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Io però vi dico… (Mt 5, 17-37)

Io però vi dico… (Mt 5, 17-37)

9. febbraio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 12 FEBBRAIO 2017 – VI DEL TEMPO ORDINARIO

Vangelo  Mt 5, 17-37
Dal vangelo secondo Matteo
[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:] «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli.
Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché [io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere”; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio.] Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!
[Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.]
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, càvalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tàgliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio”; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
[Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto]: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. [Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».]

MEDITAZIONE

Gesù indica la concretezza del fulcro del suo Vangelo: amare Dio ed il prossimo come se stessi. L’amore che propone Gesù sembra essere una sfida, che sembra irrealizzabile con i soli sforzi umani; l’amore che Gesù propone è una sfida che può essere messa in pratica solo con l’aiuto di Dio. L’amore del Vangelo propone sette sfide:

IO PERO’ VI DICO… NON UCCIDETE!

Non solo nel senso concreto della parola, ma anche nei rapporti umani. L’ira, il giudizio, la squalifica del prossimo, sono tentazioni che continuamente ci prendono quando qualcuno ci fa del male. Non vuol essere un esame di coscienza, almeno non solo, quanto impegnarci a promuovere una cultura dell’amore del Vangelo. Nel pensare al nostro prossimo così com’è, con la sua storia, il suo vissuto interiore, i suoi problemi…

IO PERO’ VI DICO… RICONCILIATEVI!

Il cristiano è chiamato sempre a meditare e pregare per lavorare sulla riconciliazione con coloro con cui abbiamo dei problemi. Non per una legge morale solamente umana, quanto invece perché Dio ci fa partecipi della sua misericordia che non possiamo negare o non portare agli altri. La riconciliazione è uno dei valori più alti del Vangelo che è molto duro da mettere in pratica: ma che senso avrebbero le nostre preghiere e vivere i Sacramenti se poi non riusciamo a perdonare chi ci fa del male? Che senso ha chiedere a Dio perdono per la nostra durezza contro il nostro prossimo, addirittura confessandoci, se poi non riusciamo a perdonare noi il prossimo?

IO PERO’ VI DICO… IL MATRIMONIO E’ INDISSOLUBILE!

Perché si rompono i matrimoni? Perché finisce l’amore? Ma può finire l’amore vero? E se è stato un errore amare una persona prima, oggi è giusto cercarne un’altra? Gesù annuncia il matrimonio come qualcosa – Sacramento – che non si può sciogliere… Forse è perché più che la fedeltà verso il nostro prossimo che amavamo, è venuta meno la fedeltà al Sacramento: all’amore di Dio che nella coppia abita… Quanto crediamo che l’Eucaristia e la preghiera siano la soluzione ai problemi matrimoniali?

IO PERO’ VI DICO … AFFIDATEVI ALLA PROVVIDENZA!

“Giurare” significa che siamo nel giusto, che la nostra vita o quella degli altri dipenda da noi: ma ci accorgiamo che la nostra vita – solo per il fatto del “vivere” – dipende da Dio? Vivere una spiritualità dell’affidamento, lasciar fare a Dio è l’atto di fede più grande, più bello, più duro anche ma il più efficace che possiamo fare.

IO PERO’ VI DICO… NON VENDICATEVI!

La vendetta è insita nel pensiero umano: chi mi ha fatto del male deve pagare in un modo o nell’altro… l’amore del cristiano richiede la “miglior vendetta”: lasciar fare a Dio… Lasciare a Dio il giudizio per chi ci fa del male. Ma cosa ci manca? Credere che siamo perdonati, che Dio non si vendica per i nostri peccati; forse noi dovremmo vendicarci?

IO PERO’ VI DICO… AMATE I NEMICI

La parola umana più alta che si sia mai sentita sulla terra: amare il nemico. Cioè non avere nemici. Siamo chiamati ad amare anche loro: cosa significa? Come posso? Soltanto stando molto tempo con Dio si riesce.

IO PERO’ VI DICO… SIATE PERFETTI

Oggi cerchiamo la perfezione in tante “cose”… Il corpo perfetto, la casa perfetta, la macchina perfetta. Accettare che siamo imperfetti, fragili e credere che Dio è il solo Perfetto! Solo stando con Dio questa perfezione di raggiunge, ci raggiunge la grazia, ci raggiunge l’amore, ci raggiunge la pace, ci raggiunge la fedeltà… ci raggiunge la felicità. Cerchiamo la perfezione “fisica” ma mai la perfezione interiore che siamo chiamati a vivere alla luce di Dio.

 

Quali valori salvano l’umanità (Mt 5)

Quali valori salvano l’umanità (Mt 5)

25. gennaio, 2017News, Senza categoriaNo comments

1Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
2Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.

4Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.

5Beati i miti,
perché erediteranno la terra.

6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.

7Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.

8Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.

9Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

10Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

* * *

COME ACQUISIRE I VALORI

Il discorso delle beatitudini è una predicazione “alta”, il fatto stesso che Gesù lo pronuncia su di una montagnola rende il linguaggio profondamente magisteriale. Le “Beatitudini” in termine tecnico si chiamano: macarismi, felicitazioni, congratulazioni… Cioè: congratulazioni a te che sei povero, felice te se sei afflitto, ecc… Non è discorso che tende al sadismo, ma insegnamento morale e profetico sulla vera felicità, che soltanto in Dio si può trovare. Sembra essere, quella del Vangelo, una dottrina del paradosso in un mondo di superbi, dove l’accanimento all’effimera gioia produce ira ed ingiustizia, la vendetta e la malizia sembrano aver la meglio e la guerra sembra regnare… Il discorso della montagna sembra essere in forte contrasto con lo stile di vita odierno, ma il Vangelo è ancora Parola autorevole che spira veri valori religiosi e gioia umana. I valori del vangelo oggi viaggiano fortemente controcorrente, anche se in questo mondo si scorge bontà e generosità. Ma per acquisire questi valori non c’è bisogno di uno sforzo morale: la legge morale è già scritta nel nostro “cuore” dalla creazione. Come entrare nel nostro cuore per decifrarli e comprenderli? Solo l’ascolto della Parola di Dio, fatto col cuore, con la mente e testimoniato con la vita, ci fa acquisire questi valori.

I VALORI VEICOLO DELLA FELICITA’

Ma cosa fa felice l’uomo? Il possesso della fede, la consolazione del prossimo (la famiglia, gli amici, i colleghi di lavoro…), l’eredità della terra (il frutto della terra, il lavoro, il sostentamento ed il benessere), la giustizia, la misericordia, la conoscenza di Dio e la pace. Il Signore sa cosa fa felice l’uomo, e se ne prende carico. Stranamente Lui è presente specialmente nel tempo del dolore e della prova: nell’ora della croce. E’ nel momento della stoltezza, della debolezza e del disprezzo che il cristiano è in special modo “segno di Dio nella storia dell’umanità”.

IL VALORE DELLA SOFFERENZA E DELLA DEBOLEZZA

Nel giorno della tua afflizione, quando hai fame e sete della giustizia, nel momento in cui non giudichi con malizia ma con la purezza di cuore, nell’ora della persecuzione per la tua fede: in quel momento sei segno di Dio nella storia dell’umanità. Sei segno di Dio nella storia dell’umanità: quando ti fai umile contro ogni superbia, quando sei mite nonostante gli altri ti chiamino al litigio, quando perdoni il male più grosso che ti hanno fatto, quando non solo preghi per la pace ma ti occupi di operare per essa, quando reggi a testa alta la persecuzione perché vivi il Vangelo di Gesù. Paradossalmente, proprio nella debolezza predicata dalle beatitudini, lì, c’è il segno della presenza di Dio nella storia dell’umanità; e tutto è riassunto nel segno della croce. Quest’ultimo è la prova che Dio si prende carico delle nostre debolezze, addirittura dei nostri peccati.

E noi ci prendiamo carico degli altri? La comunità ecclesiale si prende carico dei beati? Se non è la Chiesa la comunità delle beatitudini, dove trovare: solidarietà, tolleranza, perdono e pace?

Non ci si impappina la lingua quando nelle nostre Chiese leggiamo beati i poveri e poi quando sul territorio li incrociamo ce ne freghiamo? Non ci vergogniamo a proclamare beati gli afflitti quando poi se ci troviamo nel disagio ce la prendiamo con gli altri e con Dio?  Come ci sentiamo dentro quando diciamo beati i miti e nei nostri rapporti regna la schizofrenia, l’ira e la prepotenza? Ci sforziamo a vivere la legalità perché sono beati coloro che hanno fame e sete della giustizia? Come ci sentiamo davanti alla preghiera e al sacramento del perdono di Dio quando poi non cerchiamo di comprendere chi ha peccato contro di noi?

 

IL VALORE DELLA CULTURA DELLA MISERICORDIA

Oppure proclamiamo: beati i misericordiosi!? Cosa significa pregare per la pace, se poi non operiamo per la pace: nel nostro territorio, nella nostra parrocchia, nelle nostre famiglie e addirittura nei nostri cuori? Ma come facciamo ad ascoltare beati i perseguitati a causa del Vangelo se la nostra religiosità spesso vive di recriminazioni e ancor peggio di vendetta? Non si cambia il mondo e le persone con la violenza, con la forzatura, con le nostre pedagogie anche pensate e ragionate: quanto tornare invece al Vangelo come LA CURA della nostra umanità. Il valore del martirio, della persecuzione è ancora una valore valido? La morte di tanti cristiani che in alcune terre non abiurano la fede e si lasciano uccidere: che valore hanno? Cosa ci insegnano? Le nostre comunità cristiane, almeno quelle più antiche, sono nate dal martirio di molti uccisi per portare avanti la fede. Il cristiano martire che subisce per il Vangelo della Verità, è la cura per dare all’umanità un senso sicuro di continuità e una testimonianza autentica della venuta di Dio sulla terra.  

Le beatitudini ci fanno fare a tutti un esame di coscienza sull’essere cristiani, ci danno i Valori cristiani di pura umanità, di umanesimo pieno. Soffrire fino a morire per la Verità significa vivere in una libertà dove non si è ricattabili o ricettabili… vivere da beati è vivere liberi e liberamente uomini e donne del Vangelo, della buona notizia che è l’amore, l’amore vero! L’amore onesto, autentico e integrale.

 

Maria, donna di tutte le beatitudini, ci protegga, ci consoli e ci accompagni nel nostro cammino. Amen.

Ecco l’Agnello di Dio (Gv 1,29-34)

Ecco l’Agnello di Dio (Gv 1,29-34)

12. gennaio, 2017News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 15 GENNAIO 2017 – II DEL TEMPO ORDINARIO (A)

29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”.

32Giovanni testimoniò dicendo: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.

* * *

L’ATTESA

Giovanni aveva battezzato Gesù, Giovanni era l’uomo che accompagna l’umanità dall’attesa del Messia alla realizzazione della sua venuta. Giovanni, ci dice il testo – nonostante era il cugino di Gesù – non lo conosceva. A fargli riconoscere che in Gesù di Nazareth abita la divinità – viene dopo di me… era prima di me – è la sua sapienza che gli viene dalla preghiera, dalla contemplazione nel deserto, dalla sua vita spirituale ricca. Giovanni prepara la strada alla venuta del Messia, ma in qualche modo annuncia anche all’umanità la possibilità di conoscere Dio. Conoscere Dio è un’esperienza non soltanto intellettuale o rituale, quanto invece sapienziale: un’esperienza che viene dal cuore dell’uomo e della donna che si mettono in ascolto silenzioso di Dio nei deserti del quotidiano… Conoscere Dio in questa esperienza sapienziale significa avere degli spazi di solitudine desertica con se stessi e con Dio, per meditare e pregare, per gustare la sua presenza: questo dona, in una vita spiratale vissuta nella continuità, il dono del discernimento per riconoscere la vera differenza da ciò che bene e ciò che è male, per riconoscere la volontà di Dio ed accettarla, per abbandonarci alla sua Opera di salvezza nella nostra vita. Cerco un rapporto “sapienziale” con Dio che sia un’esperienza che mi porta alla solitudine positiva del “deserto” interiore che mi fa fare esperienza di Lui? Cosa mi aspetto da Dio?

 

L’AGNELLO DI DIO

Ecco l’Agnello di Dio! L’affermazione di Giovanni è forte: riconosce in Cristo non solo il Messa, ne riconosce il Dio fatto uomo ma anche l’Agnello di Dio. L’Agnello che toglie il peccato del mondo. Ci aspetteremo chissà quale Buona notizia dal Messia, ma la più grande ed autentica è che: toglie il peccato del mondo! Forse ciò che ci aspettiamo da Dio è quello che noi non pensiamo o non abbiamo realizzato sia importante: togliere il peccato. Togliere il peccato del mondo significa: dare la possibilità all’uomo di vivere la vita eterna. Spesso siamo troppo interessati, nel rapporto con Dio, ad altre cose in cui vorremmo lui operasse, senza invece prendere coscienza del miracolo più grande: toglie il peccato del mondo, la redenzione. La nostra vita è redenta, è salvata! Che cosa ci fa paura? … e perché? Alla base del rapporto con Dio c’è la nostra redenzione, prima di tante nostre aspettative più o meno giuste agli occhi della nostra confusa o lucida umanità: la redenzione.

La Scrittura è piena di significato sulla parola “Agnello”. Alcuni passi sull’ “agnello” ci possono aiutare a capire questa cultura della misericordia che Dio è venuto a portare nel mondo.

 

L’AGNELLO DI ABELE

Cristo è il “nuovo Abele”, è colui che viene ucciso dalla cattiveria del “fratello”: il Signore gradì Abele e la sua offerta (Gen 4,4) e per questo Abele viene ucciso dal fratello. Cristo è venuto come nuovo Abele ucciso come i suoi stessi agnelli in sacrificio, per salvarci dalla cattiveria e dall’indifferenza, per salvarci dal peccato. La storia di Abele ci richiama ad una cultura della misericordia: Ciascuno può contribuire ad una cultura della misericordia, in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza (Papa Francesco). Saper assumere il male che si subisce per assorbirlo e redimere il fratello che ci “uccide”. Quante volte il nostro prossimo “ci uccide”.. Quali esperienze mi hanno fatto o mi fanno sentire “come ucciso” dal mio prossimo? Assorbire il male significa di non rispondere al male per male, a saperlo subire da cristiani “crocefissi”, a poter portare la croce dell’altro che è una croce a volte solo conoscerlo… Promuovere questa cultura della misericordia significa assorbire il male di ci fa del male e guardare al crocefisso per poterglielo offrire, in nome della redenzione che abbiamo ricevuto gratuitamente da Cristo e che non meritiamo. Come reagisco al male che mi fanno?

E quando siamo noi i carnefici – secondo anche la nostra giustizia – dobbiamo sentire la Parola di Dio a Caino a cui Dio dona un’altra possibilità: che hai fatto? la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo (Gen 4,10). Anche quando giustamente reagiamo male al nostro prossimo, dovremmo ricordarci che: non sai mai che lotta sta vivendo il tuo prossimo, rispettalo sempre (Papa Francesco).

 

L’AGNELLO PASQUALE

Nel libro dell’Esodo l’ “agnello” è il segno della pasqua, della liberazione, del passaggio dalla schiavitù alla liberazione. Tanto che in ogni Pasqua, la celebrazione ebraica, riconosce nell’agnello il segno fondamentale dell’esodo dall’Egitto. La realizzazione del popolo ebraico era la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, la liberazione che Cristo ci dona è quella dalla morte: Lui vero Agnello pasquale si è offerto al Padre per farci partecipi della sua resurrezione. Beati gli invitati alla cena del Signore, ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo (proclama il sacerdote durante la Messa): la celebrazione eucaristica la vivo come la Pasqua di liberazione dal peccato e dalla morte? La messa è la realizzazione piena, fonte e culmine, della mia vita di fede fatta da tanti altri momenti?

Ho visto – dice Giovanni – perciò testimonia. L’appartenenza alla chiesa con il Battesimo, il nutrimento del Cristo risorto nell’Eucaristica, sono la nostra redenzione, la nostra liberazione dal peccato e dalla morte. Questo ci da la grazia e ci impegna alla testimonianza. Giovanni il battista aveva folle al seguito, come poi Gesù, per la sua coerente testimonianza… La testimonianza cristiana è sinonimo di credibilità. Non possiamo staccare il rito dei sacramenti che celebriamo dalla vita vissuta che ogni giorno viviamo. La mia testimonianza è credibile? La nostra comunità da una testimonianza credibile? La credibilità richiede l’onestà, l’autenticità, l’integralità e l’amore: come la vivo?

 

L’AGNELLO SUL TRONO DELLA GLORIA DI DIO

Il risorto, l’Agnello di Dio siede alla destra del Padre: nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno (Ap 22,3). Scopo della nostra esperienza di fede è adorare Dio, è contemplarlo qui sulla terra per adorarlo poi in cielo sapendo che la profezia che risuona ci impegna: ecco – dice l’Agnello – io vengo presto e ho con me il salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere (Ap 22,12). Non ci resta che abbandonarci alla sua presenza, ad esaudire la nostra realizzazione nella contemplazione, per poi adorarlo in Paradiso e, pregare ora qui su questa terra: amen, vieni Signore Gesù (Ap 22,20).

 

Cosa cambiare della mia vita?  (Mt 3)

Cosa cambiare della mia vita? (Mt 3)

2. dicembre, 2016News, Senza categoriaNo comments

COMMENTO AL VANGELO II DOMENICA DI AVVENTO 4 DICEMBRE 2016

1In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, 2dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».

3Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,  raddrizzate i suoi sentieri!

4Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. 5Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; 6e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.

 7Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all`ira imminente? 8Fate dunque frutti degni di conversione, 9e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. 12Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».

* * *

TORNARE ALL’ESSEZIALITA’

Al tempo di Gesù comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto. Ma chi è Giovanni il Battista? Per prenderla alla lontana, intanto, è uno di cui hanno parlato i profeti, in particolare Isaia: Voce di uno che grida nel deserto… Giovanni è il cugino di Gesù, la sua scelta di vita si pone nella tipologia di un eremita predicatore:  portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Egli è predicatore e battezzatore che vive dell’essenzialità, e proprio all’essenzialità come qualità di vita richiama e provoca ogni uomo che lo ascolta. L’uomo di fede è colui che vive dell’essenziale, che sa tornare all’essenziale e proprio questa sua virtù diventa testimonianza di fede. Giovanni è l’ultimo profeta prima di Cristo, e non ce n’è uno uguale a lui, né per santità, né per temporalità; egli è nel deserto e sulla riva del fiume Giordano per predicare e battezzare, e soltanto per indicare un altro: Gesù Cristo! Il cristiano è un po’ come il battista, è chiamato ad essere uno che indica Cristo con la sua stessa vita…

# Per fare esperienza del Regno di Dio che viene, bisogna andare nel “deserto” (eremon): è fondamentale ogni giorno trovare degli “spazi” di silenzio per accorgerci della Presenza di Dio.

Per incontrare Dio Giovanni ci esorta a tornare a ciò che nella vita è essenziale: cosa è essenziale nella mia vita e cosa non lo è? Come impegnarmi a tornare ad una essenzialità per riscoprire la motivazione profonda della mia fede? 

CONVERTITEVI

Giovanni è predicatore. Al tempo di Gesù i predicatori erano tanti, e altrettanti i battezzatori, che si discostavano dalla spiritualità ambigua del Tempio e si davano alla spiritualità e alla missione. La predicazione di Giovanni, tuttavia, ha qualcosa di nuovo tra i suoi contenuti, egli dice: convertitevi, il Regno dei cieli è vicino! Due grandi annunci fatti in una sola frase: convertitevi, e, il Regno di Dio è vicino. Conversione in ebraico è scritto “shub”, che significa: tornare all’alleanza con Dio. Conversione significa quindi innanzitutto tornare all’amicizia con Dio, risalire il monte della preghiera e dell’ascolto per poter fare una nuova esperienza di Dio, esperienza che salva l’uomo. In greco conversione si scrive metànoia, e cioè: tornare in se. La conversione si fa dentro l’uomo, Dio lo troviamo al cuore dell’esperienza spirituale umana. Ciascuno, entrando in se stesso per riflettere e meditare, può fare esperienza di Dio… Perciò conversione non è solo un tornare o andare all’alleanza con Dio, ma è anche termine ricorrente nella vita di colui che si sente convertito, e che converge verso Dio ogni qual volta si mette a riflettere! Al tempo di Gesù sbalordiva il fatto che un predicatore parlasse di conversione, ma sbalordisce ancor di più, all’uomo di ogni tempo, il secondo contenuto dell’annuncio giovanneo: Il Regno dei cieli è vicino, il Regno di Dio è vicino; Dio è vicino ad ogni uomo, non è più soltanto nei cieli in una posizione elevata rispetto all’uomo, ma Egli è vicino. Dio si fa vicino all’uomo, cammina con lui, parla con lui, vive con lui tutte le esperienze della vita, e questo è veramente salvifico più di ogni intervento soprannaturale che attendiamo venga dal cielo… Dio si fa uomo perché ciascun uomo possa partecipare della sua divinità! Da questa logica di scambio “alla pari” con Dio, è fuori ogni religiosità che non interpella il cuore dell’uomo, e che lo spinge a credere quasi per forza o con violenza, o ancor peggio seguendo il legalismo farisaico di chi ha adempiuto dei precetti; ricordiamo l’invettiva di Giovanni contro i farisei: razza di vipere! La predicazione interpella il cuore, e non soltanto la mente e la volontà. Nella preghiera di consacrazione dei presbiteri si invoca il Signore con queste parole: la parola del Vangelo, mediante la predicazione, con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini. La predicazione mira ad entrare nell’interiorità di ciascuno, per ravvivare in tutti il dono dello Spirito di Dio che abbiamo ricevuto, perché è proprio dentro l’uomo che il Signore viene, e si inserisce come un germoglio che darà frutti…

Ritrovare l’alleanza con Dio o rinnovarla, ritornare in noi stessi e riscoprire la ricchezza della nostra interiorità abitata da Dio: richiede un continuo rinnovamento. Come purificare “l’aia” della mia anima e del mo vissuto? Il Signore mi chiede di cambiare oggi – l’urgenza che Giovanni provoca è nella forza della sua predicazione – : cosa cambiare?

RISCOPRIAMO GLI IMPEGNI DEL BATTESIMO: ACQUA E FUOCO

Giovanni non è soltanto predicatore ma anche battezzatore sulle acque del Giordano. Egli compie un battesimo simbolico della conversione: un lavacro di rigenerazione. Ma annuncia il battesimo dello Spirito Santo, in cui i cristiani sono immersi… I seguaci di Cristo sono perciò coloro che sono battezzati, investiti dallo Spirito Santo, che vivono nello Spirito Santo ed in virtù: della loro perseveranza, della loro unità e della loro accoglienza ricevono da Dio il dono della consolazione, promessa della venuta del Signore.

C’è l’urgenza della conversione, l’urgenza di tornare a quella pace propria della Presenza di Dio; l’urgenza di riscoprire che nel Battesimo che abbiamo ricevuto nell’acqua visibile e le “fuoco” invisibile dello Spirito, ci impegniamo a vivere secondo il Vangelo.

Preparare la via del Signore significa proprio prendere sul serio il Battesimo che abbiamo ricevuto che ci ha inserito nella vita divina… La meditazione, la preghiera, il silenzio dell’adorazione, la liturgia, la celebrazione eucaristica, la confessione: come vivo questa preparazione alla venuta della Presenza di Dio?

Raddrizzate i suoi sentieri e fare frutti degni, di bontà! I sentieri che ci portano al nostro prossimo, sentieri spesso interrotti, resi tortuosi, spesso pericolosi o ancor peggio fangosi dai nostri comportamenti giustificabili…come andare incontro al prossimo con cui “il sentiero” è interrotto o rovinato? Come recuperare i rapporti buoni per intraprendere il sentiero verso il nostro prossimo, verso il nostro peggior prossimo? Faccio spesso “la vipera” come i religiosi del tempo incalzati da Giovanni Battista, per la loro arroganza, falsità, malvagità e maldicenza?

 

+ CHIEDO A DIO UN PROFONDO CAMBIAMENTO INTERIORE DELLA MIA ANIMA CHE MI DIA NUOVE MOTIVAZIONI DI VITA E DI FEDE.

 

Credente: Vivi come se Dio non esistesse?

Credente: Vivi come se Dio non esistesse?

28. novembre, 2016News, Senza categoriaNo comments

Non lasciamoci inghiottire dalle preoccupazioni, dalla pigrizia spirituale e dalla malvagità

Commento al Vangelo di domenica 27 Novembre 2016 – Prima di Avvento

VANGELO

Dal Vangelo secondo Matteo 24, 37-44

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

COMINCIA UN NUOVO ANNO LITURGICO

Nuovo anno liturgico: celebriamo i stessi misteri di Cristo e della nostra salvezza non come in un circolo di letture che di anno in anno si ripetono, ma come in una scala a chiocciola, andiamo verso il Signore che ci viene incontro e ci salva nel tempo, come il salmo responsoriale di domenica ci fa pregare: Andiamo con gioia incontro al Signore

Il tempo di Avvento è perciò tempo di iniziazione, di introduzione sempre più profonda al Regno di Dio: alla venuta del Signore dalla gloria (tornerà, viene e dalla liturgia e i sacramenti ne intravediamo la Luce) come ascolteremo domenica: PRIMA LETTURA: Alla fine dei giorni, il monte del Signore…SALMO canto dei pellegrini verso Gerusalemme, COLLETTA …suscita in noi la volontà di andare incontro… al tuo Cristo che viene. Vediamo anche l’eco della usa venuta nell’Incarnazione nel Natale.

 

DAL TEMPIO AL GIARDINO DEGLI ULIVI…

Il nostro brano di Vangelo, nel testo, fa parte di un grande discorso che Gesù fece: il DISCORSO ESCATOLOGICO (capp. 24-25), cioè del Suo ritorno alla fine dei tempi. Gesù abbandona il Tempio, aveva inveito contro i religiosi del tempo: «Serpenti, razza di vipere… Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti…  vi dico che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore» – già detto in Mt 21,9 all’ingresso messianico (Mt 23,33-39).

Gesù esce dal tempio «…Non resterà qui pietra su pietra…» (Mt 24,2). Il discorso di Gesù di riferisce alla distruzione del tempio, poi, SEDUTOSI SUL MONTE DEGLI ULIVI, Gesù predicendo la distruzione del tempio, i discepoli gli dicono: «Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» (Mt 24,3). Chi sarà contemporaneo a quel momento, chi sarà presente alla fine dei tempi? I contemporanei della fine possono essere tutti gli uomini…

Tema del Vangelo: Il giorno” (della venuta) del Signore, che lo determina soltanto Dio, con la sua volontà. Il ritorno del Signore, Giudice; Escaton non come evento salutare ma sembra essere su questo Vangelo, punitivo. Le parole hanno come tema non la salvezza, bensì il pericolo. Pericolo che i discepoli non siano pronti all’arrivo del Figlio dell’uomo.

Il quadro è inquietante: Diluvio universale, uno verrà portato via l’altro lasciato, il ladro di notte.

COME FURONO I GIORNI DI NOE’ 6,5-9: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male…. Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo… e disse: sterminerò dalla terra l’uomo… Noè era un uomo giusto…» nei testi giudaici la generazione del diluvio emergeva come depravata: nella vita normale: prendevano moglie e prendevano marito... e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio. Da speranza alla fine, Gen 8,21: «Il Signore pensò: non maledirò più il suolo perché il cuore dell’uomo è incline al male fin dall’adolescenza; ne colpirò più ogni essere vivente come ho fatto…». La generazione del diluvio non è condannata solo per la sua immoralità, ma per la superficialità spirituale. Il confronto con il diluvio ai giorni di Noè invita a non lasciarsi sequestrare dalle preoccupazioni quotidiane al punto da non percepire la dimensione profonda di un’esistenza aperta sul futuro della venuta del Regno di Dio. Invece «Noè era un uomo giusto e integro… e camminava con Dio » (Gen 6,9). Con fiducia ascolta quello che Dio gli dice.

Le preoccupazioni quotidiane mi sequestrano dall’essere cosciente della Presenza di Dio?

UNO VERRA’ PORTATO VIA E L’ALTRO LASCIATO

Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. La divisione del giudizio avverrà spaccando in due anche i più stretti legami di convivenza, di prossimità. Essere presi ed essere lasciati è un fatto dietro al quale si cela una selezione. v. 31: «Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quatto venti, da un estremo all’altro dei cieli»

Presumibilmente si deve immaginare che a eseguire tale azione siano gli angeli. Essa corrisponde dalla raccolta degli eletti del Figlio dell’uomo dai quattro venti. Rimane problematica l’identificazione degli ‘assunti in cielo’ e dei ‘rilasciati’ in vita mortale. Sono coloro che non si accorsero di nulla (come quando venne il diluvio). Non fa riferimento al peccato, quanto invece alla situazione di vivere, nella vita quotidiana lavorativa e familiare, etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse: la seconda lettura ne è un richiamo alla conversione, all’ONESTA’!.

Nel quotidiano vivo in comportamenti e scelte come se Dio non esistesse?

…QUALE ORE DELLA NOTTE VIENE IL LADRO

IN QUELLO STESSO GIARDINO…. Il “vigilare” risulterà più chiaro nel racconto della passione (Mt 26,38-41, Gesù che pregava al Getsèmani: «Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole». Il giorno in cui viene in Signore, il giorno del Signore, è un concetto consolidato dall’escatologia biblica, che qui però va visto in connessione con il v. 36 («Quanto al quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre»). Mt cambia dal giorno all’ora (v.44 «che non immaginate»).

La vigilanza è per non esser colti di sorpresa ed è presente anche l’idea che la parusia avverrà di notte, per la parabola del ladro notturno… il padrone di casa… non si lascerebbe scassinare la casa. Era facile in un villaggio perforare (dioructènai) il muro di casa (argilla e rami secchi) per entrare in essa: la parabola richiama l’attenzione sulla venuta del Regno di Dio, che per i non disposti alla penitenza e gli impreparati significa un giudizio di condanna. Il Ladro per dire IRRUZIONE del Regno di Dio. Il ladro notturno evoca terrore e minaccia, ma si dissolve quando l’atteso è il Signore nostro: l’incontro è fonte di gioia e di pace. Questa pagina evangelica non ci metta paura, perché a venire non sarà un ladro, ma il Signore nostro Gesù Cristo.

CRISTO CI ESORTA

Evidentemente il rischio è cominciare a dare segni di stanchezza, ad allentare la vigilanza alla Presenza di Dio. La veglia notturna assumerebbe un senso complementare se si potesse presupporre che a quel tempo esisteva già una celebrazione cristiana della vigilia, nella quale ci si preparava alla parusia del Figlio dell’uomo Gesù (nella notte pasquale).

LA PANORAMICA E’ INQUIETANTE: c’è il pericolo di non salvarsi evidentemente anche per noi! Come la gente del Diluvio che venne inghiottita dalle acque per la sua malvagità e superficialità…oppure come quei due prossimi (parenti, colleghi, ecc…)… uno verrà portato via, l’altro lasciato (in pasto agli avvoltoi). Ma non è inquietante in realtà la venuta del Regno di Dio, quanto invece la SUPERFICIALITA’ UMANA, LA IMPERMEABILITA’ a lasciarci cambiare la vita da Dio: e non si accorsero di nulla, vivere etsi Deus non daretur (come – o anche – se Dio non ci fosse) questo riguarda non soltanto chi non crede, ma può riguardare anche noi che a volte, o spesso, viviamo la nostra religiosità come se Dio non ci fosse…forse nel nostro peccato o nella nostra pigrizia spirituale.

Le mie preghiere corrispondono ad una modifica profonda del mio vivere?

 

 

  1. Meditatio (Cosa dice a noi il testo?)

LA PANORAMICA E’ INQUIETANTE: c’è il pericolo di non salvarsi evidentemente anche per noi!

Come la gente del Diluvio che venne inghiottita dalle acque per la sua malvagità e superficialità…oppure come quei due prossimi (parenti, colleghi, ecc…)… uno verrà portato via, l’altro lasciato (in pasto agli avvoltoi).

e non si accorsero di nulla

vivere etsi Deus non daretur (come – o anche – se Dio non ci fosse)

questo riguarda non soltanto chi non crede, ma può riguardare anche noi che a volte, o spesso, viviamo la nostra religiosità come se Dio non ci fosse…

forse nel nostro peccato o nella nostra pigrizia spirituale

  1. FUGGENDO LA MALVAGITA’ E LA PIGRIZIA SPIRITUALE
    1. Gli uomini, in preda all’ebbrezza della loro malvagità, non saranno affatto intimoriti da quello che accadrà (nel giorno del Signore).

…Mi pare inoltre che intenda (questo Vangelo)  scuotere e confondere i pigri, che non hanno per la loro anima tutto quell’impegno che manifestano invece per le loro ricchezze…

La seconda lettura può essere un buon stimolo per l’esame di coscienza.

vivere etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse)

ci invita a crescere nella sobrietà e nella carità

  1. CRESCENDO NELLA SOBRIETA’ E NELLA CARITA’ (cfr. Mt 25,37-40)

ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

 

vivere etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse)

  1. UNA VITA RELIGIOSA CHE NON TIENE VIVA LA VIGILANZA ESCATOLOGICA

Cristo è il Centro della nostra vita? Nel nostro quotidiano ci lasciamo prendere di più dalle urgenze – che potrebbero non farci accorgere della Sua presenza – oppure da ciò che è veramente importante?

  1. Oratio

vivere etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse)

  1. Ci mette davanti alla prospettiva del nostro prossimo, di chi vive o lavora con noi, che può essere portato via oppure lasciato… Ci dobbiamo ricordare dell’importanza della preghiera di intercessione e di espiazione. A proposito dei giorni di Lot, come fu importante la supplica di Abramo (Gen 19,22-33), è importante la nostra richiesta di perdono per noi e per chi ci è prossimo, come proclamato dal versetto alleluiatico:

Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.


– E’ richiesta la SOBRIETA’ nello spirito, la CARITA’ (cfr Mt 25, 37-40) verso il prossimo e l’INTERCESSIONE per l’espiazione (Gen 18,16-33).

  1. Giovanni Crisostomo, In Matth. 77, 2 s.
  • Il messaggio evangelico oltre ad aprirci all’esame di coscienza (che trova nella II lettura un buono strumento) ci spinge a chiederci:

Riusciamo a combattere contro la pigrizia spirituale con quell’impegno che spesso mettiamo per le altre cose?

  1. …e non si accorsero di nulla.
  • La gente del giudizio universale rimase inghiottita dalle acque, e coloro che non verranno assunti saranno lasciati in pasto agli avvoltoi: perché non si accorsero di nulla

Riusciamo a tenere viva la vigilanza escatologica facendo di Cristo il Centro della nostra vita? Nel nostro quotidiano ci lasciamo prendere di più dalle urgenze – che potrebbero non farci accorgere della Sua presenza – oppure da ciò che è veramente importante?

Gesù si auto-invita a “casa nostra”

Gesù si auto-invita a “casa nostra”

2. novembre, 2016News, Senza categoriaNo comments

crs4Zaccheo (Lc 19)

       1Entrato in Gerico, attraversava la città. 2Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E` andato ad alloggiare da un peccatore!». 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch`egli è figlio di Abramo; 10il Figlio dell`uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

 

  • MEDITAZIONE (SPIEGAZIONE E RIFLESSIONE PERSONALE)

 

Ma guarda ‘mpo!

Gesù passa, va in giro per le strade della Galilea tra predicazioni, esorcismi e guarigioni; è imprevedibile Gesù e succede sempre qualcosa di sorprendente nel seguirlo…

idou, con questa parola inizia il nostro brano, termine che significa: ma guarda! Toh! Proprio questo doveva succedere, proprio con il capo dei pubblicani il Signore doveva far amicizia… Il pubblicano era l’esattore delle tasse, ma che normalmente estorceva di più di quanto doveva avere, era un usuraio di fatto. I pubblicani erano potenti e temuti per il loro potere economico che poteva veramente schiacciare le gente, vivevano da dissoluti, erano peccatori pubblici, specialmente riguardo all’adulterio, scomunicati dal tempio, alla lettera venivano chiamati rinnegati. Gesù si incontra non con un pubblicano qualunque, ma con il capo dei pubblicani: questo è sconcertante!

 

La brama di icontrare Gesù

Gesù passa, e passando tra la folla vede – e sa chi è – quell’uomo arrampicato su un sicomoro, per vederlo…

Zaccheo e-zhtei, cercava, bramava, di vedere Gesù. Il suo desiderio di incontrarlo non è solo una ricerca mossa dalla curiosità, ma è una brama dal di dentro, Zaccheo sente di voler incontrare Gesù, lo sente dentro, ha l’ansia di poter conoscere quel uomo rabbino di cui tanto si parla, non è in pace con se stesso perché dal di dentro sente questa forza interiore che lo spinge a precedere Gesù sul sentiero dove cammina e salire sul sicomoro (albero simile al nostro fico). Sale sull’albero perché fa i conti con la sua statura: è un uomo basso… Per poter incontrare il Signore tutti dobbiamo fare i conti con la nostra statura, con la nostra piccolezza, sforzarci di essere umili e sinceri, con noi stessi e con Dio, cercare di arrampicarci ad una altezza che ci consenta di vederLo. Zaccheo sale sul SICOMORO* perché la folla non glielo fa vedere, per noi cristiani è lo stesso, dobbiamo sforzarci di “trascenderci” (di volare alto e fare sul serio con la fede…) perché una folla di impegni, dubbi, scoraggiamenti e tentazioni possono velarci il volto del Signore.

Bello è il percorso di Zaccheo, la sua vita, per il ruolo ed il potere che si è acquistato, è tutta in salita… Ma per incontrare il Signore deve scendere dall’albero, dal suo piedistallo, dalla sua superbia, perché Gesù lo si trova “in basso”, nell’umiltà e nella semplicità: vieni giù subito, ho bisogno di venire da te… il SICOMORO diventa il segno, il simbolo del percorso di arrampicata da fare dentro di noi.

 

Gesù e lo scandalo della sua accoglienza gratuita

Gesù passa, ma stavolta si ferma.

Non ha paura Gesù di entrare ed essere ospitato, e sicuramente non soltanto per un pasto ma anche per una o più notti, da un peccatore incallito, anzi entra nella sua casa, nella vita del peccatore senza problemi e senza recriminazioni.

Zaccheo discese (dal sicomoro), lo accolse, fu pieno di gioia. L’accoglienza è la prima “regola” per diventare cristiani, accoglienza del Vangelo e dei fratelli, soprattutto dei poveri. Diventare seguaci di Cristo non fa altro che riempire di gioia, della vera gioia che non si basa sulle ricchezze di questo mondo, ma sulla ricchezza interiore che sa vivere la carità (do ai poveri…) e la giustizia (restituisco quanto ho frodato). Solo facendo entrare Cristo: nel nostro cuore, pienamente nella nostra vita, nelle nostre scelte, nella nostra famiglia, nel nostro lavoro, solo allora la salvezza è entrata in questa casa. Zaccheo nella lingua originale significa: Dio di ricorda. Il Signore si ricorda di tutti, anche di quelli che sembrano dimenticati dai fratelli, dimenticati dalla salute, dalla “fortuna, da se stessi. Il Signore si ricorda di ciascuno di noi ed è venuto per raccogliere tutti, anche chi è rovinato e perduto…

 

“Il bosco dei nostri sicomòri”

Zaccheo arrampicandosi sul sicomoro – albero simile al nostro fico – riesce con la forza della brama di vedere Gesù, a vincere ciò che lo rende infelice e vuole incontrare Gesù perché ha bisogno di questa felicità. E il sicomòro diventa un po’ il simbolo di ciò che attenta alla nostra vita, facendoci perdere “l’anima”, cioè svuotandola di ciò che sta alla base dei nostri sentimenti e della nostra fede. Le emozioni di Zaccheo – oppressione per gli altri, intimidazione, istigazione, squalificato e deriso, sedotto dal benessere e dalla mondanità, imbroglione, ma demotivato – sale sul sicomòro fisicamente, ma interiormente “scende” umiliandosi, accettando e lasciandosi deridere dagli altri, per la sua bassezza, per il suo limite.

C’è un bosco di sicomori dentro di noi che ci ricordano il nostro limite più grande, somma e moltiplicazione di tutti i limiti che la vita ci mette dentro e davanti…Ma guarda caso scalare quel limite, fosse anche il peccato stesso, significa sforzarci per arrampicarci, conoscere che siamo umiliati ma vedere poi Gesù. Il sicomòro dell’umiltà, se scalato seppur con fatica, ci fa vivere bene perché ci fa vedere Gesù.

Intravediamo qualche sicomoro per poterlo scalare dentro di noi e vedere liberamente Gesù.

  • Il sicomòro dell’oppressione (oppressi o oppressori che siamo) trasforma l’amore in arma e ci fa vivere in funzione di qualcuno, sia anche la persona che più amiamo. Scalarlo significa non esistere in funzione di un rapporto, sapersi separare nel senso di cercare momenti di solitudine: sapersi sentire da soli.
  • Il sicomòro dell’intimidazione che sono idee, blocchi interiori, ciò che da dentro ci paralizza un nostro pensiero – anche anticonformista, che non trova consenso – e impedisce scelte nostre! C’è qualcuno che su questo sicomòro – seppur senza volerlo – ci fa violenza psicologica- Questa invasione psicologia che spesso ci fa vivere nella tensione di non fare brutta figura ci deprime… Bisogna prendere possesso del proprio tempo vitale, se qualcosa o qualcuno ci fa paura: finisce, ha un dopo! La paura – seppur noi diciamo di non averne – se non è motivata diventa un grosso scoglio nell’incontro con gli altri e con Dio. Dice un proverbio: <<un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio trovò il tempo per andare ad aprire e non c’era nessuno>>.
  • Il sicomòro dell’istigazione di ciò o di chi agita ansiosamente una risposta immediata che di fatto non è ne urgente ne importane: di qualcuno o qualcosa che ci fa correre con l’ansia e la frenesia di ogni giorno. Zaccheo sale frenetico ma scende sereno. Uscire da questa frenesia, fermarsi, con noi stessi ed il Signore, ogni giorno: scindere ciò che è importante per la vita da ciò che è urgente da fare. Essere… e poi fare!
  • Il sicomòro della squalifica che ci vede presi (o ci fa prendere gli altri) dalla svalutazione, dalla derisione, dalla ridicolizzazione umiliante, dal discredito pubblico, e dalla disconferma brutale. Tutto ciò che nella vita, chi o cosa, ci fa collassare nell’autostima: nell’impotenza, nell’umiliazione e nell’emarginazione. Mette in discussione la persona per quel che è, per la sua dignità. Bisogna saper dire: ora basta! Prendere atto, come Zaccheo, della propria piccolezza come persona ma della grandezza della propria interiorità! Dio ha stima per te! Dio crede in te!
  • Il sicomòro della seduzione negativa che agisce nei sogni di una vita vissuta parallelamente a quella reale, quanto invece sui nostri bisogni reali. I sogni che ci offrono illusoriamente ciò che non abbiamo alla ricerca di “un posto che non c’è”… La nostra aspirata “terra promessa” che rimarrà solo nella nostra testa e che non si può imporre nella realtà! Allora si vive da delusi e da vittime dentro – e magari pure fuori – ma sembriamo contenti. Bisogna tenere i piedi per terra, scendere dal sicomòro e tra la folla che spintona cercare quel Gesù che abbiamo intravisto.
  • Il sicomòro della demotivazione cresce in un terreno di aspettative troppo alte, nella brama del successo… Zaccheo su questo è arrivato molto in alto esteriormente parlando, ma sente dentro il peso dell’insuccesso della sua vita. Solo quel Gesù gli farà riscoprire la sua innocenza nell’accettare che ciascuno di noi fa quel che può… Ho fatto quanto potevo! Questa umiltà ci porta al “battesimo” dell’innocenza che ci fa ricercare la motivazione profonda so ogni persona e su ogni rapporto…
  • Il sicomòro del imbroglio, della manipolazione e del condizionamento. Chi ci ispira ad imbrogliare – come Zaccheo faceva – ci condiziona la libertà. Fallo pure tu…. Anche se il fine è nobile e l’interesse è legittimo, usciamo dalla vita chiara e trasparente… Incontrare Gesù significa mettere anche da parte fini nobili e interessi legittimi per potersi dare alla trasparenza e alla comunicazione con Dio e con gli altri…

Quanti altri sicomori forse nei nostri boschi interiori… Riflettiamoci: perché spesso non sentiamo la presenza di Dio e l’importanza di Lui nella nostra solo perché è faticoso salire sul nostro sicomòro per accettare ci veramente siamo…

 

La mormorazione

Tra Zaccheo, il “peggiore tra tutti i peccatori” e, Gesù, che scandalizza con le sue scelte e comportamento: il “gioco” peggiore più pericoloso e devastante, anche se più giustificabile e sottointeso, lo fa la folla; la folla mormorava. La mormorazione è la più vile squalifica del prossimo: si parla di lui, si mette in discussione il suo operato o le sue scelte – dietro una giustificazione di farlo – dove lui o lei non possono rispondere. Gli “alti”, coloro che si sentono “alti” – anche se non lo ammeteranno mai – nella vita mormorano… La folla che mormora non ha la dignità, l’umanità e tantomeno la grazia della carità per affrontare Zaccheo e Gesù. Pensiamo ai loro discorsi perché, i loro discorsi mormoratori, sono simili ai nostri quando il diretto interessato è assente e non sente. La mormorazione si nasconde dietro le tante scuse di irraggiungibilità del mormorato… Dobbiamo riscoprire l’ “arcano”: il tenere le “cose” nel nostro cuore come Maria, nel dirle in contesti giusti a persone giuste senza che diventino dominio della mormorazione che ne cambia i connotati del tema e ne travisa il senso.

 

<<Gesù diceva, per esempio – darò soltanto un esempio: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”. Ma io vi dico, chiunque si adira con il proprio fratello, lo ha ucciso, nel suo cuore». E chiunque insulta suo fratello, lo uccide nel suo cuore, chiunque odia suo fratello, uccide suo fratello nel suo cuore; chiunque chiacchiera contro suo fratello, lo uccide nel suo cuore. Noi forse non ci accorgiamo di questo, e poi parliamo, “spediamo” all’uno e all’altro, sparliamo di questo e di quello… E questo è uccidere il fratello. Per questo è importante conoscere cosa c’è dentro di me, cosa succede nel mio cuore. Se uno capisce suo fratello, le persone, ama, perché perdona: capisce, perdona, è paziente… E’ amore o è odio? Dobbiamo, questo, conoscerlo bene. E chiedere al Signore due grazie. La prima: conoscere cosa c’è nel mio cuore, per non ingannarci, per non vivere ingannati. La seconda grazia: fare quel bene che è nel nostro cuore, e non fare il male che è nel nostro cuore. E su questo di “uccidere”, ricordare che le parole uccidono. Anche i cattivi desideri contro l’altro uccidono. Tante volte, quando sentiamo parlare le persone, parlare male di altri, sembra che il peccato di calunnia, il peccato della diffamazione siano stati tolti dal decalogo, e parlare male di una persona è peccato. E perché parlo male di una persona? Perché ho nel mio cuore odio, antipatia, non amore. Chiedere sempre questa grazia: conoscere cosa succede nel mio cuore, per fare sempre la scelta giusta, la scelta del bene. E che il Signore ci aiuti a volerci bene. E se io non posso volere bene a una persona, perché non posso? Pregare per questa persona, perché il Signore mi faccia volerle bene. E così andare avanti, ricordando che quello che sporca la nostra vita è ciò che di cattivo esce dal nostro cuore. E che il Signore ci aiuti>> (Papa Francesco, Omelia nella Parrocchia di s. Tommaso Apostolo, 16/02/2014).

 

La necessità di pregare

La necessità di pregare

14. ottobre, 2016News, Senza categoriaNo comments

crs4Vangelo Lc 18, 1-8


Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».

E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

crs4Meditazione

Gesù parla a noi: ai suoi discepoli. Ci sprona a riscoprire la necessità nostra di pregare sempre, ininterrottamente… L’evangelista Luca ha redatto il suo Vangelo nel 80 – 90 d.C. e, ha scritto, per i cristiani convertiti dal paganesimo. I cristiani convertiti dall’ebraismo già conoscevano una preghiera oraria (mattina, mezzogiorno, sera) ed occasionale ai pasti giornalieri e alle feste; i pagani convertiti al cristianesimo venivano da una religiosità di non-preghiera, ma solo di sacrifici rituali offerti alle divinità. Perciò Luca insiste su questa necessità di pregare sempre che Gesù ha detto ai suoi discepoli nel Vangelo.

La necessità di pregare

I pagani pregavano per necessità ma non avevano necessità di pregare prima della conversione… la “necessità di pregare” dal “pregare per necessità” implica una differenza sostanziale nel rapporto con Dio. Pregare per necessità è solo chiedere a Dio che tutto vada secondo le nostre intenzioni, secondo i nostri bisogni, le necessità nostre e degli altri… una preghiera di intercessione che Dio gradisce. Ma in quanto discepoli, primariamente, abbiamo bisogno, abbiamo necessità: di pregare… di tenere la “fiamma accesa della nostra fede”, sempre, anche quando siamo nei momenti bui e brutti della vita. Non stancarsi mai di tenere questo contatto continuo con il Signore, in modo giornaliero, nelle ore del giorno, in una consapevolezza che siamo permanentemente sotto l’azione dello Spirito e che la presenza di Dio abita in noi. La presenza di Dio ha messo la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14). Il “sempre” implica questa consapevolezza costante che siamo custodi della Presenza di Dio, per fare memoria di questo c’è bisogno ogni giorno di fermarci, di ascoltare Dio e accorgerci della sua presenza. In alto i nostri cuori: vale durante la celebrazione eucaristica quanto vale anche durante le nostre giornate: ogni tanto fermarci ed orientare i nostri cuori verso il Signore; è uno stato di vita consapevole che Dio è presente e così: siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie… non spegnete lo Spirito, attenti alle profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni genere di male (1 Ts 5,16-21).

Bisogna, questo termine usa il Vangelo, riscoprire questa necessità di pregare per renderci permanentemente consapevoli della Presenza di Dio nella nostra vita! E questo cambia il nostro modo di vivere, di affrontare la vita, di passare per le gioie che ci fanno essere grati e per le tribolazioni e croci da portare ogni giorno. Quanto il mio pregare entra e cambia il mio vissuto quotidiano? I miei comportamenti di ogni giorno, davanti alle cose belle e brutte, maturano grazie alle mie preghiere?

# ESERCIZIO: trovare ogni giorno dei momenti di consapevolezza della presenza di Dio in me.

Mendicanti della Presenza di Dio

Ma sentiamo di essere veramente bisognosi della presenza di Dio come questa vedova della Parabola?

Il giudice era l’uomo di potere, forte, importante che si imbatte in questa donna – tenuta di poco conto nella società antica giudaica – perché vedova: quindi povera, di stato sociale irrilevante, impotente davanti al male dell’ingiustizia… La sua insistenza verso il giudice la salva, questo mendicare al giudice di finire il processo evidentemente gratuitamente e sentenziando le ragioni della vedova. Non parla dell’avversario e della motivazione della causa della vedova, ma sicuramente da come finisce la parabola, la donna, era schiacciata da un avversario invincibile per le sue forze, come era invincibile il fatto che ella contasse cosi poco agli occhi del giudice… Possiamo perdere la fiducia in tutti: ma non perdiamo la fiducia in Dio! Dio agisce prontamente, dice il vangelo. Prontamente, dal testo greco per come il Vangelo è stato redatto, non significa “subito”; ma efficacemente. La preghiera del cristiano ha fiducia che Dio opera e che, l’opera di Dio, non è “tutto e subito come vorremmo noi”, ma secondo quello di cui abbiamo veramente bisogno – in una profondità che neanche noi conosciamo – nei tempi di Dio. Dio opera “lentamente” diremmo da occidentali, ma efficacemente. Dovremmo fuggire la tentazione dell’uomo di oggi: soluzioni subito ai problemi. La fretta attuale con cui siamo istigati a risolvere i problemi e a prendere decisioni, è umanamente disumana. Riscoprire questa pazienza, questa fiducia nei “tempi di Dio”, saper aspettare e, all’occorrenza, saper far aspettare. Fuggire questa istigazione del mondo che pretende un’azione che non da margini di tempo. Saper aspettare nella operosità della preghiera: questo sì ci rende uomini e donne saggi che effondono la fiducia nel Signore: fino alla fine dei tempi. Come rispondo da cristiano alle istigazioni di tutti i giorni? Sono anche io istigatore o istigatrice non lasciando tempo a Dio e al prossimo?

# ESERCIZIO: offro a Dio le istigazioni che provo su di me e chiedo perdono per quando sono stato istigatore.

La Chiesa “vedova” che aspetta il ritorno del suo Sposo celeste

La vedova povera, perseguitata rappresenta quella Chiesa perseguitata al tempo dell’evangelista Luca che ha scritto questa pagina. Riscoprire questa povertà della Chiesa è importante: riscoprire che non sono le grandi quantità di adepti o l’appariscenza folcloristica dei nostri ambienti, la poeticità delle nostre parole o la quantità delle nostre preghiere a renderci “sposa di Cristo”… Quanto invece il compito di tenere accesa la lampada che fu accesa il giorno della pentecoste: non spegnere lo Spirito! Abbiamo il compito di custodire questa presenza di Dio fino alla fine dei tempi senza lasciarci distrarre da tante cose in cui, come Chiesa, spesso ci impegniamo… Non dimentichiamo che la prima grande nostra missione è tenere accesa la lampada dello Spirito che si chiama fede più e a scapito di tante altre cose di cui nella Chiesa ci occupiamo e peggio ancora ci preoccupiamo…

Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra? Se arrivasse adesso cosa troverebbe nel mio cuore, nella mia casa, nei miei rapporti umani? Cosa troverebbe nella Chiesa, nella nostra Parrocchia, nel mio gruppo? Se arrivasse adesso come troverebbe accesa questa fiamma ardente della fede che illumina e riscalda la mia vita?

 

Aggiunta nuova sezione Media

Aggiunta nuova sezione Media

26. febbraio, 2015Senza categoriaNo comments

Abbiamo aggiunto una nuova sezione nel Menù principale denominata “Media”:

Qui potrai ascoltare audio e guardare video sulla nostra pagina YouTube!!!

 

Buona visione e buon ascolto!!!

 

 

Messaggio quaresima 2015

Messaggio quaresima 2015

8. marzo, 2014Senza categoriaNo comments

Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)

 

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare.

Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza.

L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano.

Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfr Gal 5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita.

Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso. Vorrei proporvi tre passi da meditare per questo rinnovamento.

1. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono” (1 Cor 12,26) – La Chiesa

La carità di Dio che rompe quella mortale chiusura in se stessi che è l’indifferenza, ci viene offerta dalla Chiesa con il suo insegnamento e, soprattutto, con la sua testimonianza. Si può però testimoniare solo qualcosa che prima abbiamo sperimentato. Il cristiano è colui che permette a Dio di rivestirlo della sua bontà e misericordia, di rivestirlo di Cristo, per diventare come Lui, servo di Dio e degli uomini. Ce lo ricorda bene la liturgia del Giovedì Santo con il rito della lavanda dei piedi. Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi, ma poi ha capito che Gesù non vuole essere solo un esempio per come dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo servizio può farlo solo chi prima si è lasciato lavare i piedi da Cristo. Solo questi ha “parte” con lui (Gv 13,8) e così può servire l’uomo.

La Quaresima è un tempo propizio per lasciarci servire da Cristo e così diventare come Lui. Ciò avviene quando ascoltiamo la Parola di Dio e quando riceviamo i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. In essa diventiamo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo. In questo corpo quell’indifferenza che sembra prendere così spesso il potere sui nostri cuori, non trova posto. Poiché chi è di Cristo appartiene ad un solo corpo e in Lui non si è indifferenti l’uno all’altro. “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Cor 12,26).

La Chiesa è communio sanctorum perché vi partecipano i santi, ma anche perché è comunione di cose sante: l’amore di Dio rivelatoci in Cristo e tutti i suoi doni. Tra essi c’è anche la risposta di quanti si lasciano raggiungere da tale amore. In questa comunione dei santi e in questa partecipazione alle cose sante nessuno possiede solo per sé, ma quanto ha è per tutti. E poiché siamo legati in Dio, possiamo fare qualcosa anche per i lontani, per coloro che con le nostre sole forze non potremmo mai raggiungere, perché con loro e per loro preghiamo Dio affinché ci apriamo tutti alla sua opera di salvezza.

2. “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9) – Le parrocchie e le comunità

Quanto detto per la Chiesa universale è necessario tradurlo nella vita delle parrocchie e comunità. Si riesce in tali realtà ecclesiali a sperimentare di far parte di un solo corpo? Un corpo che insieme riceve e condivide quanto Dio vuole donare? Un corpo, che conosce e si prende cura dei suoi membri più deboli, poveri e piccoli? O ci rifugiamo in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma dimentica il Lazzaro seduto davanti alla propria porta chiusa ? (cfr Lc 16,19-31).

Per ricevere e far fruttificare pienamente quanto Dio ci dà vanno superati i confini della Chiesa visibile in due direzioni.

In primo luogo, unendoci alla Chiesa del cielo nella preghiera. Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime” (Lettera 254 del 14 luglio 1897).

Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore.

D’altra parte, ogni comunità cristiana è chiamata a varcare la soglia che la pone in relazione con la società che la circonda, con i poveri e i lontani. La Chiesa per sua natura è missionaria, non ripiegata su se stessa, ma mandata a tutti gli uomini.

Questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra (cfr At1,8). Così possiamo vedere nel nostro prossimo il fratello e la sorella per i quali Cristo è morto ed è risorto. Quanto abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto anche per loro. E parimenti, quanto questi fratelli possiedono è un dono per la Chiesa e per l’umanità intera.

Cari fratelli e sorelle, quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!

3. “Rinfrancate i vostri cuori !” (Gc 5,8) – Il singolo fedele

Anche come singoli abbiamo la tentazione dell’indifferenza. Siamo saturi di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana e sentiamo nel medesimo tempo tutta la nostra incapacità ad intervenire. Che cosa fare per non lasciarci assorbire da questa spirale di spavento e di impotenza?

In primo luogo, possiamo pregare nella comunione della Chiesa terrena e celeste. Non trascuriamo la forza della preghiera di tanti! L’iniziativa 24 ore per il Signore, che auspico si celebri in tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, nei giorni 13 e 14 marzo, vuole dare espressione a questa necessità della preghiera.

In secondo luogo, possiamo aiutare con gesti di carità, raggiungendo sia i vicini che i lontani, grazie ai tanti organismi di carità della Chiesa. La Quaresima è un tempo propizio per mostrare questo interesse all’altro con un segno, anche piccolo, ma concreto, della nostra partecipazione alla comune umanità.

E in terzo luogo, la sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli.

Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI (Lett. enc. Deus caritas est, 31). Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro.

Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”: “Rendi il nostro cuore simile al tuo” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza.

Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2014

Festa di San Francesco d’Assisi

 

Francesco

Messaggio di Natale

Messaggio di Natale

29. dicembre, 2012Senza categoriaNo comments

MESSAGGIO URBI ET ORBI

DEL SANTO PADRE FRANCESCO

NATALE 2014

 25 dicembre 2014

 

Cari fratelli e sorelle, buon Natale!

Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, è nato per noi. E’ nato a Betlemme da una vergine, realizzando le antiche profezie. La vergine si chiama Maria, il suo sposo Giuseppe.

Sono le persone umili, piene di speranza nella bontà di Dio, che accolgono Gesù e lo riconoscono. Così lo Spirito Santo ha illuminato i pastori di Betlemme, che sono accorsi alla grotta e hanno adorato il Bambino. E poi lo Spirito ha guidato gli anziani Simeone e Anna, umili, nel tempio di Gerusalemme, e loro hanno riconosciuto in Gesù il Messia. «I miei occhi hanno visto la tua salvezza» – esclama Simeone – «salvezza preparata da [Dio] davanti a tutti i popoli» (Lc 2,30).

Sì, fratelli, Gesù è la salvezza per ogni persona e per ogni popolo!

A Lui, Salvatore del mondo, domando oggi che guardi i nostri fratelli e sorelle dell’Iraq e della Siria che da troppo tempo soffrono gli effetti del conflitto in corso e, insieme con gli appartenenti ad altri gruppi etnici e religiosi, patiscono una brutale persecuzione. Il Natale porti loro speranza, come ai numerosi sfollati, profughi e rifugiati, bambini, adulti e anziani, della Regione e del mondo intero; muti l’indifferenza in vicinanza e il rifiuto in accoglienza, perché quanti ora sono nella prova possano ricevere i necessari aiuti umanitari per sopravvivere alla rigidità dell’inverno, fare ritorno nei loro Paesi e vivere con dignità. Possa il Signore aprire alla fiducia i cuori e donare la sua pace a tutto il Medio Oriente, a partire dalla Terra benedetta dalla sua nascita, sostenendo gli sforzi di coloro che si impegnano fattivamente per il dialogo fra Israeliani e Palestinesi.

Gesù, Salvatore del mondo, guardi quanti soffrono in Ucraina e conceda a quell’amata terra di superare le tensioni, vincere l’odio e la violenza e intraprendere un nuovo cammino di fraternità e riconciliazione.

Cristo Salvatore doni pace alla Nigeria, dove altro sangue viene versato e troppe persone sono ingiustamente sottratte ai propri affetti e tenute in ostaggio o massacrate. Pace invoco anche per altre parti del continente africano. Penso in particolare alla Libia, al Sud Sudan, alla Repubblica Centroafricana e a varie regioni della Repubblica Democratica del Congo; e chiedo a quanti hanno responsabilità politiche di impegnarsi attraverso il dialogo a superare i contrasti e a costruire una duratura convivenza fraterna.

Gesù salvi i troppi fanciulli vittime di violenza, fatti oggetto di mercimonio e della tratta delle persone, oppure costretti a diventare soldati; bambini, tanti bambini abusati. Dia conforto alle famiglie dei bambini uccisi in Pakistan la settimana scorsa. Sia vicino a quanti soffrono per le malattie, in particolare alle vittime dell’epidemia di Ebola, soprattutto in Liberia, in Sierra Leone e in Guinea. Mentre di cuore ringrazio quanti si stanno adoperando coraggiosamente per assistere i malati ed i loro familiari, rinnovo un pressante invito ad assicurare l’assistenza e le terapie necessarie.

Gesù Bambino. Il mio pensiero va a tutti i bambini oggi uccisi e maltrattati, sia a quelli che lo sono prima di vedere la luce, privati dell’amore generoso dei loro genitori e seppelliti nell’egoismo di una cultura che non ama la vita; sia a quei bambini sfollati a motivo delle guerre e delle persecuzioni, abusati e sfruttati sotto i nostri occhi e il nostro silenzio complice; e ai bambini massacrati sotto i bombardamenti, anche là dove il figlio di Dio è nato. Ancora oggi il loro silenzio impotente grida sotto la spada di tanti Erode. Sopra il loro sangue campeggia oggi l’ombra degli attuali Erode. Davvero tante lacrime ci sono in questo Natale insieme alle lacrime di Gesù Bambino!

Cari fratelli e sorelle, che lo Spirito Santo illumini oggi i nostri cuori, perché possiamo riconoscere nel Bambino Gesù, nato a Betlemme dalla Vergine Maria, la salvezza donata da Dio ad ognuno di noi, ad ogni uomo e a tutti i popoli della terra. Il potere di Cristo, che è liberazione e servizio, si faccia sentire in tanti cuori che soffrono guerre, persecuzioni, schiavitù. Che con la sua mansuetudine questo potere divino tolga la durezza dai cuori di tanti uomini e donne immersi nella mondanità e nell’indifferenza, nella globalizzazione dell’indifferenza. Che la sua forza redentrice trasformi le armi in aratri, la distruzione in creatività, l’odio in amore e tenerezza. Così potremo dire con gioia: “I nostri occhi hanno visto la tua salvezza”.

Con questi pensieri, buon Natale a tutti!

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