cosa veramente abbiamo bisogno. Abbiate fede in me e avete fede in Dio, Gesù dice; è una rivoluzione storica la sua perché, attraverso di Lui, attraverso Gesù Cristo, possiamo “vedere” Dio e fare ciò per cui siamo stati creati: contemplare… Contemplare! Ma come incontrare Cristo?

 

IO SONO LA VIA

Io sono” è il nome di Dio: Gesù si auto rivela: Presenza di Dio. Attraverso di Lui ci viene “mostrato” Dio, la sua Presenza nella nostra vita. Io sono la via. Quale strada abbiamo intrapreso nella nostra vita? Cosa dà senso alla nostra storia? E’ come se Gesù volesse dirci: attraverso me vedrete Dio con gli occhi della fede, attraverso  me la vostra vita acquista un senso vero, reale, che non si svuota. La fede è cammino, è movimento dal un messaggio ad un altro di Dio, da un rapporto ad un rapporto più maturo con Dio, una strada in salita in cui acquistiamo sempre di più forza e una visione diversa delle cose. La fede è cammino attraverso Cristo che ci vede in una crescita progressiva dove comprendiamo con il cuore e con la mente il Dio onnipotente ed onnisciente. La fede è cammino che Dio ci traccia e non noi… Lui insieme a noi cammina e ci accompagna sui sentieri della vera felicità. Non accontentiamoci di una fede mediocre o sufficiente, ancor peggio: ferma. La fede è mutamento interiore e anche fisico, è cambiamento continuo, la fede soddisfa l’anima di felicità ma è insoddisfazione che ci spinge ad andare sempre più avanti con Dio, la fede è rivoluzione interiore dell’amore. La fede, vissuta veramente, ci fa attraversare i cieli e contemplare l’amore. Contemplare l’amore di Dio, di noi stessi e degli altri. Cristo è questa strada della contemplazione. Mostraci il Padre: è la preghiera dell’uomo e della donna di fede che desidera vedere Dio, che desidera contemplare la sua presenza… La nostra fede è vera?

 

IO SONO LA VERITA’

La nostra fede è vera? La fede non va mai presupposta, ma sempre proposta a noi stessi come se non avessimo fede. La fede è provocazione alla Verità: Cristo dice di essere la Verità! La verità su chi, su cosa? Sul rapporto con Dio e con la vita. Gesù provoca i discepoli, e noi, a chiederci se la nostra fede è vera perché Lui è Verità. Per dire verità, l’evangelista Giovanni, usa la parola Aletèia, che dal greco significa: sincerità, veracità, lealtà, fedeltà… La mia fede è sincera, verace, leale e fedele? Il rapporto con Dio passa attraverso la Verità che è Cristo! L’uomo e la donna di Dio vivono un rapporto in Cristo onesto, chiaro, leale; il peccato non intacca questo rapporto… i peccati fanno parte della nostra vita, ci sforziamo di non farli ma poi ci ricadiamo. L’unico peccato che fa male a noi e non ci fa vivere la fede vera è il doppio gioco, la doppia vita: sono cattolico praticante ma appena posso mi dimentico di Dio: non è forse l’indifferenza la peggiore “arma” verso il prossimo? Non è forse l’indifferenza il peggiore allontanamento da Dio? La via della fede, per essere gustata interiormente – cioè contemplata – ci richiede delle scelte concrete perché è via di esperienza in Cristo, perché è fatta di esperienze cristiane, che se vissute nella verità diventano primarie. Ma Dio è “primario” nella mia vita? Nelle mie scelte? Cerchiamo un rapporto onesto con Dio! Cerchiamo un rapporto che ritrovi in noi l’integrità della nostra vita di fede affinché il nostro essere cristiani sia autentico.

 

IO SONO LA VITA

Seguire Cristo Via e Verità, camminare in questa onestà che ci fa essere chiari e forti su Dio, ci fa fare esperienza della fede che integra tutto il nostro “mondo” personale: veniamo a far parte di Dio e Dio dimora presso di noi… Allora  l’autenticità della fede si vede nella nostra vita. Dio entra nella nostra vita e noi nella Sua. Una via di fede vera mostra l’autenticità nella vita. Nella vita fatta di gioie e di dolori, nella vita fatta di problemi e di soluzioni, nella vita fatta di malattia e di salute, di incontri e di scontri, di scelte, di pensieri, di ricerche… la fede si mostra autentica perché in tutto questo Cristo ci mostra la via e la verità su tutto. La fede stimola e focalizza la nostra vita e, la nostra vita: ne è l’autenticazione. Una fede autenticata dalla vita, è una fede credibile e, una fede credibile è: la testimonianza di Cristo, la trasmissione della Presenza stessa di Dio, compartecipazione con Cristo a mostrare il Padre. La mia vita autentica la fede vera in Cristo? Sono un cristiano, sono una cristiana: credibile?

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